mercoledì 29 giugno 2016

Verba volant (286): ragazzata...


foto Mary Corradi (Maryko-Rrady) 

Ragazzata, sost. f.

Ogni stupro è una ferita dolorosissima, ma ci sono ferite che fanno, se possibile, ancora più male di altre. Lo stupro di una ragazza adolescente da parte di cinque suoi coetanei è una di queste. Qualcosa che dovrebbe interrogarci ancora di più, che dovrebbe costringere tutti noi a riflettere. E ad agire finalmente.
La mattina in cui è stata data la notizia mi è capitato di ascoltare un servizio del giornale radio. Dopo aver raccontato quello che è avvenuto, il giornalista ha intervistato il parroco del paese in cui è successo. Immagino che non sia facile rispondere a domande del genere, in un momento del genere, ma quel prete è stato davvero inadeguato. Non ha detto una parola sulla ragazza, che è la vittima, che ha sofferto un dolore indicibile, che ha subito qualcosa che temo la segnerà per sempre, ma che ha anche avuto un coraggio che molte sue coetanee non hanno. A quella ragazza dobbiamo la nostra solidarietà, in ogni occasione, anche per le offese che ha ricevuto e riceve a causa di questa sua coraggiosa denuncia. Invece si è dilungato sui colpevoli, con parole di circostanza, ha detto che vengono da famiglie "normali" e che quindi non si sa spiegare le ragioni di quel gesto. Le ragioni sono difficili da spiegare per chiunque e probabilmente due battute durante un'intervista non sono l'occasione più propizia per farlo, però qualcosa in più - e di diverso - occorre dirlo. Se qualcuno avesse acceso la radio in quel momento avrebbe potuto pensare che quei cinque "bravi" ragazzi - qualcuno di loro aveva fatto la prima comunione proprio in quella parrocchia, ha precisato il povero prete - fossero le vittime di qualche disgrazia. Evidentemente in una situazione del genere non è facile neppure fare le domande e francamente anche quel giornalista è stato inadeguato: in genere una risposta banale segue a una domanda banale.    
Non conosco quel prete, magari è anche consapevole della situazione in cui vive la sua comunità, magari ha anche attivato delle iniziative per far crescere una diversa cultura dei rapporti tra uomini e donne, tra giovani uomini e giovani donne, magari è un ottimo parroco e questa mia critica può essere ingiusta e ingenerosa, però quelle sue parole - immagino dettate dalla buona fede - sono il segno di una sconfitta. Anzi il fatto che siano state dette in buona fede rende quelle parole ancora più gravi. Quelle parole sono il segno che per larga parte della nostra società quel delitto è ancora inspiegabile, tanto più inspiegabile se fatto da persone "normali". Invece quel delitto è spiegabile, spiegabilissimo. Quel delitto nasce nella cultura di noi maschi - e delle donne che hanno educato noi maschi - nell'idea che le donne siano un oggetto, nell'assoluta mancanza di una qualsiasi forma di educazione alla sessualità e al rapporto tra donne e uomini. 
Quel prete avrebbe dovuto interrogarsi - anche pubblicamente - sulla sue responsabilità, sulla responsabilità dell'agenzia educativa che lui dirige. E naturalmente maggiori responsabilità hanno le altre agenzie educative frequentate da quei ragazzi: la scuola prima di tutto, le associazioni sportive e tutti quelli che in qualche modo hanno contribuito alla formazione di quei ragazzi. In questi giorni credo che molte persone dovrebbero chiedersi non solo cosa non hanno fatto per impedire quello stupro, ma soprattutto cosa hanno fatto affinché avvenisse. Saremo condannati non perché non potevamo sapere, non potevamo fermare una violenza che non sapevamo dove e quando si sarebbe scatenata, ma perché abbiamo educato quei ragazzi ad agire come hanno agito. E questa responsabilità pesa naturalmente più di tutto sulle famiglie, su quelle famiglie "normali": dietro quei cinque ragazzi ci sono cinque famiglie che hanno cresciuto così i loro figli. 
Riconoscere che le responsabilità sono di altri, anche di altri, non significa deresponsabilizzare quei cinque ragazzi che certamente erano consapevoli di quello che stavano facendo, ma capire che se vogliamo che episodi del genere non si ripetano occorre uno scatto culturale ed educativo di cui purtroppo non si vedono neppure i primi segnali. Quando quei genitori dicono che si è trattato di una ragazzata non difendono i loro figli, difendono se stessi, cercano di non essere accusati di un delitto che comunque peserà sempre su di loro. E pesa anche su di noi, perché quella giovane donna, come tutte le donne che subiscono violenza, è una vittima della violenza che c'è nella nostra società, è vittima del nostro maschilismo, della nostra paura delle donne, della nostra incapacità di vivere il sesso in maniera normale, per quella cosa bella che è.
E la sessualità è qualcosa che cominciamo a imparare appunto quando siamo ragazzi. Non è una ragazzata quello stupro, anzi è proprio il contrario: è il segno che quegli adolescenti sono cresciuti troppo in fretta, e sono cresciuti male, che li abbiamo cresciuti male. Ciascuno di noi scopre il sesso in maniera diversa, con un misto di curiosità, di attesa, di ansia, è qualcosa che fa parte della storia personale di ciascuno di noi, anche con gli errori che abbiamo fatto, quelle sì ragazzate, le cose fatte senza consapevolezza, quando ancora non sai e non capisci. Quei ragazzi non hanno più nulla da scoprire, anzi hanno scoperto solo la parte peggiore, perché intorno a loro hanno visto solo quella. Abbiamo fatto vedere loro solo quella. Dobbiamo cominciare a far loro conoscere quella più bella. Adesso, subito, altrimenti domani saremo qui a piangere il dolore di un'altra giovane donna. Sarà fatica, ma lo dobbiamo a lei, alle giovani donne come lei, alle nostre figlie, alle donne a cui vogliamo bene. E anche a quelle che non conosciamo. Lo dobbiamo al nostro essere donne e uomini.

lunedì 27 giugno 2016

Verba volant (285): molo...

Molo, sost. m.

