martedì 25 aprile 2017

"The Partisan" di Leonard Cohen

When they poured across the border
I was cautioned to surrender,
this I could not do;
I took my gun and vanished.
I have changed my name so often,
I've lost my wife and children
but I have many friends,
and some of them are with me.

An old woman gave us shelter,
kept us hidden in the garret,
then the soldiers came;
she died without a whisper.

There were three of us this morning
I'm the only one this evening
but I must go on;
the frontiers are my prison.

Oh, the wind, the wind is blowing,
through the graves the wind is blowing,
freedom soon will come;
then we'll come from the shadows.

Les Allemands e'taient chez moi,
ils me dirent, "Resigne toi,"
mais je n'ai pas peur;
j'ai repris mon arme.

J'ai change' cent fois de nom,
j'ai perdu femme et enfants
mais j'ai tant d'amis;
j'ai la France entie`re.

Un vieil homme dans un grenier
pour la nuit nous a cache',
les Allemands l'ont pris;
il est mort sans surprise.

Oh, the wind, the wind is blowing,
through the graves the wind is blowing,
freedom soon will come;
then we'll come from the shadows.

cliccando qui potete ascoltare la canzone

Quando hanno attraversato la frontiera / fui spinto a cedere, / questo non lo potevo fare; / ho preso il mio fucile e sono scomparso. / Ho cambiato nome così spesso, / ho perduto moglie e bambini / ma ho tanti amici, / e alcuni di loro sono con me.
Una vecchia ci diede un riparo / ci tenne nascosti in soffitta, / poi arrivarono i soldati; / morì senza un lamento.
Eravamo in tre questa mattina / alla sera sono l'unico rimasto / ma devo andare avanti; / le frontiere sono la mia prigione.
Oh, soffia, soffia il vento / fra le tombe soffia il vento, / la libertà arriverà presto; / e allora usciremo dall'ombra
I tedeschi sono stati da me, / mi hanno detto "arrenditi", / ma non ho paura; / ho ripreso il mio fucile.
Ho cambiato nome cento volte, / ho perduto moglie e bambini / ma ho tanti amici; / ho la Francia intera.
Un vecchio ci ha nascosti / in un granaio per la notte, / i tedeschi l'hanno preso; / è morto senza stupirsi.
Oh, soffia, soffia il vento / fra le tombe soffia il vento, / la libertà arriverà presto; / e allora usciremo dall'ombra.

sabato 22 aprile 2017

Verba volant (376): terra...


Terra, sost. f.

Da qualche anno abbiamo cominciato a chiamare land grabbing, - più o meno la rapina della terra - l'acquisto o l'affitto per decine di anni di migliaia e migliaia di ettari di terreno in Africa, Asia e America latina da parte di grandi compagnie multinazionali. Naturalmente questa vera e propria "corsa alla terra" è cominciata da tempo, ma la crisi finanziaria le ha dato un notevole impulso: quando la finanza ha cominciato a vacillare sotto i colpi della speculazione, gli stessi speculatori hanno capito che era meglio rifugiarsi su beni più solidi e la terra è certamente uno di questi. E quindi i lupi di Wall street sono diventati tanti famelici mastro don Gesualdo, attaccati alla loro roba. Sono infatti proprio quelli che hanno fatto i soldi con le transazioni finanziarie a essere i protagonisti di questo ritorno alla old economy: in fondo di cibo ci sarà sempre più bisogno, visto che la popolazione mondiale tende a crescere, i prezzi rimarranno alti e quindi il profitto sarà garantito.
Anche perché la terra nei paesi poveri del mondo costa poco, a volte pochissimo e rende parecchio. Gli stati petroliferi arabi fanno incetta di terreni per garantire le scorte alimentari necessarie per le loro popolazioni, la Cina - molto attiva in Africa - lo fa anche con l'obiettivo di espandere la propria influenza politica in quel continente strategico, le grandi compagnie multinazionali per impiantare monocolture di biocarburanti, facendo anche finta di farlo per il bene del pianeta e per non sfruttare le risorse energetiche tradizionali che stanno finendo: tutti questi ne ricavano guadagni immensi. Ci guadagnano qualcosa, un'inezia rispetto ai guadagni globali, quei governanti corrotti - spesso sostenuti dai governi occidentali - che vendono e svendono le terre dei loro paesi. 
Se sono pochissimi quelli che ci guadagnano, naturalmente sono moltissimi quelli che ci rimettono, prima di tutto i contadini che in quelle terre vivevano e lavoravano. Ma anche noi ci rimettiamo, perché crescono i prezzi degli alimenti e perché il mondo è sempre più inquinato. Il land grabbing è il nuovo colonialismo e peserà sempre di più sulle fragilissime economie dei paesi più poveri del pianeta. Perché da qui parte un'innaturale e smisurato consumo della terra. E' innaturale utilizzare enormi estensioni di terra africana e una quantità incredibile d'acqua per produrre in Kenya i fiori che vengono venduti sui mercati olandesi. C'è qualcosa in questa forma di sviluppo che evidentemente non funziona, anche quando porta vantaggi economici, che peraltro sono distribuiti in maniera troppo diseguale. Comunque, anche se la ricchezza fosse più equamente ripartita, ci sarebbe qualcosa di malato in questo modo di produrre.
Gli economisti che hanno l'onesta intellettuale di riconoscere le leggi fondamentali della loro materia spiegano che la fame non è una calamità naturale, come un terremoto o uno tsunami, ma un fenomeno che può essere eliminato, se solo ci fosse la volontà di farlo: bisognerebbe da un lato introdurre delle regole efficaci e cogenti nei mercati che operano sui titoli che si basano sulle commodities alimentari, e dall'altro lato sostenere modelli di produzione agroecologici, su piccola scala e basati sul lavoro di chi vive in quei territori. Certo servirebbero risorse, ma servirebbe soprattutto la capacità della politica di imporre le proprie scelte alle istituzioni finanziarie globali. Invece, come è noto, sono queste che impongono le proprie scelte alla politica. Dal momento che per i loro esperti la causa principale dell'attuale crisi alimentare è il cambiamento climatico, la soluzione è quella di favorire chi sta acquistando grandi quantità di terreni. Infatti queste istituzioni, in primis la Banca mondiale, da un lato prestano denaro ai grandi investitori affinché possano acquistare nuovi terreni e vi impiantino le monocolture e garantiscono le assicurazioni contro le perdite legate alle siccità e agli eventi naturali; dall'altro lato agiscono sui governi dei paesi poveri affinché modifichino le leggi sulla proprietà della terra, favorendo la creazione dei grandi latifondi.
Quando si parla del controllo che l'1% dei ricchi ha sul governo dell'economia del nostro pianeta si parla concretamente anche di questo. Questi sedicenti esperti dimenticano - o fanno finta di dimenticare - che è il mercato che non garantisce cibo per tutti e non l'agricoltura. Questa cosa dobbiamo sempre averla in mente, perché è fondamentale. La terra produce e può produrre le risorse per dare da mangiare a tutti noi, è la distribuzione che lo impedisce. Il paradosso è che la Banca mondiale da tempo propone di aiutare i paesi più poveri a uscire dalla fame, utilizzando prodotti finanziari derivati sul cibo, in sostanza ha proposto di affidare ai mercati la soluzione del problema che essi stessi hanno creato. Loro si stanno comprando tutta la terra, la terra migliore, quella più fertile e la stanno impoverendo con il sistema delle monocolture, ai contadini rimane poca terra, quella più difficile da coltivare e meno redditizia, con il cibo che diminuisce e i prezzi che fatalmente aumentano. Difendere la terra significa modificare in maniera radicale questo sistema di sviluppo, difendere la terra significa abbattere il sistema capitalista, difendere la terra significa toglierla alle multinazionali per darla ai contadini, difendere la terra significa lavorare per un futuro diverso.

