lunedì 28 novembre 2016

Verba volant (324): cambiare...

Cambiare, v. tr.

È da parecchi giorni che mi interrogo su questa brutta campagna elettorale, che proprio non riesce a piacermi, nonostante sia così importante e mi coinvolga così intensamente, come non mi succedeva da tempo.
Il problema non sono soltanto i toni lividi e le volgarità gratuite, che stridono ancora di più perché si discute di un tema così alto come la Costituzione, ma - me ne sono reso conto da pochissimo con questa chiarezza - soprattutto il fatto che in qualche modo mi sembra di essere dalla parte sbagliata. No, non ho affatto cambiato idea, voglio votare NO e invito voi a farlo, ma in questi giorni sono così a disagio, perché mi hanno rubato una parola, mi hanno rubato il verbo cambiare. E ormai sapete quanto per me le parole siano importanti.
Sono arrabbiato perché renzi e i suoi mandanti mi hanno rubato questa parola e l'idea stessa di cambiamento. Io da quando ho cominciato a fare politica, con tutti i miei limiti, con tutte le mie debolezze, con tutte le mie contraddizioni, ho sempre cercato di stare dalla parte del cambiamento, ho cercato di cambiare le cose. Da amministratore ho cercato di cambiare la città in cui sono cresciuto, poi da funzionario ho cercato di cambiare il mio partito, adesso con le cose che scrivo - l'unico modo in cui faccio ancora un po' di politica - provo a spiegare perché è necessario cambiare il mondo. Contrariamente a quello che succede a tanti, da giovane pensavo che bastasse cambiare una cosa per volta e mi definivo riformista, adesso che sono più vecchio penso che occorra cambiare tutto e sono diventato rivoluzionario, però il cambiamento è sempre stato il mio obiettivo. E adesso all'improvviso è saltato fuori questo bel tomo a dirmi che io non voglio cambiare, che è lui che vuole cambiare tutto e quindi che io, proprio perché voglio fermare il suo dichiarato cambiamento, sarei un conservatore. E per questo sto sinceramente male.
Certo quando qualcuno ti ruba una parola la colpa è anche tua, che non hai saputo custodirla, difenderla, che non sei riuscito a dire in maniera definitiva che quella parola appartiene a te, alla tua storia. Evidentemente se renzi è riuscito nell'impresa è perché gliel'ho lasciato fare. E così quella parola mi è sfuggita di mano e adesso mi affanno a rincorrerla, ma il ladro se la tiene ben stretta.
E allora io vorrei spiegare alle persone che hanno la pazienza di leggere quello che scrivo che il mio NO non è soltanto per difendere la Costituzione, ma ha un obiettivo più ambizioso, proprio quello di cambiare. E non il governo di questo paese: francamente poco mi importa se il 5 dicembre renzi si dimetterà, se nascerà un altro esecutivo, perché non è questa la cosa importante, non è questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno e che personalmente sogno; e per cui lotto. E questo è il motivo profondo per cui il mio NO, il nostro NO - perché siamo in tanti, anche se non abbastanza, temo, a pensarla così - è diverso da quello di chi chiede soltanto che cambi il governo o che spera sia un elemento per accentuare la confusione. E non provo imbarazzo a votare con i fascisti, perché il mio NO è anche tenacemente e ostinatamente antifascista, perché una delle cose da cambiare è eliminare le cause che fanno nascere e crescere il fascismo. Il mio NO è per cambiare uno stato di cose che non mi piace, per cambiare una società in cui comandano sempre meno persone, in cui i padroni sfruttano i lavoratori, in cui i ricchi lo diventano sempre di più alle spalle di quelli che sono poveri. E adesso per raggiungere questi obiettivi ambiziosi, che un tempo chiamavamo socialisti, ci serve difendere questa Costituzione, scritta così alla fine della seconda guerra mondiale, nata dalla Resistenza. Oggi ci serve questo NO, che non è un NO che vuole conservare, ma che ha l'ambizione di travolgere questa cappa opprimente che impedisce ai giovani di esprimersi, alle donne di far valere i propri diritti, a tutti noi di realizzarci davvero come cittadini, e non solo come consumatori.
E dobbiamo smascherare il ladro, dire che non può essere per il cambiamento chi è sostenuto dai padroni, chi toglie diritti ai lavoratori, chi privatizza i servizi pubblici, chi limita gli ambiti della democrazia. Il ladro difende i privilegi della sua classe, mentre noi che siamo davvero per il cambiamento vogliamo travolgere quei privilegi, il ladro difende la ricchezza dei padroni, mentre noi vogliamo cambiare e vogliamo che quella ricchezza che è del lavoro torni a chi fa quel lavoro.
Non cadiamo nella trappola, non facciamoci convincere che il NO è il voto di chi non vuol cambiare, perché altrimenti avremo perso anche se saremo - come spero - maggioranza nelle urne. Perché il 5 dicembre il cambiamento deve partire da noi del NO: così avremo vinto davvero.

venerdì 25 novembre 2016

Verba volant (323): festa...

Festa, sost. f.

