mercoledì 27 aprile 2016

Verba volant (269): male...

Male, sost. m.

Lo scorso 25 Aprile Zaira ed io abbiamo deciso di passarlo a Fossoli, vicino a Carpi, dove ci sono i resti di quello che fu il principale campo di concentramento e transito del nostro paese per la deportazione in Germania di ebrei e oppositori politici.
Il campo di Fossoli è un luogo dove non servono le parole per ricordare la Resistenza, dove la retorica è davvero fuori posto, dove ciascuno può fermarsi a pensare, riflettere, ricordare, anche pregare, se crede. Spero ci andiate - o ci torniate, se ci siete già stati - e vi invito a portare i vostri figli, i vostri nipoti. Ve ne saranno grati.
A Fossoli non ci furono le camere a gas, ci furono esecuzioni, certamente molte persone morirono per gli stenti e le malattie, ma in quel luogo non ti trovi davanti al Male, come ti succede ad Auschwitz, a Dachau, a Terezin e in tanti altri campi, in cui pure è doveroso andare in un pellegrinaggio della memoria. A Fossoli ti trovi di fronte a quella che Hannah Arendt ha definito la banalità del male. Non ho mai capito così a fondo cosa significassero queste parole fino a pochi giorni fa, fino a quando non siamo stati a Fossoli.
Proprio il fatto che il campo di Fossoli non fosse la meta finale del viaggio disperato dei deportati ne fa un luogo, se possibile, ancora più drammatico, perché lì si esercitò un crimine che poteva sembrare meno grave, che poteva essere considerato un semplice lavoro, una pratica da svolgere, nel miglior modo possibile. A Fossoli c'era già un campo per i prigionieri di guerra alleati e fu scelto perché poco distante dalla stazione di Carpi, lungo la linea ferroviaria del Brennero: una scelta di efficienza, per rendere i trasporti più veloci e meno costosi. La nostra guida - uno dei volontari grazie al cui impegno quel luogo di memoria è ancora aperto e vivo - ci ha spiegato che regolarmente, circa ogni quattro settimane, i responsabili del campo andavano al comando tedesco di Verona e qui ricevevano la lista delle richieste: quanti uomini destinare ai campi di lavoro forzato e quanti invece a quelli di sterminio. Quindi, da bravi travet, tornavano al campo e organizzavano per i giorni successivi il convoglio con la "merce" richiesta. 
Non ci sono numeri esatti delle persone che in quei mesi lunghissimi passarono per il campo di Fossoli, perché gli archivi furono portati via quando, avvicinandosi le truppe alleate, queste attività furono trasferite nel campo di Bolzano. Le stime vengono fatte basandosi su quante derrate alimentari venivano inviate al campo. E allora ti immagini un piccolo mondo di impiegati, di contabili, di segretari, che aveva il compito di organizzare questo servizio, di registrarne le spese, di assicurarsi che tutto funzionasse. Così come c'erano quelli che gestivano gli spostamenti delle carrozze e dei torpedoni - quella che adesso chiamiamo logistica - per portare tutte quelle persone nei campi della Germania. Questi uomini furono anch'essi ingranaggi, per quanto piccoli, per quanto insignificanti, per quanto sostituibili, di quella terribile macchina di morte, erano anch'essi parte del male. Potevano essere i nostri nonni, poteva essere qualcuno che abbiamo conosciuto, potevamo essere noi, perché quello in qual tempo avrebbe potuto essere il nostro lavoro, perché non potevamo fare altro, perché in molte occasioni, anche quando c'era la consapevolezza - e forse non sempre c'era - non c'era la forza di ribellarsi. Potevamo essere noi che durante una normale giornata di lavoro avevamo registrato le spese per quel campo di prigionia e il pomeriggio, tornati a casa, non pensavamo a quello che avevamo fatto, al crimine di cui eravamo complici, ma magari eravamo arrabbiati perché un collega aveva avuto un incarico migliore del nostro o un permesso che a noi era stato negato. Potevamo fare quel lavoro come fosse una cosa normale, registrando quel pane, che per quelle donne e quegli uomini era forse l'ultimo che avrebbero mangiato. E potevamo essere noi il male, mentre eravamo padri premurosi o magari mentre offrivamo qualcosa da mangiare a qualcuno che ne aveva bisogno.
