martedì 28 marzo 2017

Verba volant (368): competente...


Competente, agg. m e f.

Non entro nel merito delle ultime nomine fatte dal governo per le aziende di cui dispone della maggioranza delle azioni: per parafrasare il duca di Mantova questo o quello per me pari sono, tanto non cambia la musica, anche quando cambia il lottizzatore del momento. E questo ragionamento vale per tutte le aziende pubbliche e private.
Infatti vi voglio far notare una curiosa contraddizione. Una delle tesi che va per la maggiore da parecchi anni è che i governi in generale - e il nostro in particolare - facciano così schifo perché non sono composti da persone competenti, persone che conoscono la materia dei dicasteri che sono a loro affidati, tanto che in maniera ricorrente si vagheggia la necessità di un governo di "tecnici". In Italia lo abbiamo sperimentato, con esiti nefasti, ma non è questo il tema. Invece la stessa competenza non è richiesta alla guida delle imprese.
Nessuno ha da ridire che Alessandro Profumo, il nuovo amministratore delegato di Leonardo, un’azienda che produce aeroplani, elicotteri, sistemi di difesa, sia una persona che fino a oggi ha gestito, in maniera non sempre brillante a dire il vero, delle banche. Il nuovo presidente di Alitalia sarà Luigi Gubitosi, uno che è stato amministratore della Rai, mentre Matteo del Fante guiderà la società che gestisce il servizio postale, mentre si è occupato fino ad ora di tralicci elettrici. Per non parlare di Montezemolo che pare possa guidare qualunque azienda, da una che fa poltrone a una che gestisce il trasporto ferroviario. Curiosamente per il mondo della finanza, delle banche e delle grandi imprese le competenze non servono più, non serve che uno sappia come si costruiscono automobili per diventare amministratore delegato di una fabbrica che le costruisce, mentre i giornali - casualmente di proprietà di aziende come la Fiat - hanno costruito campagne contro un ministro dell’istruzione non laureato o un ministro della sanità che non è un medico.
Provate a guardare gli elenchi degli uomini e delle poche donne che siedono nei consigli di amministrazione delle imprese italiane e leggerete spesso gli stessi nomi, che si nominano di volta in volta a questa presidenza o a quella direzione generale. Viene il sospetto che la tanto decantata meritocrazia sostenuta da questi signori valga sempre per gli altri.
A me non interessa che il ministro della sanità sia un medico, anzi diffido quando lo è, perché temo farà prevalere gli interessi della sua casta su quelli dei pazienti, mentre mi interessa che abbia idee precise su quale deve essere il ruolo del pubblico in questo settore. Ad esempio i nostri governi mi fanno così schifo perché i ministri della sanità - di centrosinistra, di centrodestra e tecnici - hanno avuto l’obiettivo di smantellare il sistema sanitario pubblico a favore di quello privato, hanno sviluppato una linea politica che esattamente opposta a quella che io credo giusta. Magari prendendo ordini direttamente dagli "incompetenti" a capo delle aziende che lucrano sulle nostre malattie. Che domani saranno chiamati a guidare le banche a cui affidiamo i nostri risparmi o le fabbriche in cui lavoriamo. 
Tanto l’unica cosa importante del loro curriculum è sapere che saranno fedeli esecutori delle leggi del capitale.

sabato 25 marzo 2017

Verba volant (367): trattato...


Trattato, sost. m.

Uno dei luoghi comuni più abusati è che l'Unione europea, di cui si festeggiano con scarso entusiasmo, ma con nauseante retorica, i sessant'anni, avrebbe garantito la pace in Europa. Come spesso succede agli espedienti retorici si tratta di una menzogna. L'Unione europea, nelle sue varie denominazioni a partire da quella di Comunità economica europea, nata appunto il 25 marzo 1957 con i Trattati di Roma, è stata lo strumento che ha garantito che Francia e Germania non continuassero a battersi per il controllo del Reno e delle moltissime ricchezze naturali che si trovano nel suo bacino, che è da sempre il confine contrastato di queste due potenze. Questo è il conflitto che ha caratterizzato per secoli - pur con motivazioni esplicite diverse - la storia del nostro continente. Si tratta evidentemente di un risultato importante, a suo modo storico, che ha cambiato le nostre vite - perché la nostra è la prima generazione che non ha corso il pericolo di morire in guerra - ma scambiare questo accordo di non belligeranza per la pace - magari con la p maiuscola come vorrebbero farci credere gli ormai esangui aedi dell'europeismo - è un errore che non possiamo più commettere.
In questi sessant'anni l'Europa non è stata in pace, ha soltanto spostato da un'altra parte i suoi conflitti. I capitalisti della Francia e della Germania e degli altri stati più piccoli, alleati di volta in volta con l'una o l'altra di queste potenze - oltre naturalmente a quelli del Regno Unito - alla fine della seconda guerra mondiale hanno capito che continuare a far combattere gli uni contro gli altri gli stati in cui avevano sede le loro industrie e le loro banche alla fine li avrebbe soltanto danneggiati. Per continuare a difendere i propri privilegi e le proprie ricchezze - anche perché si stavano affacciando da oltre oceano nuovi e molto più terribili concorrenti - era necessario smettere di lucrare sulle guerre tra gli stati europei, ma concentrarsi sul vero conflitto che a loro da sempre importava, ossia quello contro i poveri, contro le masse, sfruttando le quali essi potevano continuare a mantenere e ad accrescere le proprie ricchezze.
In questo 2017 ricorderemo un anniversario ben più significativo per la storia europea che non la firma dei Trattati di Roma: cent'anni fa scoppiò la Rivoluzione d'ottobre e quel fatto cambiò davvero le cose perché la possibilità concreta che il socialismo potesse vincere, non solo in Russia, ma in tutta Europa, mise in moto una reazione delle forze del capitale di cui ancora oggi subiamo le conseguenze, e di cui l'Unione europea è solo uno degli strumenti. Sarebbe interessare riflettere se quella possibilità realmente ci fu - personalmente non ne sono certo - ma evidentemente per molte persone allora era qualcosa di possibile, una speranza e una paura concrete.
Il capitalismo anche per reagire a quella scossa capì che continuare a combattersi sarebbe stato pericoloso per la propria sopravvivenza e poi il mondo stava cambiando, non era così fondamentale controllare la via d'acqua del Reno, mentre si facevano avanti nuovi mezzi di trasporto, e perfino il carbone e l'acciaio non erano più quei beni primari che permettevano di vincere - o di perdere - una guerra: nel mondo che cambiava era molto più importante controllare le informazioni che il carbone. I capitalisti, molto prima dei socialisti, capirono che potevano vincere proprio gestendo meglio questi cambiamenti e lo seppero fare. E in questi sessant'anni hanno vinto, anche grazie all'Unione europea, anche grazie al fatto che noi abbiamo creduto alle loro menzogne. Per questo non c'è ragione di festeggiare una loro vittoria, non c'è ragione di festeggiare la "loro" Europa. Qualcuno, prima o poi, dovrà costruire un'altra Europa, ma dobbiamo essere consapevoli che sarà possibile solo passando per un conflitto, perché non si arrenderanno tanto facilmente. Prima o poi dovremo violare i "loro" trattati, dovremo rompere la "loro" pace.          

venerdì 24 marzo 2017

Verba volant (366): funerale...


Funerale, sost. m.