Per mia igiene personale guardo poco la televisione e comunque mai i programmi di informazione e i telegiornali, però tutte le mattine, mentre faccio le mie consuete abluzioni, ascolto in maniera disattenta il primo canale di RadioRai. Da qualche giorno in diversi spot viene annunciato l'arrivo del Black friday, con tutto il suo carico di mirabolanti e convenientissime promozioni commerciali.
Conosco l'inglese in maniera elementare - so che il gatto in quel paese dalle strane usanze usa stare sul tavolo, insieme alla matita - e quindi ho subito immaginato che questa nuova festa sarebbe caduta di venerdì. Poi ho consultato un sito specializzato e ho scoperto che il Black friday è il venerdì successivo al Giorno del ringraziamento. Una sorta di pasquetta anglosassone, ho subito pensato. Poi ho scoperto quando cadeva il Giorno del ringraziamento e quindi mi sono accorto che la festa stava arrivando e io ero vergognosamente impreparato. Qual è il piatto tradizionale del Black friday? Gli spaghetti al nero di seppia? Non li so fare. E poi non sono in ferie, lavoro in un servizio pubblico, non posso chiudere lo sportello e non fare più i certificati perché è il Black friday. E le decorazioni? Che decorazioni ci vogliono? Insomma arriva una festa nuova e alla mia famiglia, per colpa della mia colpevole disattenzione, sarà negata la gioia di festeggiarla come si conviene.
Non mi rimane altro da fare: devo convincere mia moglie a passare il venerdì pomeriggio nel più vicino centro commerciale e fare incetta di cose che non ci servono, partendo da quelle reclamizzate la mattina in radio. Così santificherò le feste, come recita uno dei pochi comandamenti a cui mi ricordo di obbedire con regolarità, consumando, consumando, consumando.
Già ho colpevolmente speso poco ad Halloween, ho comprato il mesto striscione arancione, la zucca che si illumina, il cappello da strega per mia moglie - che non ha apprezzato - le merendine a forma di teschio e tutti gli altri prodotti tipici di questa festa, e non posso mancare anche il Black friday. Cosa dirà di me l'Europa? E che giudizio darà il Financial times delle mie pessime abitudini? E se ci fosse la crisi o crollasse la Borsa perché io non ho voluto comprare il nuovo aspirapolvere turbocompatto a tripla elica con motore jet, che da una parte aspira e dall'altra ributta fuori la polvere sminuzzata? E lo devo comprare prima del mio vicino: lo vedo che lui usa ancora la scopa e la paletta. Non posso dormire, devo mettermi in coda, devo essere il primo a entrare nel negozio, il primo ad agguantare l'agognato prodotto, il primo a pagare. Così avrò fatto davvero festa. In attesa che arrivi Christmas, che festeggerò finalmente in un bel centro commerciale aperto, mangiando un hamburger di renna e comprando, comprando, comprando.

lunedì 21 novembre 2016

Verba volant (322): lista...

Lista, sost. f.

Io, nel mio piccolissimo, ho deciso da solo come votare al prossimo referendum, non ho guardato a chi votava in un certo modo per decidere poi di votare in quella stessa maniera o di votare nella maniera opposta. A dire il vero, se guardo a quelli che come me voteranno NO - o hanno dichiarato che voteranno NO - vedo molte persone con cui non voglio avere nulla a che spartire e con cui vorrei davvero votare in maniera diversa, ma la mia decisione ormai l'ho presa e ne sono assolutamente convinto, anche al di là dei miei occasionali compagni di viaggio.
Però guardo le liste di quelli che dicono che voteranno NO e di quelli che dicono che voteranno sì, le leggo e le mando a memoria e, sfortunatamente per loro, io su queste cose ho un'ottima memoria.
Non lo faccio per dividere il mondo in buoni e cattivi o peggio per avere a disposizione una lista di proscrizione, sempre pronta all'uso, di persone su cui mi vorrò vendicare - nonostante tutto io sono un democratico, un democratico vero, non quella roba lì che usa questo bel nome per quello che sappiamo - ma lo faccio per sapere come agire nei prossimi anni. Se tra qualche tempo qualcuno chiederà il mio voto per diventare sindaco della città in cui vivo, consulterò la mia lista e vedrò cosa avrà votato e se avrà votato sì, io non lo voterò. Senza rancore. Questo non vuol dire che voterò chiunque si presenti che abbia votato NO, lo valuterò come sempre ho cercato di valutare i candidati, ma certamente non mi posso fidare di avere come amministratore della mia città qualcuno che ha cercato con il suo voto di limitare la Costituzione, di rendere più debole la democrazia. Se tra qualche anno qualcuno chiederà il mio voto per diventare parlamentare o proverà a ricostruire un soggetto della sinistra politica, cercherò in quella stessa lista e se il suo nome sarà dalla parte del sì, allora nulla, non avrà il mio voto. Senza rancore. Se tra qualche anno un attore lancerà un appello per salvare il teatro in cui lavora, perché a rischio di chiusura a causa delle politiche di questo governo, guarderò la lista e se il suo nome è nella colonna del sì, certo non firmerò quell'appello. Senza rancore. Se un intellettuale promuoverà una bella campagna in difesa di qualche principio che pure condivido, guarderò ancora una volta la lista e non lo sosterrò, se il suo nome è tra quelli che hanno votato sì. Senza rancore.
Non è considerare questo referendum la battaglia finale, anzi io sono convinto che la battaglia vera comincerà proprio il 5 dicembre, qualunque sarà l'esito del voto, né penso che il referendum sia una sorta di giudizio universale, ma certo questo referendum è importante, perché riguarda la Costituzione, perché riguarda la democrazia, e sono cose su cui non è possibile dire, proviamo, meglio una cattiva riforma che nessuna riforma, poi in un secondo tempo potremo cambiare, come molti di quelli del sì stanno dicendo per giustificare il loro voto. Non si gioca con la Costituzione e non si gioca con i valori. Avete votato sì? Mi verrebbe da dire peggio per voi, se non fosse che è peggio anche per noi, ma non credete che questo vostro voto lasci tutto nella stessa situazione di prima. Dovete essere consapevoli che il vostro voto vi mette da una parte, che non è la mia. Poi capisco che a voi può non fregar nulla del fatto che io non venga più a vedere il vostro film, non legga più il vostro romanzo, non vi consideri più un intellettuale da ascoltare, non vi voti mai più, ma per me è così, perché il voto è una cosa seria. E questo voto è una cosa seria. Qualcosa di cui non ci dimenticheremo.

sabato 19 novembre 2016

Verba volant (321): plagio...

Plagio, sost. m.