Domenica 19 giugno, insieme a Zaira e ai nostri amici Vittorio e Adriana - con il loro figlio Davide -abbiamo provato a visitare The floating pears, l'installazione ideata, finanziata e realizzata da Christo sul lago d'Iseo.
Mi rendo conto che sarebbe stato meglio scegliere un altro giorno, magari uno feriale, per organizzare questa gita al lago, ma non riuscivamo proprio a fare altrimenti. E capisco anche - siccome in un'altra vita ho organizzato manifestazioni all'aperto abbastanza grandi - che contro il meteo si può fare poco e questo mese di giugno sta avendo caratteristiche per molti versi anomale, soprattutto in un microclima particolare come il lago d'Iseo, dove si sviluppa molto rapidamente un temporale violento che chiamano sarneghera. Però contro la disorganizzazione umana qualcosa si può fare. Si dovrebbe fare.
Siamo partiti da casa presto, non abbiamo trovato traffico e abbiamo raggiunto i nostri amici a Brescia - dove vivono - abbiamo preso la metropolitana, quindi il treno e abbiamo cominciato un viaggio che purtroppo non abbiamo completato. Vista la situazione - le strade dei paesini lungo il lago sono piccole e ci sono pochissimi parcheggi - ci pareva che il treno fosse il mezzo migliore per muoversi, e questo - a dire il vero - è anche specificato nei vari siti in cui viene descritta l'opera e vengono date le informazioni per visitarla. A questo punto, come molti altri, siamo rimasti in balia di un'organizzazione che forse non aveva messo in conto un simile afflusso di persone - comunque anche questo è strano e un po' dilettantesco, vista la visibilità internazionale dell'artista e delle sue installazioni - e soprattutto di un'assoluta mancanza di informazioni e di coordinamento.
Normalmente occorrono quaranta minuti per fare il viaggio in treno da Brescia a Sulzano, il piccolo paese rivierasco che sta di fronte a Monte Isola e da cui parte il lungo pontile galleggiante che collega la terraferma con l'isola. Il nostro treno, come altri tre prima del nostro, è stato fermato in una piccola stazione - tanto valeva non farlo neppure partire, visto che sapevano già che lo avrebbero dovuto fermare - e da lì è cominciata una ridda di comunicazioni prima discordanti e poi decisamente sconfortanti. Alla fine sul sito del Giornale di Brescia - se non fossimo stati con una persona di quella città probabilmente non ci sarebbe venuto in mente di controllare proprio lì - abbiamo letto un invito piuttosto allarmante della cosiddetta "cabina di regia" - pare la prefettura, a sentire gli sconsolati ed esausti ferrovieri di Trenord - ossia che per quel giorno sarebbe stato meglio non visitare l'opera. Peraltro ho letto che anche in altre giornate dalla prefettura è arrivato questo invito, che non è esattamente un buon biglietto da visita per i turisti arrivati o che vogliono arrivare fin là.
In qualche modo, dopo circa due ore e mezzo, siamo arrivati a Iseo e qui non sapevamo come e quando saremmo ripartiti verso il lago e così abbiamo deciso di ritornare verso Brescia, prima di rimanere definitivamente bloccati - forse per parecchie altre ore - su quei binari. Abbiamo saputo che una persona che era sul treno con noi ha raggiunto la passerella dopo circa otto ore dalla partenza da Brescia e non sappiamo di preciso quando sia tornato a casa. Tutti noi lunedì non avremmo potuto rimanere a casa - proprio quel lunedì Davide ha fatto l'esame di terza media, andando bene peraltro, secondo le aspettive - e quindi abbiamo preferito così. Il piacere di vedere Vittorio con cui sono stato compagno di liceo - e che non vedevo da quegli anni là - e di conoscere finalmente la sua famiglia, mi ha ripagato della fatica e quindi sono tornato a casa contento. Credo però che un problema ci sia. Probabilmente ormai non più risolvibile, visto che dopo il 3 luglio l'opera sarà smantellata e l'esperienza accumulata sarà inutile. Forse sarebbe stato meglio gestire questo evento con una struttura diversa, più abituata a lavorare nelle emergenze, ma non voglio insegnare a nessuno il proprio lavoro.
Nei giorni successivi ho letto una dichiarazione del prefetto in cui - immagino anche esasperato da un compito a cui non era evidentemente preparato e a cui mi pare non abbia saputo fare fronte - ha detto che non è un diritto vedere l'opera di Christo. Certamente non è un dovere, anche se per molti che erano con noi sul treno sembrava tale, visto che volevano a ogni costo arrivare a Sulzano e mettere piede sul telo giallo, quasi come un rito di iniziazione o per la suggestione della moda del momento o semplicemente per dire "io ci sono stato" - non importa dove, ma ci sono. Ma credo, altrettanto fermamente che l'arte sia un diritto dei cittadini e che quindi debbano essere organizzati i servizi adeguati per poterne usufruire, tanto più che la visione di questa opera è programmaticamente gratuita, proprio per intenzione dell'artista - che ha messo i soldi, parecchi soldi, per realizzarla. Una delle conquiste del tanto bistrattato Novecento - e francamente non tra le meno significative - è proprio quella di aver reso l'espressione artistica a disposizione di tutti. L'arte non è più qualcosa di cui possono godere solo i signori, ma che tutti possiamo in qualche modo fruire. Il turismo di massa, oltre a essere un voce importante dell'economia - e io spero che l'opera di Christo sia comunque un'opportunità economica per tutto il lago d'Iseo, nonostante la non eccellente prova organizzativa, perché le persone che vivono e lavorano su quel bellissimo lago meritano davvero questa occasione - è anche il segno che la conoscenza delle meraviglie dell'arte è diventata in qualche modo più democratica.
Certamente potremmo godere davvero di questo sacrosanto diritto se in Italia l'arte fosse studiata nelle scuole come merita, se in televisione i programmi dedicati a questo tema non fossero relegati in una rete il cui segnale non arriva a tutti, se considerassimo quello che chiamiamo in maniera ipocrita il nostro patrimonio artistico come qualcosa da difendere davvero e da tutelare. Senza questa educazione, senza questa cura a insegnare il bello, rischiamo che un evento come quello che abbiamo la fortuna di ospitare in questi pochi giorni venga vissuto da molti come un'attrazione da fiera, e - su questo il signor prefetto avrebbe ragione - non è un diritto andare al luna park.  
Poi so che qualcuno non considera l'opera di Christo "vera" arte, ma un fenomeno mediatico, la cui forza sta nel numero di visitatori che arrivano - o non arrivano, ma a questo punto è perfino irrilevante - fino a lì. E - anche in questo caso il povero prefetto non avrebbe torto - non è un diritto andare in un posto solo per farsi un selfie. Faccio un altro mestiere, mi sono occupato più di politica che di arte - e infatti ho imparato a conoscere meglio la bellezza della politica - ma credo che quella di Christo sia arte perché attiene al bello, è un modo per insegnare a noi, a tutti noi, il bello. E in più l'artista ha il merito di averci portato dentro l'opera, ci ha permesso di farne parte. E il mondo ha bisogno di bellezza. Specialmente in questi tempi così decisamente brutti. Anche per questo credo che vedere un'opera d'arte sia un diritto e che dovremmo fare di tutto per far sì che tutti possano goderne.

domenica 26 giugno 2016

"Per un'Europa libera e unita. Progetto di un manifesto" di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Ursula Hirschmann, Eugenio Colorni

La crisi della civiltà moderna

La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:

1. Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. È invece divenuta un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.
In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l’efficienza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, l’organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell’odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo.
Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente l’unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all’odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere.

2. Si è affermato l’uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello stato. Questa doveva così risultare la sintesi delle mutevoli esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie sociali liberamente espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di correggere, o almeno di attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie ereditarie dai regimi passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a poco a poco imparavano a servirsi di questi istrumenti per dare l’assalto ai diritti acquisiti dalle classi abbienti; le imposte speciali sui redditi non guadagnati e sulle successioni, le aliquote progressive sulle maggiori fortune, le esenzioni dei redditi minimi, e dei beni di prima necessità, la gratuità della scuola pubblica, l’aumento delle spese di assistenza e di previdenza sociale, le riforme agrarie, il controllo delle fabbriche minacciavano i ceti privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.
Anche i ceti privilegiati che avevano consentito all’uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell’uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari.
D’altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un’unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro.
Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l’intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.
Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l’esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l’apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. È salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d’impiego.
Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie, i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere e consolidare gli stati totalitari.

3. Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sì o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.
Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell’imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell’interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell’oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.
La stessa etica sociale della libertà e dell’uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz’altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.
Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei - primo fra i quali l’Italia - alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell’opera di sopraffazione.
La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un’idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell’umanità in Spartiati ed Iloti.
Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.
Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto sì che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell’esercito sovietico, ed ha dato tempo all’America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l’imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l’imperialismo giapponese.
Immense masse di uomini e di ricchezze sono già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e sono in ascesa. La guerra delle Nazioni Unite risveglia ogni giorno di più la volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti per il colpo ricevuto, e persino risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell’Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro padroni.
Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l’intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.

I compiti del dopo guerra. L'unità europea

La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d’accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell’equilibrio delle potenze nell’apparente immediato interesse del loro impero.
Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle forze armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l’innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto fin’ora e le esporrebbe all’assalto delle forze progressiste.
Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l’unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l’ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.
Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali.
Gli spiriti sono giù ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta. Alla prova, è apparso evidente che nessun paese d’Europa può restarsene da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie.
D’altra parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la dissoluzione dell’esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche — risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione sciovinista della superiorità gallica — e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine all’attuale anarchia. Ed il fatto che l’Inghilterra abbia accettato il principio dell’indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col riconoscimento della sconfitta tutto il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi coloniali.
A tutto ciò va infine aggiunta la scomparsa di alcune delle principali dinastie e la fragilità delle basi di quelle che sostengono le dinastie superstiti. Va tenuto conto, infatti, che le dinastie, considerando i diversi paesi come tradizionale appannaggio proprio, rappresentavano, con i poderosi interessi di cui erano l’appoggio, un serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati Uniti d’Europa, la quale non può poggiare che sulle costituzioni repubblicane di tutti i paesi federati.
E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.
Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!

I compiti del dopo guerra. La riforma della società

Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.
La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.
Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell’unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

a. non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). È questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

b. le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio ecc.;

c. i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l’avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

d. la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

e. la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali.

Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.
Sugli istituti costituzionali sarebbe superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi, dell’indipendenza della magistratura - che prenderà il posto dell’attuale - per l’applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di associazione, per illuminare l’opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la chiesa e sul carattere della rappresentanza politica:

a. la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, dei quali cerca di approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull’ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico;

b. la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l’ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato totalitario. C’è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.

Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz’altro da escludere che ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un’anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all’opera di rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita concreta che nella forma assunta dagli stati totalitari, per irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell’interesse della classe governante.

La situazione rivoluzionaria. Vecchie e nuove correnti

La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l’avvento della "libertà" sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all’anarchia. Credono nella "generazione spontanea" degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla "storia" al "popolo" al "proletariato" o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un’assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.
I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro.
Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi.
Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i problemi politici ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario.
Delle varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell’ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono - a differenza degli altri partiti popolari - trasformati in un movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate manovre.
Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie - col predicare che la loro "vera" rivoluzione è ancora da venire - costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi fatalmente in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità della società moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece senza possibilità di equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo estremista.
Se la lotta restasse domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie. Gli stati nazionali hanno infatti già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche. Con le maggiori probabilità i reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.
Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.
Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o sparire.
Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.
Il partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d’azione. Esso non deve rappresentare una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo transitoriamente e negativamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice del disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi ciascuna per la sua strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito rivoluzionario deve sapere invece che solo allora comincerà veramente la sua opera e deve perciò essere costituito di uomini che si trovino d’accordo sui principali problemi del futuro. Deve penetrare con la sua propaganda metodica ovunque ci siano degli oppressi dell’attuale regime, e, prendendo come punto di partenza quello volta volta sentito come il più doloroso dalle singole persone e classi, mostrare come esso si connetta con altri problemi e quale possa esserne la vera soluzione. Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell’organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continua ed efficacia di esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.
Pur non trascurando nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso deve rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti che sono i più importanti come centri di diffusione di idee e come centri di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani, vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria, che sarà la più pronta a riorganizzare le proprie file. Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.
Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di alleanza di queste forze è condannato alla sterilità, poiché, se è movimento di soli intellettuali, sarà privo di quella forza di massa necessaria per travolgere le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe operaia; ed anche se animato da sentimenti democratici, sarà proclive a scivolare, di fronte alle difficoltà, sul terreno della reazione di tutte le altre classi contro gli operai, cioè verso una restaurazione.
Se poggerà solo sulla classe operaia sarà privo di quella chiarezza di pensiero che non può venire che dagli intellettuali, e che è necessaria per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero del vecchio classismo, vedrà nemici dappertutto, e sdrucciolerà sulla dottrinaria soluzione comunista.
Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate.
Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.
Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere.
Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.

venerdì 24 giugno 2016

Verba volant (284): lasciare...

Lasciare, v. tr. 