Spero mi perdonerete una riflessione personale: ve lo dico sempre che Verba volant è un dizionario molto particolare.
Oggi abbiamo salutato per l'ultima volta mio zio Franco. La morte è traumatica per definizione, ma Franco è morto in maniera serena, dopo una vita lunga; infatti tra le persone arrivate per il saluto laico a Franco, per lo più suoi coetanei o poco più giovani di lui, più che tristezza c'era quel senso di realistica consapevolezza con i cui i nostri vecchi - così poco filosofi, ma così saggi - sanno affrontare la morte. La loro tristezza più viva, la loro maggiore preoccupazione, era rivolta a mia zia, che rimane, malata e senza il compagno di una vita.
Uno dei miei cugini ci ha fatto notare che con Franco scompare l'ultimo della generazione dei nostri padri. Rimangono ancora quasi tutte le madri - le donne si sa vivono di più e quelle sono di una generazione particolarmente resistente - ma certo questa morte segna uno spartiacque: adesso tocca a noi, tocca a uno della nostra generazione, visto che siamo diventati i più vecchi della nostra famiglia. E siamo quasi tutti maschi, cinque contro una sola cugina. Naturalmente lo sapevamo anche prima di oggi che stiamo invecchiando. Visto che non ci vediamo molto spesso tra cugini, quando capita di rivedersi - spesso in occasioni come queste - ci riconosciamo invecchiati negli occhi degli altri; io vedo i loro figli crescere, tutti vediamo i peli che diventano grigi. Un cugino già parla dei pochi anni che gli mancano per andare in pensione: sì, siamo decisamente invecchiati e siamo consapevoli che comincia un nuovo giro.
Ma in un giorno come questo ti rendi conto di cosa sia la storia soprattutto perché ti capita di incontrare lontani parenti e vecchi amici dei tuoi genitori che ti salutano non chiamandoti per nome, come fanno le persone che ti conoscono, con cui lavori - o voi che leggete queste robe che scrivo - ma ricordandoti che sei il figlio di tuo padre o di tua madre. A me fa piacere quando qualcuno mi si avvicina, mi saluta e mi chiama "il figlio di Luigi", mi sento di appartenere a una storia, perché immagino che anche di mio padre dicevano che era figlio di mio nonno e così via. Poi naturalmente ciascuno di noi risponde per quello che lui ha fatto o non ha fatto, per le cose buone e quelle cattive, di quelle siamo responsabili noi, e solo noi, ma c'è qualcosa di rassicurante nel sapere che tu sei parte di una lunga vicenda umana e probabilmente, nonostante quello che pensi, non sei neppure la parte più significativa.

giovedì 23 marzo 2017

Verba volant (365): vizio...


Vizio, sost. m.

Ho trovato stucchevoli e ipocrite le sdegnate reazioni patriottarde alla frase di Jeroen Dijsselbloem sull'Europa del sud che "spende tutti i soldi per alcol e donne e poi chiede aiuto". Non ha poi tutti i torti il ciarliero politico olandese; anche se non voleva avere ragione, anche se voleva solo offendere, per farsi un po' di pubblicità tra i suoi concittadini, che evidentemente hanno di noi questa pessima opinione. Si tratta naturalmente di una frase da campagna elettorale - volgare come spesso succede in occasioni del genere - peraltro pronunciata fuori tempo massimo, perché nei Paesi bassi le elezioni ci sono appena state e il partito di Dijsselbloem le ha perse in maniera molto netta. La frase del presidente dell'Eurogruppo, oltre a essere arrivata tardi, è volutamente ambigua, perché perfino lui sa che i governi dell'Europa del sud - ossia quelli che chiederebbero gli aiuti che lui ha il compito di negare - non sperperano i soldi pubblici in simili vizi, semmai traggono lauti guadagni da questi vizi pubblici dei loro cittadini. Dijsselbloem però ha un po' di ragione, perché i poveri - specialmente i maschi poveri - spendono il poco che hanno in alcol, tabacco, gioco e prostituzione, sperperano di più in proporzione rispetto a chi è ricco, e siccome nei paesi dell'Europa del sud c'è maggior povertà queste spese incidono in maniera maggiore. Il buon Jeroen ha dimenticato però che succede lo stesso anche nella "virtuosa" Europa del nord. Il problema non l'Europa del sud o del nord, ma quella dei poveri. I cittadini europei non sono diversi perché nati a Napoli o ad Anversa, ma perché alcuni, pochissimi, sono ricchi e altri, moltissimi, poveri.
Ci sono naturalmente degli studi e delle statistiche, ma credo sia sufficiente che andiate un po' in giro per rendervi conto di quello che dice Dijsselbloem. Andate a fare la spesa al Lidl invece che da Eatitaly e vedrete che disponibilità di alcolici e superalcolici c'è sugli scaffali di quella catena di supermercati e osservate chi riempie i carrelli di bottiglie, spesso di poco prezzo: da sempre ubriacarsi è un vizio da poveri. Andate nei bar della periferia e osservate le persone che stanno tutti i giorni, tutto il giorno, attaccati alle slot: sono spesso anziani, spesso persone deboli, spesso emarginati, spesso gli stessi che ritroviamo in fila davanti agli sportelli dei servizi sociali. Ho già citato questo studio, ma giova ripeterlo: nei paesi africani in cui anche le donne possiedono dei piccoli appezzamenti di terra, quando i raccolti delle donne vanno meglio crescono le spese per il cibo, mentre quando sono gli uomini a guadagnare di più crescono quelle per alcol e tabacco. In Grecia si sono resi conto che la crisi era arrivata davvero perché, a differenza degli anni precedenti in cui la povertà comunque cresceva, ma senza gettare nella fame quel popolo, stavano diminuendo anche le spese per il gioco.
L'ipocrisia di Dijsselbloem e di quelli che l'hanno criticato sta nel fatto che tutte le loro azioni sono finalizzate a far crescere la povertà. Nel nostro paese lo stato si finanzia con la vendita dell'alcol e del tabacco e soprattutto con il gioco d'azzardo; il governo italiano agisce come un estorsore, spesso in società con la criminalità organizzata, per far crescere il gioco proprio nelle zone più povere e degradate delle nostre città e quindi ha interesse che le periferie rimangano tali, ha interesse che i poveri continuino a sperperare i loro pochi soldi, perché su questo si alimenta. Solo sulla prostituzione il governo non interviene, perché la chiesa non vuole, e i "bravi" cattolici possono andare a puttane, tanto dopo c'è il perdono, ma non possono guadagnarci. 
Dijsselbloem e quelli come lui che l'hanno criticato - anch'essi con un occhio ai sondaggi delle campagne elettorali - sono impegnati ogni giorno a costruire una società maschilista e povera: almeno abbiate la decenza di non far finta di indignarvi.      

lunedì 20 marzo 2017

Verba volant (364): corrompere...


Corrompere, v. tr.