Capita a volte che i poeti diano un significato nuovo alle parole: questo è uno di quei casi. Nel diritto degli antichi romani il plagium era il reato di chi vendeva o comprava come schiavo un uomo, pur sapendo che era nato libero. Partendo da questa parola, Marziale inventò l'aggettivo plagiarius per attaccare un poeta da quattro soldi che andava in giro per Roma leggendo in pubblico dei suoi epigrammi, spacciandoli per propri.
Evidentemente in arte il plagio è ancora frequente, anche se forse più tollerato che ai tempi degli antichi. Certo sapete che Mina e Celentano hanno pubblicato un nuovo album, se n'è parlato molto e anche i non appassionati di musica credo si siano imbattuti nella notizia. Si intitola Le migliori e probabilmente vi sarà anche capitato di vedere la copertina: in una strada cittadina ci sono quattro donne con vestiti e accessori coloratissimi e molto eccentrici che nascondono le fattezze dei due cantanti. Non c'è che dire: una copertina bella e originale. O meglio bella, perché non troppo originale.
Infatti in questi giorni il fotografo statunitense Ari Seth Cohen, famoso per le sue foto di donne per età e per abbigliamento un po' fuori dagli schemi rispetto agli altri fotografi di moda, ha ripubblicato un suo scatto di qualche tempo fa: in una strada cittadina quattro signore molto eccentriche e coloratissime ci guardano divertite. E' una foto praticamente identica a quella della copertina del disco, anche negli accostamenti di colore. Lo stesso fotografo nel suo blog racconta di essere stato contattato dalla casa discografica per poter utilizzare quella foto, ma che non è stato raggiunto un accordo. Evidentemente, visto che quella foto piaceva proprio, hanno deciso di rifarla, senza che il fotografo fosse citato e ovviamente pagato.
Ari Seth Cohen è un fotografo famoso, ha i mezzi per difendersi e soprattutto, come Marziale, ha gli strumenti e le occasioni di rivendicare il proprio lavoro - la notizia del plagio è stata riportata dai mezzi di informazione e anch'io, nel mio piccolissimo, oggi ne parlo - ma a quanti giovani fotografi capita di essere derubati in questo modo? A quanti giovani artisti succede ogni giorno qualcosa del genere? Senza che ovviamente diventi una notizia per i giornali o da commentare in un blog di provincia come questo.
Purtroppo la situazione è ancora più grave. Il poetastro che rubava i versi di Marziale sapeva benissimo che li stava rubando a un poeta molto più bravo di lui, ne riconosceva in questo modo il valore e soprattutto riconosceva un valore a quel lavoro così particolare che è lo scrivere dei versi. Che però è pur sempre un lavoro. Oggi chi ruba una foto o un brano musicale o una poesia, per usarla magari in uno spot pubblicitario, non si rende neppure conto che il lavoro dell'artista è un lavoro come un altro e, come tale, va pagato. Sempre. Forse perché anche il lavoro di quell'anonimo creativo non è considerato un lavoro ed è regolarmente sottopagato. In genere tutti i lavori in questo tempo dominato dal capitale vengono sottostimati, perché pagare meno chi lavora significa assicurare un guadagno più grande a chi usa quel lavoro, perché il lavoro sfruttato rende ancora più ricco il padrone, ma è tanto più evidente per quello che una volta si chiamava il lavoro intellettuale che, non producendo apparentemente nulla, sembra possa essere non pagato. Vuoi fare l'artista? Peggio per te, spera di avere dei genitori che ti possano mantenere per tutta la vita, perché non potrai sperare che qualcuno paghi per il tuo lavoro, salvo usare quel lavoro, quando è bello, perché magari fa vendere un prodotto.
L'arte è certamente un bene comune, come l'acqua, e in quanto tale deve poter essere fruito dal maggior numero possibile di persone e, proprio come l'acqua, dovrebbe costare poco a chi la consuma. Però chi la produce lavora e deve essere pagato, anche perché per fare una bella foto occorre studiare e bisogna farne almeno mille brutte, così come prima di scrivere una bella poesia occorre studiare e bisogna scriverne mille brutte, da gettare. Per questo l'arte non può essere regolata dal mercato, perché il mercato non può risolvere questa contraddizione. Anche se i padroni quando la usano, come nel caso da cui sono partito, la devono pagare, perché noi compreremo quel disco anche perché incuriositi da quella copertina o ci convinceremo a comprare quell'auto perché sedotti da quella musica.
Forse Marziale non ha poi sbagliato a "inventare" questa parola per significare il furto dell'arte, perché il capitale ci compra come schiavi, pur sapendo che siamo nati liberi.   

giovedì 17 novembre 2016

Verba volant (320): pericolo...

Pericolo, sost. m.

