martedì 25 aprile 2017

"The Partisan" di Leonard Cohen

When they poured across the border
I was cautioned to surrender,
this I could not do;
I took my gun and vanished.
I have changed my name so often,
I've lost my wife and children
but I have many friends,
and some of them are with me.

An old woman gave us shelter,
kept us hidden in the garret,
then the soldiers came;
she died without a whisper.

There were three of us this morning
I'm the only one this evening
but I must go on;
the frontiers are my prison.

Oh, the wind, the wind is blowing,
through the graves the wind is blowing,
freedom soon will come;
then we'll come from the shadows.

Les Allemands e'taient chez moi,
ils me dirent, "Resigne toi,"
mais je n'ai pas peur;
j'ai repris mon arme.

J'ai change' cent fois de nom,
j'ai perdu femme et enfants
mais j'ai tant d'amis;
j'ai la France entie`re.

Un vieil homme dans un grenier
pour la nuit nous a cache',
les Allemands l'ont pris;
il est mort sans surprise.

Oh, the wind, the wind is blowing,
through the graves the wind is blowing,
freedom soon will come;
then we'll come from the shadows.

cliccando qui potete ascoltare la canzone

Quando hanno attraversato la frontiera / fui spinto a cedere, / questo non lo potevo fare; / ho preso il mio fucile e sono scomparso. / Ho cambiato nome così spesso, / ho perduto moglie e bambini / ma ho tanti amici, / e alcuni di loro sono con me.
Una vecchia ci diede un riparo / ci tenne nascosti in soffitta, / poi arrivarono i soldati; / morì senza un lamento.
Eravamo in tre questa mattina / alla sera sono l'unico rimasto / ma devo andare avanti; / le frontiere sono la mia prigione.
Oh, soffia, soffia il vento / fra le tombe soffia il vento, / la libertà arriverà presto; / e allora usciremo dall'ombra
I tedeschi sono stati da me, / mi hanno detto "arrenditi", / ma non ho paura; / ho ripreso il mio fucile.
Ho cambiato nome cento volte, / ho perduto moglie e bambini / ma ho tanti amici; / ho la Francia intera.
Un vecchio ci ha nascosti / in un granaio per la notte, / i tedeschi l'hanno preso; / è morto senza stupirsi.
Oh, soffia, soffia il vento / fra le tombe soffia il vento, / la libertà arriverà presto; / e allora usciremo dall'ombra.

sabato 22 aprile 2017

Verba volant (376): terra...


Terra, sost. f.

Da qualche anno abbiamo cominciato a chiamare land grabbing, - più o meno la rapina della terra - l'acquisto o l'affitto per decine di anni di migliaia e migliaia di ettari di terreno in Africa, Asia e America latina da parte di grandi compagnie multinazionali. Naturalmente questa vera e propria "corsa alla terra" è cominciata da tempo, ma la crisi finanziaria le ha dato un notevole impulso: quando la finanza ha cominciato a vacillare sotto i colpi della speculazione, gli stessi speculatori hanno capito che era meglio rifugiarsi su beni più solidi e la terra è certamente uno di questi. E quindi i lupi di Wall street sono diventati tanti famelici mastro don Gesualdo, attaccati alla loro roba. Sono infatti proprio quelli che hanno fatto i soldi con le transazioni finanziarie a essere i protagonisti di questo ritorno alla old economy: in fondo di cibo ci sarà sempre più bisogno, visto che la popolazione mondiale tende a crescere, i prezzi rimarranno alti e quindi il profitto sarà garantito.
Anche perché la terra nei paesi poveri del mondo costa poco, a volte pochissimo e rende parecchio. Gli stati petroliferi arabi fanno incetta di terreni per garantire le scorte alimentari necessarie per le loro popolazioni, la Cina - molto attiva in Africa - lo fa anche con l'obiettivo di espandere la propria influenza politica in quel continente strategico, le grandi compagnie multinazionali per impiantare monocolture di biocarburanti, facendo anche finta di farlo per il bene del pianeta e per non sfruttare le risorse energetiche tradizionali che stanno finendo: tutti questi ne ricavano guadagni immensi. Ci guadagnano qualcosa, un'inezia rispetto ai guadagni globali, quei governanti corrotti - spesso sostenuti dai governi occidentali - che vendono e svendono le terre dei loro paesi. 
Se sono pochissimi quelli che ci guadagnano, naturalmente sono moltissimi quelli che ci rimettono, prima di tutto i contadini che in quelle terre vivevano e lavoravano. Ma anche noi ci rimettiamo, perché crescono i prezzi degli alimenti e perché il mondo è sempre più inquinato. Il land grabbing è il nuovo colonialismo e peserà sempre di più sulle fragilissime economie dei paesi più poveri del pianeta. Perché da qui parte un'innaturale e smisurato consumo della terra. E' innaturale utilizzare enormi estensioni di terra africana e una quantità incredibile d'acqua per produrre in Kenya i fiori che vengono venduti sui mercati olandesi. C'è qualcosa in questa forma di sviluppo che evidentemente non funziona, anche quando porta vantaggi economici, che peraltro sono distribuiti in maniera troppo diseguale. Comunque, anche se la ricchezza fosse più equamente ripartita, ci sarebbe qualcosa di malato in questo modo di produrre.
Gli economisti che hanno l'onesta intellettuale di riconoscere le leggi fondamentali della loro materia spiegano che la fame non è una calamità naturale, come un terremoto o uno tsunami, ma un fenomeno che può essere eliminato, se solo ci fosse la volontà di farlo: bisognerebbe da un lato introdurre delle regole efficaci e cogenti nei mercati che operano sui titoli che si basano sulle commodities alimentari, e dall'altro lato sostenere modelli di produzione agroecologici, su piccola scala e basati sul lavoro di chi vive in quei territori. Certo servirebbero risorse, ma servirebbe soprattutto la capacità della politica di imporre le proprie scelte alle istituzioni finanziarie globali. Invece, come è noto, sono queste che impongono le proprie scelte alla politica. Dal momento che per i loro esperti la causa principale dell'attuale crisi alimentare è il cambiamento climatico, la soluzione è quella di favorire chi sta acquistando grandi quantità di terreni. Infatti queste istituzioni, in primis la Banca mondiale, da un lato prestano denaro ai grandi investitori affinché possano acquistare nuovi terreni e vi impiantino le monocolture e garantiscono le assicurazioni contro le perdite legate alle siccità e agli eventi naturali; dall'altro lato agiscono sui governi dei paesi poveri affinché modifichino le leggi sulla proprietà della terra, favorendo la creazione dei grandi latifondi.
Quando si parla del controllo che l'1% dei ricchi ha sul governo dell'economia del nostro pianeta si parla concretamente anche di questo. Questi sedicenti esperti dimenticano - o fanno finta di dimenticare - che è il mercato che non garantisce cibo per tutti e non l'agricoltura. Questa cosa dobbiamo sempre averla in mente, perché è fondamentale. La terra produce e può produrre le risorse per dare da mangiare a tutti noi, è la distribuzione che lo impedisce. Il paradosso è che la Banca mondiale da tempo propone di aiutare i paesi più poveri a uscire dalla fame, utilizzando prodotti finanziari derivati sul cibo, in sostanza ha proposto di affidare ai mercati la soluzione del problema che essi stessi hanno creato. Loro si stanno comprando tutta la terra, la terra migliore, quella più fertile e la stanno impoverendo con il sistema delle monocolture, ai contadini rimane poca terra, quella più difficile da coltivare e meno redditizia, con il cibo che diminuisce e i prezzi che fatalmente aumentano. Difendere la terra significa modificare in maniera radicale questo sistema di sviluppo, difendere la terra significa abbattere il sistema capitalista, difendere la terra significa toglierla alle multinazionali per darla ai contadini, difendere la terra significa lavorare per un futuro diverso.

lunedì 17 aprile 2017

Verba volant (375): suicidio...


Suicidio, sost. m.