Non mi interessa affatto quello che è successo a Minzolini, anche se questa definizione parte proprio da lui. Ovviamente mi dispiace che i senatori, a maggioranza, non abbiano votato per la sua decadenza, ma non per rispetto alla norma, per semplice acrimonia. Se fossi stato senatore, non avrei letto nulla, non avrei avuto un dubbio: avrei votato a favore della decadenza per puro spirito di vendetta. Io concordo con il "compianto" Previti: non bisogna fare prigionieri. E sono certo che Augusto, in cuor suo, mi può capire.
Detto questo credo di dover dire che c'è parecchia ipocrisia intorno a questo voto e soprattutto sulla norma - la legge n. 190 del 2012 - che l'ha permesso. Immagino che per molti cittadini, come per molti "addetti ai lavori", probabilmente anche per molti di quelli che l'hanno votata, la cosiddetta legge Severino - dal nome della ministra della giustizia del governo Monti - sia soltanto la norma che ha permesso di cacciare Berlusconi dal senato e di non farlo più candidare in tutte le elezioni del regno.
Non prendiamoci in giro: la Severino è stata una legge contra personam e siccome la personam era quella, ci siamo fatti andare bene anche quella legge. Eravamo circa a un anno dalla decisione - quantomeno irrituale, se non anticostituzionale - dell'allora presidente della Repubblica di nominare Mario Monti prima senatore a vita e poi presidente del consiglio, nonostante ci fosse un governo in carica legittimamente votato dai cittadini, per quanto indebolito, per quanto malvisto dai colleghi europei. e serviva, specialmente dopo i duri colpi di bastone della legge Fornero, offrire ai cittadini italiani una piccola carota e cosa di meglio che la testa di Berlusconi? Togliere di mezzo l'ormai ex cavaliere serviva a rendere popolare l'uomo in loden e ad indebolire il centrodestra.
Probabilmente, nonostante le dichiarazioni di facciata, anche tra le fila della sua coalizione, qualcuno fu contento di quella legge, pensando di sbarazzarsi per sempre di chi fino ad allora era stato il vero dominus del centrodestra. A essere sinceri tutte queste tattiche non hanno poi dato il risultato sperato, perché Berlusconi non è ancora finito e soprattutto non è nato quel centrodestra europeo, popolare e presentabile in società, che era nella mente di Napolitano. Tutti questi apprendisti stregoni non si erano resi conto che Berlusconi non era un accidente della storia italiana, uno che poteva essere liquidato così, dall'oggi al domani, ma che rappresentava un bel pezzo di questo paese. A essere sinceri per molti anni non l'abbiamo capito anche noi che eravamo suoi avversari e che ci chiedevamo come facessero gli italiani a votare per lui. Semplice votavano per lui perché erano come lui o volevano essere come lui. Berlusconi è stato l'ultimo leader italiano a rappresentare un blocco sociale omogeneo, forse senza rendersene neppure conto, però quello era. Ed è ancora.
Ed è così chiaro che la Severino era una legge contro Berlusconi che dopo non è stata più applicata, non serviva più, non c'era più la soddisfazione per la "morte" politica dell'uomo di Arcore e sono venuti fuori i dubbi, i distinguo, le interpretazioni, fino al miracolato Minzolini.  
Però di quella legge e dei suoi diversi decreti attuativi - il 235 del 2012, il 33, il 39 e il 62 del 2013 - la vicenda di Berlusconi rappresenta davvero una parte poco significativa, anche se è stato usato - come altre volte gli è successo - come "arma di distrazione di massa". Non era solo contra Berlusconem, era anche contro qualcosa d'altro.
L'obiettivo della legge era quello di prevenire e reprimere la corruzione nella pubblica amministrazione, obiettivo non raggiunto, tanto a noi importava solo della decadenza di Berlusconi.
A quella legge risale la creazione dell'Anac, ossia dell'Autorità nazionale anticorruzione. Sapete già quanto io poco stimi chi oggi guida quell'autorità, ma il problema non è solo l'ipetrofico protagonismo di Cantone, ma il fatto che negli anni l'Anac ha assunto un ruolo che spesso va al di là di quello del governo, per non parlare di quello del parlamento. Chi lavora nella pubblica amministrazione sa che da qualche anno dobbiamo sottostare alle linee guida dell'Anac che non sappiamo neppure inquadrare tra le fonti del diritto. Cosa sono le linee guida e perché le dobbiamo applicare? Perché altrimenti Cantone ci punisce, ovvio. Non sono leggi, eppure le dobbiamo rispettare come fossero. E quando non collidono con le leggi? Chi ha ragione? Non è questione da poco, visto che queste linee guida incidono in maniera pesante sul tema degli appalti pubblici, ossia di una parte consistente dell'attività della pubblica amministrazione. Di fatto la creazione dell'Anac è stato un elemento che ha reso più debole il sistema delle autonomie locali, perché l'ha reso proprio meno autonomo. Ma la cosa importante era la decadenza di Berlusconi.
La creazione dell'Anac e la crescita incontrollata delle sue funzioni ha rappresentato un pezzo non secondario delle riforme costituzionali di fatto che ci sono state in questo paese, volte ad accentrare il potere sull'esecutivo a scapito del legislativo - ad esempio attraverso l'uso senza freni della decretazione d'urgenza, anche quando l'urgenza non c'è - e a scapito degli enti locali. Mai come in questi ultimi anni c'è stata una spinta a negare ogni forma non di devoluzione, ma di semplice autonomia amministrativa. Ma la cosa importante era sempre la decadenza di Berlusconi.
Un altro aspetto della legge Severino che è passato un po' sottotraccia, ma che è funzionale al disegno che sopra ho cercato di descrivere, è il fatto che gran parte della parte repressiva è volta a colpire chi prende i soldi, e molto meno chi li dà. Leggendo la legge e i decreti attuativi pare che la pubblica amministrazione sia formata da una legione di personaggi come lo sceriffo di Nottingham sempre pronti a taglieggiare i malcapitati imprenditori, sempre innocenti e sempre vittime di questi rapaci funzionari infedeli. Capisco che la mia difesa suonerà a molti di voi come corporativa, ma non vedo questa innocenza nel mondo al di fuori della pubblica amministrazione. Così come negli anni Novanta era sbagliata la dicotomia manichea tra la politica "cattiva" e la società civile "buona", così mi pare riduttivo pensare che il problema di questo paese sia solo la disonestà dei funzionari pubblici, mentre fuori ci sarebbero soltanto vittime. Quelli fuori sono complici, quando non sono i mandanti. Eppure la cosa importante è sempre la decadenza di Berlusconi. O perfino quella di Minzolini.

sabato 18 marzo 2017

da "Omeros" di Derek Walcott


Ora udiva l’aedo mormorare il suo canto profetico,
grave del dolore del passato. Era una nota prolungata
e senza fine, che serpeggia come la lingua del fiume scuro:

“Eravamo del color delle ombre quando scendevamo
tintinnanti di ceppi per congiungerci alle catene del mare,
le monete d’argento si moltiplicavano all’orizzonte venduto,
e queste ombre sono ristampate ora sulla sabbia bianca
delle coste agli antipodi, i tuoi antenati di cenere
che venivano dal Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.

C’erano sementi nel nostro stomaco, negli incrinati baccelli
del nostro cranio, sopra i ponti brucianti, i tuberi
avvizziti in un lampo. Guardammo gli dei del fiume
da serpenti trasformarsi in correnti. Da vicino
i nostri occhi mostravano fronde secche nelle iridi brune,
e dalla spina dorsale ricurva la cassa toracica s’irradiava

come fronde da un ramo di palma. Poi, quando le palme
morte oscillavano fuoribordo, i cadaveri dalle costole scoperte
fluttuavamo, navigando verso la sabbia bianca e che ricordavano,

fino al Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.
Così, quando verdi rami bruciati che solcano la corrente,
cercando di trattenere la risacca tra le dita piegate,
dopo una notte di vento forte in un hotel di pietra bianca,
oltre la scia della bianca vela triangolare dei surfisti,
ricordaci al cameriere negro che porta il conto.”

Ma fecero la traversata, sopravvissero. È questa la gloria dell’epica.
Moltiplica le lance della pioggia, moltiplica la loro rovina,
la grazia nata dalla sottrazione mentre la porta di ferro della stiva

si riempiva ai loro occhi come coppe lasciate sotto la pioggia,
e il catenaccio tamburellava la sua eco, come fa il tuono
quando applaudendo perpetua il proprio riverbero.

giovedì 16 marzo 2017

Verba volant (363): olandese...