In italiano l'espressione prendere o lasciare non racconta una vera opzione, ma piuttosto un ricatto, una minaccia. E ieri i cittadini del Regno Unito non avevano di fronte una vera alternativa: anche a loro è stato intimato di prendere o lasciare; e, per rabbia, in molti - anzi la maggioranza - hanno deciso di lasciare. C'erano solo due opzioni in campo: o vinceva l'Europa del capitale, l'Europa dei mercati e dei mercanti, l'Europa che "vende" i profughi alla Turchia oppure vinceva l'Europa delle piccole patrie, dei nazionalismi, dei fascismi vecchi e nuovi. Francamente io - come immagino molti di voi e credo anche molti sudditi di Sua Maestà - non sono disposto a votare per una di queste due Europe possibili, e figurarsi se lotterei per una delle due. Francamente non so cosa avrei fatto ieri se fossi stato un cittadino del Regno Unito, non so se sarei riuscito ad andare a votare, se avrei accettato questi ricatto.
Il dramma dell'Europa non si è consumato questa notte, mentre venivano conteggiate le schede, l'Europa non è finita nelle brughiere inglesi o sulle verdi colline del Galles, l'Europa muore da tempo, è morta qualche giorno fa quando un pazzo - chissà quanto pazzo, a dire il vero - ha ucciso la giovane deputata laburista Jo Cox - nel paese in cui era stata eletta e in cui ha comunque vinto il leave - mentre le borse festeggiavano questo assassinio. L'Europa è morta la notte in cui i governi dell'Unione hanno sottoscritto l'accordo sui profughi con l'autocrate Erdogan, l'Europa è morta migliaia di volte a Idomeni e al largo di Lampedusa. L'Europa è morta la notte - i banditi evidentemente preferiscono sempre la notte - in cui tutti gli altri leader hanno ricattato Alexis Tsipras, sottoponendolo a una tortura psicologica, solo perché il leader greco aveva provato a dire che un'Europa diversa è possibile. E anche in questo caso le borse hanno festeggiato, senza ritegno. L'Europa è morta da almeno vent'anni, da quando il capitale ha messo le mani sulle istituzioni europee e sui governi dei singoli stati, con una violenza e una ferocia che ricordano quelle delle forze di occupazione naziste. L'Europa è morta quando i partiti socialisti europei hanno preferito i valori del finanzcapitalismo a quelli del socialismo, quando hanno bombardato l'Iraq, quando hanno privatizzato i servizi pubblici, quando hanno svenduto i beni comuni, quando hanno pensato che l'Europa crescesse grazie alla finanza e non grazie al lavoro. Tony Blair è molto più responsabile della fine dell'Europa di quanto lo sia il povero David Cameron, la cui stella è questa notte definitivamente tramontata.
Per una persona di sinistra, per un socialista come me, ieri non c'era un'opzione possibile: o votare con i fascisti o votare per mantenere in piedi l'Europa dei padroni. Temo che questo voto travolgerà anche Corbyn insieme a Cameron, perché alla fine il Labour non ha saputo offrire una proposta diversa. Mi rendo conto che è molto difficile quando la scelta è così netta, quando hai puntata una pistola contro la testa - e sai che chi la tiene è disposto a uccidere, pur di preservare i propri interessi - eppure la scelta del remain da parte del Labour di Corbyn è stata insufficiente. E forse mortale. Anche perché hanno votato leave i poveri, i lavoratori più deboli, quelli che vivono ai margini della società, quelli che un partito socialista dovrebbe rappresentare e difendere, ma evidentemente queste persone - in Gran Bretagna come nel resto dell'Europa, e anche negli Stati Uniti - non riescono più ad ascoltare la voce della sinistra, ma vengono irretite da chi promette soluzioni più facili, da chi costruisce un nemico, da chi lavora per creare disordine, mentre il progresso nasce sempre dall'ordine. Nel disordine si arricchiscono solo i più disonesti e quelli che già sono ricchi, e quasi sempre le due categorie tendono a coincidere. Ieri un socialista non poteva votare perché il suo voto avrebbe comunque favorito i suoi nemici e soprattutto avrebbe reso più debole la sua causa, l'obiettivo di una piena giustizia sociale.
Eppure l'Europa per molti anni è stato anche questo, non solo l'opportunità di non avere più guerre all'interno del nostro continente - un obiettivo raggiunto, seppur a carissimo prezzo e spesso sulla pelle degli altri, anche di popoli così vicini come quelli della ex-Jugoslava - ma anche la frontiera di una nuova giustizia sociale. L'idea dell'Europa è nata, insieme alle Costituzioni, alla fine della seconda guerra mondiale, nel momento in cui il capitalismo era più debole - non era mai stato così debole - e in cui il socialismo era più forte - anzi non era mai stato così forte. L'idea dell'Europa unita è nata negli stessi anni in cui ha raggiunto il punto più alto l'elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull'economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l'obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza. E anzi l'Europa, l'Europa unita - un'utopia allora per uomini che erano cresciuti in mezzo a un conflitto e che avevano studiato che la guerra era la condizione normale per l'Europa - proprio questa utopia doveva accompagnare l'altro sogno, quello socialista. Abbiamo sì costruito l'Europa, ma a partire dal carbone e dall'acciaio e non dai diritti dei lavoratori. E così, quando il capitalismo si è ripreso da quella crisi, ha cercato di distruggere il socialismo in ogni sua forma, anche quelle più moderate, e ha piegato ai propri interessi, ai propri scopi, l'Europa. E adesso, per completare l'opera, vuole toglierci le Costituzioni nate in quegli anni, affinché la sua vittoria sia completa.
Io sono uno di quelli che continua a pensare che il socialismo potrà nascere più facilmente in un'Europa unita e anzi che avrà bisogno dell'Europa unita, perché solo l'unione delle donne e degli uomini di tutta l'Europa ci darà la forza per sconfiggere il capitale. Ma sono anche molto pessimista, perché questa non è ormai più un'opzione in campo. La domanda di ieri avrebbe dovuto essere: volete "questa" Europa o la rivoluzione? Invece siamo stati, ancora una volta, ricattati: prendere o lasciare.

mercoledì 22 giugno 2016

Verba volant (283): confine...

Confine, sost. m.

Una cosa che dovremmo aver imparato dalla storia del Novecento è che in natura non esistono i confini. Esistono i fiumi, che delimitano quello che è di qua da quello che è di là, esistono le montagne, che sembrano segnare una cesura tra due valli, ma da sempre gli uomini hanno costruito i ponti per superare i fiumi e hanno cercato le vie più comode per attraversare le montagne. Proprio perché gli uomini, quando sono semplicemente animali e ragionano come tali, non riconoscono confini. Neppure i mari segnano davvero un confine, anzi anticamente il mare - penso al Mediterraneo - è qualcosa che univa gli uomini che vivevano sulle sponde dell'Europa a quelli che stavano sulle sponde africane. Questa unità profonda del Mediterraneo è stata spezzata soltanto dalla religione - di qua i cristiani e di là i musulmani - un elemento assolutamente artificiale, che non ha nulla di naturale.
Sono gli uomini - quando dimenticano di essere animali in mezzo agli altri animali - che costruiscono i confini, prima li disegnano e poi li custodiscono, li fortificano, a volte tentano perfino di blindarli, costruendo mura sempre più alte e barriere sempre più invalicabili. Spesso con scarso successo, perché non esistono barriere invalicabili. Il Novecento inizia con una guerra - che forse allora a quelli che la cominciarono poteva sembrare uno dei tanti conflitti che regolarmente vedevano contrapposte le potenze europee - destinata a cambiare i confini di gran parte dell'Europa e anche di molti altre parti del mondo. Il tentativo di dare un ordine al mondo secondo quei criteri imposti dai vincitori è all'origine di drammi le cui conseguenze subiamo ancora oggi. Alla fine della prima guerra mondiale furono ridisegnati i confini di quel paese che anni più tardi abbiamo imparato a conoscere come Jugoslavia e proprio in quel disegno, approssimato e fatto da persone che non conoscevano quella realtà, ci sono le basi dei conflitti che hanno tormentato quella regione, conflitti che adesso sembrano sopiti, ma che non sono stati risolti. Proprio un secolo fa furono ridisegnati i confini di quei territori del Medio oriente che fino ad allora erano sotto il controllo dell'Impero ottomano - confini tracciati con linee rette, perché gli europei credevano di poter disporre di quelle terre lontane con un semplice tratto di stilo - e in quelle linee, così arroganti, ci sono le basi del conflitto in Siria che tanto ci preoccupa.
Nonostante i confini non esistano in natura, noi continuiamo a costruirli. Se ci pensate l'unico vero tema di cui sembra discutere l'Unione europea è proprio questo: definire i propri confini e quindi chi è dentro e chi è fuori da essi e capire come difenderli, affinché quelli che sono fuori non tentino di entrare. Come credo abbiate capito io non amo i confini, perché non capisco per quale ragione quell'uomo che è uguale a me debba avere meno diritti - e anche meno doveri - solo perché è nato al di là di una riga che né io né lui abbiamo definito.
La nostra storia recente vive poi un paradosso. Mentre siamo impegnati a costruire sempre nuovi confini - un candidato alla carica di presidente degli Stati Uniti basa la propria fortunata campagna quasi esclusivamente su questo tema, segno evidente che questa costruzione è ancora ben solida - c'è una forza che ha abolito per sé ogni confine. Nel Novecento i capitalisti inglesi potevano ancora pensare di combattere contro i capitalisti tedeschi, potevano credere che i loro interessi fossero in contrapposizione con quelli degli altri, ma a un certo punto i capitalisti, inglesi e tedeschi, hanno capito che queste lotte potevano indebolirli e così il capitale ha eliminato per sé ogni forma di confine. La cosa curiosa è che il capitale ha preso l'idea dal suo nemico, perché qualcuno aveva immaginato che i proletari di tutto il mondo avrebbero dovuto unirsi, per combattere insieme proprio contro il capitale. Invece si sono uniti i capitalisti di tutto il mondo, che ora sono l'unica internazionale funzionante, anzi ogni giorno più forte, più spietata, più crudele. E proprio in forza del fatto che loro non hanno più confini - né limiti, perché sono smodatamente voraci e sfrenatamente violenti - impongono a noi quei confini di cui dovremmo liberarci e che invece spesso invochiamo, perché siamo convinti che i confini ci proteggano. Invece saremo più sicuri, più forti e più liberi solo quando avremo anche noi abbattuto i confini. Allora comincerà finalmente la lotta.