Quello che è successo in Turchia causerà gravi problemi in un contesto già molto delicato dal punto di vista geopolitico e soprattutto segnerà in maniera drammatica la vita di milioni di donne e di uomini che vivono in quel grande paese, ma pone anche tutti noi di fronte a un interrogativo: cosa succede quando una democrazia decide consapevolmente di suicidarsi?
Chi è andato a votare - e anche chi non è andato, lasciando che gli altri decidessero per lui - sapeva benissimo che quello di domenica non sarebbe stato un voto come gli altri. Non credo ci fossero dubbi e neppure troppi infingimenti. Ovviamente Erdogan non ammetterà mai che con la sua vittoria al referendum costituzionale quel regime è diventato una dittatura, ma certamente ha condotto tutta la campagna elettorale chiedendo per sé poteri che nessuno ha avuto prima di lui. Non ha finto che con questo voto non sarebbe cambiato nulla, ma ha promesso a chi avrebbe votato per la riforma - e minacciato chi avrebbe votato contro - che l'assetto istituzionale della Turchia sarebbe profondamente cambiato. Ora, al netto dei brogli - che probabilmente ci sono stati - il sì, seppur di misura, ha vinto e in una democrazia vince chi prende anche un solo voto in più. Non siamo ipocriti: se i no avessero vinto, anche con un margine così ridotto, nessuno di noi avrebbe avuto da dire sulla legittimità del voto popolare e su quella risicata maggioranza. Le regole sono queste e dobbiamo accettarle, sia quando vinciamo che quando perdiamo.
In qualche modo la forza della democrazia sta anche in questo: ossia nel fatto che i cittadini possono decidere, a maggioranza, di rinunciarci, come è avvenuto appunto in Turchia. E come potrebbe succedere anche in Italia o in qualche altro paese europeo, se le cose continueranno ad andare così. E per questo dobbiamo capire cosa è successo, per impedire che accada di nuovo. Il voto dei cittadini turchi, di tutti quei cittadini che hanno votato per rendere più debole la loro democrazia, deve farci riflettere, perché evidentemente per quelle persone la democrazia come noi la conosciamo e che noi celebriamo nei nostri discorsi, sempre più inutilmente retorici, ha sempre meno significato, tanto da essere qualcosa di cui poter fare a meno. Immagino che di fronte alle difficoltà della propri vita quotidiana, alla confusione di quello che succede in Turchia e nel mondo, alle minacce che ogni persona sente gravare anche su di sé in questa strana condizione, in cui c'è una guerra mondiale che pure nessuno ha dichiarato e in cui le uniche vittime sono i civili, molti cittadini abbiano pensato che quelle istituzioni - le nostre istituzioni - non siano più in grado di risolvere questi problemi così complessi, hanno pensato che serva un sistema più semplice, meno complicato, con meno mediazioni, un sistema in cui qualcuno, qualcun altro, si prenda la responsabilità di decidere, per tutti.
Noi sappiamo che questa è la soluzione sbagliata, ma se tante persone, se milioni di persone - e non solo in Turchia - pensano che questa sia la soluzione, non possiamo fare finta di niente, non possiamo dire che sbagliano loro e che noi abbiano ragione. Dobbiamo capire perché, con il paradosso di usare gli stessi strumenti della democrazia, tante persone sono disposte a rinunciare a essa. E per spiegare questi fenomeni non bastano le aspirazioni di chi vuole comandare senza essere costretto da regole o il periodico riaffermarsi della richiesta di un "uomo forte", la responsabilità è anche nostra che non abbiamo saputo coltivare la democrazia, non abbiamo saputo farla crescere, farla diventare qualcosa di più.
Siamo rimasti fermi mentre il capitalismo, diventato sempre più globale e globalizzato, ha minato nel profondo la legittimità della democrazia. Il tema allora è cercare di capire come è possibile espandere la democrazia oltre le sue forme attuali, basate su un sistema di stati nazionali in cui ci sono sistemi multipartitici e una serie di regole che comprendono anche la possibilità di essere cancellate.
Forse è venuto il momento di pensare a qualcosa di molto diverso, perché il limite delle soluzioni proposte dalle più importanti forze politiche della sinistra europea - delle nostre proposte anche negli anni in cui ancora qualcosa dicevamo - è quello di stare completamente all'interno del "recinto" del pensiero liberaldemocratico. Anche se ci ponessimo l'obiettivo di estendere il controllo democratico sull'economia globale - e ormai i nostri governanti, anche quando si definiscono di sinistra, non lo vogliono fare davvero - come potrebbero i governi fermare gli speculatori che si muovono su un mercato internazionale, ormai fuori da ogni controllo legislativo nazionale?
Ancora dopo la fine della seconda guerra mondiale nel programma del Partito Socialista francese c'era la nazionalizzazione delle banche, delle compagnie assicurative e delle industrie strategiche, come quella dell'energia elettrica; il Labour party solo pochi anni fa ha tolto dal proprio statuto la clausola IV che prevedeva "la proprietà comune dei mezzi di produzione". Ora un governo socialista, anche volendolo, cosa potrebbe nazionalizzare? La finanza ha un'altra dimensione. Anche per questo, in sostanza nessuno mette più in discussione il quadro istituzionale dello stato democratico borghese.
Bisogna per questo tornare a Marx:
L'emancipazione politica è certamente un grande passo in avanti, non è, bensì, la forma ultima dell'emancipazione umana in generale, ma è l'ultima forma dell'emancipazione umana entro l'ordine mondiale attuale.
In sostanza il tema della libertà non può essere riferito esclusivamente alla sfera politica, ossia a principi fondamentali, come il rispetto dei diritti umani, le libere elezioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa; questioni comunque fondamentali per gran parte delle donne e degli uomini del pianeta, che non hanno raggiunto neppure questi obiettivi, ma non sufficienti, perché il rischio che si torni consapevolmente indietro, come è avvenuto in Turchia, è sempre più evidente.
Per queste ragioni Marx dice che la vera libertà sta nel cambiamento radicale dei rapporti sociali di produzione. Proviamo allora a pensare a una democrazia diversa, in cui le trasformazioni necessarie per promuovere i miglioramenti della condizione delle donne e degli uomini non passino soltanto attraverso le riforme politiche, ma coinvolgano anche gli stessi rapporti economici. Le persone che si rendono conto che solo un 1% prende le decisioni che interessano direttamente anche il restante 99%, ormai non si fidano più. E non li convinceremo dicendo che aumentando quella ridicola percentuale si possano risolvere i loro problemi. Anzi rischiamo che preferiscano rinunciare anche a quel po' di potere che hanno e decidano di cederlo a chi promette loro una soluzione più semplice.
Per questo c'è bisogno di rivoluzione, c'è bisogno di stravolgere i rapporti di forza economici, c'è bisogno di dire che la democrazia sarà effettiva solo in un sistema socialista.

lunedì 10 aprile 2017

Verba volant (374): sentenza...


Sentenza, sost. f.

Il fatto che la mia esperienza politica risalga al Pleistocene mi rende assolutamente incapace di comprendere quello che sta succedendo in questi giorni a Genova. Eppure ne ho viste. Ho visto vertici nazionali imporre candidati sindaci, sconosciuti o, se conosciuti, invisi alle realtà locali del partito, ho visto - anche se più raramente - candidati locali imporsi su scelte già maturate nei vertici di partito, ho visto - in qualche caso ho anche contribuito a fomentare e per lo più a sedare - conflitti, anche aspri; talvolta questi scontri, pur svolgendosi con il pretesto di ragioni ideali, erano unicamente legati ad ambizioni personali, a rancori covati per anni, a ragioni tutt'altro che commendevoli. Insomma ho conosciuto anche una politica che non mi piaceva, che non vorrei che tornasse, ma che capivo, mentre quello che succede adesso proprio non lo capisco.
A che titolo un giudice può decidere che il candidato sindaco di un partito sia Tizio piuttosto che Caio? E per quale ragione uno che vuole essere legittimamente candidato, che ha i titoli per diventarlo, una volta che il suo partito sceglie un'altra persona, decide di ricorrere al giudice? Sono pazzi, l'uno e l'altro, perché non può essere un tribunale la sede per scegliere un candidato, altrimenti non si capisce cosa serva e perfino cosa sia la politica. E immagino che domani qualcuno farà ricorso, e poi qualcun altro farà il ricorso del ricorso e così via, in una spirale potenzialmente infinita perché si tenta di aggiustare una cosa rotta con l'attrezzo sbagliato: non riuscirete a svitare un bullone con un cacciavite.
Si tratta ovviamente di un problema che riguarda prima di tutto quella specifica forza politica, che ha delle caratteristiche molto peculiari - un partito che rifiuta perfino di definirsi tale - e le cui regole sono allo stesso tempo molto rigide e molto aleatorie, visto che convivono da un lato sistemi di selezione delle candidature molto normati e dall'altro la facoltà del leader di fare il bello e il cattivo tempo. Ma è qualcosa che dovrebbe interessare tutti, perché evidentemente quello che succede a Genova riguarda la debolezza della politica - di tutta la politica - su uno dei punti fondamentali della sua azione, ossia proprio quello di come selezionare chi deve rappresentarci.
Nelle democrazie moderne tutti noi dovremmo fare politica, dovremmo occuparci della res pubblica, ne abbiamo il tempo e le capacità - per lo più ci manca la voglia - ma questo non confligge con il fatto che ci siano persone a cui chiediamo un impegno maggiore e diverso, persone a cui chiediamo di fare sintesi, che scegliamo ci rappresentino, a cui infine deleghiamo le scelte amministrative delle nostre città e del nostro paese. Ovviamente non si tratta di una delega in bianco, perché dobbiamo vigilare su come queste persone esercitano il mandato che abbiamo loro affidato. Tutto questo una volta avveniva attraverso i partiti politici, che erano gli strumenti di queste funzioni complesse e che io ho forse banalizzato per bisogno di sintesi. Abbiamo rinunciato ai partiti, anzi ci hanno convinto che i partiti sono "cattivi" perché limitano la nostra libertà di fare politica e adesso siamo a questo punto, al fatto che un giudice viene chiamato a risolvere una questione di cui non dovrebbe mai occuparsi.
Peraltro è curioso che in questo tempo di liberismo sfrenato, di dominio incontrastato della libertà individuale, tocchi a uno come me - che sono comunista - difendere una libertà "privata" dall'ingerenza dello stato, perché quella sentenza in sostanza è questo: l'intromissione di un potere estraneo, e tendenzialmente non democratico perché non scelto dai cittadini, in una questione che, pur avendo un interesse pubblico, è essenzialmente privata, perché devono essere i militanti, gli iscritti, gli aderenti - o come volte chiamarli - di quel partito a risolvere una questione del genere. Se non c'erano le condizioni all'interno del partito - come mi pare non ci siano - allora quella persona poteva candidarsi fuori del partito e quindi confrontarsi con il candidato "ufficiale" e i militanti avrebbero scelto l'uno o l'altro. E se avesse vinto il candidato "eretico" allora il vertice del partito avrebbe dovuto trarne le conseguenze. Questa è la politica come si faceva una volta, quella che io capisco. Qui invece si sostituisce la carta bollata alla politica, la sentenza di un giudice alle scelte delle donne e degli uomini che stanno in un partito. O in un non-partito.
Ovviamente a me non interessa chi sarà il candidato di quel partito a Genova, ma voglio difendere l'idea di politica. E dovrebbero difenderla prima di tutto quelli che la politica la fanno, quelli che dicono che la vogliono cambiare. E che facendo così rischiano solo di affossarla sempre di più, di distruggerla, facendo il gioco di chi in questi vent'anni ha distrutto i partiti, ha delegittimato la politica, ha minato le basi della democrazia. La politica merita di più di questo schifo.

venerdì 7 aprile 2017

Verba volant (373): follia...


Follia, sost. f.

In queste ore leggo molti commenti in cui Trump viene definito di volta in volta pazzo, imbecille, stupido; tra tante persone, anche intelligenti e consapevoli, sembra prevalere l'idea che gli Stati Uniti abbiano consegnato la valigetta che può innescare la fine del mondo a un folle incompetente o, nel migliore dei casi, a un guitto volgare e ignorante. Francamente se fosse così sarebbe perfino rassicurante: tolto di mezzo Trump avremmo eliminato il problema e il mondo potrebbe continuare ad andare avanti nella sua tranquilla rotazione intorno al sole. Non è così semplice e temo che questa sia una spiegazione semplicistica e autoassolutoria.
Magari Trump sarà un cattivo presidente, non è questo il punto, farà male quello che dovrebbe fare - decideranno tra quattro anni gli americani - ma fa quello che chi lo ha eletto, e soprattutto chi lo ha fatto eleggere, voleva che facesse. Serviva un presidente che tornasse a fare la guerra in Medio oriente, perché Obama non l'aveva fatta - o l'aveva fatta con poco impegno - perché chi lo aveva fatto eleggere aveva evidentemente altri interessi, in altre parti del mondo. Serviva un presidente che sostenesse l'industria dei combustibili fossili, serviva un presidente che imponesse dazi, serviva uno che facesse le cose che sta facendo Trump, che di suo ci mette un po' di colore, un buona dose di sguaiatezza, ma non la sostanza.
Questo tentativo di spiegare la storia attraverso le categorie della fisiologia e della psichiatria ci fa perdere il senso delle cose; e commettere gravi errori. Adolf Hitler non era un pazzo che per oltre un decennio ha tenuto in ostaggio il più grande, ricco e colto paese europeo del secolo scorso, ma un leader che seppe sfruttare sentimenti profondi dei suoi connazionali, della maggioranza dei suoi connazionali, idee radicate nel suo paese, a partire dall'antisemitismo. Sarebbe comodo pensare che la "soluzione finale" sia stata l'idea di quel dittatore, la pazzia di Hitler, ma se fosse stato così non si spiegherebbe come avrebbe potuto esserci Auschwitz, come avrebbe potuto esserci un sistema diffuso di campi di prigionia, che dovevano essere costruiti, sorvegliati, gestiti, organizzati e che effettivamente lo furono, con efficacia teutonica, da migliaia di persone. Il secondo conflitto mondiale non fu l'effetto della mania di grandezza di un solo uomo, ma l'esito di una serie di scelte collettive, perché gli industriali avevano bisogno della guerra per far crescere le loro aziende, perché i banchieri avevano bisogno del conflitto per aumentare i loro profitti, perché per milioni di tedeschi la guerra rappresentava un'opportunità che non vollero farsi scappare. Fu la Germania a volere la guerra e per questo i tedeschi scelsero Hitler.
La folla che applaudiva e faceva festa il 10 giugno 1940, in piazza Venezia e in migliaia di piazze italiane collegate via radio, all'annuncio di Benito Mussolini che l'Italia entrava in guerra non era stata costretta: nessun regime avrebbe potuto organizzare quel sostegno popolare, quelle manifestazioni. Molti italiani si erano convinti, si erano fatti convincere, che la guerra avrebbe risolto i loro problemi. E infatti il regime cadde quando quegli stessi italiani si resero finalmente conto che non era vero, che la guerra aveva peggiorato le loro vite. Ma ci vollero anni, e appunto una guerra terribile.
Ovviamente possiamo continuare a ridere di Trump oppure possiamo continuare a considerarlo un folle pericoloso, ma se non riconosciamo che non è Trump a decidere se fare la guerra, ma siamo anche noi, allora tra quattro anni ci troveremo qui a discutere allo stesso modo di uno che verrà dopo Trump, che non sarà Trump, ma farà le stesse cose di Trump. E noi qui a guardare, senza capire, senza voler capire che il vero scontro non è quello tra gli Stati Uniti e la Russia - come non era quello tra Francia e Germania nel secolo scorso - ma tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati, tra padroni e lavoratori. Forse allora i veri folli siamo noi.

giovedì 6 aprile 2017

Verba volant (372): guerrafondaio...