 Olandese, agg. m. e f.

E' buona regola, quando si commentano i risultati di una qualsiasi elezione, partire dai numeri, altrimenti rischiamo di parlare soltanto delle nostre speranze; o delle nostre paure. O peggio di proiettare su quel voto le nostre idee, a volte in buona fede, ma spesso dolosamente di parte, senza tener conto dei dati reali. Francamente ho visto questa regola scarsamente applicata alle elezioni olandesi. Proverò, nel mio piccolo, a dire cosa ho capito da questi numeri.
A volte le profezie non si avverano, anche quando sono costruite in maniera sistematica e tenace, proprio come è avvenuto in occasione di queste elezioni. I commentatori italiani avevano già pronti editoriali e commenti, amache e articolesse varie, per deplorare il successo del biondissimo e piuttosto fascista Geert Wilders. Effettivamente il suo Pvv è passato dai 15 seggi del 2012 a 23, un risultato importante, ma non ha sfondato, anche perché - e questo i bravi commentatori italiani si sono sempre ben guardati dal ricordarlo - nei Paesi Bassi c'è un sistema rigorosamente proporzionale. Che forse - sia detto per inciso - non è così male come hanno tentato di convincerci in questi vent'anni, tanto che ha portato a votare - in un giorno feriale - l'82% dei cittadini olandesi: chissà quanti articoli gettati nei cestini della carta straccia sulla disaffezione al voto, sulla crescita dell'astensionismo. 
Ma torniamo ai voti: la vicenda olandese ha dimostrato che un sistema proporzionale è il modo migliore per tenere sotto controllo un fenomeno certamente preoccupante come la crescita di un partito come quello di Wilders. Pensate se ci fosse stato l'Italicum: Wilders e i suoi camerati rischiavano di governare il paese di Rembrandt e Van Gogh. Invece non è mai stata una gara tra Rutte e Wilders, tra l'Europa e l'anti-Europa, tra la civiltà e la barbarie, come ci avevano fatto credere, ma una normale competizione elettorale, che ha comunque modificato il quadro politico olandese. 
Nel 2012 la politica del paese dei tulipani era polarizzata intorno ai due grandi partiti, il Vvd e il PvdA - ossia le forze politiche che fanno riferimento rispettivamente al Ppe e al Pse - che avevano ottenuto 41 e 38 seggi, 79 sui 150 totali della loro Camera bassa. Nella recente tornata elettorale questi due partiti hanno ottenuto rispettivamente 26 e 11 seggi, in tutto 37. Non mi pare che abbia vinto l'Europa, come si sono affrettati a scrivere i nostri corsivisti e i twittatori compulsivi. Francamente non mi pare che ci sia da cantare vittoria, come hanno fatto, senza molto riflettere sui numeri, Juncker e Gentiloni, Schulz e Merkel. Particolarmente curioso è l'atteggiamento proprio dei due leader - si fa per dire - iscritti al Pse, che gioiscono, nonostante il partito per cui teoricamente avrebbero dovuto tifare sia stato pesantemente sconfitto. Infatti il dato più significativo - e per me assolutamente positivo - è proprio la dura sconfitta dei cosiddetti socialisti, che avevano dato vita con Rutte a un governo di "grande coalizione" e il cui esponente più conosciuto a livello europeo è Jeroen Dijsselbloem, attuale presidente dell'Eurogruppo e uno dei sacerdoti dell'ultraliberismo europeo. Come è avvenuto con il Pasok in Grecia, con il Psoe in Spagna, come speriamo avverrà presto in Italia con il pd e in Germania con la Spd, questi partiti - che ancora si proclamano socialisti, ma che hanno tradito la loro missione e i valori della loro storia - sono destinati a morire. E prima moriranno meglio è. 
Invece in Olanda, a sorpresa, almeno per noi a cui avevano spiegato ci sarebbe stato l'exploit dell'ultradestra, si è affermata la sinistra, che con i 13 seggi del Partito socialista - in leggero calo - e i 17 dei Verdi - la vera grande sorpresa di queste elezioni - potranno condizionare le scelte politiche di quel paese. Trenta deputati in un sistema proporzionale, in cui il peso delle forze parlamentari è molto omogeneo, sono un capitale politico enorme, che speriamo i compagni olandesi sappiano sfruttare al meglio. Evidentemente alla crisi non c'è solo la risposta dei populisti, la risposta dei fascisti, ma nche una risposta di sinistra. In Italia ci sembra impossibile - e di questo noi portiamo grandi responsabilità - ma nel resto d'Europa la sinistra c'è, è una prospettiva credibile. E, ancora una volta, è potuta crescere in un sistema proporzionale, senza immaginarsi, come fa ad esempio Pisapia, come mosca cocchiera di un partito come il pd, sperando di ottenere qualche posto in un sistema maggioritario.
Chiaramente c'era qualcuno che sperava che Wilders avesse un risultato migliore; sono gli stessi che usano la Le Pen in Francia, sperando che alla fine vinca Macron o che demonizzano i Cinque stelle, presentandoli peggiori di quello che sono, per sostenere il moribondo pd. Le forze del capitalismo hanno bisogno di queste forze, hanno bisogno di spaventare gli elettori affinché non votino a sinistra e si accuccino sotto le insegne protettive della Bce. E' un gioco vecchio, lo abbiamo visto all'opera all'inizio del Novecento, quando gli agrari e i padroni delle fabbriche finanziavano i fascisti per tenere a bada i socialisti. Quella volta non è andata loro bene, perché a giocare con il fuoco spesso ci si brucia, ma non hanno imparato la lezione. I padroni - e i loro servi che scrivono sui giornali - hanno bisogno del maggioritario, per costringerci a votare il meno peggio. Per fortuna i cittadini olandesi non sono caduti in questa trappola.

mercoledì 15 marzo 2017

Verba volant (362): altrove...

Altrove, avv.