lunedì 17 aprile 2017

Verba volant (375): suicidio...


Suicidio, sost. m.

Quello che è successo in Turchia causerà gravi problemi in un contesto già molto delicato dal punto di vista geopolitico e soprattutto segnerà in maniera drammatica la vita di milioni di donne e di uomini che vivono in quel grande paese, ma pone anche tutti noi di fronte a un interrogativo: cosa succede quando una democrazia decide consapevolmente di suicidarsi?
Chi è andato a votare - e anche chi non è andato, lasciando che gli altri decidessero per lui - sapeva benissimo che quello di domenica non sarebbe stato un voto come gli altri. Non credo ci fossero dubbi e neppure troppi infingimenti. Ovviamente Erdogan non ammetterà mai che con la sua vittoria al referendum costituzionale quel regime è diventato una dittatura, ma certamente ha condotto tutta la campagna elettorale chiedendo per sé poteri che nessuno ha avuto prima di lui. Non ha finto che con questo voto non sarebbe cambiato nulla, ma ha promesso a chi avrebbe votato per la riforma - e minacciato chi avrebbe votato contro - che l'assetto istituzionale della Turchia sarebbe profondamente cambiato. Ora, al netto dei brogli - che probabilmente ci sono stati - il sì, seppur di misura, ha vinto e in una democrazia vince chi prende anche un solo voto in più. Non siamo ipocriti: se i no avessero vinto, anche con un margine così ridotto, nessuno di noi avrebbe avuto da dire sulla legittimità del voto popolare e su quella risicata maggioranza. Le regole sono queste e dobbiamo accettarle, sia quando vinciamo che quando perdiamo.
In qualche modo la forza della democrazia sta anche in questo: ossia nel fatto che i cittadini possono decidere, a maggioranza, di rinunciarci, come è avvenuto appunto in Turchia. E come potrebbe succedere anche in Italia o in qualche altro paese europeo, se le cose continueranno ad andare così. E per questo dobbiamo capire cosa è successo, per impedire che accada di nuovo. Il voto dei cittadini turchi, di tutti quei cittadini che hanno votato per rendere più debole la loro democrazia, deve farci riflettere, perché evidentemente per quelle persone la democrazia come noi la conosciamo e che noi celebriamo nei nostri discorsi, sempre più inutilmente retorici, ha sempre meno significato, tanto da essere qualcosa di cui poter fare a meno. Immagino che di fronte alle difficoltà della propri vita quotidiana, alla confusione di quello che succede in Turchia e nel mondo, alle minacce che ogni persona sente gravare anche su di sé in questa strana condizione, in cui c'è una guerra mondiale che pure nessuno ha dichiarato e in cui le uniche vittime sono i civili, molti cittadini abbiano pensato che quelle istituzioni - le nostre istituzioni - non siano più in grado di risolvere questi problemi così complessi, hanno pensato che serva un sistema più semplice, meno complicato, con meno mediazioni, un sistema in cui qualcuno, qualcun altro, si prenda la responsabilità di decidere, per tutti.
Noi sappiamo che questa è la soluzione sbagliata, ma se tante persone, se milioni di persone - e non solo in Turchia - pensano che questa sia la soluzione, non possiamo fare finta di niente, non possiamo dire che sbagliano loro e che noi abbiano ragione. Dobbiamo capire perché, con il paradosso di usare gli stessi strumenti della democrazia, tante persone sono disposte a rinunciare a essa. E per spiegare questi fenomeni non bastano le aspirazioni di chi vuole comandare senza essere costretto da regole o il periodico riaffermarsi della richiesta di un "uomo forte", la responsabilità è anche nostra che non abbiamo saputo coltivare la democrazia, non abbiamo saputo farla crescere, farla diventare qualcosa di più.
Siamo rimasti fermi mentre il capitalismo, diventato sempre più globale e globalizzato, ha minato nel profondo la legittimità della democrazia. Il tema allora è cercare di capire come è possibile espandere la democrazia oltre le sue forme attuali, basate su un sistema di stati nazionali in cui ci sono sistemi multipartitici e una serie di regole che comprendono anche la possibilità di essere cancellate.
Forse è venuto il momento di pensare a qualcosa di molto diverso, perché il limite delle soluzioni proposte dalle più importanti forze politiche della sinistra europea - delle nostre proposte anche negli anni in cui ancora qualcosa dicevamo - è quello di stare completamente all'interno del "recinto" del pensiero liberaldemocratico. Anche se ci ponessimo l'obiettivo di estendere il controllo democratico sull'economia globale - e ormai i nostri governanti, anche quando si definiscono di sinistra, non lo vogliono fare davvero - come potrebbero i governi fermare gli speculatori che si muovono su un mercato internazionale, ormai fuori da ogni controllo legislativo nazionale?
Ancora dopo la fine della seconda guerra mondiale nel programma del Partito Socialista francese c'era la nazionalizzazione delle banche, delle compagnie assicurative e delle industrie strategiche, come quella dell'energia elettrica; il Labour party solo pochi anni fa ha tolto dal proprio statuto la clausola IV che prevedeva "la proprietà comune dei mezzi di produzione". Ora un governo socialista, anche volendolo, cosa potrebbe nazionalizzare? La finanza ha un'altra dimensione. Anche per questo, in sostanza nessuno mette più in discussione il quadro istituzionale dello stato democratico borghese.
Bisogna per questo tornare a Marx:
L'emancipazione politica è certamente un grande passo in avanti, non è, bensì, la forma ultima dell'emancipazione umana in generale, ma è l'ultima forma dell'emancipazione umana entro l'ordine mondiale attuale.
In sostanza il tema della libertà non può essere riferito esclusivamente alla sfera politica, ossia a principi fondamentali, come il rispetto dei diritti umani, le libere elezioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa; questioni comunque fondamentali per gran parte delle donne e degli uomini del pianeta, che non hanno raggiunto neppure questi obiettivi, ma non sufficienti, perché il rischio che si torni consapevolmente indietro, come è avvenuto in Turchia, è sempre più evidente.
Per queste ragioni Marx dice che la vera libertà sta nel cambiamento radicale dei rapporti sociali di produzione. Proviamo allora a pensare a una democrazia diversa, in cui le trasformazioni necessarie per promuovere i miglioramenti della condizione delle donne e degli uomini non passino soltanto attraverso le riforme politiche, ma coinvolgano anche gli stessi rapporti economici. Le persone che si rendono conto che solo un 1% prende le decisioni che interessano direttamente anche il restante 99%, ormai non si fidano più. E non li convinceremo dicendo che aumentando quella ridicola percentuale si possano risolvere i loro problemi. Anzi rischiamo che preferiscano rinunciare anche a quel po' di potere che hanno e decidano di cederlo a chi promette loro una soluzione più semplice.
Per questo c'è bisogno di rivoluzione, c'è bisogno di stravolgere i rapporti di forza economici, c'è bisogno di dire che la democrazia sarà effettiva solo in un sistema socialista.

lunedì 10 aprile 2017

Verba volant (374): sentenza...


Sentenza, sost. f.