Guerrafondaio, sost. m. 

Secondo la vulgata, pedissequamente riportata da tutti i mezzi di informazione italiani, il fatto che Trump abbia rimosso Stephen Bannon dal Consiglio per la sicurezza nazionale sarebbe una buona notizia. Non so: mi permetto di avere qualche dubbio.
Ovviamente non ho alcuna simpatia per Bannon; come i fratelli Blues, odio i nazisti dell'Illinois, e anche quelli della Virginia. Però leggendo i commenti alla notizia pare che la scelta sia motivata non tanto dalle idee di Bannon, ma dal fatto che sarebbe stato l'unico consigliere "politico" in quel consiglio. Questa rimozione in sostanza avrebbe sanato un'anomalia, perché la politica "pura" non può stare in un organo in cui si discute delle scelte strategiche su sicurezza e relazioni internazionali. Mi pare una posizione bizzarra, anche se naturalmente è in linea con i tempi in cui viviamo. Ripeto, a scanso di equivoci, non condivido le scelte politiche di uno come Bannon, anzi ho paura delle scelte politiche di uno come Bannon, ma so anche che Bannon rappresenta milioni di cittadini americani, probabilmente una parte consistente, se non maggioritaria, di quel paese e non capisco per quale motivo non dovrebbe avere i titoli per sedere in quell'organo. Se la politica non decide di sicurezza e di relazioni internazionali cosa ci sta a fare. E chi dovrebbe occuparsi di questi temi? Un generale? E in base a quale mandato? Per rispondere a chi?
Già negli anni Cinquanta un uomo come Dwight Eisenhower - che immagino nessuno possa accusare di appartenere alla Terza Internazionale - puntò il dito contro quello che egli chiamava il complesso militare-industriale, ossia quella somma di interessi che ha da guadagnare più dalla guerra che dalla pace e che quindi lavora costantemente affinché da qualche parte nel mondo si combatta, perché la guerra genera ricchezza. Eisenhower ne parlava con cognizione di causa: era stato un militare, anzi il comandante delle forze alleate in Europa durante la seconda guerra mondiale, e fu successivamente un politico, anzi il presidente degli Stati Uniti. Immagino conoscesse nome per nome le persone che preferivano la guerra alla pace, a partire dal suo giovane vicepresidente Richard Nixon e da un suo brillante consigliere come Henry Kissinger.
Evidentemente non è cambiato molto, anzi le cose sono molto peggiorate da quando Ike, lasciando la presidenza, metteva in guardia il suo paese da queste forze. Anche perché ora ci sono altri soggetti che ci guadagnano con la guerra, oltre agli industriali e ai generali; quanti giornalisti hanno costruito le loro fortune grazie alla guerra e ora ripagano il proprio debito costruendo notizie false in modo da influenzare l'opinione pubblica contro questo o quel nemico, magari tirando fuori opportunamente le foto di bambini morti in un qualche scontro. I bambini morti riescono a smuovere le coscienze quasi quanto i cani maltrattati. E poi ci sono gli analisti, gli esperti di geopolitica, la compagnia cantante dei "tecnici", sempre pronti a spiegarci la "verità" e l'ineluttabilità dei conflitti che dovremo combattere. Con tutta evidenza in questi giorni stanno preparando un conflitto: c'è già stato "l'incidente del golfo del Tonchino", ci sono già gli "esperti" al lavoro per spiegarci che Assad è un pericolo per la pace del mondo, ci sono già i generali in armi e soprattutto ci sono già gli industriali che vedono crescere i loro fatturati.
E non vorrete che la politica interferisca: la guerra è una cosa troppo redditizia per lasciarla in mano ai politici.

mercoledì 5 aprile 2017

Verba volant (371): metropolitana...


Metropolitana, sost. f.

Qualche settimana fa uno studente di New York, mentre andava in metropolitana, ha scattato questa foto e, come fanno tutti i suoi coetanei - e non solo - l'ha immediatamente condivisa sui social. Il suo obiettivo non era quello di ottenere molti like per un'immagine curiosa, ma quello di protestare, attraverso questa foto, contro Trump e contro l'America di Trump, l'America dei muri, l'America razzista e bigotta che ha votato per quel presidente. Naturalmente in tanti hanno condiviso la foto e lo spirito ottimista e democratico di chi l'ha scattata, ma molti altri hanno visto in questa immagine il segno della decadenza di quel paese e della nostra società. Inevitabilmente questa foto dà fastidio a tante persone, per i motivi più diversi, molti si sentono offesi a vedere una donna che indossa un niqab e altrettanti - spesso gli stessi - detestano quel ragazzo che indossa abiti femminili. Poi ci sono quelli che trovano normale che una donna indossi quel pesante velo, anzi pensano che sia l'unico abbigliamento adeguato a lei e considerano sacrilega l'altra persona, mentre ci sono altri che trovano normale che un uomo indossi gonna e parrucca e un'offesa ai diritti delle donne il velo imposto da una religione. Questa foto divide, anche se vorrebbe unire.
Sappiamo che la "rossa" ritratta nella foto l'ha apprezzata, l'ha condivisa e ha contribuito a diffonderla: chissà se in qual momento si era accorta della donna accanto a lei, probabilmente no, visto che era tutta impegnata a digitare sul suo smartphone. Invece è più che probabile che la donna che indossa il niqab si sia accorta della sua vistosa compagna di viaggio; e chissà chi si è seduta per prima. Non sappiamo neppure cosa ne pensi di questa foto, non sappiamo se ha un profilo, chissà se ha saputo di essere l'involontaria causa di un dibattito che è arrivato fin qui.  
Come immaginate, non ho mai avuto la fiducia del dottor Pangloss che questo sia il migliore dei mondi possibili e anzi, più passa il tempo, più mi sembra che questo sia il peggiore. Poi so bene che dobbiamo fare i conti con i nostri mondi reali, così imperfetti, e francamente quello in cui questa foto può essere scattata, quello in cui quelle due persone così diverse possono viaggiare insieme, una accanto all'altra, in metropolitana, vestite così, mi sembra il migliore dei mondi probabili. E, nonostante tutto, credo sia da difendere la libertà delle persone di vestirsi come vogliono, anche quando pensiamo sia sbagliato. Quindi, finché possiamo, difendiamo questo mondo qui, prima che ce lo tolgano.
Poi posso immaginare un mondo possibile, anzi lo devo fare perché me lo impone la mia passione per la politica, che non è altro che questa ricerca, incessante e spesso infruttuosa, del miglior mondo possibile. E in questo mondo possibile vorrei che quelle due persone non fossero costrette a vestirsi così. Ovviamente avrebbero tutto il diritto di farlo, se questa fosse davvero la loro convinzione, se questa fosse una loro decisione, se questo le facesse stare bene, se non fosse un'imposizione o una divisa. Sappiamo bene che il niqab è non solo il segno esteriore dell'adesione a un'antica e radicata fede religiosa, ma una forma di violenza contro le donne, il simbolo di un'idea ben radicata, anche nella nostra società, ossia che le donne hanno meno diritti e qualche dovere in più rispetto ai maschi.
Quelle due persone hanno in comune più di quello che la foto sembra suggerire. Perché in fondo anche quel trucco eccessivo, quella parrucca e quel vestito dai colori chiassosi sono un modo per nascondersi, per non farsi vedere, perché quello che sei non è ancora del tutto accettato, nonostante i tanti proclami, nonostante le tante conquiste fatte. Ho l'impressione che quel vestito sia una forma di difesa da un mondo che ancora respinge le persone omosessuali, perché il potere è sempre in mano ai maschi e la cultura dominante è, nonostante quello che proviamo tutti i giorni a fare, troppo maschilista e troppo omofoba. E' la stessa cultura che impone il niqab e la paillettes, salvo poi essere pronta a bruciare l'una e l'altra cosa, in nome di una purezza vagheggiata e ipocrita.
Questa foto è certo un segno di libertà, ma anche quello di una sconfitta, o almeno di una lotta non ancora vinta e che in qualche modo sentiamo che diventa sempre più dura da combattere, aspettando il migliore dei mondi possibili.

martedì 4 aprile 2017

Verba volant (370): olivo...


Olivo, sost. m.