Sono certo di averlo già scritto da qualche altra parte di questo dizionario: io faccio molta fatica a definirmi come italiano. Non per iattanza o per fastidio verso la retorica patriottarda - non amo neppure la retorica di quelli che si definiscono anti-italiani - ma semplicemente perché non riconosco in questo aggettivo dei caratteri che possano definire quello che sono, quello che penso. Mi è molto più facile definirmi come emiliano, perché riconosco in questa terra - in cui sono nato e in cui sono nati i miei genitori - e soprattutto nelle persone che ci vivono dei caratteri che mi hanno formato nella mia vita politica e sociale. Ma soprattutto mi definirei europeo, perché la mia cultura è quella. Quella è la nostra cultura, anche se parliamo e scriviamo nella lingua codificata nell'Ottocento da Alessandro Manzoni e diffusa negli anni Cinquanta dalla Rai Tv, i nostri riferimenti affondano in una tradizione che è comune a questa parte del mondo, ossia l'Europa e le terre intorno al bacino del Mediterraneo. Le nostre comuni radici sono ad Atene, a Roma, a Gerusalemme, e la nostra storia è un crogiolo in cui hanno posto l'inglese Shakespeare, l'austriaco Mozart, il polacco Copernico, lo spagnolo Cervantes, l'olandese Rembrandt, il tedesco Kant, l'italiano Michelangelo, il russo Tolstoj, il francese Cartesio e tutti quelli che ho dimenticato e che, mentre leggete il mio parzialissimo elenco, adesso vi stanno venendo in mente.
Proprio perché anch'ìo mi sento più emiliano che italiano capisco quelli che sono orgogliosi delle proprie radici scozzesi o catalane o bavaresi o napoletane. Ma per gli stessi motivi fatico a capire come questo orgoglio possa diventare un programma politico. Evidentemente non basta il richiamo a una storia lontana - suppongo che pochi scozzesi al giorno d'oggi pensino alla Dichiarazione di Abroath del 1320 - o a una presunta purezza etnica - ci sono milanesi nati in Sicilia che votano Lega - e non basta neppure il fatto che ci siano politici che hanno costruito le loro fortune politiche su questi temi. Se non ci fosse un sentimento diffuso da parte di molti cittadini queste forze politiche sarebbero semplici elementi di folklore, come le ampolle del Po di bossiana memoria.
Le "piccole patrie" sono diventate per molte persone la soluzione possibile e auspicata, il tentativo di immaginare un altrove, in cui le cose potrebbero andare meglio rispetto a un mondo in cui vivono male. La vicenda scozzese è curiosa: il desiderio dei cittadini di quel paese di uscire dal Regno Unito sta crescendo in questi mesi grazie alla Brexit e anzi i leader politici scozzesi propongono di accelerare il distacco dall'Inghilterra in modo da continuare a stare nell'Unione europea, mentre nel resto dei paesi europei i movimenti politici autonomisti o indipendentisti hanno come principale avversario proprio l'Europa e alcune forze politiche basano tutto il loro programma sull'uscita dall'Unione.
Evidentemente per gli scozzesi, come per i catalani, come per tutti quei popoli che vogliono uscire da qualcosa, la cosa importante è appunto uscire, cambiare, non importa per andare dove. Di fronte a un mondo che non ci piace, in cui abbiamo perso tanti punti di riferimento, che fatichiamo a capire e in cui viviamo male, a causa della crisi, della mancanza di lavoro, di una povertà sempre crescente, pensiamo che ci sia un altrove in cui staremo meglio o almeno non staremo come stiamo adesso. E siccome adesso stiamo male, qualunque altrove rischia di essere una prospettiva migliore. Naturalmente quando si sceglie un altrove è più semplice scegliersene uno che in qualche modo conosciamo, in cui ci sentiamo meno spaesati, in cui abbiamo qualche punto di riferimento: cosa di meglio della terra in cui siamo nati o in cui abbiamo vissuto per tanti anni, in cui crediamo di poter riconoscere persone amiche o almeno persone che condividono le nostre stesse ansie, le nostre stesse paure, le nostre stesse speranze.
Si tratta evidentemente di un'illusione perché non staremo meglio in un altrove più piccolo - o più grande come vorrebbero gli scozzesi - staremo allora come stiamo adesso, se non abbiamo risolto le questioni che causano la nostra crisi, ossia la sperequazione nella distribuzione delle ricchezze, la mortificazione del lavoro, la crescita delle ingiustizie economiche e sociali, l'appropriazione di parte di pochissimi dei beni comuni. In un'altra epoca ci avevano insegnato che il nostro nemico, quello che ci faceva star male e che guadagnava dal nostro star male, ossia che ci sfruttava, non erano gli inglesi o gli spagnoli o gli africani, ma i padroni. E siccome i padroni non avevano confini anche noi non dovevamo avere confini. Paix entre nous, guerre aux tyrans recita un verso di un antico e purtroppo dimenticato canto di lotta, che si intitola, non a caso, L'Internazionale. I padroni continuano a non avere confini, anzi mai come ora il potere che ci sfrutta non è inglese o francese o tedesco, ma parla una lingua globale. E noi invece ci rifugiamo in queste identità, sempre più piccole, sempre più in lotta le une con le altre, sempre più deboli. Questa è la strada migliore per essere sconfitti.

sabato 11 marzo 2017

Verba volant (361): movimento...

Movimento, sost. m.

Verba volant, per quanto atipico, è pur sempre un dizionario e in un dizionario si definiscono le parole che iniziano con la lettera minuscola. Però scrivo questa definizione l'11 marzo 2017, ossia a quarant'anni esatti da quando Francesco Lorusso venne ucciso da un carabiniere a Bologna. Quell'episodio di quarant'anni fa ha in qualche modo segnato uno spartiacque per il Movimento del '77. Certo successero ancora molte cose in quell'anno: gli scontri a Bologna, l'uccisione di Giorgiana Masi in una manifestazione a Roma il 12 maggio, il convegno nazionale contro la repressione di settembre e poi l'uccisione di Moro nel '78 e ancora la strage alla stazione dell'80, eventi che in qualche modo si ricollegano a quei mesi complicati e per molti versi drammatici.
Io guardando a quegli avvenimenti, a cui per ragioni anagrafiche non ho partecipato, ma che pure hanno condizionato in maniera rilevante la mia vita e la mia azione politica, mi sono sempre più convinto che quell'anno - proprio a partire dall'uccisione di Francesco Lorusso - racconti una sconfitta di questo paese, di tutto il paese, non solo della "nostra" parte, che pure negli anni successivi ha patito di più, se siamo arrivati alla condizione in cui ci troviamo oggi. Soprattutto ho sempre sentito quell'anno come un'occasione perduta, non solo per la politica, ma per la crescita civile e culturale di un paese che si muove lentamente - o forse preferisce star fermo - e che invece in quei mesi poteva essere messo in moto, a una velocità a cui non era abituato.
Si usava allora l'espressione movimento per indicare che quelle forze che in qualche modo si stavano organizzando non volevano essere un partito come quelli che c'erano già, in particolare come il Partito - qui la lettera maiuscola è proprio necessaria - che c'era già a sinistra. Il termine movimento indicava una struttura più fluida, meno dogmatica, meno gerarchizzata, per molti versi più anarchica e più libera. Ho l'impressione però che quella parola rappresentasse anche un programma politico, la necessità di mettere in moto una società ferma, che in tante sue componenti voleva rimanere ferma, l'impegno a far partire una vita culturale che molti sentivano fossilizzata, perché voleva esserlo. E proprio perché quel movimento faceva paura lo si volle stroncare, perché bisognava che ci fermassimo di nuovo. E ci siamo di nuovo fermati.
Naturalmente il problema non era soltanto che qualcuno voleva far partire una società ferma, quello che spaventava era la direzione che si voleva prendere. Perché muoversi senza una direzione è un esercizio retorico che non porta a nulla ed equivale a stare fermi: lo vediamo bene in questi anni infelici in cui tutti si impegnano a far ripartire il paese, ma rimaniamo sempre al palo, le ingiustizie rimangono sempre lì, i privilegi non diminuiscono - anzi crescono - le diseguaglianze sociali e culturali continuano a pesare nelle vite di tanti di noi. La direzione allora poteva sembrare confusa, perché le parole d'ordine erano diverse, ma era a suo modo chiara e credo che fosse tanto più chiara in quegli aspetti sociali e culturali in cui ebbe un peso maggiore: nel 1978 vennero approvate la legge Basaglia e quella per l'introduzione dell'aborto. Era il paese che stava cambiando, anche e soprattutto per l'affermarsi di un soggetto per molti aspetti nuovo e a suo modo rivoluzionario: le donne. Cambiava - e questo credo fu forse l'aspetto più eversivo e rivoluzionario di quegli anni - il modo di fare cultura: è impossibile pensare al '77 a Bologna senza parlare di Radio Alice. Il '77 poteva essere l'anno in cui la cultura italiana sarebbe cambiata: i segnali erano molti, segnali che in qualche modo hanno germinato negli anni successivi, perché la cultura è la cosa più difficile da reprimere e da fermare.
Proprio perché la direzione era chiara ed era quella, quel movimento fu fermato. A partire da quella mattina di marzo, all'incrocio tra via Irnerio e via Mascarella.    

venerdì 10 marzo 2017

Verba volant (360): acquistare...