Il fatto che la mia esperienza politica risalga al Pleistocene mi rende assolutamente incapace di comprendere quello che sta succedendo in questi giorni a Genova. Eppure ne ho viste. Ho visto vertici nazionali imporre candidati sindaci, sconosciuti o, se conosciuti, invisi alle realtà locali del partito, ho visto - anche se più raramente - candidati locali imporsi su scelte già maturate nei vertici di partito, ho visto - in qualche caso ho anche contribuito a fomentare e per lo più a sedare - conflitti, anche aspri; talvolta questi scontri, pur svolgendosi con il pretesto di ragioni ideali, erano unicamente legati ad ambizioni personali, a rancori covati per anni, a ragioni tutt'altro che commendevoli. Insomma ho conosciuto anche una politica che non mi piaceva, che non vorrei che tornasse, ma che capivo, mentre quello che succede adesso proprio non lo capisco.
A che titolo un giudice può decidere che il candidato sindaco di un partito sia Tizio piuttosto che Caio? E per quale ragione uno che vuole essere legittimamente candidato, che ha i titoli per diventarlo, una volta che il suo partito sceglie un'altra persona, decide di ricorrere al giudice? Sono pazzi, l'uno e l'altro, perché non può essere un tribunale la sede per scegliere un candidato, altrimenti non si capisce cosa serva e perfino cosa sia la politica. E immagino che domani qualcuno farà ricorso, e poi qualcun altro farà il ricorso del ricorso e così via, in una spirale potenzialmente infinita perché si tenta di aggiustare una cosa rotta con l'attrezzo sbagliato: non riuscirete a svitare un bullone con un cacciavite.
Si tratta ovviamente di un problema che riguarda prima di tutto quella specifica forza politica, che ha delle caratteristiche molto peculiari - un partito che rifiuta perfino di definirsi tale - e le cui regole sono allo stesso tempo molto rigide e molto aleatorie, visto che convivono da un lato sistemi di selezione delle candidature molto normati e dall'altro la facoltà del leader di fare il bello e il cattivo tempo. Ma è qualcosa che dovrebbe interessare tutti, perché evidentemente quello che succede a Genova riguarda la debolezza della politica - di tutta la politica - su uno dei punti fondamentali della sua azione, ossia proprio quello di come selezionare chi deve rappresentarci.
Nelle democrazie moderne tutti noi dovremmo fare politica, dovremmo occuparci della res pubblica, ne abbiamo il tempo e le capacità - per lo più ci manca la voglia - ma questo non confligge con il fatto che ci siano persone a cui chiediamo un impegno maggiore e diverso, persone a cui chiediamo di fare sintesi, che scegliamo ci rappresentino, a cui infine deleghiamo le scelte amministrative delle nostre città e del nostro paese. Ovviamente non si tratta di una delega in bianco, perché dobbiamo vigilare su come queste persone esercitano il mandato che abbiamo loro affidato. Tutto questo una volta avveniva attraverso i partiti politici, che erano gli strumenti di queste funzioni complesse e che io ho forse banalizzato per bisogno di sintesi. Abbiamo rinunciato ai partiti, anzi ci hanno convinto che i partiti sono "cattivi" perché limitano la nostra libertà di fare politica e adesso siamo a questo punto, al fatto che un giudice viene chiamato a risolvere una questione di cui non dovrebbe mai occuparsi.
Peraltro è curioso che in questo tempo di liberismo sfrenato, di dominio incontrastato della libertà individuale, tocchi a uno come me - che sono comunista - difendere una libertà "privata" dall'ingerenza dello stato, perché quella sentenza in sostanza è questo: l'intromissione di un potere estraneo, e tendenzialmente non democratico perché non scelto dai cittadini, in una questione che, pur avendo un interesse pubblico, è essenzialmente privata, perché devono essere i militanti, gli iscritti, gli aderenti - o come volte chiamarli - di quel partito a risolvere una questione del genere. Se non c'erano le condizioni all'interno del partito - come mi pare non ci siano - allora quella persona poteva candidarsi fuori del partito e quindi confrontarsi con il candidato "ufficiale" e i militanti avrebbero scelto l'uno o l'altro. E se avesse vinto il candidato "eretico" allora il vertice del partito avrebbe dovuto trarne le conseguenze. Questa è la politica come si faceva una volta, quella che io capisco. Qui invece si sostituisce la carta bollata alla politica, la sentenza di un giudice alle scelte delle donne e degli uomini che stanno in un partito. O in un non-partito.