Pianta inviolabile, spontanea,
terrore delle armi nemiche,
più rigogliosa qui che altrove,
fronda d'olivo che luccica e nutre;
né giovane né vecchio col cenno della mano
la può annientare, dopo averla incendiata.
Così Sofocle nell'Edipo a Colono parla di questa pianta così sacra per gli antichi greci. In pochi versi il poeta racconta tante storie, che il suo pubblico conosce assai bene: Atena che dona alla città il primo olivo, che ancora dà frutti sull'Acropoli; la decisione degli ateniesi di far nascere da quel primo albero le tante piante sacre che si trovano in Attica, inviolabili a norma di legge; Serse che ordina di dare alle fiamme l'olivo dell'Acropoli, rinato poi miracolosamente dalle proprie ceneri; il re di Sparta Archidamo che impone al proprio esercito vittorioso il rispetto del divieto di tagliare gli olivi della sconfitta Attica.
Anche per questo fanno bene in Salento a difendere i loro olivi e tutti noi dobbiamo essere grati a quelle donne e a quegli uomini per la battaglia difficile che stanno combattendo; lottano per la loro terra, per il futuro dei loro figli; e anche per noi. E' una lotta giusta, al netto dei demagoghi, di quelli che la cavalcano, di quelli che si scoprono oggi capipopolo mentre hanno incarichi istituzionali e non hanno mai levato una voce contro il sistema che vuole questo scempio.
Non sono questi personaggi da commedia che indeboliscono questa battaglia. Temo invece che proprio gli elementi che danno forza a quella lotta ne segnino anche la sua intrinseca debolezza. Infatti è riduttivo pensare che battersi contro la costruzione di quel gasdotto abbia il solo scopo di difendere il Salento, così come è sbagliato credere che la lotta contro il Tav debba essere fatta soltanto per tutelare la Val di Susa. Non credo sia un caso che queste due battaglie, probabilmente tra le più significative per le implicazioni politiche e sociali della nostra storia recente, avvengano in due aree così "lontane" dal resto del paese, due regioni in qualche modo poco italiane e la cui identità culturale è così forte e radicata. Questo naturalmente rafforza la lotta, perché segna un forte elemento di coesione, che è indispensabile per sostenere questo scontro così duro, di fronte a nemici così forti, ma ne è appunto il limite. Perché i nemici - i nostri comuni nemici, ossia quelli che vogliono il treno ad alta velocità, quelli che vogliono il gasdotto che dall'Azerbaigian arriva al Salento, quelli che vogliono le grandi opere, quelli che consumano i beni comuni e sfruttano il territorio - possono riuscire più facilmente a dire che si tratta di una rivendicazione locale, possono smontarne la portata politica; e più facilmente possono tentare di spezzare la nostra coesione, perché a fronte di un territorio che non vuole l'alta velocità o non vuole il gasdotto se ne può trovare un'altro che quelle opere le vuole, ingannato dalla falsa idea di progresso che queste sembrano portarsi dietro, dalle promesse che tali opere porteranno lavoro e ricchezza.
Il problema del gasdotto Tap non è quello che la sua costruzione distruggerà gli olivi del Salento, o meglio non è solo quello, anche se questo è il motivo che serve a mobilitare tante energie, dentro e fuori quella terra. Secondo la propaganda di chi vuole costruire il gasdotto questa sarebbe la migliore soluzione possibile per sottrarci alla dipendenza del gas russo. Questa è una prima menzogna. Le riserve di gas dell'Azerbaigian sono state sovrastimate e adesso sappiamo che ce n'è molto meno di quello che sarebbe giustificato dalla costruzione di questa infrastruttura, mentre il Turkmenistan ha deciso di vendere il proprio gas a est e infatti stanno costruendo un gasdotto che va in quella direzione. Alla fine il gasdotto transadriatico sarebbe utilizzato prevalentemente da Gazprom, che ha già firmato delle intese con Turchia e Grecia per costruire dei gasdotti in quei paesi, che si potrebbero facilmente collegare con il Tap. Ma in fondo non è neppure questo il vero problema, anche se ovviamente dovrebbe essere un tema di riflessione il fatto che i nostri principali fornitori di gas siano paesi - come la Russia, l'Azerbaigian o la Turchia - governati da regimi autocratici, che finiremmo per sostenere, acquistando il loro gas.
Costruire questo - o qualsiasi altro - gasdotto non serve a tutelare una fantomatica "sicurezza energetica", che nessuno sa spiegare cosa esattamente sia. Eppure sicurezza è una sorta di parola passepartout, che serve a giustificare ogni violazione del diritto da parte dei governi. Ecco un'altra menzogna: questo gasdotto non serve a tutelare la sicurezza energetica dell'Europa, perché già più del 60% del gas e dell'80% del petrolio venduti in Europa vengono dai paesi del sud del mondo o dalla regione del Caspio. Giustificare nuovi investimenti in questi paesi e nuove infrastrutture in Europa per garantire che petrolio e gas possano alimentare il mercato europeo è solo una scusa per continuare a ledere i diritti delle comunità che vivono dove questi combustibili vengono estratti. La vera questione è che costruire adesso un nuovo gasdotto vuol dire non rendersi conto - non voler rendersi conto - che tutti i combustibili fossili, gas compreso, stanno per finire e che quindi occorre investire in forme diverse di energia.
Concentrare la nostra attenzione sul Salento, sui suoi olivi secolari, su quel territorio unico, che sarebbe stuprato dalla costruzione del Tap, non può farci dimenticare che il Tap è un male in sé. Parliamo pure degli olivi, parliamo pure del Salento, visto che questo ci serve a fermare quell'opera, ci serve a conquistare attenzione, ma ricordiamo che il Tap non diventerebbe bello se invece di essere costruito in Salento arrivasse in qualche altro pezzo della costa adriatica, dove non ci sono quei bei olivi e dove ci sono già impianti industriali, magari dismessi, dove l'ambiente è già stato compromesso dai troppi sì che abbiamo detto in questi decenni.
La battaglia che dobbiamo condurre, anche a partire da un'emergenza assolutamente locale, come quella della difesa di una parte preziosa e fragile del nostro paese, è quella contro un capitalismo rapace che non sa immaginare altro che lo sfruttamento dei combustibili fossili. Vorrà dire qualcosa se il governo statunitense più ultracapitalista dai tempi di Reagan ha deciso di sostenere l'industria del carbone o se le grandi aziende russe guidano la politica estera del loro paese affinché siano garantite le rotte di comunicazione per il loro gas. Il Tap fa tanto male al Salento quanto è un pericolo per le persone che abitano a Baku, per gli agricoltori turchi e gli allevatori greci che vivono lungo il suo tracciato, per la regione di Seman in Albania, dove il Tap si getta in mare, e noi - anche noi che viviamo lontano da quelle terre - dobbiamo riuscire a fermarne la costruzione per proteggere il futuro nostro e loro.
La distruzione degli olivi del Salento è un danno collaterale. La vicenda del Tap è gravissima perché su una questione centrale come l'energia le decisioni fondamentali non vengono prese neppure dai governi - figurarsi poi dalle istanze democratiche più vicine al territorio - ma da poteri che rispondono unicamente a una logica di profitto, che sono capaci di controllare una risorsa, di cui prima ci hanno fatto diventare dipendenti e che poi hanno fatto diventare scarsa. Il Tap è un pericolo perché è un elemento di questo disegno, in cui i rischi vengono messi in conto alla collettività, i guadagni sono tutti dei grandi capitalisti e noi cittadini ci ritroviamo a pagare per un bene che, oltre tutto, danneggia il territorio in cui viviamo e pregiudica per sempre il futuro dei nostri figli.
Però è una battaglia molto difficile, sempre più difficile; e non so se ci sarà un poeta che canterà un giorno questa resistenza, non so se avremo la forza di raccontare ancora le storie dei nostri olivi.

sabato 1 aprile 2017

Verba volant (369): capello...


Capello, sost. m.

Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que' regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto.
Alessandro Manzoni racconta con spietata precisione la violenza psicologica subita dalla piccola Gertrude, a cui nessuno disse mai che sarebbe dovuta diventare una monaca, anche se avevano già deciso per lei, prima ancora che nascesse, che quello sarebbe stato il suo destino. La giovane Gertrude non ebbe il coraggio e la forza di ribellarsi a questo stato di cose, perché la sua famiglia non la considerava una persona, ma una cosa, di cui poter disporre, con la scusa - e la convinzione - che lo stavano facendo per il suo bene. E forse alla fine lei stessa si era convinta che fosse così.
Certamente anche i genitori della ragazza di 14 anni che vive a Borgo Panigale, alle porte di Bologna, sono convinti di agire per il suo bene, ma esprimono la stessa violenza, la stessa brama di possesso. Stavolta però qualcosa è cambiato. La nuova Gertrude ha sentito questa costrizione come inaccettabile e si è ribellata; e allora è stata punita più duramente, ma ha avuto comunque il coraggio di parlare e ha trovato - per fortuna, ma non sempre succede purtroppo - nella scuola e nei servizi sociali persone capaci di ascoltarla. Gertrude è stata tolta alla famiglia e comincerà ora un cammino difficile, in cui speriamo non sia lasciata sola.
Non siamo ipocriti: parliamo di questa vicenda soltanto perché la famiglia di Gertrude è di origine bengalese e di religione musulmana e perché il motivo del contendere è l'imposizione di portare il velo, obbligo a cui la ragazzina si sottraeva non appena usciva di casa. Ci interessa questa storia solo per esercitare il nostro senso di superiorità verso gli stranieri e per dire quanto sia negativa l'influenza della religione - e di quella religione in particolare - sulla nostra società. Se la famiglia fosse stata ebrea o cattolica non ci sarebbero stati i titoli in prima pagina, ma solo in cronaca; se fosse stata italiana non ne avremmo parlato per niente. Invece è giusto parlarne, perché la questione non riguarda la religione o l'accoglienza degli stranieri - come pure scioccamente si è fatto in queste ore - ma l'educazione dei nostri figli, e in particolare delle giovani donne. Forse qualcuna di voi che leggete queste riflessioni è stata rimproverata - o magari ha preso uno schiaffo, una volta non era così infrequente - per essersi truccata di nascosto appena uscita di casa, anche se sapevate che i vostri genitori non volevano. E forse, diventate madri, guardate ai profili social delle vostre figlie con lo stesso timore con cui i vostri genitori vi guardavano uscire.  
La famiglia di Gertrude non ha gli strumenti per educare quella giovane donna, ha paura del mondo - una paura spesso giustificata - ma non capisce che non è attraverso questa forma di violenza che può difendere quella ragazza, che dovrà comunque affrontare questo mondo, e lo affronterà tanto meglio quanto più i suoi genitori saranno riusciti a darle gli strumenti per farlo. In questa vicenda la vera sconfitta - vorrei dire la vera vittima - non è tanto Gertrude, che è una ragazza tenace, che a scuola ha buoni voti, che sa relazionarsi con i suoi coetanei, che ha coraggio - più coraggio di quanto ne abbiano avuto le due sorelle più grandi - ma la madre di Gertrude, che per paura del mondo, per paura di perdere il controllo sulla propria figlia, per incapacità di capire che il mondo è diverso da quello in cui lei è cresciuta, non ha trovato altro modo che quello di tagliarle i capelli. Non so se sia troppo tardi per cercare di aiutare la madre, per cercare di educarla; forse sì, forse il modo in cui si è sviluppata questa storia renderà più difficile tornare indietro, forse il fatto stesso che in tanti ne parliamo - spesso a sproposito, mettendo in mezzo cose che non c'entrano, come la sua religione - non ci permetterà di aiutare come dovremmo la madre di Gertrude, però io credo sarebbe adesso la cosa più urgente.
La speranza è che Gertrude sia una madre migliore di quella che ha avuto lei: questo dipende molto da lei, dalla sua intelligenza e dalla sua forza. Ma un po' dipende anche da noi, perché non possiamo tirarci del tutto fuori da questa storia. Se la madre di Gertrude è così, si comporta così, è anche perché il mondo là fuori fa decisamente schifo, è sessista, misogino, pieno di violenza verso le donne, e di questo ciascuno di noi porta una parte di responsabilità. Rendere il mondo un posto un po' più sicuro dove Gertrude possa crescere è anche compito nostro.

martedì 28 marzo 2017

Verba volant (368): competente...


Competente, agg. m e f.