Acquistare, v. tr.

Nell'affrontare il cosiddetto scandalo Consip i vari commentatori - e noi dietro a loro - si sono dilungati a parlare di Lotti, del padre di renzi e di tutte le figure di contorno di questa triste vicenda, ossia di chi avrebbe pagato, di chi avrebbe incassato, di chi avrebbe millantato e via così, ma poco si è parlato della società che sarebbe stata l'occasione di questo mercimonio, ossia della Consip. Si è disquisito di più della "bettola" dove sarebbero avvenuti gli incontri segreti piuttosto che di questa società, il cui azionista unico è il ministero dell'economia e che riveste un ruolo così importante nella pubblica amministrazione del nostro paese, perché Consip è la società che fa gli acquisti per lo stato e quindi per tutti noi.
Credo sia il momento di rimediare: per i miei lettori che non lavorano nel pubblico è utile dare qualche informazione in più. La Consip è nata nel 1997 - primo governo Prodi - per gestire i servizi informatici del ministero che allora si chiamava ancora del tesoro; in quello stesso anno si decide che la stessa società debba bandire anche altre gare, non solo riferite ai sistemi informatici, sia per quel ministero che per la ragioneria generale dello stato, cominciando ad assumere il ruolo che avrà negli anni successivi. Nel 2000 - secondo governo Amato - la Consip diventa il gestore del Programma di razionalizzazione della spesa pubblica, che non fu razionalizzata quella volta e non lo sarebbe stata neppure in quelle successive, ma andiamo con ordine. Tre anni dopo - secondo governo Berlusconi - nasce il mercato elettronico della pubblica amministrazione, il MePa, di cui Consip diventa la struttura centrale. Curiosamente nello stesso tempo i servizi informatici passano a una diversa centrale di committenza, perché un po' si accentra e un po' si decentra, senza molta coerenza e soprattutto tenendo conto degli interessi del momento. Negli anni successivi la società acquista comunque il ruolo di principale centrale di committenza della pubblica amministrazione: in pratica le varie finanziarie - in particolare quella del governo Monti - affidano a Consip il compito di indire le gare d'appalto, che dovranno poi essere usate da tutte le altre amministrazioni, centrali e periferiche, e obbligano il resto della pubblica amministrazione a usare Consip per acquistare beni e servizi. Sempre che non ci sia un bel terremoto che permette di superare tutte le regole, anche quelle dettate dal buon senso e dalla vergogna. Con il governo renzi Consip diventa l'elemento chiave della politica di spending review, perché nel frattempo i governi hanno cominciato a parlare in inglese.
In sostanza, nella propaganda di regime di questo quindicennio abbondante, Consip doveva servire a far risparmiare lo stato attraverso l'attivazione di quelle che si chiamano le economie di scala e soprattutto doveva essere il principale strumento contro la corruzione. Evidentemente non ha ottenuto né un risultato né l'altro, perché in Italia sono aumentate sia la spesa pubblica che la corruzione. Anche per colpa di strutture come la Consip, al netto degli episodi di malaffare che forse ci sono stati o forse no, e di cui francamente poco mi importa. Il problema vero non è l'eventuale mercimonio che ci sarebbe stato intorno a Consip, ma proprio quella società e quello che ha rappresentato in questi anni in cui, al di là di un'apparente alternanza di governi, ha dominato un'unica ideologia, quella del mercato, e in cui gli unici che ci hanno guadagnato sono stati proprio i "mercanti".
Questa società, sempre al netto del malaffare che forse oggi scopriamo, ha avuto lo scopo di ridurre il potere degli enti locali e in generale della pubblica amministrazione sul territorio, a favore di strutture gerarchizzate, centralizzate e fuori controllo. Questa scelta ha consapevolmente portato a ridurre il peso della politica, perché gli enti più vicini ai cittadini e quindi più controllabili si sono visti svuotati di potere a favore di centrali - penso anche a una struttura come l'Anac di Cantone a cui vengono affidati compiti impropri di controllo e perfino la definizione di norme amministrative e di legge - che non sono controllabili, se non dall'esecutivo che ne nomina di volta in volta i vertici, ma che poi finiscono per diventare autonome anche dalla politica, perché rispondono a poteri "altri", ai poteri veri che comandano nelle nostre società.
L'altro obiettivo è stato quello di rendere più debole la pubblica amministrazione. Provate ad acquistare qualcosa su Consip. E' difficile, richiede tempo e non fa risparmiare, anzi fa spendere di più, perché non risparmi su quello che compri e impieghi il tempo - molto tempo - della persona che deve istruire la pratica: e anche il tempo di chi lavora, perfino quello di noi dipendenti pubblici "fannulloni", è una risorsa. E poi Consip è una struttura complessa, che quindi ha dei costi e che ha richiesto molti costi per essere progettata e messa in piedi; anche perché una consulenza non si nega a nessuno. Temo che alla fine, facendo i conti fatti bene, una penna acquistata su Consip costi tanto quanto se l'avessimo comprata dal cartolaio in piazza, davanti al municipio; se il risparmio non c'è o è così poco significativo, tanto valeva acquistarla dal fornitore della nostra città, facendo girare i soldi sul territorio, come facevano una volta gli enti locali, e magari scegliere quel tipo di penna che ci serviva davvero e non quella che dovrebbe andare bene in tutta Italia.
Perfino se funzionasse bene, Consip rischia di essere un danno. Se poi gli appalti vengono truccati capite che pericolo rappresenta, perché in questo paese le economie di scala rischiano non di far risparmiare i cittadini, ma soltanto quelli che devono pagare le tangenti: costa meno corrompere il responsabile di un'unica centrale di committenza che gli ottomila funzionari degli ottomila comuni italiani, con il rischio che qualcuno di questi sia perfino onesto e ti denunci.
Consip è stata creata per delegittimare la pubblica amministrazione e per renderla meno capace, e quindi più debole, perché sempre più adesso un tecnico che deve far fare un lavoro per l'ente in cui lavora - e quindi a beneficio di noi cittadini - non è qualcuno che sa come quel lavoro deve essere fatto e quanto può costare farlo, ma uno che sa districarsi in un mare caotico e farraginoso di norme, che non esce mai dal suo ufficio, perché il suo lavoro si riduce tutto alla redazione di atti e non sa cosa avviene fuori: non sa come quella strada viene fatta né come dovrebbe essere fatta. Consip, come i bizantinismi di Cantone, sembrano fatti apposta per dissuadere una funzionario onesto a fare bene quello che sa e deve fare e per spingere quello disonesto a rubare di più, approfittando proprio di questa confusione, di queste norme contorte, che cambiano a ogni stormire di foglie.
Sempre al di là dei fatti di malaffare - che vedremo se saranno provati - Consip non serve a combattere la corruzione perché questa si combatte solo quando chi lavora nella pubblica amministrazione è preparato, conosce il suo lavoro e sa che ha sopra di sé e al suo fianco amministratori che sanno e cittadini consapevoli. In questi anni invece abbiamo - e purtroppo è qualcosa di cui anche i governi del centrosinistra portano piena responsabilità - fatto in modo che la pubblica amministrazione fosse più debole.
E questo non è solo un problema di noi dipendenti pubblici, ma un problema di noi cittadini, che siamo più poveri, perché una pubblica amministrazione che funziona male impoverisce la società. E in questi quindici anni noi cittadini, compreso il cartolaio della piazza davanti al municipio, ci siamo impoveriti, e si sono arricchiti soltanto quei pochissimi che vendono migliaia di penne e quelli che loro "finanziano" affinché noi possiamo continuare ad acquistarle, pagando di più.

giovedì 9 marzo 2017

Verba volant (359): parità...