Nella parola latina periculum ritroviamo la radice del verbo greco peirao, che significa tentare, e quindi, almeno dal punto di vista etimologico, non c'è necessariamente un'accezione negativa in questo termine: periculum è anche la prova, l'esperimento. Ma di cui evidentemente si teme l'esito sfavorevole; forse perché per gli antichi non sempre vale l'adagio tentar non nuoce. Leggo che alcuni, dopo l'iniziale sorpresa, hanno verso Trump questo senso di attesa: vediamo cosa farà, aspettiamo a dare giudizi, lasciamolo lavorare, sono frasi ricorrenti in questi giorni. Invece sappiamo che Trump sarà un pericolo per gli Stati Uniti e per il mondo: e lo vediamo già ora che non è ancora ufficialmente cominciato il suo mandato.
I motivi di questo fondato timore sono ovviamente le nomine annunciate in questi giorni, come quella di un personaggio come Stephen Bannon a consigliere speciale della presidenza, ma soprattutto alcune decisioni meno controverse, ma che rischiano di incidere molto profondamente nella coscienza dei cittadini degli Stati Uniti. E non solo. In una delle sue primissime interviste da presidente eletto ha detto che intende rinunciare all'indennità di 400mila dollari all'anno prevista dalla legge e che prenderà uno stipendio simbolico di un dollaro. Immagino che si tratti di una scelta popolare, che gli attirerà consensi, non solo tra i suoi elettori. Ho letto ovviamente commenti entusiasti qui in Italia, un paese in cui sulla critica agli stipendi dei politici si sono fondate le fulgide carriere politiche di alcuni personaggi senza arte né parte, che peraltro si sono ben guardati dal rinunciare ai loro emolumenti una volta eletti, perché - come noto - nel nostro paese vige la regola aurea che i privilegi sono sempre quelli degli altri.
Il gesto di Trump non è solo la vanteria di un ricco che ostenta in maniera volgare i suoi soldi, che immagino molti, ma non moltissimi, perché quelli che sono davvero molto ricchi evitano le pacchianate tipo rubinetti d'oro che invece abbondano in casa di The Donald. Il messaggio, al di là di quello che Trump vuole e sa, è più sottile e più pericoloso. Uno dei motivi che spiega la vittoria di Trump è il fatto che la sua avversaria fosse Hillary Clinton, una che è vissuta di politica, che fa parte di una famiglia che è vissuta di politica. Donald Trump, il primo presidente degli Stati Uniti che non abbia mai esercitato una carica nell'amministrazione pubblica o nell'esercito, ha capito bene la lezione e intende sfruttare fino in fondo questa idea che la politica sia uno spreco. Questo gesto, apparentemente innocuo, serve a consolidare l'idea, già ampiamente diffusa purtroppo, che la democrazia sia un costo, un costo che evidentemente in tempi di crisi non possiamo più sostenere. Che la politica rappresenti uno spreco di risorse, che potrebbero essere più utilmente impiegate per aiutare le persone in difficoltà.
E' un messaggio insinuante, che fa breccia tra i cittadini, come vediamo bene anche qui in Italia. Questo è di fatto l'unico argomento che utilizzano - in maniera martellante - quelli del sì per sostenere una cosiddetta riforma che limita gli ambiti della democrazia, che riduce gli organi legislativi, per favorire l'accentramento del potere in una sola mano. Naturalmente so bene che troppo spesso chi esercita cariche politiche ha indennità troppo alte, almeno qui in Italia è così da molto tempo, e la politica è diventata per molti che non avrebbero avute altre risorse un'occasione per diventare ricchi in fretta, senza troppa fatica, ma la stortura non può farci dimenticare che garantire un'indennità a chi esercita una carica elettiva significa dare la possibilità a tutti, non solo ai ricchi, di fare politica. E chi ama la democrazia non può rinunciare a questo principio, neppure quando è usato così male, quando è frutto di tali abusi.
Ogni tanto mi succede di leggere il commento di qualche idiota che loda l'art. 50 dello Statuto albertino che escludeva ogni tipo di retribuzione per i membri del parlamento. Le indennità per chi esercita funzioni legislative e di governo è una conquista delle democrazie, perché garantisce che tutti le possano esercitare, e non solo quelli che non hanno bisogno di lavorare per vivere, come Trump e quelli della sua risma. E infatti, a parte qualche imbecille che non conosce la storia, questa tesi è sostenuta da sempre dalla destra, da chi vuole togliere il potere al popolo, da quelli che, nonostante le dichiarazioni di questi giorni, sono contenti che abbia vinto Trump, perché è uno di loro, uno che fa passare questi messaggi così suadenti e quindi pericolosi.
In questi quattro anni di Trump e in Italia con il NO al referendum del prossimo 4 dicembre, dovremo combattere con forza e con determinazione questa ideologia strisciante e persuasiva che vuole convincerci che la politica è un lusso che non possiamo più permetterci.

mercoledì 16 novembre 2016

Verba volant (319): cognome...

Cognome, sost. m.

I nomi sono importanti. Lo so: per vivere faccio l'ufficiale d'anagrafe e quindi lavoro con i nomi - e i cognomi - delle persone e per diletto scrivo un dizionario. Dare un nome agli animali e alle cose è il primo - e forse l'unico - potere che il Dio guerrafondaio e assai poco misericordioso dell'Antico testamento dà all'uomo. In questa parola, passata in maniera molto simile in praticamente tutte le lingue indoeuropee, riconosciamo la stessa radice che troviamo nel verbo conoscere, perché in qualche modo chiamare le cose significa conoscerle. Nonostante questo penso che forse i nomi - e i cognomi - siano sopravvalutati.
Francamente se avessi avuto un figlio - o una figlia - mi avrebbe fatto piacere che portasse anche il cognome di sua madre, oltre al mio. O anche solo quello di mia moglie: non ho una particolare necessità di conservare il nome della mia famiglia per i posteri. Anzi più passa il tempo più credo avesse ragione quell'antico eresiarca di Uqbar che diceva che gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini. Comunque, mi fosse successo l'accidente di trasmettere un po' del mio codice genetico a un'altra persona, avrei considerato più importanti le idee con cui lo avremmo cresciuto - o cresciuta - piuttosto che il nome che sarebbe comparso sulla sua carta d'identità.
Anche se questo complicherebbe non poco il mio lavoro, penso che una persona, raggiunta la maggiore età, dovrebbe avere la facoltà di scegliere il proprio nome, perché in fondo i cognomi ci servono soltanto a conoscere una storia, che in qualche caso vogliamo giustamente ricordare, ma che in qualche altro preferiremmo dimenticare. E quella giovane persona potrebbe anche scegliere di cominciare una storia del tutto nuova, con un nuovo cognome.
Ho sempre ritenuto la legge spagnola su questo argomento decisamente migliore di quella italiana, anche se ovviamente non basta una legge a modificare una cultura e infatti quel paese non è meno maschilista e misogino del nostro. E comunque non si tratta di una legge nata per sancire un principio progressista; tutt'altro: serviva a definire una sorta di "purezza" che doveva essere garantita sia dal padre che dalla madre. Comunque sia quel doppio cognome - che ora pare finalmente possibile anche in Italia, senza troppe complicazioni burocratiche, ha un significato importante, perché ciascuno di noi è figlio di una madre e di un padre, anche quando è figlio di NN, come si scriveva un tempo. Ed è figlio di una storia che risale per li rami ed è rappresentata da quei cognomi.
Certo se avessi un figlio adolescente - stupido e immaturo come si conviene a quell'età, come eravamo noi a quell'età - anche se avesse entrambi i nostri cognomi, probabilmente farei fatica a convincerlo che donne e uomini devono essere considerati allo stesso modo e che proprio perché è un giovane uomo ha qualche responsabilità in più. Oggi farei, se possibile, ancora più fatica visto che è stato eletto presidente degli Stati Uniti un tizio che pensa e dice l'esatto contrario di quello che io avrei provato a insegnargli, anzi che è stato eletto anche perché è così volgarmente maschilista e perché la sua avversaria era una donna. Figurarsi allora che fatica farei a spiegare la stessa cosa a una mia eventuale figlia adolescente - che pure immagino un po' più intelligente e matura del suo altrettanto ipotetico fratello, perché in genere le donne sono un po' più sveglie di noi maschi - che credo avrebbe già capito da sola che, nonostante il suo doppio cognome così politicamente corretto, a lei sarà richiesta più fatica per ottenere gli stessi riconoscimenti di un maschio, che sarà comunque pagata meno rispetto a un maschio per fare lo stesso lavoro, che sarà valutata più per la sua bellezza che per la sua intelligenza e che troppe volte le sarà richiesta una "disponibilità" che non vorrebbe dare. Perché non basta la legge che dice che si possono avere i due cognomi per cambiare le teste di troppi maschi.
Immagino che più del loro doppio cognome garantito dalla legge sarebbe stato necessario il comportamento di noi genitori, il modo di prendere insieme le decisioni importanti che riguardano la famiglia, la considerazione e il rispetto per il lavoro l'uno dell'altra, l'esempio che saremmo riusciti a essere, nel bene - spero - come nel male. Pur sapendo che il mondo là fuori va in direzione opposta, come ogni giorno purtroppo ci viene ricordato.

lunedì 14 novembre 2016

Verba volant (318): centro...