Non entro nel merito delle ultime nomine fatte dal governo per le aziende di cui dispone della maggioranza delle azioni: per parafrasare il duca di Mantova questo o quello per me pari sono, tanto non cambia la musica, anche quando cambia il lottizzatore del momento. E questo ragionamento vale per tutte le aziende pubbliche e private.
Infatti vi voglio far notare una curiosa contraddizione. Una delle tesi che va per la maggiore da parecchi anni è che i governi in generale - e il nostro in particolare - facciano così schifo perché non sono composti da persone competenti, persone che conoscono la materia dei dicasteri che sono a loro affidati, tanto che in maniera ricorrente si vagheggia la necessità di un governo di "tecnici". In Italia lo abbiamo sperimentato, con esiti nefasti, ma non è questo il tema. Invece la stessa competenza non è richiesta alla guida delle imprese.
Nessuno ha da ridire che Alessandro Profumo, il nuovo amministratore delegato di Leonardo, un’azienda che produce aeroplani, elicotteri, sistemi di difesa, sia una persona che fino a oggi ha gestito, in maniera non sempre brillante a dire il vero, delle banche. Il nuovo presidente di Alitalia sarà Luigi Gubitosi, uno che è stato amministratore della Rai, mentre Matteo del Fante guiderà la società che gestisce il servizio postale, mentre si è occupato fino ad ora di tralicci elettrici. Per non parlare di Montezemolo che pare possa guidare qualunque azienda, da una che fa poltrone a una che gestisce il trasporto ferroviario. Curiosamente per il mondo della finanza, delle banche e delle grandi imprese le competenze non servono più, non serve che uno sappia come si costruiscono automobili per diventare amministratore delegato di una fabbrica che le costruisce, mentre i giornali - casualmente di proprietà di aziende come la Fiat - hanno costruito campagne contro un ministro dell’istruzione non laureato o un ministro della sanità che non è un medico.
Provate a guardare gli elenchi degli uomini e delle poche donne che siedono nei consigli di amministrazione delle imprese italiane e leggerete spesso gli stessi nomi, che si nominano di volta in volta a questa presidenza o a quella direzione generale. Viene il sospetto che la tanto decantata meritocrazia sostenuta da questi signori valga sempre per gli altri.
A me non interessa che il ministro della sanità sia un medico, anzi diffido quando lo è, perché temo farà prevalere gli interessi della sua casta su quelli dei pazienti, mentre mi interessa che abbia idee precise su quale deve essere il ruolo del pubblico in questo settore. Ad esempio i nostri governi mi fanno così schifo perché i ministri della sanità - di centrosinistra, di centrodestra e tecnici - hanno avuto l’obiettivo di smantellare il sistema sanitario pubblico a favore di quello privato, hanno sviluppato una linea politica che esattamente opposta a quella che io credo giusta. Magari prendendo ordini direttamente dagli "incompetenti" a capo delle aziende che lucrano sulle nostre malattie. Che domani saranno chiamati a guidare le banche a cui affidiamo i nostri risparmi o le fabbriche in cui lavoriamo. 
Tanto l’unica cosa importante del loro curriculum è sapere che saranno fedeli esecutori delle leggi del capitale.

sabato 25 marzo 2017

Verba volant (367): trattato...


Trattato, sost. m.

Uno dei luoghi comuni più abusati è che l'Unione europea, di cui si festeggiano con scarso entusiasmo, ma con nauseante retorica, i sessant'anni, avrebbe garantito la pace in Europa. Come spesso succede agli espedienti retorici si tratta di una menzogna. L'Unione europea, nelle sue varie denominazioni a partire da quella di Comunità economica europea, nata appunto il 25 marzo 1957 con i Trattati di Roma, è stata lo strumento che ha garantito che Francia e Germania non continuassero a battersi per il controllo del Reno e delle moltissime ricchezze naturali che si trovano nel suo bacino, che è da sempre il confine contrastato di queste due potenze. Questo è il conflitto che ha caratterizzato per secoli - pur con motivazioni esplicite diverse - la storia del nostro continente. Si tratta evidentemente di un risultato importante, a suo modo storico, che ha cambiato le nostre vite - perché la nostra è la prima generazione che non ha corso il pericolo di morire in guerra - ma scambiare questo accordo di non belligeranza per la pace - magari con la p maiuscola come vorrebbero farci credere gli ormai esangui aedi dell'europeismo - è un errore che non possiamo più commettere.
In questi sessant'anni l'Europa non è stata in pace, ha soltanto spostato da un'altra parte i suoi conflitti. I capitalisti della Francia e della Germania e degli altri stati più piccoli, alleati di volta in volta con l'una o l'altra di queste potenze - oltre naturalmente a quelli del Regno Unito - alla fine della seconda guerra mondiale hanno capito che continuare a far combattere gli uni contro gli altri gli stati in cui avevano sede le loro industrie e le loro banche alla fine li avrebbe soltanto danneggiati. Per continuare a difendere i propri privilegi e le proprie ricchezze - anche perché si stavano affacciando da oltre oceano nuovi e molto più terribili concorrenti - era necessario smettere di lucrare sulle guerre tra gli stati europei, ma concentrarsi sul vero conflitto che a loro da sempre importava, ossia quello contro i poveri, contro le masse, sfruttando le quali essi potevano continuare a mantenere e ad accrescere le proprie ricchezze.
In questo 2017 ricorderemo un anniversario ben più significativo per la storia europea che non la firma dei Trattati di Roma: cent'anni fa scoppiò la Rivoluzione d'ottobre e quel fatto cambiò davvero le cose perché la possibilità concreta che il socialismo potesse vincere, non solo in Russia, ma in tutta Europa, mise in moto una reazione delle forze del capitale di cui ancora oggi subiamo le conseguenze, e di cui l'Unione europea è solo uno degli strumenti. Sarebbe interessare riflettere se quella possibilità realmente ci fu - personalmente non ne sono certo - ma evidentemente per molte persone allora era qualcosa di possibile, una speranza e una paura concrete.
Il capitalismo anche per reagire a quella scossa capì che continuare a combattersi sarebbe stato pericoloso per la propria sopravvivenza e poi il mondo stava cambiando, non era così fondamentale controllare la via d'acqua del Reno, mentre si facevano avanti nuovi mezzi di trasporto, e perfino il carbone e l'acciaio non erano più quei beni primari che permettevano di vincere - o di perdere - una guerra: nel mondo che cambiava era molto più importante controllare le informazioni che il carbone. I capitalisti, molto prima dei socialisti, capirono che potevano vincere proprio gestendo meglio questi cambiamenti e lo seppero fare. E in questi sessant'anni hanno vinto, anche grazie all'Unione europea, anche grazie al fatto che noi abbiamo creduto alle loro menzogne. Per questo non c'è ragione di festeggiare una loro vittoria, non c'è ragione di festeggiare la "loro" Europa. Qualcuno, prima o poi, dovrà costruire un'altra Europa, ma dobbiamo essere consapevoli che sarà possibile solo passando per un conflitto, perché non si arrenderanno tanto facilmente. Prima o poi dovremo violare i "loro" trattati, dovremo rompere la "loro" pace.          

venerdì 24 marzo 2017

Verba volant (366): funerale...


Funerale, sost. m.

Spero mi perdonerete una riflessione personale: ve lo dico sempre che Verba volant è un dizionario molto particolare.
Oggi abbiamo salutato per l'ultima volta mio zio Franco. La morte è traumatica per definizione, ma Franco è morto in maniera serena, dopo una vita lunga; infatti tra le persone arrivate per il saluto laico a Franco, per lo più suoi coetanei o poco più giovani di lui, più che tristezza c'era quel senso di realistica consapevolezza con i cui i nostri vecchi - così poco filosofi, ma così saggi - sanno affrontare la morte. La loro tristezza più viva, la loro maggiore preoccupazione, era rivolta a mia zia, che rimane, malata e senza il compagno di una vita.
Uno dei miei cugini ci ha fatto notare che con Franco scompare l'ultimo della generazione dei nostri padri. Rimangono ancora quasi tutte le madri - le donne si sa vivono di più e quelle sono di una generazione particolarmente resistente - ma certo questa morte segna uno spartiacque: adesso tocca a noi, tocca a uno della nostra generazione, visto che siamo diventati i più vecchi della nostra famiglia. E siamo quasi tutti maschi, cinque contro una sola cugina. Naturalmente lo sapevamo anche prima di oggi che stiamo invecchiando. Visto che non ci vediamo molto spesso tra cugini, quando capita di rivedersi - spesso in occasioni come queste - ci riconosciamo invecchiati negli occhi degli altri; io vedo i loro figli crescere, tutti vediamo i peli che diventano grigi. Un cugino già parla dei pochi anni che gli mancano per andare in pensione: sì, siamo decisamente invecchiati e siamo consapevoli che comincia un nuovo giro.
Ma in un giorno come questo ti rendi conto di cosa sia la storia soprattutto perché ti capita di incontrare lontani parenti e vecchi amici dei tuoi genitori che ti salutano non chiamandoti per nome, come fanno le persone che ti conoscono, con cui lavori - o voi che leggete queste robe che scrivo - ma ricordandoti che sei il figlio di tuo padre o di tua madre. A me fa piacere quando qualcuno mi si avvicina, mi saluta e mi chiama "il figlio di Luigi", mi sento di appartenere a una storia, perché immagino che anche di mio padre dicevano che era figlio di mio nonno e così via. Poi naturalmente ciascuno di noi risponde per quello che lui ha fatto o non ha fatto, per le cose buone e quelle cattive, di quelle siamo responsabili noi, e solo noi, ma c'è qualcosa di rassicurante nel sapere che tu sei parte di una lunga vicenda umana e probabilmente, nonostante quello che pensi, non sei neppure la parte più significativa.

giovedì 23 marzo 2017

Verba volant (365): vizio...


Vizio, sost. m.