Parità, sost. f.

Parità è da sempre una delle parole dell'Otto marzo. Si tratta di una parola che però noi maschi ci guardiamo bene dall'applicare. In ogni campo della nostra vita. Non so cosa succeda negli altri paesi, ma sicuramente in Italia non riusciamo a parlare di donne senza fare riferimenti, più o meno espliciti, più o meno volgari, al sesso. E non parlo delle cosiddette chiacchiere da bar, ad esempio quando ci si ritrova tra uomini e si millantano le conquiste degli anni ormai passati, ma mi riferisco proprio ai discorsi pubblici, agli articoli dei giornali, alle dichiarazioni rilasciate in televisione, insomma alle parole che riempiono la nostra sfera pubblica. C'è un lessico con cui parliamo degli uomini e uno, certamente più greve, con cui ci riferiamo alle donne.
Se vi prendete la briga di fare un piccolo giro nella rete, ad esempio in un social diffuso come Facebook, dove pure qualche forma di controllo c'è, le volgarità si sprecano e sono tutte naturalmente a sfondo sessuale; io uso la rete e non sono di quelli che dicono "ci sono volgarità nella rete, chiudiamo la rete", è una stupidata, ci sono volgarità nella rete perché il nostro mondo è volgare, il nostro modo quotidiano di parlare è volgare, i giornali che leggiamo sono volgari, la televisione che guardiamo è volgare. Sarebbe curioso se la rete, che per di più gode di una qualche forma di anonimato - come il becero che nella folla poteva urlare il suo insulto, certo di passare inosservato in mezzo alla massa - non rispecchiasse il mondo che c'è fuori. Un mondo che sempre più non mi piace, a cui non mi voglio adeguare: invecchiare offre almeno questo vantaggio.
Quando c'è un problema culturale come questo tutti noi portiamo una parte di responsabilità. A molti di noi è capitato di pensare - e di dire - che una nostra collega di lavoro che ci ha risposto male lo ha fatto perché erano "quei" giorni o perché non aveva avuto adeguate soddisfazioni la sera precedente. Cose che non diremmo mai di un uomo. Invece la risposta è molto più semplice: quella collega ci ha risposto male perché è una stronza, così come lo è un nostro collega maschio o anche un nostro collega omosessuale che si comportasse alla stessa maniera. Quando di una donna diremo che è semplicemente una cretina o una piantagrane o una stronza, senza chiamarla puttana, allora avremo fatto un bel passo verso la parità.

mercoledì 8 marzo 2017

Verba volant (358): donna...

Donna, sost. f.

Mai come in questo caso l'etimologia rischia di portarci fuori strada. Donna deriva dal latino domina, ma le donne comandavano poco in quel mondo lontano come comandano poco ora. Invece il mondo avrebbe bisogno della loro guida. 
Le donne rappresentano la grande opportunità di questo pianeta. Un'economista statunitense ha fatto uno studio sulle famiglie della Costa d'Avorio: negli orti della propria famiglia gli uomini tendono a piantare piante di caffè, ananas e cacao, mentre le donne preferiscono palme da cocco, banani e verdure. Naturalmente ci sono anni in cui c'è una maggiore produzione delle prime piuttosto che delle seconde e viceversa, essenzialmente per ragioni climatiche; ma quando le piante degli uomini crescono meglio e quindi questi hanno più soldi da spendere, nelle famiglie cresce la spesa di alcol e tabacco, mentre quando sono le donne a poter spendere di più cresce l'acquisto di cibo. Non sono soltanto i bassi salari a generare la povertà, ma anche le spese irresponsabili: secondo alcuni studi le famiglie più povere spendono circa un quinto del proprio reddito in alcol, tabacco, dolci e prostituzione; e naturalmente queste spese sono fatte dagli uomini a discapito della salute e dell'istruzione dei propri figli, specialmente delle figlie femmine.
In sostanza maggiori aiuti alle donne garantiscono uno sviluppo maggiore di tutta la società, quindi bisognerebbe pensare non solo ad aumentare le risorse che i paesi ricchi donano a quelli poveri, ma anche alle forme in cui tali aiuti vengono distribuiti. Dove le banche operanti nel microcredito hanno dato fiducia a progetti pensati e realizzati da donne, questo ha rappresentato un volano di sviluppo non solo per quella famiglia, ma anche per altre famiglie. In Kenya, nei territori dove si è investito sull'educazione delle ragazze si è ottenuto un effetto positivo su tutta la struttura economica: i migliori risultati scolastici delle ragazze hanno permesso non solo di avere donne più istruite, più consapevoli dei propri diritti, ma anche quello di spronare i maschi ad avere analoghi risultati scolastici. L'investimento sull'educazione delle ragazze è il più produttivo nel mondo in via di sviluppo.
In tanti paesi poveri la maggiore risorsa non sfruttata è rappresentata proprio dalle donne, che non ricevono un'istruzione adeguata e che non entrano a pieno titolo nel ciclo economico; nel mondo le donne che possiedono della terra sono solo l'1%, anche perché in troppi paesi la terra viene trasmessa in eredità non alla vedova, ma ai fratelli del defunto. Grazie all'istruzione e ai crediti per avviare una qualche forma di impresa le donne possono aiutare non solo se stesse e le proprie famiglie, ma l'intera società. Evidentemente abbiamo bisogno di donne che diventino domine.

domenica 5 marzo 2017

Verba volant (357): prigione...

Prigione, sost. f.