lunedì 20 giugno 2016

Considerazioni libere (410): a proposito di una ferita che non riusciremo a curare...

In queste ore, in cui leggiamo e ascoltiamo, fino alla noia, i commenti dei risultati elettorali, c'è una frase che mi ha colpito più di altre: la sconfitta mi appartiene. L'ha detto Roberto Giachetti, commentando l'esito del voto di Roma e l'ha detto, praticamente usando la stessa formula, il candidato della Lega a Varese. L'espressione ha perfino una sua qualche nobiltà retorica: il candidato sconfitto, con questa formula autoaccusatoria, sembra volersi far carico - unico e solo - degli errori che hanno portato appunto alla sconfitta. Temo non sia solo questo, purtroppo. Dietro questa frase c'è l'idea - diffusa, molto diffusa - che la politica non sia altro che lo scontro, più o meno muscolare, di due campioni, uno che vince e uno che necessariamente perde. E anche questi ultimi ballottaggi sono stati rappresentati come una sorta di rinnovata battaglia tra Orazi e Curiazi.
La politica è - o dovrebbe essere, o almeno a noi l'hanno insegnata così - un'altra cosa: impegno collettivo, condivisione di idee e di valori, sforzo comune, assunzione delle responsabilità da parte di tutti. In fondo i partiti rappresentavano anche questo, soprattutto questo: il luogo dove si faceva sintesi. E certo c'erano i leader - grandi leader - e c'erano i candidati, ma la responsabilità delle sconfitte - così come l'onere delle vittorie - era condiviso. Quando l'Italia era diversa, non credo che a nessun candidato sconfitto sarebbe venuta in mente una frase del genere - e non per schivare la propria parte, non piccola, di responsabilità - ma perché era quell'entità collettiva, il partito appunto, che aveva vinto o perso, e quindi la sconfitta - come la vittoria - non apparteneva al candidato, ma al partito. E infatti una delle funzioni fondamentali dei partiti era quella di selezionare e di scegliere i candidati. I meccanismi di questa selezione e di questa scelta non sempre erano trasparenti, non sempre erano lineari, non sempre erano giusti, ma comunque sia portava il livello della responsabilità dal singolo al collettivo. Sempre, in ogni occasione.
Se un giovane che non ha conosciuto quell'Italia lì mi chiedesse qual è la vera differenza tra quelle che ci siamo abituati a chiamare la prima e la seconda repubblica, direi che è proprio questa. In pochissimi anni, distrutti i partiti storici, la politica è diventata via via il campo di leader nazionali e locali sempre più autonomi, sempre più "padroni" delle sconfitte e delle vittorie.
Ci sono state precise scelte istituzionali che hanno portato a questo: l'introduzione dell'elezione diretta degli amministratori locali, dal sindaco al presidente della Regione, la scelta del maggioritario, la decisione di indicare il candidato alla presidenza del consiglio nella scheda elettorale e così via. Scelte a cui non ci siamo opposti, ma che anzi abbiamo auspicato e reso concrete, tagliando il ramo su cui eravamo seduti.
Poi ci sono state le scelte politiche che hanno accompagnato - e in qualche modo esasperato - questa tendenza a personalizzare la politica. La prima risposta, all'inizio degli anni Novanta, alla fine dei partiti della Costituente è stata la creazione di un partito inedito per la storia di questo paese, come Forza Italia, un partito personale, un partito in cui le candidature venivano assunte - quando non per ragioni clientelari o per le particolari "simpatie" del proprietario del partito - secondo criteri dettati dal marketing: quello veniva candidato perché più adatto a vincere. E quindi se non vinceva era lui il responsabile della sconfitta, la sconfitta era sua. Ecco dove è cominciato. Poi nel campo cosiddetto progressista è stata introdotta l'ideologia delle primarie, togliendo al partito l'ultimo potere rimasto, per consegnarlo a una sorta di ordalia dalle regole incerte, cambiate in funzione dell'obiettivo da raggiungere e del candidato da far emergere, e in cui spesso si sono inseriti interessi altri e diversi, pilotandone l'esito. Infine è nato un partito che ha rifiutato da subito di essere considerato tale - e anzi ha fatto di questo rifiuto di essere definito partito il suo principale tratto ideologico - e in cui le scelte dei candidati vengono fatte in maniera oscura, per usare un eufemismo. E in questa crisi sono nate in tutto il paese leadership locali, più o meno estese, a volte ereditarie, a volte legate in maniera clientelare ai partiti nazionali, a volte slegate e in contrapposizione a essi. L'esito di questa nuova tornata amministrativa è sintomatico di questa svolta: a Salerno è stato eletto l'erede politico del ras Vincenzo De Luca, a Benevento è stato eletto il redivivo Clemente Mastella, a Napoli ha vinto Luigi De Magistris, personaggi diversi, molto diversi tra di loro, eppure tutti il segno della crisi della politica dei partiti e dell'affermarsi di una personalizzazione molto spinta. Che spesso non va oltre la figura del leader. Emblematico il caso di Milano: Giuliano Pisapia è stato eletto cinque anni fa con un grande consenso, ha governato bene la città e probabilmente sarebbe stato rieletto, ma, una volta che ha deciso di non continuare la sua esperienza amministrativa, la lista da lui promossa ha avuto esiti ridicoli; e temo succederà qualcosa di simile a Napoli, quando De Magistris sarà costretto a lasciare, se non sorgerà intanto un'altra "stella" popolare come lui.
Il dramma è che è ormai impossibile tornare indietro, perché in questi quasi trent'anni è stata fatta una campagna sistematica contro i partiti, a favore della personalizzazione della politica. Quando un esponente del Movimento Cinque stelle ha provato a porre il problema e ha proposto una sorta di congresso costitutivo di quel soggetto politico, è stato isolato e poi espulso: la vicenda di Federico Pizzarotti è tutta qui, al di là delle altre considerazioni di facciata. Il dramma è che i partiti sarebbero il vero e unico strumento per ridare un potere ai cittadini, un potere sostanziale e reale, ma sono gli stessi cittadini che beneficerebbero di ciò a rifiutare questo strumento, a voler espungere perfino questa parola dal lessico politico, a disprezzare l'unico strumento che in qualche modo li potrebbe difendere dalle oligarchie, dalle scelte dettate da forze i cui interessi sono sempre in contrasto con quelli dei cittadini. Guardate come sono riusciti a trasformare il referendum di ottobre, che non è più il confronto tra due opzioni di riforma costituzionale, ma il plebiscito su una persona; quando - come spero - vinceremo il referendum, loro avranno comunque riportato una vittoria, perché noi ci saremo piegati alla loro logica, una logica antidemocratica e profondamente oligarchica.
Mi chiedo spesso come siamo arrivati a questo, se avremmo potuto fare qualcosa per fermare questo attacco così violento alla democrazia, il più violento della storia repubblica, ancora più violento di quello subito negli anni della strategia della tensione e delle stragi fasciste. Ricordo però che avvenne tutto in fretta, molto in fretta: nel 1990 quando io venni eletto per la prima volta in consiglio comunale a Granarolo, alle elezioni si erano presentati la Dc, il Pci e il Psi, ossia i tre partiti della Costituente, e dopo cinque anni, alla fine di quel mandato, nessuno dei tre partiti esisteva più. Allora non capimmo che qualcuno aveva voluto che sparissero, qualcuno che poi negli anni successivi avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla mancanza dei partiti, qualcuno che ancora adesso sta tramando per diminuire gli ambiti democratici del paese, per rendere più deboli gli strumenti della democrazia rappresentativa, per far diventare la nostra repubblica un'altra cosa, anche attraverso le cosiddette riforme e anche attraverso la nostra accettazione di questo stato di cose sancita da un voto referendario. Per questo è così importante votare NO.
Fino a che non faremo i conti con questa storia, con gli errori che facemmo allora, e che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere, allora non riusciremo a ricostruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che potremo lasciare - non vergognandoci - a quelli che verranno dopo di noi.