Ho trovato stucchevoli e ipocrite le sdegnate reazioni patriottarde alla frase di Jeroen Dijsselbloem sull'Europa del sud che "spende tutti i soldi per alcol e donne e poi chiede aiuto". Non ha poi tutti i torti il ciarliero politico olandese; anche se non voleva avere ragione, anche se voleva solo offendere, per farsi un po' di pubblicità tra i suoi concittadini, che evidentemente hanno di noi questa pessima opinione. Si tratta naturalmente di una frase da campagna elettorale - volgare come spesso succede in occasioni del genere - peraltro pronunciata fuori tempo massimo, perché nei Paesi bassi le elezioni ci sono appena state e il partito di Dijsselbloem le ha perse in maniera molto netta. La frase del presidente dell'Eurogruppo, oltre a essere arrivata tardi, è volutamente ambigua, perché perfino lui sa che i governi dell'Europa del sud - ossia quelli che chiederebbero gli aiuti che lui ha il compito di negare - non sperperano i soldi pubblici in simili vizi, semmai traggono lauti guadagni da questi vizi pubblici dei loro cittadini. Dijsselbloem però ha un po' di ragione, perché i poveri - specialmente i maschi poveri - spendono il poco che hanno in alcol, tabacco, gioco e prostituzione, sperperano di più in proporzione rispetto a chi è ricco, e siccome nei paesi dell'Europa del sud c'è maggior povertà queste spese incidono in maniera maggiore. Il buon Jeroen ha dimenticato però che succede lo stesso anche nella "virtuosa" Europa del nord. Il problema non l'Europa del sud o del nord, ma quella dei poveri. I cittadini europei non sono diversi perché nati a Napoli o ad Anversa, ma perché alcuni, pochissimi, sono ricchi e altri, moltissimi, poveri.
Ci sono naturalmente degli studi e delle statistiche, ma credo sia sufficiente che andiate un po' in giro per rendervi conto di quello che dice Dijsselbloem. Andate a fare la spesa al Lidl invece che da Eatitaly e vedrete che disponibilità di alcolici e superalcolici c'è sugli scaffali di quella catena di supermercati e osservate chi riempie i carrelli di bottiglie, spesso di poco prezzo: da sempre ubriacarsi è un vizio da poveri. Andate nei bar della periferia e osservate le persone che stanno tutti i giorni, tutto il giorno, attaccati alle slot: sono spesso anziani, spesso persone deboli, spesso emarginati, spesso gli stessi che ritroviamo in fila davanti agli sportelli dei servizi sociali. Ho già citato questo studio, ma giova ripeterlo: nei paesi africani in cui anche le donne possiedono dei piccoli appezzamenti di terra, quando i raccolti delle donne vanno meglio crescono le spese per il cibo, mentre quando sono gli uomini a guadagnare di più crescono quelle per alcol e tabacco. In Grecia si sono resi conto che la crisi era arrivata davvero perché, a differenza degli anni precedenti in cui la povertà comunque cresceva, ma senza gettare nella fame quel popolo, stavano diminuendo anche le spese per il gioco.
L'ipocrisia di Dijsselbloem e di quelli che l'hanno criticato sta nel fatto che tutte le loro azioni sono finalizzate a far crescere la povertà. Nel nostro paese lo stato si finanzia con la vendita dell'alcol e del tabacco e soprattutto con il gioco d'azzardo; il governo italiano agisce come un estorsore, spesso in società con la criminalità organizzata, per far crescere il gioco proprio nelle zone più povere e degradate delle nostre città e quindi ha interesse che le periferie rimangano tali, ha interesse che i poveri continuino a sperperare i loro pochi soldi, perché su questo si alimenta. Solo sulla prostituzione il governo non interviene, perché la chiesa non vuole, e i "bravi" cattolici possono andare a puttane, tanto dopo c'è il perdono, ma non possono guadagnarci. 
Dijsselbloem e quelli come lui che l'hanno criticato - anch'essi con un occhio ai sondaggi delle campagne elettorali - sono impegnati ogni giorno a costruire una società maschilista e povera: almeno abbiate la decenza di non far finta di indignarvi.      

lunedì 20 marzo 2017

Verba volant (364): corrompere...


Corrompere, v. tr.

Non mi interessa affatto quello che è successo a Minzolini, anche se questa definizione parte proprio da lui. Ovviamente mi dispiace che i senatori, a maggioranza, non abbiano votato per la sua decadenza, ma non per rispetto alla norma, per semplice acrimonia. Se fossi stato senatore, non avrei letto nulla, non avrei avuto un dubbio: avrei votato a favore della decadenza per puro spirito di vendetta. Io concordo con il "compianto" Previti: non bisogna fare prigionieri. E sono certo che Augusto, in cuor suo, mi può capire.
Detto questo credo di dover dire che c'è parecchia ipocrisia intorno a questo voto e soprattutto sulla norma - la legge n. 190 del 2012 - che l'ha permesso. Immagino che per molti cittadini, come per molti "addetti ai lavori", probabilmente anche per molti di quelli che l'hanno votata, la cosiddetta legge Severino - dal nome della ministra della giustizia del governo Monti - sia soltanto la norma che ha permesso di cacciare Berlusconi dal senato e di non farlo più candidare in tutte le elezioni del regno.
Non prendiamoci in giro: la Severino è stata una legge contra personam e siccome la personam era quella, ci siamo fatti andare bene anche quella legge. Eravamo circa a un anno dalla decisione - quantomeno irrituale, se non anticostituzionale - dell'allora presidente della Repubblica di nominare Mario Monti prima senatore a vita e poi presidente del consiglio, nonostante ci fosse un governo in carica legittimamente votato dai cittadini, per quanto indebolito, per quanto malvisto dai colleghi europei. e serviva, specialmente dopo i duri colpi di bastone della legge Fornero, offrire ai cittadini italiani una piccola carota e cosa di meglio che la testa di Berlusconi? Togliere di mezzo l'ormai ex cavaliere serviva a rendere popolare l'uomo in loden e ad indebolire il centrodestra.
Probabilmente, nonostante le dichiarazioni di facciata, anche tra le fila della sua coalizione, qualcuno fu contento di quella legge, pensando di sbarazzarsi per sempre di chi fino ad allora era stato il vero dominus del centrodestra. A essere sinceri tutte queste tattiche non hanno poi dato il risultato sperato, perché Berlusconi non è ancora finito e soprattutto non è nato quel centrodestra europeo, popolare e presentabile in società, che era nella mente di Napolitano. Tutti questi apprendisti stregoni non si erano resi conto che Berlusconi non era un accidente della storia italiana, uno che poteva essere liquidato così, dall'oggi al domani, ma che rappresentava un bel pezzo di questo paese. A essere sinceri per molti anni non l'abbiamo capito anche noi che eravamo suoi avversari e che ci chiedevamo come facessero gli italiani a votare per lui. Semplice votavano per lui perché erano come lui o volevano essere come lui. Berlusconi è stato l'ultimo leader italiano a rappresentare un blocco sociale omogeneo, forse senza rendersene neppure conto, però quello era. Ed è ancora.
Ed è così chiaro che la Severino era una legge contro Berlusconi che dopo non è stata più applicata, non serviva più, non c'era più la soddisfazione per la "morte" politica dell'uomo di Arcore e sono venuti fuori i dubbi, i distinguo, le interpretazioni, fino al miracolato Minzolini.  
Però di quella legge e dei suoi diversi decreti attuativi - il 235 del 2012, il 33, il 39 e il 62 del 2013 - la vicenda di Berlusconi rappresenta davvero una parte poco significativa, anche se è stato usato - come altre volte gli è successo - come "arma di distrazione di massa". Non era solo contra Berlusconem, era anche contro qualcosa d'altro.
L'obiettivo della legge era quello di prevenire e reprimere la corruzione nella pubblica amministrazione, obiettivo non raggiunto, tanto a noi importava solo della decadenza di Berlusconi.
A quella legge risale la creazione dell'Anac, ossia dell'Autorità nazionale anticorruzione. Sapete già quanto io poco stimi chi oggi guida quell'autorità, ma il problema non è solo l'ipetrofico protagonismo di Cantone, ma il fatto che negli anni l'Anac ha assunto un ruolo che spesso va al di là di quello del governo, per non parlare di quello del parlamento. Chi lavora nella pubblica amministrazione sa che da qualche anno dobbiamo sottostare alle linee guida dell'Anac che non sappiamo neppure inquadrare tra le fonti del diritto. Cosa sono le linee guida e perché le dobbiamo applicare? Perché altrimenti Cantone ci punisce, ovvio. Non sono leggi, eppure le dobbiamo rispettare come fossero. E quando non collidono con le leggi? Chi ha ragione? Non è questione da poco, visto che queste linee guida incidono in maniera pesante sul tema degli appalti pubblici, ossia di una parte consistente dell'attività della pubblica amministrazione. Di fatto la creazione dell'Anac è stato un elemento che ha reso più debole il sistema delle autonomie locali, perché l'ha reso proprio meno autonomo. Ma la cosa importante era la decadenza di Berlusconi.
La creazione dell'Anac e la crescita incontrollata delle sue funzioni ha rappresentato un pezzo non secondario delle riforme costituzionali di fatto che ci sono state in questo paese, volte ad accentrare il potere sull'esecutivo a scapito del legislativo - ad esempio attraverso l'uso senza freni della decretazione d'urgenza, anche quando l'urgenza non c'è - e a scapito degli enti locali. Mai come in questi ultimi anni c'è stata una spinta a negare ogni forma non di devoluzione, ma di semplice autonomia amministrativa. Ma la cosa importante era sempre la decadenza di Berlusconi.
Un altro aspetto della legge Severino che è passato un po' sottotraccia, ma che è funzionale al disegno che sopra ho cercato di descrivere, è il fatto che gran parte della parte repressiva è volta a colpire chi prende i soldi, e molto meno chi li dà. Leggendo la legge e i decreti attuativi pare che la pubblica amministrazione sia formata da una legione di personaggi come lo sceriffo di Nottingham sempre pronti a taglieggiare i malcapitati imprenditori, sempre innocenti e sempre vittime di questi rapaci funzionari infedeli. Capisco che la mia difesa suonerà a molti di voi come corporativa, ma non vedo questa innocenza nel mondo al di fuori della pubblica amministrazione. Così come negli anni Novanta era sbagliata la dicotomia manichea tra la politica "cattiva" e la società civile "buona", così mi pare riduttivo pensare che il problema di questo paese sia solo la disonestà dei funzionari pubblici, mentre fuori ci sarebbero soltanto vittime. Quelli fuori sono complici, quando non sono i mandanti. Eppure la cosa importante è sempre la decadenza di Berlusconi. O perfino quella di Minzolini.

sabato 18 marzo 2017

da "Omeros" di Derek Walcott


Ora udiva l’aedo mormorare il suo canto profetico,
grave del dolore del passato. Era una nota prolungata
e senza fine, che serpeggia come la lingua del fiume scuro:

“Eravamo del color delle ombre quando scendevamo
tintinnanti di ceppi per congiungerci alle catene del mare,
le monete d’argento si moltiplicavano all’orizzonte venduto,
e queste ombre sono ristampate ora sulla sabbia bianca
delle coste agli antipodi, i tuoi antenati di cenere
che venivano dal Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.

C’erano sementi nel nostro stomaco, negli incrinati baccelli
del nostro cranio, sopra i ponti brucianti, i tuberi
avvizziti in un lampo. Guardammo gli dei del fiume
da serpenti trasformarsi in correnti. Da vicino
i nostri occhi mostravano fronde secche nelle iridi brune,
e dalla spina dorsale ricurva la cassa toracica s’irradiava

come fronde da un ramo di palma. Poi, quando le palme
morte oscillavano fuoribordo, i cadaveri dalle costole scoperte
fluttuavamo, navigando verso la sabbia bianca e che ricordavano,

fino al Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.
Così, quando verdi rami bruciati che solcano la corrente,
cercando di trattenere la risacca tra le dita piegate,
dopo una notte di vento forte in un hotel di pietra bianca,
oltre la scia della bianca vela triangolare dei surfisti,
ricordaci al cameriere negro che porta il conto.”

Ma fecero la traversata, sopravvissero. È questa la gloria dell’epica.
Moltiplica le lance della pioggia, moltiplica la loro rovina,
la grazia nata dalla sottrazione mentre la porta di ferro della stiva

si riempiva ai loro occhi come coppe lasciate sotto la pioggia,
e il catenaccio tamburellava la sua eco, come fa il tuono
quando applaudendo perpetua il proprio riverbero.

giovedì 16 marzo 2017

Verba volant (363): olandese...

 Olandese, agg. m. e f.