Centro, sost. m.

Questa parola risale, ovviamente attraverso il latino, al termine greco kentron, una forma del verbo kenteo, che significa pungere, perché la punta del compasso si infigge nel punto intorno a cui si descrive la circonferenza. E quindi siamo passati dalla geometria all'urbanistica.
Scrivo questa definizione perché l'amministrazione comunale di Roma ha annunciato un nuovo regolamento che prevede il divieto di installazione di slot machine nel centro della capitale. Sono d'accordo ovviamente: si tratta di un provvedimento giusto, sacrosanto direi. Come ho già scritto, il gioco d'azzardo istituzionalizzato è una vergogna, un settore economico di grande espansione, in cui lo stato è spesso socio della criminalità organizzata - questa è la vera "trattativa stato-mafia" di cui dovremmo chiedere conto ai politici - e sempre crea complessi fenomeni di dipendenza. Lo stato ogni giorno guadagna soldi sulle debolezze dei nostri concittadini e, in maniera criminale, alimenta queste debolezze per guadagnare sempre di più, come un qualsiasi spacciatore da strada. Lo stato che gestisce un'attività criminale è da condannare, anche se con quei soldi finanzia le scuole che frequentano i nostri figli, gli ospedali dove ci curiamo, le pensioni di cui godono i nostri vecchi.
Proprio per questo credo che il provvedimento allo studio a Roma sia insufficiente e dovrebbe essere esteso a tutto il territorio comunale. Tra l'altro è proprio nelle periferie delle grandi città dove c'è il maggior numero di sale da gioco e di slot negli esercizi pubblici, perché sono i poveri, i soggetti più deboli, quelli che vivono nelle periferie, a essere maggiormente schiavi del gioco. E' togliendo la possibilità di giocare d'azzardo nelle periferie che si farebbe un servizio alla città. Poi ovviamente so che anche questo sarebbe insufficiente, perché ci sarebbe il problema di quello che avviene nei comuni confinanti, anzi qualcuno di questi potrebbe, proprio in virtù della decisione dell'amministrazione capitolina, decidere di ospitare le slot in uscita da Roma, fino a creare una qualche piccola Las Vegas ciociara, ma comunque un provvedimento così radicale da parte dell'amministrazione della più grande città italiana sarebbe lo stesso significativo, per quanto insufficiente, segnerebbe finalmente una discontinuità, come promesso dal partito che governa Roma.
C'è un punto però che voglio sottolineare: questa pericolosa tendenza che hanno gli amministratori di identificare le città con i loro centri, dedicando a essi idee - quando ne hanno qualcuna - e risorse - quando non le devono dare a qualche loro amico - tendenza che li porta a trascurare le periferie. E non ne siamo immuni neppure noi che a vario titolo commentiamo le vicende delle città, basti guardare gli articoli che i giornalisti bolognesi dedicano al traffico nel centro storico, al rumore nel centro storico, al degrado nel centro storico di quella città, come se nei quartieri al di fuori dei viali non ci fossero auto, non ci fosse rumore, non ci fosse degrado. C'è tutto questo, e in più ci sono i poveri.
E' un errore che ho fatto anch'io quando ho avuto la possibilità di occuparmi del governo di quella città, perché ci sembrava fosse molto importante tutelare il centro, facendolo vivere, trovando un equilibrio tra le varie richieste delle persone che ci vivono e ci lavorano e così via. Gran parte  delle nostre discussioni erano dedicate al centro, che certo meritava attenzione, ma forse non tutta quell'attenzione, soprattutto non a scapito di altre zone della città.
Credo che questo si sia rivelato esiziale per le sorti della sinistra italiana. Anche perché questa tendenza degli amministratori di occuparsi più dei centri che delle periferie ha coinciso con l'idea che per vincere occorresse spostarsi al centro. In questo caso non storico, ma politico, perché dalla geometria e dall'urbanistica siamo passati a un'altra scienza.
In quegli stessi anni in cui abbiamo cominciato a disinteressarci delle periferie abbiamo anche cominciato a essere un'altra cosa. E anzi vedevamo come un successo il fatto che prendessimo voti anche dai cittadini del centro - inteso come luogo fisico e non politico, anche se quasi sempre le due cose coincidevano - mentre prima i nostri voti venivano per lo più dalle periferie. Solo che a un certo punto i voti dalle periferie hanno smesso di arrivare, perché non ci andavamo più, perché avevamo smesso di frequentarle, perché in qualche modo il centro ci attraeva, come quando da ragazzini il sabato pomeriggio non vedevamo l'ora di prendere la corriera per andare a fare le vasche a Bologna. Non sapevamo più cosa succedeva in quelle zone dove avevamo smesso di andare, e non abbiamo visto che proprio lì cresceva la povertà, una povertà disillusa, la cui unica speranza era diventata gettare una moneta dopo l'altra nella slot del bar tabacchi sotto casa.

domenica 13 novembre 2016

Considerazioni libere (412): a proposito di una strage europea...