Ovviamente a me non interessa chi sarà il candidato di quel partito a Genova, ma voglio difendere l'idea di politica. E dovrebbero difenderla prima di tutto quelli che la politica la fanno, quelli che dicono che la vogliono cambiare. E che facendo così rischiano solo di affossarla sempre di più, di distruggerla, facendo il gioco di chi in questi vent'anni ha distrutto i partiti, ha delegittimato la politica, ha minato le basi della democrazia. La politica merita di più di questo schifo.

venerdì 7 aprile 2017

Verba volant (373): follia...


Follia, sost. f.

In queste ore leggo molti commenti in cui Trump viene definito di volta in volta pazzo, imbecille, stupido; tra tante persone, anche intelligenti e consapevoli, sembra prevalere l'idea che gli Stati Uniti abbiano consegnato la valigetta che può innescare la fine del mondo a un folle incompetente o, nel migliore dei casi, a un guitto volgare e ignorante. Francamente se fosse così sarebbe perfino rassicurante: tolto di mezzo Trump avremmo eliminato il problema e il mondo potrebbe continuare ad andare avanti nella sua tranquilla rotazione intorno al sole. Non è così semplice e temo che questa sia una spiegazione semplicistica e autoassolutoria.
Magari Trump sarà un cattivo presidente, non è questo il punto, farà male quello che dovrebbe fare - decideranno tra quattro anni gli americani - ma fa quello che chi lo ha eletto, e soprattutto chi lo ha fatto eleggere, voleva che facesse. Serviva un presidente che tornasse a fare la guerra in Medio oriente, perché Obama non l'aveva fatta - o l'aveva fatta con poco impegno - perché chi lo aveva fatto eleggere aveva evidentemente altri interessi, in altre parti del mondo. Serviva un presidente che sostenesse l'industria dei combustibili fossili, serviva un presidente che imponesse dazi, serviva uno che facesse le cose che sta facendo Trump, che di suo ci mette un po' di colore, un buona dose di sguaiatezza, ma non la sostanza.
Questo tentativo di spiegare la storia attraverso le categorie della fisiologia e della psichiatria ci fa perdere il senso delle cose; e commettere gravi errori. Adolf Hitler non era un pazzo che per oltre un decennio ha tenuto in ostaggio il più grande, ricco e colto paese europeo del secolo scorso, ma un leader che seppe sfruttare sentimenti profondi dei suoi connazionali, della maggioranza dei suoi connazionali, idee radicate nel suo paese, a partire dall'antisemitismo. Sarebbe comodo pensare che la "soluzione finale" sia stata l'idea di quel dittatore, la pazzia di Hitler, ma se fosse stato così non si spiegherebbe come avrebbe potuto esserci Auschwitz, come avrebbe potuto esserci un sistema diffuso di campi di prigionia, che dovevano essere costruiti, sorvegliati, gestiti, organizzati e che effettivamente lo furono, con efficacia teutonica, da migliaia di persone. Il secondo conflitto mondiale non fu l'effetto della mania di grandezza di un solo uomo, ma l'esito di una serie di scelte collettive, perché gli industriali avevano bisogno della guerra per far crescere le loro aziende, perché i banchieri avevano bisogno del conflitto per aumentare i loro profitti, perché per milioni di tedeschi la guerra rappresentava un'opportunità che non vollero farsi scappare. Fu la Germania a volere la guerra e per questo i tedeschi scelsero Hitler.
La folla che applaudiva e faceva festa il 10 giugno 1940, in piazza Venezia e in migliaia di piazze italiane collegate via radio, all'annuncio di Benito Mussolini che l'Italia entrava in guerra non era stata costretta: nessun regime avrebbe potuto organizzare quel sostegno popolare, quelle manifestazioni. Molti italiani si erano convinti, si erano fatti convincere, che la guerra avrebbe risolto i loro problemi. E infatti il regime cadde quando quegli stessi italiani si resero finalmente conto che non era vero, che la guerra aveva peggiorato le loro vite. Ma ci vollero anni, e appunto una guerra terribile.
Ovviamente possiamo continuare a ridere di Trump oppure possiamo continuare a considerarlo un folle pericoloso, ma se non riconosciamo che non è Trump a decidere se fare la guerra, ma siamo anche noi, allora tra quattro anni ci troveremo qui a discutere allo stesso modo di uno che verrà dopo Trump, che non sarà Trump, ma farà le stesse cose di Trump. E noi qui a guardare, senza capire, senza voler capire che il vero scontro non è quello tra gli Stati Uniti e la Russia - come non era quello tra Francia e Germania nel secolo scorso - ma tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati, tra padroni e lavoratori. Forse allora i veri folli siamo noi.