Scrivo questa riflessione con la reticenza e il rispetto che meritano le persone che hanno subito un dolore così atroce. Ricordo bene gli omicidi della banda della Uno bianca. Tra il 1987 e il 1994 questo gruppo di criminali, quasi tutti appartenenti alla polizia, uccisero 24 persone e ne ferirono oltre cento, prima in una serie di rapine violente e poi, con una progressione ancora oscura che li portò, in maniera del tutto gratuita, ad attaccare campi nomadi, a tendere agguati contro i carabinieri, a uccidere persone innocenti lungo le strade; queste azioni si svolsero tra l'Emilia-Romagna e le Marche, alcuni tra i crimini più efferati proprio intorno a Bologna, dove allora vivevo. Partecipai da amministratore del mio Comune al primo anniversario della strage del Pilastro, il 4 gennaio 1992. Nel corso degli anni successivi, per la mia attività politica e per il mio lavoro, ho conosciuto diversi familiari di quelle vittime, persone che, al di là della forza di sopportare il loro indicibile dolore personale, hanno avuto il coraggio collettivo di costituire un'associazione, che svolge un'azione meritoria, costringendoci a ricordare quegli episodi.
Sappiamo molto di quei fatti, sappiamo come si svolsero, conosciamo i nomi dei singoli responsabili, che sono stati tutti catturati, giudicati e puniti. Credo però che non conosciamo davvero tutta la storia; i fratelli Savi e i loro complici erano soltanto una banda criminale? O potevano essere qualcosa di più? Erano un pezzo di un'organizzazione più vasta, creata per altri scopi? Un pezzo di cui presto si perse il controllo e che quell'organizzazione non seppe - o non volle - fermare? Purtroppo la storia di questo paese è così piena di pagine oscure e possiamo avere così poca fiducia in parti rilevanti delle istituzioni, in particolare delle forze dell'ordine e dell'intelligence, per pensare che si tratti soltanto di fantasie. Credo che l'associazione delle vittime serva a questo, a tenere desta una memoria che molti preferirebbero lentamente scemasse.
In questi anni i familiari delle vittime della banda della Uno bianca si sono però assunti anche un altro compito, che io credo travalichi il loro ruolo; e che penso profondamente sbagliato. Nei giorni scorsi uno dei fratelli Savi, che adesso ha 52 anni, dopo 23 anni di carcere, ha ottenuto un permesso di dodici ore, che ha trascorso in una comunità protetta. Nelle settimane passate si era saputo che aveva scritto alcune lettere all'arcivescovo di Bologna, in cui avrebbe dichiarato di essersi pentito. Contro questa decisione del giudice si è scagliata con forza l'associazione delle vittime, criticando aspramente anche quei familiari, pare non appartenenti all'associazione, che avrebbero intrapreso un rapporto di riconciliazione con lo stesso Savi.
Io capisco i familiari delle vittime, credo sarei spietato se mi trovassi nella loro stessa situazione, credo sarei capace di uccidere. Per questo non possono essere i familiari a decidere. In un senso o nell'altro. Decidere sulla libertà o sulla prigionia di qualcuno che ha ucciso una persona a cui vogliamo bene è una responsabilità che non possiamo prenderci, perché può prevalere - come nella maggioranza dei casi, e come immagino farei io - un senso di vendetta, oppure, a causa di profonde convinzioni etiche e religiose, qualcuno può vedere in quella persona un pentimento che vorrebbe ci fosse e magari non c'è. In entrambi i casi rischiamo di sbagliare, punendo una persona che meriterebbe un'attenzione diversa o perdonando qualcuno che non ha fatto nulla per meritarselo.
Uno dei familiari ha detto: per i nostri morti non c'è nessun permesso. E' vero, ma - mi permetta - è una frase stupida: i morti sono morti, per loro nulla cambia. Ragionando in questo modo l'unica pena possibile sarebbe quella di uccidere chi ha ucciso. La legge del taglione è a suo modo equa, ma non è giusta, almeno molte persone non la considerano più giusta. Poi la madre di uno dei carabinieri uccisi al Pilastro ha detto: io non li posso perdonare. E questo invece è giusto, quella madre ha ragione, credo faccia bene a non perdonarli, e credo sia ipocrita chi vorrebbe che lei lo facesse, magari perché quel perdono darebbe credito alla propria visione del mondo. Se il perdono non serve a far star meglio quella madre, non mi interessa che serva a far stare meglio l'assassino. Savi chiede il perdono delle sue vittime per sentirsi meno in colpa? Peggio per lui se i familiari non glielo vogliono concedere. Non ci ha pensato quando ha ucciso e adesso ne deve pagare le conseguenze. Però questo è un piano diverso, che riguarda le vittime, le loro storie, le loro convinzioni, la loro ricerca su come affrontare quel dolore.
I giudici devono fare il loro lavoro, che è molto difficile, perché è complicato, quasi impossibile, capire se una persona che ha commesso un delitto simile abbia davvero capito la portata di quello che ha fatto, il dolore che ha provocato, il male che ha portato nel mondo. Eppure in una società questo compito spetta a loro, non lo possono delegare ai familiari né possono pretendere che questi li aiutino, perdonando gli assassini delle persone che amavano. Non possiamo criticare chi non perdona, ma non possiamo neppure lasciare una persona che è cambiata, in carcere tutta la vita perché qualcuno non l'ha perdonato.
Io ovviamente non conosco Alberto Savi, non so cosa pensi, cosa scriva, come si comporti; so che ha scontato fino ad ora una lunga pena, che neppure quelle dodici ore le ha trascorse da uomo libero e che, se ci arriverà, la sua vita fuori dal carcere non sarà affatto semplice. Non ho titoli per dire se qual permesso l'ha meritato, come non l'hanno i familiari delle vittime. Spero che quel giudice non si sia sbagliato, che la sua decisione sia motivata. Ma temo che quella decisione sia stata fatta in maniera burocratica, che il giudice si sia limitato a controllare delle carte, che abbia fatto un calcolo numerico: l'imputato ha scontato tot anni, si è comportato bene, gli tocca un permesso di tot ore. Non ho fiducia su come funziona la giustizia in questo paese e su come lavorano molti magistrati, né credo che le prigioni, a parte alcune lodevoli eccezioni, funzionino davvero per cambiare le persone che ci vengono rinchiuse. Ma si tratta evidentemente di un altro problema, di cui dovremmo occuparci tutti, indipendentemente dal fatto che qualcuno a cui vogliamo bene sia stato vittima di un crimine. Delle prigioni che non funzionano siamo tutti vittime.

venerdì 3 marzo 2017

Verba volant (356): scandalo...

Scandalo, sost. m.

Non sono uno di quelli che si è scandalizzato per il fatto che Beppe Grillo abbia partecipato a degli incontri sul nuovo stadio di Roma insieme agli amministratori di quella città. Anzi, un po' ho goduto, perché questa è una di quelle cose per cui questi presunti "nuovi" hanno più aspramente criticato noi "vecchi". Sono cresciuto in una stagione in cui le decisioni importanti si prendevano nelle sedi di partito, in cui un segretario di partito era importante come un presidente del consiglio e in cui un segretario di federazione poteva contare come un sindaco, in cui una riunione come quella a cui ha partecipato il leader del Movimento Cinque stelle non avrebbe fatto scandalo, ma era considerata una cosa normale. E rimpiango quella stagione, rimpiango quel modo di fare politica.
Semmai mi stupisco - e mi arrabbierei se fossi uno di loro - che per una vicenda come quella dello stadio - certo importante per quella città, ma non fondamentale per il paese - debba intervenire quello che in un'altra stagione si sarebbe chiamato il segretario nazionale e che invece, a causa dell'ipocrisia pentastellata, viene nominato nei modi più strani. Credo che in una situazione "normale", almeno come la intendo io, di una vicenda del genere avrebbero dovuto occuparsi gli organismi di partito di quella città e, se proprio questi non fossero riusciti a risolvere la questione, avrebbe dovuto intervenire un qualche dirigente con la competenza e l'autorevolezza per affrontare la cosa. Per me uno dei limiti più gravi del Movimento Cinque stelle è proprio quello di non essersi dato una struttura, perché un segretario nazionale non può decidere su tutto, neppure se fosse Berlinguer, figuriamoci poi se è Grillo.
Il limite fondamentale della politica "nuova" - o dell'oltrepolitica come preferisco chiamarla io - è proprio quello di aver programmaticamente rinunciato a ogni forma di rappresentanza. Non c'è una vera differenza tra le primarie organizzate dal pd e le consultazioni in rete gestite da un qualche webmaster della Casaleggio, perché sono entrambe figlie dell'idea che i partiti devono essere superati a favore di un rapporto diretto e non mediato tra chi governa e chi è governato, un rapporto che però è terribilmente sperequato a favore del primo, che usa quello strumento - le primarie o la consultazione web o un'altra baracconata del genere - solo per far crescere il proprio potere, quando va bene, o più tipicamente per difendere gli interessi dei propri amici. La crisi italiana in questi venticinque anni passati dall'arresto di Mario Chiesa sta tutta qui: chi allora ebbe l'intuizione e la forza di distruggere i partiti ha goduto di un potere incontrollato e incontrollabile, rapace e senza scrupoli, inimmaginabile in quella che chiamiamo prima repubblica. Un potere che ha spazzato via noi "vecchi" - e non è neppure questo lo scandalo maggiore - ma soprattutto che impedisce che nascano i "nuovi".