Una studentessa alla Sorbona, nata a Venezia, che faceva la volontaria a favore dei clochard; un tassista portoghese; una cameriera corsa; un violinista di origina algerina; un ingegnere spagnolo esperto di energia nucleare; due sorelle nate in Tunisia; un architetto nato in Marocco, professore alla Scuola superiore di architettura; un musicista cileno, sposato con una ragazza francese; un ingegnere belga; due giovani rumeni che si erano sposati a Parigi e avevano messo in piedi un'azienda di ascensori; un organizzatore di eventi musicali nato nell'Essex. Apparentemente queste persone hanno poco in comune, se non il fatto che vivevano a Parigi il 13 novembre 2015 e in quella città sono stati uccisi.
Queste persone hanno in comune il fatto di essere l'Europa, l'Europa che esiste nei fatti, nelle vite reali di tante e tanti europei; è l'Europa vera, di cui però non parliamo mai. Perché c'è anche un'Europa rappresentata e sceneggiata nei palazzi di Francoforte e di Bruxelles, un'Europa che non esiste e di cui purtroppo parliamo continuamente. La strage del 13 novembre 2015 è stata europea più che francese, una strage le cui vittime sono cittadine e cittadini europei che casualmente vivevano a Parigi. E quindi anche la nostra risposta, al di là degli ipocriti che siedono nei cosiddetti "palazzi europei" - e che con l'Europa non hanno nulla a che fare - deve essere europea, delle donne e degli uomini di Europa, che sono spesso meglio di come vengono rappresentati.
E deve essere delle donne e degli uomini del mondo, anche loro migliori di come vengono rappresentati.

venerdì 11 novembre 2016

"The old revolution" di Leonard Cohen

I finally broke into the prison,
I found my place in the chain.
Even damnation is poisoned with rainbows,
all the brave young men
they're waiting now to see a signal
which some killer will be lighting for pay.

Into this furnace I ask you now to venture,
you whom I cannot betray.

I fought in the old revolution
on the side of the ghost and the King.
Of course I was very young
and I thought that we were winning;
I can't pretend I still feel very much like singing
as they carry the bodies away.

Into this furnace I ask you now to venture,
you whom I cannot betray.

Lately you've started to stutter
as though you had nothing to say
To all of my architects, let me be traitor.
Now let me say I myself gave the order
to sleep and to search and to destroy.

Into this furnace I ask you now to venture,
you whom I cannot betray.

Yes, you who are broken by power,
you who are absent all day,
you who are kings for the sake of your children's story,
the hand of your beggar is burdened down with money,
the hand of your lover is clay.

Into this furnace I ask you now to venture,
you whom I cannot betray.

cliccate qui per ascoltare la canzone dalla voce di Leonard Cohen

Sono finalmente entrato nella prigione, / ho trovato il mio posto in catene. / Perfino la dannazione è avvelenata dagli arcobaleni, / tutti i giovani e coraggiosi / stanno aspettando di vedere un segnale / che qualche assassino accenderà in cambio di soldi.
In questa fornace ti ho chiesto di addentrarti, / a te che non posso tradire.
Ho combattuto nella vecchia rivoluzione / dalla parte del fantasma e del Re. / ovviamente ero molto giovane / e pensai che stessimo vincendo; / non posso far finta di aver ancora tanta voglia di cantare / ora che portano via i corpi.
In questa fornace ti ho chiesto di addentrarti, / a te che non posso tradire.
Poi hai cominciato a balbettare / come se non avessi nulla da dire / a tutti i miei architetti, lascia che sia io il traditore. / Ora lasciami dire che io stesso diedi l'ordine / di dormire e cercare e distruggere.
In questa fornace ti ho chiesto di addentrarti, / a te che non posso tradire.
Sì, tu che sei logorato dal potere, / tu che sei stato assente tutto il giorno, / tu che impersoni i sovrani nel racconto per i tuoi bambini, / la mano del tuo mendicante è appesantita dai soldi, / la mano del tuo amante è di argilla.
In questa fornace ti ho chiesto di addentrarti, / a te che non posso tradire.

mercoledì 9 novembre 2016

Verba volant (317): perdente...

Perdente, agg. e s. m. e f.

Difficile immaginare due persone più differenti di Obama e Trump: per storia personale, idee politiche, stile, linguaggio, Barack e Donald sono agli antipodi. Eppure c'è un tratto in comune nella loro storia politica: entrambi sono diventati presidenti degli Stati Uniti, uno otto anni dopo l'altro, sconfiggendo Hillary Clinton. Se non ci fosse stata Hillary forse nessuno dei due sarebbe diventato presidente. Allora forse il problema non è Donald Trump, come si affannano a spiegare in queste ore quelli che hanno capito tutto, ma è proprio Hillary Rodham coniugata Clinton, che i cittadini degli Stati Uniti non vogliono che diventi presidente, e non solo perché è una donna, ma perché è quella donna.
Otto anni fa Obama era un giovane senatore nero il cui slogan era yes, we can. Obama non era allora - come non lo è stato in questi otto anni di presidenza - antisistema, era - ed è - un moderato con alcune idee progressiste, però era lui stesso, per il colore della sua pelle, per quello che rappresentava la sua storia personale e politica, un simbolo di rinnovamento; e così è stato percepito da molti cittadini americani, che per questo hanno preferito lui a Hillary, che era, già allora, la candidata migliore, quella favorita, quella che poteva soltanto vincere. E che infatti ha perso. Trump sapeva di non essere fisicamente antisistema, come lo era Obama, e così lo è diventato, alzando i toni della polemica politica, usando un linguaggio assolutamente inusuale, a tratti volgare, mostrando la propria faccia peggiore. Trump è un attore - credo un bravo attore, probabilmente in questo più bravo di Reagan - e un bravo attore sa quello che il suo pubblico vuole. Per questo otto anni dopo molti cittadini americani hanno preferito lui a Hillary, che era, ancora una volta, la candidata migliore, quella favorita, quella che poteva soltanto vincere. E che infatti ha perso, un'altra volta.
Se in otto anni Hillary Clinton è stata sconfitta due volte, da due persone così differenti, sarebbe ora di interrogarsi sul perché e credo che la risposta sia di una qualche utilità anche per le travagliate vicende della sinistra in Europa.
C'è una foto del 1999 che racconta perché Hillary ha perso. Nel novembre di quell'anno si ritrovarono a Firenze Bill Clinton - accompagnato ovviamente dalla moglie - Massimo D'Alema, Tony Blair, Lionel Jospin, Gerhard Schroeder, Fernando Cardoso. Il presidente degli Stati Uniti, il presidente del consiglio italiano, il premier inglese, il capo del governo francese, il cancelliere tedesco e il presidente del Brasile, per la prima volta, erano tutti e sei rappresentati di forze progressiste. Ci illudemmo allora - anche noi che facevamo politica a un livello molto più basso - che il mondo stesse per cambiare davvero, che finalmente toccasse a noi governare il mondo. Però per arrivare al governo avevamo progressivamente rinunciato a essere socialisti, a essere di sinistra. La chiamammo allora terza via, ci parve allora un compromesso necessario: pur di andare al governo rinunciammo a pezzi sempre più ampi dello stato sociale, che cominciammo a smantellare, varammo politiche per rendere più deboli i lavoratori, cominciammo a privatizzare i beni comuni. In sostanza diventammo un'altra cosa, diventammo destra. Poi spesso quel lavoro fu finito dalla destra politica che prese il nostro posto alle elezioni successive: in pochi anni il sogno progressista svanì, ma in fondo non c'era mai stato, perché la foto ricordo di quel novembre del 1999 non rappresentava più la sinistra. Ci eravamo allora condannati a perdere. E' in quel momento che Hillary ha perso le primarie del 2008 e le elezioni di quest'anno. E' in quel momento che in Francia è cominciata la cavalcata vittoriosa che potrebbe portare Marine Le Pen l'anno prossimo all'Eliseo, che ha portato al golpe parlamentare in Brasile di questi mesi, che ha portato al suicidio della sinistra in Italia, alla nascita del pd e alla irresistibile ascesa di renzi.
Se il candidato di sinistra viene scelto e sostenuto dalle banche, dalle grandi industrie, dalle multinazionali, può succedere che perda, perché le persone che dovrebbe rappresentare, ossia quelli che ogni giorno vengono sfruttati dalle banche, dalle grandi industrie, dalle multinazionali, giustamente non si fidano. Poi può succedere che votino per quello che dice che cambierà tutto, anche se non cambierà nulla, perché anche lui è un uomo delle banche, delle grandi industrie, delle multinazionali. Comunque oggi avrebbe vinto un candidato sostenuto dai padroni e infatti uno come Sanders, che non andava bene alle banche, alle grandi industrie, alle multinazionali, non era candidato. E infatti se il vecchio Bernie fosse stato l'antagonista di Trump avrebbe vinto e oggi avremmo il primo presidente degli Stati Uniti che si definisce socialista. Ma questo sarebbe stato inaccettabile nel mondo dominato dal capitale; meglio l'inaffidabile Donald.
E la sinistra? O è socialista o è irrilevante.  