giovedì 6 aprile 2017

Verba volant (372): guerrafondaio...


Guerrafondaio, sost. m. 

Secondo la vulgata, pedissequamente riportata da tutti i mezzi di informazione italiani, il fatto che Trump abbia rimosso Stephen Bannon dal Consiglio per la sicurezza nazionale sarebbe una buona notizia. Non so: mi permetto di avere qualche dubbio.
Ovviamente non ho alcuna simpatia per Bannon; come i fratelli Blues, odio i nazisti dell'Illinois, e anche quelli della Virginia. Però leggendo i commenti alla notizia pare che la scelta sia motivata non tanto dalle idee di Bannon, ma dal fatto che sarebbe stato l'unico consigliere "politico" in quel consiglio. Questa rimozione in sostanza avrebbe sanato un'anomalia, perché la politica "pura" non può stare in un organo in cui si discute delle scelte strategiche su sicurezza e relazioni internazionali. Mi pare una posizione bizzarra, anche se naturalmente è in linea con i tempi in cui viviamo. Ripeto, a scanso di equivoci, non condivido le scelte politiche di uno come Bannon, anzi ho paura delle scelte politiche di uno come Bannon, ma so anche che Bannon rappresenta milioni di cittadini americani, probabilmente una parte consistente, se non maggioritaria, di quel paese e non capisco per quale motivo non dovrebbe avere i titoli per sedere in quell'organo. Se la politica non decide di sicurezza e di relazioni internazionali cosa ci sta a fare. E chi dovrebbe occuparsi di questi temi? Un generale? E in base a quale mandato? Per rispondere a chi?
Già negli anni Cinquanta un uomo come Dwight Eisenhower - che immagino nessuno possa accusare di appartenere alla Terza Internazionale - puntò il dito contro quello che egli chiamava il complesso militare-industriale, ossia quella somma di interessi che ha da guadagnare più dalla guerra che dalla pace e che quindi lavora costantemente affinché da qualche parte nel mondo si combatta, perché la guerra genera ricchezza. Eisenhower ne parlava con cognizione di causa: era stato un militare, anzi il comandante delle forze alleate in Europa durante la seconda guerra mondiale, e fu successivamente un politico, anzi il presidente degli Stati Uniti. Immagino conoscesse nome per nome le persone che preferivano la guerra alla pace, a partire dal suo giovane vicepresidente Richard Nixon e da un suo brillante consigliere come Henry Kissinger.
Evidentemente non è cambiato molto, anzi le cose sono molto peggiorate da quando Ike, lasciando la presidenza, metteva in guardia il suo paese da queste forze. Anche perché ora ci sono altri soggetti che ci guadagnano con la guerra, oltre agli industriali e ai generali; quanti giornalisti hanno costruito le loro fortune grazie alla guerra e ora ripagano il proprio debito costruendo notizie false in modo da influenzare l'opinione pubblica contro questo o quel nemico, magari tirando fuori opportunamente le foto di bambini morti in un qualche scontro. I bambini morti riescono a smuovere le coscienze quasi quanto i cani maltrattati. E poi ci sono gli analisti, gli esperti di geopolitica, la compagnia cantante dei "tecnici", sempre pronti a spiegarci la "verità" e l'ineluttabilità dei conflitti che dovremo combattere. Con tutta evidenza in questi giorni stanno preparando un conflitto: c'è già stato "l'incidente del golfo del Tonchino", ci sono già gli "esperti" al lavoro per spiegarci che Assad è un pericolo per la pace del mondo, ci sono già i generali in armi e soprattutto ci sono già gli industriali che vedono crescere i loro fatturati.
E non vorrete che la politica interferisca: la guerra è una cosa troppo redditizia per lasciarla in mano ai politici.

mercoledì 5 aprile 2017

Verba volant (371): metropolitana...


Metropolitana, sost. f.