sabato 18 giugno 2016

Verba volant (279): ballottaggio...

Ballottaggio, sost. m.

La prima fase della lunga procedura che portava all'elezione del doge della Repubblica di Venezia prevedeva che il consigliere più giovane si recasse nella chiesa di San Marco e nominasse il ballottino. ossia il primo bambino tra gli otto e i dieci anni nel quale si imbatteva. Una fortuna per quel bambino, che assumeva automaticamente il grado di Notaio ducale e aveva il diritto di essere mantenuto agli studi. Il balotin del dose aveva il compito di estrarre le ballotte, cioè le palle che si usavano per le votazioni. In una prima fase in trenta di queste ballotte veniva inserito un bigliettino con la scritta elector. In seguito venivano impiegate trenta palle d'oro, mentre tutte le altre erano d'argento. Il ballottino veniva bendato, estraeva le palle e le consegnava, una alla volta, ai membri del Maggior Consiglio che gli sfilavano davanti: i trenta a cui era stata consegnata quella d'oro erano quelli che davano il via alla procedura dell'elezione vera e propria, procedura che sarebbe stata ancora lunga e complicata. Ballotta è una parola che ha avuto una storia fortunata: in inglese si chiama infatti ballot box l'urna elettorale, mentre in italiano si dice ballottaggio la seconda votazione, che si fa quando nella prima nessuno dei candidati abbia ottenuto la maggioranza richiesta. Curiosamente a Bologna fare i balottini significa imbrogliare, barare, specialmente al gioco; evidentemente il segno dell'ostilità tra il Comune felsineo e la Repubblica, culminata nella battaglia navale di Polesella del 1271, inaspettatamente vinta proprio dalle navi bolognesi.
Magari qualcuno ha già smesso di leggere, perché pensava che scrivessi qualcosa sul voto di domenica prossima, sui ballottaggi nelle quattro città più grandi d'Italia e a Bologna. E forse qualcuno smetterà di leggere adesso, perché è stufo di questa politica. Comprensibile. Verba volant è un vocabolario atipico, che segue regole tutte sue.
E' una situazione molto difficile, per molte ragioni inedita. Stiamo giocando un'altra partita. Con regole diverse, regole che non abbiamo scritto noi, regole che probabilmente non ci piacciono, ma a cui dobbiamo in qualche modo adeguarci. Al di là delle affermazioni di questi ultimi giorni, in queste elezioni amministrative le questioni locali sono state per lo più in secondo piano, anche perché i sindaci hanno sempre meno poteri e l'elaborazione sulle politiche locali è sempre meno incisiva. Queste elezioni sono state considerate per lo più come una sorta di primo tempo rispetto al referendum di ottobre: in questo modo le ha gestite il partito di maggioranza, che ha dedicato tutte le proprie energie a fare propaganda per le ragioni del sì invece che a sostenere i propri candidati. Ora che il voto non ha avuto l'esito sperato, è stata cambiata un po' la prospettiva: il presidente-segretario viene tenuto il più possibile in disparte dalla campagna elettorale e vengono sfumati i toni polemici, specialmente verso la sinistra. Non so se l'abbiano spiegato anche a renzi, vista la sua ultima dichiarazione sul lanciafiamme, ma questa è comunque la strategia. 
In particolare si sta facendo una sorta di chiamata alle armi contro i "barbari", leghisti o grillini poco importa. A Bologna il candidato del pd ha detto, più o meno esplicitamente, che si tratta di un referendum tra civiltà e barbarie, tra chi ama la città e chi la vuole distruggere. Immagino che, nonostante tutto, nonostante la palese inadeguatezza di questa amministrazione, nonostante renzi, Merola vincerà, perché questo appello sta facendo presa in una parte importante della sinistra bolognese. Molti compagni che non l'hanno votato al primo turno dicono che al ballottaggio voteranno Merola, per evitare che il loro mancato voto faccia vincere Borgonzoni. Ragionamento comprensibile, ma che evidentemente è figlio di categorie politiche che ormai sono saltate. Quei compagni stanno giocando la vecchia partita, con le vecchie regole: un modo certo per perdere. Francamente se fossi ancora bolognese non saprei cosa fare, ma certamente non voterei per Merola, per il pd, per chi vuole cambiare la Costituzione. Immagino che annullerei la scheda, questa mi sembra l'unica possibilità che mi rimane per non offrire un sostegno a chi oggi rappresenta il pericolo maggiore per la democrazia. E accetterei i rischi che questo voto comporta, compresa la vittoria di Borgonzoni. Allo stesso modo, se vivessi in una delle altre città interessate al ballottaggio, mentre voterei convintamente De Magistris - l'avrei votato anche al primo turno - non voterei né Giachetti, né Sala, né Fassino. A Roma e a Torino voterei le due candidate del Movimento Cinque stelle, a Milano voterei Parisi, per essere sicuro di far perdere Sala.
Su una cosa in fondo renzi ha ragione: l'appuntamento più importante, decisivo, di questi mesi, sarà il referendum di ottobre, l'esito di quel voto avrà conseguenze a lungo nei prossimi anni, molto più di questa tornata amministrativa. Io ho rispetto del voto amministrativo - anche per la mia storia personale - e sinceramente mi dispiace svilirlo in questo modo, usandolo per qualcosa che non c'entra con il governo delle città. Ma siamo in una situazione di emergenza e dobbiamo agire di conseguenza, anche facendo qualcosa che non avremmo mai fatto, che fatichiamo a fare. E vi assicuro che per me è ancora fatica favorire in qualche modo l'elezione di un sindaco leghista a Bologna. Però tra un candidato del partito del sì e una candidata di un partito che voterà NO, non mi convincerete che il primo è migliore della seconda. E se questo mia scelta in qualche modo servisse a indebolire il pd, a rendere il suo leader ancora più arrogante - renzi sa solo vincere e quando perde non sa come comportarsi - a svelare le contraddizioni di quel partito, allora quel mio voto contro il pd sarebbe un voto utile. 
Evitando di fare dei balottini.   