E' buona regola, quando si commentano i risultati di una qualsiasi elezione, partire dai numeri, altrimenti rischiamo di parlare soltanto delle nostre speranze; o delle nostre paure. O peggio di proiettare su quel voto le nostre idee, a volte in buona fede, ma spesso dolosamente di parte, senza tener conto dei dati reali. Francamente ho visto questa regola scarsamente applicata alle elezioni olandesi. Proverò, nel mio piccolo, a dire cosa ho capito da questi numeri.
A volte le profezie non si avverano, anche quando sono costruite in maniera sistematica e tenace, proprio come è avvenuto in occasione di queste elezioni. I commentatori italiani avevano già pronti editoriali e commenti, amache e articolesse varie, per deplorare il successo del biondissimo e piuttosto fascista Geert Wilders. Effettivamente il suo Pvv è passato dai 15 seggi del 2012 a 23, un risultato importante, ma non ha sfondato, anche perché - e questo i bravi commentatori italiani si sono sempre ben guardati dal ricordarlo - nei Paesi Bassi c'è un sistema rigorosamente proporzionale. Che forse - sia detto per inciso - non è così male come hanno tentato di convincerci in questi vent'anni, tanto che ha portato a votare - in un giorno feriale - l'82% dei cittadini olandesi: chissà quanti articoli gettati nei cestini della carta straccia sulla disaffezione al voto, sulla crescita dell'astensionismo. 
Ma torniamo ai voti: la vicenda olandese ha dimostrato che un sistema proporzionale è il modo migliore per tenere sotto controllo un fenomeno certamente preoccupante come la crescita di un partito come quello di Wilders. Pensate se ci fosse stato l'Italicum: Wilders e i suoi camerati rischiavano di governare il paese di Rembrandt e Van Gogh. Invece non è mai stata una gara tra Rutte e Wilders, tra l'Europa e l'anti-Europa, tra la civiltà e la barbarie, come ci avevano fatto credere, ma una normale competizione elettorale, che ha comunque modificato il quadro politico olandese. 
Nel 2012 la politica del paese dei tulipani era polarizzata intorno ai due grandi partiti, il Vvd e il PvdA - ossia le forze politiche che fanno riferimento rispettivamente al Ppe e al Pse - che avevano ottenuto 41 e 38 seggi, 79 sui 150 totali della loro Camera bassa. Nella recente tornata elettorale questi due partiti hanno ottenuto rispettivamente 26 e 11 seggi, in tutto 37. Non mi pare che abbia vinto l'Europa, come si sono affrettati a scrivere i nostri corsivisti e i twittatori compulsivi. Francamente non mi pare che ci sia da cantare vittoria, come hanno fatto, senza molto riflettere sui numeri, Juncker e Gentiloni, Schulz e Merkel. Particolarmente curioso è l'atteggiamento proprio dei due leader - si fa per dire - iscritti al Pse, che gioiscono, nonostante il partito per cui teoricamente avrebbero dovuto tifare sia stato pesantemente sconfitto. Infatti il dato più significativo - e per me assolutamente positivo - è proprio la dura sconfitta dei cosiddetti socialisti, che avevano dato vita con Rutte a un governo di "grande coalizione" e il cui esponente più conosciuto a livello europeo è Jeroen Dijsselbloem, attuale presidente dell'Eurogruppo e uno dei sacerdoti dell'ultraliberismo europeo. Come è avvenuto con il Pasok in Grecia, con il Psoe in Spagna, come speriamo avverrà presto in Italia con il pd e in Germania con la Spd, questi partiti - che ancora si proclamano socialisti, ma che hanno tradito la loro missione e i valori della loro storia - sono destinati a morire. E prima moriranno meglio è. 
Invece in Olanda, a sorpresa, almeno per noi a cui avevano spiegato ci sarebbe stato l'exploit dell'ultradestra, si è affermata la sinistra, che con i 13 seggi del Partito socialista - in leggero calo - e i 17 dei Verdi - la vera grande sorpresa di queste elezioni - potranno condizionare le scelte politiche di quel paese. Trenta deputati in un sistema proporzionale, in cui il peso delle forze parlamentari è molto omogeneo, sono un capitale politico enorme, che speriamo i compagni olandesi sappiano sfruttare al meglio. Evidentemente alla crisi non c'è solo la risposta dei populisti, la risposta dei fascisti, ma nche una risposta di sinistra. In Italia ci sembra impossibile - e di questo noi portiamo grandi responsabilità - ma nel resto d'Europa la sinistra c'è, è una prospettiva credibile. E, ancora una volta, è potuta crescere in un sistema proporzionale, senza immaginarsi, come fa ad esempio Pisapia, come mosca cocchiera di un partito come il pd, sperando di ottenere qualche posto in un sistema maggioritario.
Chiaramente c'era qualcuno che sperava che Wilders avesse un risultato migliore; sono gli stessi che usano la Le Pen in Francia, sperando che alla fine vinca Macron o che demonizzano i Cinque stelle, presentandoli peggiori di quello che sono, per sostenere il moribondo pd. Le forze del capitalismo hanno bisogno di queste forze, hanno bisogno di spaventare gli elettori affinché non votino a sinistra e si accuccino sotto le insegne protettive della Bce. E' un gioco vecchio, lo abbiamo visto all'opera all'inizio del Novecento, quando gli agrari e i padroni delle fabbriche finanziavano i fascisti per tenere a bada i socialisti. Quella volta non è andata loro bene, perché a giocare con il fuoco spesso ci si brucia, ma non hanno imparato la lezione. I padroni - e i loro servi che scrivono sui giornali - hanno bisogno del maggioritario, per costringerci a votare il meno peggio. Per fortuna i cittadini olandesi non sono caduti in questa trappola.

mercoledì 15 marzo 2017

Verba volant (362): altrove...

Altrove, avv.

Sono certo di averlo già scritto da qualche altra parte di questo dizionario: io faccio molta fatica a definirmi come italiano. Non per iattanza o per fastidio verso la retorica patriottarda - non amo neppure la retorica di quelli che si definiscono anti-italiani - ma semplicemente perché non riconosco in questo aggettivo dei caratteri che possano definire quello che sono, quello che penso. Mi è molto più facile definirmi come emiliano, perché riconosco in questa terra - in cui sono nato e in cui sono nati i miei genitori - e soprattutto nelle persone che ci vivono dei caratteri che mi hanno formato nella mia vita politica e sociale. Ma soprattutto mi definirei europeo, perché la mia cultura è quella. Quella è la nostra cultura, anche se parliamo e scriviamo nella lingua codificata nell'Ottocento da Alessandro Manzoni e diffusa negli anni Cinquanta dalla Rai Tv, i nostri riferimenti affondano in una tradizione che è comune a questa parte del mondo, ossia l'Europa e le terre intorno al bacino del Mediterraneo. Le nostre comuni radici sono ad Atene, a Roma, a Gerusalemme, e la nostra storia è un crogiolo in cui hanno posto l'inglese Shakespeare, l'austriaco Mozart, il polacco Copernico, lo spagnolo Cervantes, l'olandese Rembrandt, il tedesco Kant, l'italiano Michelangelo, il russo Tolstoj, il francese Cartesio e tutti quelli che ho dimenticato e che, mentre leggete il mio parzialissimo elenco, adesso vi stanno venendo in mente.
Proprio perché anch'ìo mi sento più emiliano che italiano capisco quelli che sono orgogliosi delle proprie radici scozzesi o catalane o bavaresi o napoletane. Ma per gli stessi motivi fatico a capire come questo orgoglio possa diventare un programma politico. Evidentemente non basta il richiamo a una storia lontana - suppongo che pochi scozzesi al giorno d'oggi pensino alla Dichiarazione di Abroath del 1320 - o a una presunta purezza etnica - ci sono milanesi nati in Sicilia che votano Lega - e non basta neppure il fatto che ci siano politici che hanno costruito le loro fortune politiche su questi temi. Se non ci fosse un sentimento diffuso da parte di molti cittadini queste forze politiche sarebbero semplici elementi di folklore, come le ampolle del Po di bossiana memoria.
Le "piccole patrie" sono diventate per molte persone la soluzione possibile e auspicata, il tentativo di immaginare un altrove, in cui le cose potrebbero andare meglio rispetto a un mondo in cui vivono male. La vicenda scozzese è curiosa: il desiderio dei cittadini di quel paese di uscire dal Regno Unito sta crescendo in questi mesi grazie alla Brexit e anzi i leader politici scozzesi propongono di accelerare il distacco dall'Inghilterra in modo da continuare a stare nell'Unione europea, mentre nel resto dei paesi europei i movimenti politici autonomisti o indipendentisti hanno come principale avversario proprio l'Europa e alcune forze politiche basano tutto il loro programma sull'uscita dall'Unione.
Evidentemente per gli scozzesi, come per i catalani, come per tutti quei popoli che vogliono uscire da qualcosa, la cosa importante è appunto uscire, cambiare, non importa per andare dove. Di fronte a un mondo che non ci piace, in cui abbiamo perso tanti punti di riferimento, che fatichiamo a capire e in cui viviamo male, a causa della crisi, della mancanza di lavoro, di una povertà sempre crescente, pensiamo che ci sia un altrove in cui staremo meglio o almeno non staremo come stiamo adesso. E siccome adesso stiamo male, qualunque altrove rischia di essere una prospettiva migliore. Naturalmente quando si sceglie un altrove è più semplice scegliersene uno che in qualche modo conosciamo, in cui ci sentiamo meno spaesati, in cui abbiamo qualche punto di riferimento: cosa di meglio della terra in cui siamo nati o in cui abbiamo vissuto per tanti anni, in cui crediamo di poter riconoscere persone amiche o almeno persone che condividono le nostre stesse ansie, le nostre stesse paure, le nostre stesse speranze.
Si tratta evidentemente di un'illusione perché non staremo meglio in un altrove più piccolo - o più grande come vorrebbero gli scozzesi - staremo allora come stiamo adesso, se non abbiamo risolto le questioni che causano la nostra crisi, ossia la sperequazione nella distribuzione delle ricchezze, la mortificazione del lavoro, la crescita delle ingiustizie economiche e sociali, l'appropriazione di parte di pochissimi dei beni comuni. In un'altra epoca ci avevano insegnato che il nostro nemico, quello che ci faceva star male e che guadagnava dal nostro star male, ossia che ci sfruttava, non erano gli inglesi o gli spagnoli o gli africani, ma i padroni. E siccome i padroni non avevano confini anche noi non dovevamo avere confini. Paix entre nous, guerre aux tyrans recita un verso di un antico e purtroppo dimenticato canto di lotta, che si intitola, non a caso, L'Internazionale. I padroni continuano a non avere confini, anzi mai come ora il potere che ci sfrutta non è inglese o francese o tedesco, ma parla una lingua globale. E noi invece ci rifugiamo in queste identità, sempre più piccole, sempre più in lotta le une con le altre, sempre più deboli. Questa è la strada migliore per essere sconfitti.

sabato 11 marzo 2017

Verba volant (361): movimento...

Movimento, sost. m.