Qualche settimana fa uno studente di New York, mentre andava in metropolitana, ha scattato questa foto e, come fanno tutti i suoi coetanei - e non solo - l'ha immediatamente condivisa sui social. Il suo obiettivo non era quello di ottenere molti like per un'immagine curiosa, ma quello di protestare, attraverso questa foto, contro Trump e contro l'America di Trump, l'America dei muri, l'America razzista e bigotta che ha votato per quel presidente. Naturalmente in tanti hanno condiviso la foto e lo spirito ottimista e democratico di chi l'ha scattata, ma molti altri hanno visto in questa immagine il segno della decadenza di quel paese e della nostra società. Inevitabilmente questa foto dà fastidio a tante persone, per i motivi più diversi, molti si sentono offesi a vedere una donna che indossa un niqab e altrettanti - spesso gli stessi - detestano quel ragazzo che indossa abiti femminili. Poi ci sono quelli che trovano normale che una donna indossi quel pesante velo, anzi pensano che sia l'unico abbigliamento adeguato a lei e considerano sacrilega l'altra persona, mentre ci sono altri che trovano normale che un uomo indossi gonna e parrucca e un'offesa ai diritti delle donne il velo imposto da una religione. Questa foto divide, anche se vorrebbe unire.
Sappiamo che la "rossa" ritratta nella foto l'ha apprezzata, l'ha condivisa e ha contribuito a diffonderla: chissà se in qual momento si era accorta della donna accanto a lei, probabilmente no, visto che era tutta impegnata a digitare sul suo smartphone. Invece è più che probabile che la donna che indossa il niqab si sia accorta della sua vistosa compagna di viaggio; e chissà chi si è seduta per prima. Non sappiamo neppure cosa ne pensi di questa foto, non sappiamo se ha un profilo, chissà se ha saputo di essere l'involontaria causa di un dibattito che è arrivato fin qui.  
Come immaginate, non ho mai avuto la fiducia del dottor Pangloss che questo sia il migliore dei mondi possibili e anzi, più passa il tempo, più mi sembra che questo sia il peggiore. Poi so bene che dobbiamo fare i conti con i nostri mondi reali, così imperfetti, e francamente quello in cui questa foto può essere scattata, quello in cui quelle due persone così diverse possono viaggiare insieme, una accanto all'altra, in metropolitana, vestite così, mi sembra il migliore dei mondi probabili. E, nonostante tutto, credo sia da difendere la libertà delle persone di vestirsi come vogliono, anche quando pensiamo sia sbagliato. Quindi, finché possiamo, difendiamo questo mondo qui, prima che ce lo tolgano.
Poi posso immaginare un mondo possibile, anzi lo devo fare perché me lo impone la mia passione per la politica, che non è altro che questa ricerca, incessante e spesso infruttuosa, del miglior mondo possibile. E in questo mondo possibile vorrei che quelle due persone non fossero costrette a vestirsi così. Ovviamente avrebbero tutto il diritto di farlo, se questa fosse davvero la loro convinzione, se questa fosse una loro decisione, se questo le facesse stare bene, se non fosse un'imposizione o una divisa. Sappiamo bene che il niqab è non solo il segno esteriore dell'adesione a un'antica e radicata fede religiosa, ma una forma di violenza contro le donne, il simbolo di un'idea ben radicata, anche nella nostra società, ossia che le donne hanno meno diritti e qualche dovere in più rispetto ai maschi.
Quelle due persone hanno in comune più di quello che la foto sembra suggerire. Perché in fondo anche quel trucco eccessivo, quella parrucca e quel vestito dai colori chiassosi sono un modo per nascondersi, per non farsi vedere, perché quello che sei non è ancora del tutto accettato, nonostante i tanti proclami, nonostante le tante conquiste fatte. Ho l'impressione che quel vestito sia una forma di difesa da un mondo che ancora respinge le persone omosessuali, perché il potere è sempre in mano ai maschi e la cultura dominante è, nonostante quello che proviamo tutti i giorni a fare, troppo maschilista e troppo omofoba. E' la stessa cultura che impone il niqab e la paillettes, salvo poi essere pronta a bruciare l'una e l'altra cosa, in nome di una purezza vagheggiata e ipocrita.
Questa foto è certo un segno di libertà, ma anche quello di una sconfitta, o almeno di una lotta non ancora vinta e che in qualche modo sentiamo che diventa sempre più dura da combattere, aspettando il migliore dei mondi possibili.

martedì 4 aprile 2017

Verba volant (370): olivo...


Olivo, sost. m.