lunedì 7 novembre 2016

Verba volant (316): dividere...

Dividere, v. tr. 

Nelle ultime settimane in questo paese ci sono almeno tre Italie, che non si parlano, che si detestano con violenza. Ci sono ovviamente l'Italia del sì e l'Italia del no: in apparenza ci confrontiamo, ma non ci parliamo davvero mai. Se non per scambiarci insulti. Io - lo sapete - faccio parte, convintamente, dell'Italia del no e credo di avere avuto ieri uno dei miei sporadicissimi contatti con una persona dell'Italia del sì, una che si è presa la briga di venire sulla mia bacheca di Facebook e di scrivere un commento acido: allora io l'ho insultata con maggior cattiveria, perché quelli lì li detesto e non voglio averci nulla a spartire. E infatti, come è arrivata, è sparita e io ho continuato a dire le mie cose. Ogni tanto vado a scrivere cose sgradevoli sulle loro bacheche, a cui loro sgradevolmente rispondono. Non credo di essere un caso raro, forse con gli anni ho un po' accentuato il mio cattivo carattere, ma in sostanza credo di essere nella media, a quello che leggo in giro.
Poi c'è la terza Italia - quella che credo numericamente più significativa - a cui non frega un c...o del referendum costituzionale, che probabilmente non andrà a votare o che, se andrà, voterà sì o no a seconda di un sentimento momentaneo, di un'impressione, probabilmente di un qualche rancore. Sarà comunque un voto contro: contro renzi o contro i "vecchi" politici o contro qualcosa, non importa cosa. E' un'Italia che ha molti problemi e che, spesso a ragione e qualche volta a torto, considera questi problemi più importanti di quello su cui ci stiamo accapigliando. In genere considera fondamentali e universali i propri problemi, fregandosene di quelli degli altri. E comunque credo si interessi ancor meno a questo tema, anche per il modo in cui lo affrontiamo. Noi del no - come peraltro quegli sfigati del sì - parliamo raramente a questa Italia, anche se potrebbe essere quella che fa la differenza, anzi sarà quella che farà la differenza. Parliamo ciascuno ai nostri, anche perché in sostanza non ci fidiamo che vadano a votare e soprattutto che votino bene. Non credo di essere più amaro e pessimista del solito, ma se abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio vi accorgerete non è un bel vedere.
Credo sia grave quando in un paese ci si riduce a vivere così ed è tanto più grave che una divisione così netta, così violenta, così volgare nei toni, ci sia proprio sulla Costituzione, ossia su quel testo che dovrebbe rappresentare il massimo di condivisione possibile tra cittadini che legittimamente hanno idee, convinzioni, posizioni politiche differenti. Sono preoccupato per quello che succederà il 5 dicembre, a partire da quello che penso io, perché io sono uno di quelli che, quando vinceremo, non vorrebbe fare prigioneri, anche perché sono convinto che se loro vincessero non ne farebbero. Comunque, anche al di là di quello che penso io nella mia radicalità giacobina, il 5 dicembre il paese sarà più diviso ancora, se possibile, di quanto lo sia già adesso. Noi da una parte, loro dall'altra e quelli che non gliene frega un c...o da un'altra ancora. E continueremo a non parlarci. Se non per insultarci.
E questa divisione in qualche modo si è sedimentata non solo per quel che riguarda la politica. C'è in giro una cattiveria, un livore, che vediamo in molti aspetti della nostra vita. Personalmente ho visto questa divisione anche in occasione del recentissimo terremoto. Al di là di qualche appello generico, al di là di qualche persona di buona volontà che si è data da fare, questa catastrofe - che è un dramma italiano, che ha colpito tutta l'Italia, perché Norcia è tutta l'Italia, Preci è tutta l'Italia, come Amatrice, come Accumoli, come Arquata - non l'abbiamo vissuta come un avvenimento nazionale, ma come la sfortuna di quelli a cui è capitata: meno male che non è successo a me, abbiamo pensato nei migliori dei casi, quando non abbiamo pensato peggio per loro, magari dopo aver mandato il nostro bravo sms solidale.
Credo ci sia una certa predisposizione italica per questa tendenza a dividersi con tale rabbia, anche se quello che succede negli Stati Uniti ci fa capire che il fenomeno non è così locale. Noi italiani un po' siamo fatti così, anche perché nessuno di noi è davvero italiano, ma è piemontese o siciliano, fascista o comunista, cattolico o anticlericale, guelfo o  ghibellino e così via, ma penso anche che in questi ultimi venticinque anni sia stata accuratamente coltivata, favorita, in qualche modo fatta crescere. E non penso al secessionismo da operetta della Lega. In questo bisogna ammettere che Berlusconi ha fatto tanto per spezzare ogni legame possibile tra noi italiani e su questo più che su qualsiasi altro aspetto renzi l'ha seguito. Berlusconi ha fatto di tutto per dividere l'Italia, come renzi sta facendo l'impossibile per rendere quella divisione sempre più profonda. Allora forse c'è un progetto perché né Berlusconi né meno che mai il povero renzi sono capaci di tali astuzie, di pensare simili disegni. Forse qualcuno ha voluto colpire l'Italia in questo modo, dopo averla colpita per più di dieci anni con le bombe e le stragi. Dal momento che l'Italia allora non si fiaccò, anche se si piegò e si contorse, hanno deciso di renderla più docile in questo modo, facendola diventare così tragicamente cattiva. E ciascuno di noi sta contribuendo a questo loro disegno. Da Gorino fino alle nostre livide bacheche social.
Personalmente non voglio smettere di diventare cattivo - a questa età è ormai impossibile che rinunci al mio bel carattere - né voglio esortarvi a non esserlo, anche perché so che non mi ascoltereste. Però credo che dovremmo saper indirizzare in maniera diversa questa cattiveria. Perché dividerci, anche aspramente, è importante, ma è altrettanto importante dividerci nella maniera giusta. Senza che nessuno ce lo imponga. Anche per far finalmente partecipare quell'Italia che adesso sta alla finestra e non si cura di nulla.