Verba volant, per quanto atipico, è pur sempre un dizionario e in un dizionario si definiscono le parole che iniziano con la lettera minuscola. Però scrivo questa definizione l'11 marzo 2017, ossia a quarant'anni esatti da quando Francesco Lorusso venne ucciso da un carabiniere a Bologna. Quell'episodio di quarant'anni fa ha in qualche modo segnato uno spartiacque per il Movimento del '77. Certo successero ancora molte cose in quell'anno: gli scontri a Bologna, l'uccisione di Giorgiana Masi in una manifestazione a Roma il 12 maggio, il convegno nazionale contro la repressione di settembre e poi l'uccisione di Moro nel '78 e ancora la strage alla stazione dell'80, eventi che in qualche modo si ricollegano a quei mesi complicati e per molti versi drammatici.
Io guardando a quegli avvenimenti, a cui per ragioni anagrafiche non ho partecipato, ma che pure hanno condizionato in maniera rilevante la mia vita e la mia azione politica, mi sono sempre più convinto che quell'anno - proprio a partire dall'uccisione di Francesco Lorusso - racconti una sconfitta di questo paese, di tutto il paese, non solo della "nostra" parte, che pure negli anni successivi ha patito di più, se siamo arrivati alla condizione in cui ci troviamo oggi. Soprattutto ho sempre sentito quell'anno come un'occasione perduta, non solo per la politica, ma per la crescita civile e culturale di un paese che si muove lentamente - o forse preferisce star fermo - e che invece in quei mesi poteva essere messo in moto, a una velocità a cui non era abituato.
Si usava allora l'espressione movimento per indicare che quelle forze che in qualche modo si stavano organizzando non volevano essere un partito come quelli che c'erano già, in particolare come il Partito - qui la lettera maiuscola è proprio necessaria - che c'era già a sinistra. Il termine movimento indicava una struttura più fluida, meno dogmatica, meno gerarchizzata, per molti versi più anarchica e più libera. Ho l'impressione però che quella parola rappresentasse anche un programma politico, la necessità di mettere in moto una società ferma, che in tante sue componenti voleva rimanere ferma, l'impegno a far partire una vita culturale che molti sentivano fossilizzata, perché voleva esserlo. E proprio perché quel movimento faceva paura lo si volle stroncare, perché bisognava che ci fermassimo di nuovo. E ci siamo di nuovo fermati.
Naturalmente il problema non era soltanto che qualcuno voleva far partire una società ferma, quello che spaventava era la direzione che si voleva prendere. Perché muoversi senza una direzione è un esercizio retorico che non porta a nulla ed equivale a stare fermi: lo vediamo bene in questi anni infelici in cui tutti si impegnano a far ripartire il paese, ma rimaniamo sempre al palo, le ingiustizie rimangono sempre lì, i privilegi non diminuiscono - anzi crescono - le diseguaglianze sociali e culturali continuano a pesare nelle vite di tanti di noi. La direzione allora poteva sembrare confusa, perché le parole d'ordine erano diverse, ma era a suo modo chiara e credo che fosse tanto più chiara in quegli aspetti sociali e culturali in cui ebbe un peso maggiore: nel 1978 vennero approvate la legge Basaglia e quella per l'introduzione dell'aborto. Era il paese che stava cambiando, anche e soprattutto per l'affermarsi di un soggetto per molti aspetti nuovo e a suo modo rivoluzionario: le donne. Cambiava - e questo credo fu forse l'aspetto più eversivo e rivoluzionario di quegli anni - il modo di fare cultura: è impossibile pensare al '77 a Bologna senza parlare di Radio Alice. Il '77 poteva essere l'anno in cui la cultura italiana sarebbe cambiata: i segnali erano molti, segnali che in qualche modo hanno germinato negli anni successivi, perché la cultura è la cosa più difficile da reprimere e da fermare.
Proprio perché la direzione era chiara ed era quella, quel movimento fu fermato. A partire da quella mattina di marzo, all'incrocio tra via Irnerio e via Mascarella.    

venerdì 10 marzo 2017

Verba volant (360): acquistare...

Acquistare, v. tr.

Nell'affrontare il cosiddetto scandalo Consip i vari commentatori - e noi dietro a loro - si sono dilungati a parlare di Lotti, del padre di renzi e di tutte le figure di contorno di questa triste vicenda, ossia di chi avrebbe pagato, di chi avrebbe incassato, di chi avrebbe millantato e via così, ma poco si è parlato della società che sarebbe stata l'occasione di questo mercimonio, ossia della Consip. Si è disquisito di più della "bettola" dove sarebbero avvenuti gli incontri segreti piuttosto che di questa società, il cui azionista unico è il ministero dell'economia e che riveste un ruolo così importante nella pubblica amministrazione del nostro paese, perché Consip è la società che fa gli acquisti per lo stato e quindi per tutti noi.
Credo sia il momento di rimediare: per i miei lettori che non lavorano nel pubblico è utile dare qualche informazione in più. La Consip è nata nel 1997 - primo governo Prodi - per gestire i servizi informatici del ministero che allora si chiamava ancora del tesoro; in quello stesso anno si decide che la stessa società debba bandire anche altre gare, non solo riferite ai sistemi informatici, sia per quel ministero che per la ragioneria generale dello stato, cominciando ad assumere il ruolo che avrà negli anni successivi. Nel 2000 - secondo governo Amato - la Consip diventa il gestore del Programma di razionalizzazione della spesa pubblica, che non fu razionalizzata quella volta e non lo sarebbe stata neppure in quelle successive, ma andiamo con ordine. Tre anni dopo - secondo governo Berlusconi - nasce il mercato elettronico della pubblica amministrazione, il MePa, di cui Consip diventa la struttura centrale. Curiosamente nello stesso tempo i servizi informatici passano a una diversa centrale di committenza, perché un po' si accentra e un po' si decentra, senza molta coerenza e soprattutto tenendo conto degli interessi del momento. Negli anni successivi la società acquista comunque il ruolo di principale centrale di committenza della pubblica amministrazione: in pratica le varie finanziarie - in particolare quella del governo Monti - affidano a Consip il compito di indire le gare d'appalto, che dovranno poi essere usate da tutte le altre amministrazioni, centrali e periferiche, e obbligano il resto della pubblica amministrazione a usare Consip per acquistare beni e servizi. Sempre che non ci sia un bel terremoto che permette di superare tutte le regole, anche quelle dettate dal buon senso e dalla vergogna. Con il governo renzi Consip diventa l'elemento chiave della politica di spending review, perché nel frattempo i governi hanno cominciato a parlare in inglese.
In sostanza, nella propaganda di regime di questo quindicennio abbondante, Consip doveva servire a far risparmiare lo stato attraverso l'attivazione di quelle che si chiamano le economie di scala e soprattutto doveva essere il principale strumento contro la corruzione. Evidentemente non ha ottenuto né un risultato né l'altro, perché in Italia sono aumentate sia la spesa pubblica che la corruzione. Anche per colpa di strutture come la Consip, al netto degli episodi di malaffare che forse ci sono stati o forse no, e di cui francamente poco mi importa. Il problema vero non è l'eventuale mercimonio che ci sarebbe stato intorno a Consip, ma proprio quella società e quello che ha rappresentato in questi anni in cui, al di là di un'apparente alternanza di governi, ha dominato un'unica ideologia, quella del mercato, e in cui gli unici che ci hanno guadagnato sono stati proprio i "mercanti".
Questa società, sempre al netto del malaffare che forse oggi scopriamo, ha avuto lo scopo di ridurre il potere degli enti locali e in generale della pubblica amministrazione sul territorio, a favore di strutture gerarchizzate, centralizzate e fuori controllo. Questa scelta ha consapevolmente portato a ridurre il peso della politica, perché gli enti più vicini ai cittadini e quindi più controllabili si sono visti svuotati di potere a favore di centrali - penso anche a una struttura come l'Anac di Cantone a cui vengono affidati compiti impropri di controllo e perfino la definizione di norme amministrative e di legge - che non sono controllabili, se non dall'esecutivo che ne nomina di volta in volta i vertici, ma che poi finiscono per diventare autonome anche dalla politica, perché rispondono a poteri "altri", ai poteri veri che comandano nelle nostre società.
L'altro obiettivo è stato quello di rendere più debole la pubblica amministrazione. Provate ad acquistare qualcosa su Consip. E' difficile, richiede tempo e non fa risparmiare, anzi fa spendere di più, perché non risparmi su quello che compri e impieghi il tempo - molto tempo - della persona che deve istruire la pratica: e anche il tempo di chi lavora, perfino quello di noi dipendenti pubblici "fannulloni", è una risorsa. E poi Consip è una struttura complessa, che quindi ha dei costi e che ha richiesto molti costi per essere progettata e messa in piedi; anche perché una consulenza non si nega a nessuno. Temo che alla fine, facendo i conti fatti bene, una penna acquistata su Consip costi tanto quanto se l'avessimo comprata dal cartolaio in piazza, davanti al municipio; se il risparmio non c'è o è così poco significativo, tanto valeva acquistarla dal fornitore della nostra città, facendo girare i soldi sul territorio, come facevano una volta gli enti locali, e magari scegliere quel tipo di penna che ci serviva davvero e non quella che dovrebbe andare bene in tutta Italia.
Perfino se funzionasse bene, Consip rischia di essere un danno. Se poi gli appalti vengono truccati capite che pericolo rappresenta, perché in questo paese le economie di scala rischiano non di far risparmiare i cittadini, ma soltanto quelli che devono pagare le tangenti: costa meno corrompere il responsabile di un'unica centrale di committenza che gli ottomila funzionari degli ottomila comuni italiani, con il rischio che qualcuno di questi sia perfino onesto e ti denunci.
Consip è stata creata per delegittimare la pubblica amministrazione e per renderla meno capace, e quindi più debole, perché sempre più adesso un tecnico che deve far fare un lavoro per l'ente in cui lavora - e quindi a beneficio di noi cittadini - non è qualcuno che sa come quel lavoro deve essere fatto e quanto può costare farlo, ma uno che sa districarsi in un mare caotico e farraginoso di norme, che non esce mai dal suo ufficio, perché il suo lavoro si riduce tutto alla redazione di atti e non sa cosa avviene fuori: non sa come quella strada viene fatta né come dovrebbe essere fatta. Consip, come i bizantinismi di Cantone, sembrano fatti apposta per dissuadere una funzionario onesto a fare bene quello che sa e deve fare e per spingere quello disonesto a rubare di più, approfittando proprio di questa confusione, di queste norme contorte, che cambiano a ogni stormire di foglie.
Sempre al di là dei fatti di malaffare - che vedremo se saranno provati - Consip non serve a combattere la corruzione perché questa si combatte solo quando chi lavora nella pubblica amministrazione è preparato, conosce il suo lavoro e sa che ha sopra di sé e al suo fianco amministratori che sanno e cittadini consapevoli. In questi anni invece abbiamo - e purtroppo è qualcosa di cui anche i governi del centrosinistra portano piena responsabilità - fatto in modo che la pubblica amministrazione fosse più debole.
E questo non è solo un problema di noi dipendenti pubblici, ma un problema di noi cittadini, che siamo più poveri, perché una pubblica amministrazione che funziona male impoverisce la società. E in questi quindici anni noi cittadini, compreso il cartolaio della piazza davanti al municipio, ci siamo impoveriti, e si sono arricchiti soltanto quei pochissimi che vendono migliaia di penne e quelli che loro "finanziano" affinché noi possiamo continuare ad acquistarle, pagando di più.