Pianta inviolabile, spontanea,
terrore delle armi nemiche,
più rigogliosa qui che altrove,
fronda d'olivo che luccica e nutre;
né giovane né vecchio col cenno della mano
la può annientare, dopo averla incendiata.
Così Sofocle nell'Edipo a Colono parla di questa pianta così sacra per gli antichi greci. In pochi versi il poeta racconta tante storie, che il suo pubblico conosce assai bene: Atena che dona alla città il primo olivo, che ancora dà frutti sull'Acropoli; la decisione degli ateniesi di far nascere da quel primo albero le tante piante sacre che si trovano in Attica, inviolabili a norma di legge; Serse che ordina di dare alle fiamme l'olivo dell'Acropoli, rinato poi miracolosamente dalle proprie ceneri; il re di Sparta Archidamo che impone al proprio esercito vittorioso il rispetto del divieto di tagliare gli olivi della sconfitta Attica.
Anche per questo fanno bene in Salento a difendere i loro olivi e tutti noi dobbiamo essere grati a quelle donne e a quegli uomini per la battaglia difficile che stanno combattendo; lottano per la loro terra, per il futuro dei loro figli; e anche per noi. E' una lotta giusta, al netto dei demagoghi, di quelli che la cavalcano, di quelli che si scoprono oggi capipopolo mentre hanno incarichi istituzionali e non hanno mai levato una voce contro il sistema che vuole questo scempio.
Non sono questi personaggi da commedia che indeboliscono questa battaglia. Temo invece che proprio gli elementi che danno forza a quella lotta ne segnino anche la sua intrinseca debolezza. Infatti è riduttivo pensare che battersi contro la costruzione di quel gasdotto abbia il solo scopo di difendere il Salento, così come è sbagliato credere che la lotta contro il Tav debba essere fatta soltanto per tutelare la Val di Susa. Non credo sia un caso che queste due battaglie, probabilmente tra le più significative per le implicazioni politiche e sociali della nostra storia recente, avvengano in due aree così "lontane" dal resto del paese, due regioni in qualche modo poco italiane e la cui identità culturale è così forte e radicata. Questo naturalmente rafforza la lotta, perché segna un forte elemento di coesione, che è indispensabile per sostenere questo scontro così duro, di fronte a nemici così forti, ma ne è appunto il limite. Perché i nemici - i nostri comuni nemici, ossia quelli che vogliono il treno ad alta velocità, quelli che vogliono il gasdotto che dall'Azerbaigian arriva al Salento, quelli che vogliono le grandi opere, quelli che consumano i beni comuni e sfruttano il territorio - possono riuscire più facilmente a dire che si tratta di una rivendicazione locale, possono smontarne la portata politica; e più facilmente possono tentare di spezzare la nostra coesione, perché a fronte di un territorio che non vuole l'alta velocità o non vuole il gasdotto se ne può trovare un'altro che quelle opere le vuole, ingannato dalla falsa idea di progresso che queste sembrano portarsi dietro, dalle promesse che tali opere porteranno lavoro e ricchezza.
Il problema del gasdotto Tap non è quello che la sua costruzione distruggerà gli olivi del Salento, o meglio non è solo quello, anche se questo è il motivo che serve a mobilitare tante energie, dentro e fuori quella terra. Secondo la propaganda di chi vuole costruire il gasdotto questa sarebbe la migliore soluzione possibile per sottrarci alla dipendenza del gas russo. Questa è una prima menzogna. Le riserve di gas dell'Azerbaigian sono state sovrastimate e adesso sappiamo che ce n'è molto meno di quello che sarebbe giustificato dalla costruzione di questa infrastruttura, mentre il Turkmenistan ha deciso di vendere il proprio gas a est e infatti stanno costruendo un gasdotto che va in quella direzione. Alla fine il gasdotto transadriatico sarebbe utilizzato prevalentemente da Gazprom, che ha già firmato delle intese con Turchia e Grecia per costruire dei gasdotti in quei paesi, che si potrebbero facilmente collegare con il Tap. Ma in fondo non è neppure questo il vero problema, anche se ovviamente dovrebbe essere un tema di riflessione il fatto che i nostri principali fornitori di gas siano paesi - come la Russia, l'Azerbaigian o la Turchia - governati da regimi autocratici, che finiremmo per sostenere, acquistando il loro gas.
Costruire questo - o qualsiasi altro - gasdotto non serve a tutelare una fantomatica "sicurezza energetica", che nessuno sa spiegare cosa esattamente sia. Eppure sicurezza è una sorta di parola passepartout, che serve a giustificare ogni violazione del diritto da parte dei governi. Ecco un'altra menzogna: questo gasdotto non serve a tutelare la sicurezza energetica dell'Europa, perché già più del 60% del gas e dell'80% del petrolio venduti in Europa vengono dai paesi del sud del mondo o dalla regione del Caspio. Giustificare nuovi investimenti in questi paesi e nuove infrastrutture in Europa per garantire che petrolio e gas possano alimentare il mercato europeo è solo una scusa per continuare a ledere i diritti delle comunità che vivono dove questi combustibili vengono estratti. La vera questione è che costruire adesso un nuovo gasdotto vuol dire non rendersi conto - non voler rendersi conto - che tutti i combustibili fossili, gas compreso, stanno per finire e che quindi occorre investire in forme diverse di energia.
Concentrare la nostra attenzione sul Salento, sui suoi olivi secolari, su quel territorio unico, che sarebbe stuprato dalla costruzione del Tap, non può farci dimenticare che il Tap è un male in sé. Parliamo pure degli olivi, parliamo pure del Salento, visto che questo ci serve a fermare quell'opera, ci serve a conquistare attenzione, ma ricordiamo che il Tap non diventerebbe bello se invece di essere costruito in Salento arrivasse in qualche altro pezzo della costa adriatica, dove non ci sono quei bei olivi e dove ci sono già impianti industriali, magari dismessi, dove l'ambiente è già stato compromesso dai troppi sì che abbiamo detto in questi decenni.
La battaglia che dobbiamo condurre, anche a partire da un'emergenza assolutamente locale, come quella della difesa di una parte preziosa e fragile del nostro paese, è quella contro un capitalismo rapace che non sa immaginare altro che lo sfruttamento dei combustibili fossili. Vorrà dire qualcosa se il governo statunitense più ultracapitalista dai tempi di Reagan ha deciso di sostenere l'industria del carbone o se le grandi aziende russe guidano la politica estera del loro paese affinché siano garantite le rotte di comunicazione per il loro gas. Il Tap fa tanto male al Salento quanto è un pericolo per le persone che abitano a Baku, per gli agricoltori turchi e gli allevatori greci che vivono lungo il suo tracciato, per la regione di Seman in Albania, dove il Tap si getta in mare, e noi - anche noi che viviamo lontano da quelle terre - dobbiamo riuscire a fermarne la costruzione per proteggere il futuro nostro e loro.
La distruzione degli olivi del Salento è un danno collaterale. La vicenda del Tap è gravissima perché su una questione centrale come l'energia le decisioni fondamentali non vengono prese neppure dai governi - figurarsi poi dalle istanze democratiche più vicine al territorio - ma da poteri che rispondono unicamente a una logica di profitto, che sono capaci di controllare una risorsa, di cui prima ci hanno fatto diventare dipendenti e che poi hanno fatto diventare scarsa. Il Tap è un pericolo perché è un elemento di questo disegno, in cui i rischi vengono messi in conto alla collettività, i guadagni sono tutti dei grandi capitalisti e noi cittadini ci ritroviamo a pagare per un bene che, oltre tutto, danneggia il territorio in cui viviamo e pregiudica per sempre il futuro dei nostri figli.
Però è una battaglia molto difficile, sempre più difficile; e non so se ci sarà un poeta che canterà un giorno questa resistenza, non so se avremo la forza di raccontare ancora le storie dei nostri olivi.