venerdì 17 giugno 2016

Verba volant (282): europea...

Europeaagg. 

Di solito i dizionari quando definiscono un aggettivo presentano la sua declinazione al maschile singolare. Verba volant, essendo molto poco convenzionale, può permettersi di non rispettare questa regola e infatti ho deciso di usare la forma al femminile, perché questo aggettivo mi serve per raccontare Jo Cox.
Fino ad ora rischiamo di ricordare questa edizione dei campionati europei di calcio più per gli scontri delle bande di tifosi che precedono quasi ogni partita piuttosto che per le partite stesse. Mi sembra una metafora perfetta delle tenebre che sono calate sul nostro continente, sempre più vecchio, sempre più esausto, ormai moribondo. Sono giorni difficili per l'Europa, in cui molti di noi cittadini europei siamo chiamati a fare delle scelte che incideranno sul nostro futuro e probabilmente su quello della generazione dopo la nostra, eppure non c'è speranza, solo paura. Non c'è gioia, solo livore. Non c'è voglia di lottare, solo rabbia, impotente, vana, senza scopo. Quelle bande di giovani violenti ci raccontano molto di più di quello che vorremmo ammettere.
Come noto nel Regno Unito si gioca molto di quello che sarà l'Europa nei prossimi anni, perché - nonostante le rassicurazioni un po' patetiche del presidente-segretario - se quel paese uscisse dall'Unione le conseguenze sarebbero negative per tutti, anche per l'Italia, specialmente per l'Italia, che è così debole, così soggetta a forze che stanno fuori dal nostro paese. Io, come sapete, non amo questa Europa, non amo l'Europa del finanzcapitalismo, l'Europa delle larghe intese, l'Europa che si è consegnata a un pugno di multinazionali, eppure non riesco a pensare all'Europa - perfino a questa Europa, che non mi piace e contro cui combatto - senza il Regno Unito, anche se a volte quel paese ha pensato a se stesso senza di noi. L'Europa, prima di essere un'espressione geografica - come avrebbe detto il vecchio Metternich, uno che di Europa se ne intendeva - è la sua cultura e io sono europeo perché c'è stato Shakespeare - e anche perché ci sono stati i Beatles - e non riesco a immaginarmi senza la cultura di quel paese.
Nel Regno Unito si stanno evidentemente fronteggiando due paure, due visioni negative del futuro. Non c'è uno schieramento che agita la speranza, che lotta per un'idea di progresso. Non c'è uno schieramento che esprime gioia nel suo voto. Sia i sostenitori del remain che quelli del leave giocano sulla preoccupazione del futuro e chiunque vincerà il referendum ha comunque espunto dalla propria prospettiva questa speranza. Forse il tragico omicidio di Jo Cox sposterà il giudizio - e il voto - di quel po' di opinione pubblica sufficiente a mantenere il Regno Unito in Europa, perché quel gesto così odiosamente razzista ha spaventato molti. Vincerà comunque la paura: non più la paura del diverso che viene da fuori, ma la paura del diverso che è già all'interno della società. Comunque vincerà la paura, che non è quello che avrebbe voluto Jo, che ci piace ricordare con quel sorriso che sembra capace di scacciarla. E Jo evidentemente non aveva paura se girava tranquillamente tra i suoi elettori, per fare propaganda, ma anche per ascoltare le loro ragioni. Ma né il suo sorriso né la sua determinazione l'hanno salvata.
L'omicidio di quella giovane deputata laburista, per anni impegnata in associazioni umanitarie e per i diritti, specialmente delle donne, è il segno della sconfitta dell'intera società europea. Uccidere la Cox ha significato uccidere un barlume di speranza che ancora si trovava in uno degli schieramenti, l'idea che la battaglia a favore della permanenza del Regno Unito nell'Unione fosse anche la battaglia per una società diversa, più aperta, più solidale, capace di aprirsi al mondo.
E non è qualcosa che riguarda solo quel paese. Pensate a cosa è la campagna elettorale qui da noi, al livore che ci mettiamo. Io stesso ammetto di aver annunciato un voto senza speranza, un voto che mi lascia pieno di amarezze. E sinceramente ho visto poco gioia anche nelle grandi manifestazioni sindacali in Francia, che pure rappresentano il meglio che in questa fase c'è nel nostro continente, un segno che la lotta può continuare, che non tutto è perduto. Ma non c'è sorriso, c'è più rassegnazione, la stessa rassegnazione con cui io a Milano voterei il candidato proposto da Berlusconi e dalla Lega solo per fermare il disegno autoritario di renzi. E ho pensato di farlo perfino nella città in cui ho fatto politica per tanti anni, la città in cui ho imparato a essere quello che sono.
Viviamo in un'Europa che lotta senza speranza. Per questo l'omicidio di Jo Cox ci ha fatto così male, ci ha colpito così duramente. Perché era giovane, perché era una donna, perché era impegnata a migliorare la politica e la società, perché ci credeva. Se dovessi dare un volto all'Europa che vorrei - come ogni tanto i francesi scelgono che fattezze dare alla loro amata Marianne - sceglierei il sorriso di Jo Cox, europea.

mercoledì 15 giugno 2016

Verba volant (281): proprietà...

Proprietà, sost. f.