sabato 5 novembre 2016

Verba volant (315): maschera...

Maschera, sost. f.

A volte le maschere servono a nascondere, ma a volte servono a svelare. A volte sono usate per spaventare, ma a volte sono usate per dare coraggio. A volte celano un inganno, ma a volte celano una speranza.
In questi ultimi anni c'è una maschera che ha avuto una storia strana, degna di essere raccontata. Proprio oggi, proprio questa notte. Guy Fawkes era un cospiratore cattolico - un terrorista fondamentalista, secondo le categorie dei nostri giorni - che in una fredda notte dell'inizio di novembre del 1605 tentò di far saltare in aria il parlamento inglese, in occasione di una seduta in cui era presente il re: se Fawkes non fosse stato tradito e fermato un attimo prima di dar fuoco alle polveri, avrebbe compiuto una strage che avrebbe inevitabilmente cambiato la storia dell'Inghilterra.
Per qualche strana ragione, grazie a una bellissima storia a fumetti e a un film altrettanto bello, la maschera di Guy Fawkes è diventata un simbolo di libertà, di ribellione anarchica, il simbolo della voglia di far saltare gli schemi di un potere sempre più oppressivo e sempre meno democratico. Immagino che il vero Guy Fawkes sarebbe il primo a mettere a morte quei giovani - e non solo - che usando la sua faccia vorrebbero costruire un mondo diverso. Il vero Fawkes non era meno antidemocratico di quelli che avrebbe voluto uccidere, voleva soltanto sostituire un regime con un altro. E questo succede spesso, e noi ci illudiamo, battiamo le mani a chi ci promette di abbattere una tirannia; e non ci rendiamo conto che sta per imporci una tirannia ancora più dura.
E altrettanto curiosa è la storia della parola maschera, che deriva da masca, che nel latino medievale significa strega - e così ancora si chiamano nella tradizione popolare piemontese queste donne pericolose, accusate di rapire e uccidere i bambini - da cui il significato di camuffamento per incutere paura. Immagino che chi ha cominciato a usare la maschera di Guy Fawkes non conoscesse affatto questa etimologia, eppure quella maschera vuole far paura a chi per il suo potere, per il suo prestigio, per la sua ricchezza, non è abituato ad avere paura. E noi abbiamo bisogno che questi comincino ad avere paura, che sentano che potrebbero perdere quel potere, quel prestigio, quella ricchezza, che hanno accumulato sulle spalle degli altri, sfruttando il lavoro degli altri, rubando le risorse naturali agli altri. Devono sentire che c'è una forza che prima o poi li spazzerà via, per sempre.
E allora non avremo più bisogno di maschere.

mercoledì 2 novembre 2016

da "Pilade" di Pier Paolo Pasolini

Vecchio
Oh, uno Diverso, certo. Ma la sua Diversità, per noi,
era come noi avevamo stabilito in cuore
che la Diversità doveva essere. Ossia:
noi vedevamo in lui uno di noi
- niente altro che uno di noi -
dotato di una misteriosa grazia.
Infatti, ci sono, tra gli uomini, ideali comuni:
sappiamo cos’è la fedeltà, la lealtà,
il disinteresse, la passione - ma è raro
che applichiamo a noi tali ideali...
E quando capita che qualcuno
li viva nella sua vita - nei suoi occhi
e i suoi atti - allora pensiamo
che si tratti di un dono divino.
Pensiamo che sia, semplicemente, la sua natura,
nata con lui, senza che gli costi nulla
- come nulla costa a noi la nostra.
Pensiamo, insomma, ch’egli sia com’è -
cioè un uomo ideale - senza che ciò contraddica
le semplici norme umane.

Coro
Ma, che cosa c’è invece in lui, ora, al posto
di quella grazia che noi gli attribuivamo?

Vecchio
La Diversità, appunto. Ma la vera diversità
quella che noi non comprendiamo
come una natura non comprende un’altra natura.
Una diversità che dà scandalo.