sabato 1 aprile 2017

Verba volant (369): capello...


Capello, sost. m.

Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que' regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto.
Alessandro Manzoni racconta con spietata precisione la violenza psicologica subita dalla piccola Gertrude, a cui nessuno disse mai che sarebbe dovuta diventare una monaca, anche se avevano già deciso per lei, prima ancora che nascesse, che quello sarebbe stato il suo destino. La giovane Gertrude non ebbe il coraggio e la forza di ribellarsi a questo stato di cose, perché la sua famiglia non la considerava una persona, ma una cosa, di cui poter disporre, con la scusa - e la convinzione - che lo stavano facendo per il suo bene. E forse alla fine lei stessa si era convinta che fosse così.
Certamente anche i genitori della ragazza di 14 anni che vive a Borgo Panigale, alle porte di Bologna, sono convinti di agire per il suo bene, ma esprimono la stessa violenza, la stessa brama di possesso. Stavolta però qualcosa è cambiato. La nuova Gertrude ha sentito questa costrizione come inaccettabile e si è ribellata; e allora è stata punita più duramente, ma ha avuto comunque il coraggio di parlare e ha trovato - per fortuna, ma non sempre succede purtroppo - nella scuola e nei servizi sociali persone capaci di ascoltarla. Gertrude è stata tolta alla famiglia e comincerà ora un cammino difficile, in cui speriamo non sia lasciata sola.
Non siamo ipocriti: parliamo di questa vicenda soltanto perché la famiglia di Gertrude è di origine bengalese e di religione musulmana e perché il motivo del contendere è l'imposizione di portare il velo, obbligo a cui la ragazzina si sottraeva non appena usciva di casa. Ci interessa questa storia solo per esercitare il nostro senso di superiorità verso gli stranieri e per dire quanto sia negativa l'influenza della religione - e di quella religione in particolare - sulla nostra società. Se la famiglia fosse stata ebrea o cattolica non ci sarebbero stati i titoli in prima pagina, ma solo in cronaca; se fosse stata italiana non ne avremmo parlato per niente. Invece è giusto parlarne, perché la questione non riguarda la religione o l'accoglienza degli stranieri - come pure scioccamente si è fatto in queste ore - ma l'educazione dei nostri figli, e in particolare delle giovani donne. Forse qualcuna di voi che leggete queste riflessioni è stata rimproverata - o magari ha preso uno schiaffo, una volta non era così infrequente - per essersi truccata di nascosto appena uscita di casa, anche se sapevate che i vostri genitori non volevano. E forse, diventate madri, guardate ai profili social delle vostre figlie con lo stesso timore con cui i vostri genitori vi guardavano uscire.  
La famiglia di Gertrude non ha gli strumenti per educare quella giovane donna, ha paura del mondo - una paura spesso giustificata - ma non capisce che non è attraverso questa forma di violenza che può difendere quella ragazza, che dovrà comunque affrontare questo mondo, e lo affronterà tanto meglio quanto più i suoi genitori saranno riusciti a darle gli strumenti per farlo. In questa vicenda la vera sconfitta - vorrei dire la vera vittima - non è tanto Gertrude, che è una ragazza tenace, che a scuola ha buoni voti, che sa relazionarsi con i suoi coetanei, che ha coraggio - più coraggio di quanto ne abbiano avuto le due sorelle più grandi - ma la madre di Gertrude, che per paura del mondo, per paura di perdere il controllo sulla propria figlia, per incapacità di capire che il mondo è diverso da quello in cui lei è cresciuta, non ha trovato altro modo che quello di tagliarle i capelli. Non so se sia troppo tardi per cercare di aiutare la madre, per cercare di educarla; forse sì, forse il modo in cui si è sviluppata questa storia renderà più difficile tornare indietro, forse il fatto stesso che in tanti ne parliamo - spesso a sproposito, mettendo in mezzo cose che non c'entrano, come la sua religione - non ci permetterà di aiutare come dovremmo la madre di Gertrude, però io credo sarebbe adesso la cosa più urgente.
La speranza è che Gertrude sia una madre migliore di quella che ha avuto lei: questo dipende molto da lei, dalla sua intelligenza e dalla sua forza. Ma un po' dipende anche da noi, perché non possiamo tirarci del tutto fuori da questa storia. Se la madre di Gertrude è così, si comporta così, è anche perché il mondo là fuori fa decisamente schifo, è sessista, misogino, pieno di violenza verso le donne, e di questo ciascuno di noi porta una parte di responsabilità. Rendere il mondo un posto un po' più sicuro dove Gertrude possa crescere è anche compito nostro.