Io e mia moglie non siamo ricchi, siamo due lavoratori dipendenti "normali". Ma siccome, purtroppo, in questo sfortunato paese essere normali è ormai una fortuna, io e mia moglie possiamo considerarci due persone fortunate. Grazie ai nostri risparmi e a qualche sopportabile attenzione nelle spese - non uso volutamente la parola sacrifici, perché quelli li hanno fatti i nostri genitori, e quindi è una parola che noi non abbiamo neppure il diritto di usare - abbiamo potuto acquistare la casa in cui viviamo, su cui ovviamente grava un'ipoteca, perché abbiamo acceso un mutuo. Quindi ne diventeremo proprietari a tutti gli effetti tra diversi anni. 
Forse non sarebbe stato neppure necessario diventare proprietari, visto che non abbiamo figli a cui pensare; diciamo che è stata una scelta di sicurezza, probabilmente derivata dal fatto che veniamo da famiglie di origine contadina, che quindi danno un particolare valore alla proprietà, valore che noi abbiamo in qualche modo interiorizzato. In questa parola c'è la radice dell'avverbio latino prope, che significa vicino, e infatti noi sentiamo che è nostra questa casa perché ci è così vicina, perché ci ripara, perché è il luogo dove torniamo ogni sera. Per questo ci è parso importante possederla, diventarne proprietari, consapevoli che su questa proprietà avremmo dovuto pagare una tassa.
Invece da quest'anno mia moglie e io - come molti di voi - non pagheremo più nessuna tassa su questa nostra proprietà, perché il governo ha deciso di togliere questa imposizione fiscale alle case in cui si ha la residenza, indipendentemente dal reddito del proprietario. Noi quella tassa l'avremmo potuta pagare senza troppa fatica, come abbiamo fatto negli anni precedenti. Naturalmente non fa mai piacere pagare una tassa, ma francamente non capisco perché noi due non dovremmo pagarla e anzi trovo profondamente ingiusto che chi ha una proprietà non paghi su di questa una tassa, quando è nelle condizioni per farlo. Noi godiamo di una proprietà, che magari non sarà un furto - come diceva il vecchio Proudhon - ma è qualcosa su cui dobbiamo pagare le tasse. La proprietà è anche un privilegio, è un segno di ricchezza, e in quanto tale va tassata. Sempre.
Invece in questo paese questa proprietà non viene più tassata. Il presidente-segretario ha deciso di organizzare una festa nelle piazze italiane proprio in occasione del 16 giugno, il giorno in cui fino all'anno scorso scadeva il pagamento di questa tassa, che una volta si chiamava Ici, poi si è chiamata Imu e infine Tasi. Per lui, in evidente affanno di consensi e in vista dell'appuntamento referendario di ottobre, questa è una bella occasione per farsi propaganda, perché in questo paese chi toglie una tassa riscuote sempre un notevole successo. E infatti una decisione analoga l'aveva presa anche un suo predecessore, assicurandosi un'imprevista vittoria elettorale.
Sarebbe però riduttivo considerare questa decisione solo una regalia in vista delle elezioni, come la scarpa di Lauro o come gli 80 euro. C'è un disegno in questa scelta, perché il presidente-segretario vuole spiegarci che togliere questa tassa sulla casa è stato un gesto di sinistra. Non è vero, e non solo perché lo dice Proudhon. Il problema è che in questi anni noi che abbiamo provato a rappresentare la sinistra in questo paese non siamo mai riusciti a spiegare - spesso non abbiamo neppure tentato di farlo - che la questione non è se pagare o meno una tassa sulla proprietà della casa, ma chi dovrebbe pagarla e a fronte di quali servizi. 
Il problema fondamentale, sempre eluso, è definire il reddito di chi deve pagare quella tassa. Se sei povero, veramente povero, e non solo uno che mente quando compila la dichiarazione Isee, allora è giusto che quella tassa venga molto abbassata, se non addirittura annullata. Ma se te la puoi permettere, la devi pagare. Ci sono poi altre storture. Dal momento che è stata tolta la tassa sulla cosiddetta "prima casa", ovvero sulla casa in cui si ha la residenza, i Comuni hanno alzato - spesso a sproposito - le tasse sulle altre case, che non sono sempre "seconde case". Se una persona possiede una casa, magari ricevuta in eredità, nel paese in cui sono nati i suoi nonni in Calabria, ma poi risiede in una casa in affitto nella città del nord dove lavora, su quella casa, l'unica di sua proprietà, paga una tassa molto alta, indipendentemente dal suo reddito. E questo evidentemente non è giusto, tanto più a fronte del fatto che io quella tassa non la pago. E anche quando la casa è veramente la seconda casa che uno possiede occorre capire qual è il reddito di quella persona, perché un conto è avere un'altra casa a Portofino e un altro conto è possederla in un paesino dell'entroterra dell'Abruzzo. C'è un principio che dovrebbe essere caro alla sinistra - e che peraltro è sancito anche nell'art. 53 della nostra Costituzione - ed è quello della progressività del sistema tributario. In questi vent'anni invece abbiamo assistito all'inesorabile cancellazione di questo criterio, perché abbiamo aumentato la tassazione indiretta, che colpisce tutti, e diminuito quella diretta, che invece colpisce di più i più ricchi. E abbiamo appunto tolto la Tasi, anche a chi potrebbe permettersi di pagarla. Come me e come molti di voi che mi state leggendo.
Il secondo punto è che vorrei sapere come questi miei soldi - e in generale tutti i soldi che pago allo stato - verranno impiegati, mi piacerebbe poter capire se sono destinati a servizi, a manutenzioni, oppure se alimentano sprechi e malaffare. Dal momento che quella tassa era destinata al Comune in cui vivo, mi era un po' più semplice capire se quei soldi venivano spesi bene o male, se venivano utilizzati per raggiungere obiettivi che anch'io considero importanti; e avrei più facilmente avuto l'opportunità, alle elezioni successive, di premiare o punire il sindaco per quello che aveva fatto o non fatto. Adesso io non contribuisco più, almeno direttamente, a pagare i servizi per la mia collettività, per quella più prossima - l'asilo nido per i figli dei miei vicini, la casa di riposo per i loro genitori, o la manutenzione della strada che faccio tutti i giorni per andare al lavoro - e mi sento un po' più debole come cittadino. Perché è vero il principio no taxation without representation, ma vale anche il contrario: siamo meno rappresentati se paghiamo meno tasse, abbiamo meno voce. 
Quando vediamo qualcuno che gongola perché non ha pagato una tassa che potrebbe pagare e per cui riceve dei servizi, proviamo a ricordargli questi principi. Quando vediamo un politico che chiede il nostro voto dicendoci che ci ha tolto una tassa, specialmente se è un politico che dice di essere di sinistra, proviamo a spiegargli che per chi è di davvero sinistra non funziona così: le tasse sono uno strumento - l'unico strumento pacifico - per redistribuire la ricchezza, che altrimenti sarebbe sperequata, per togliere soldi ai più ricchi e offrire servizi ai più poveri. Se non ci fossero le tasse dovremmo fare come Robin Hood, ma nessuno di noi è ormai disposto a vivere alla macchia nella foresta di Sherwood. Il 16 giugno, al di là della propaganda di renzi e dei renzioti, non è una festa della sinistra perché è stata tolta la Tasi, è una festa per chi non paga una tassa che dovrebbe e potrebbe pagare, è un giorno in cui il governo celebra un'ingiustizia. E' la festa dello sceriffo di Nottingham che ci governa, che ruba ai poveri per regalare ai ricchi.
Noi le tasse le vogliamo pagare e naturalmente vogliamo che le paghino tutti, specialmente quelli che oggi non le pagano, e vogliamo che a fronte di queste tasse vengano costruite scuole e ospedali. Capisco che per renzi questi concetti suonino strani, vagamente rivoluzionari, perché non li ha mai sentiti e mai praticati: è la sinistra, vi ci dovrete abituare, prima o poi.