A Fossoli vedi i segni del male estremo, come quelli del bene estremo, perché, poco dopo la fine del conflitto, don Zeno Saltini, insieme ai suoi orfani, decise di occupare le baracche di quel campo e costituì Nomadelfia, la comunità di fratelli, di uguali, dove non c'è proprietà privata e dove i bambini sono figli di tutti.
Sarebbe bello se fosse tutto così semplice: da una parte Hitler e dall'altra don Zeno, il bene di qua e il male di là. Quello che però ti fa pensare - e ti fa in qualche modo paura - è dove il bene e il male si stringono e tu non li riconosci più: e a Fossoli c'è appunto anche questo. 
Gli antichi greci raccontavano la storia di Edipo, che era diventato re di Tebe perché aveva salvato quella città dalla Sfinge. Ed era stato un buon re, saggio e capace. Ma prima di arrivare in città, lungo la strada che veniva da Delfi, aveva ucciso un uomo, che era il re di quella città, ma che era anche suo padre. E diventato re aveva sposato la regina vedova, che era anche sua madre. Edipo era a un tempo il migliore dei re, colui che aveva salvato la città da un pericolo mortale, e un uomo che si era macchiato di due colpe terribili: uccidere il proprio padre, giacere e avere figli con la propria madre. Quando se ne rende conto, Edipo non sceglie la via facile del suicidio, ma si punisce nel modo più terribile che poteva trovare: si condanna alla vita e alla memoria. Con la storia di Edipo gli antichi ci hanno voluto raccontare che il bene e il male sono due concetti difficili da capire per gli uomini, anche per i migliori, anche per quelli più intelligenti, quelli che sanno sciogliere gli enigmi; Edipo forse ha capito cosa siano bene e male solo dopo essersi accecato. Ripensando a quello che è successo a Fossoli in quegli undici mesi tra il dicembre '43 e il novembre '44, noi siamo ciechi come Edipo quando ancora vedeva, non riusciamo a capire davvero la differenza tra bene e male, perché questi due concetti si intrecciano nelle nostre vite, a volte fino a rendersi indistinguibili. Per questo, come Edipo, dobbiamo condannarci alla memoria.
Tra gli uomini che sono passati per quel campo c'è stato Primo Levi che, oltre a un bel passo di Se questo è un uomo, ha scritto questa poesia. intitolata Il tramonto di Fossoli.
Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
«Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire».

lunedì 25 aprile 2016

Verba volant (268): eroe...

Eroe, sost. m.

Gli etimologisti collegano la parola greca ἥρως alla radice che nel sanscrito antico ritroviamo nel termine vīrá e in latino in vir, parole che indicano l'uomo di valore. L'eroe per gli antichi greci è su un gradino più in alto rispetto agli altri uomini, è qualcuno che si avvicina a un dio, ma rimane un uomo, con i suoi limiti, con le sue passioni, con le sue debolezze. Gli antichi sapevano bene che gli eroi erano uomini, ma migliori di loro, da tenere come modelli; e per questo agli eroi dedicavano statue, per loro componevano versi, in nome loro organizzavano feste. Gli eroi di Omero, i guerrieri che combattono sotto le mura di Troia, sono certamente uomini dalle eccezionali qualità, ma non sono perfetti, commettono errori, si macchiano di colpe, a volte di delitti. Sono mortali, perché nei loro corpi scorre il sangue, e non l'icore come in quelli degli dei.
Non si consideravano certo eroi le donne e gli uomini che sono morti più di settant'anni fa. Quando scrivono a casa le loro ultime lettere si scusano del dolore che stanno provocando alle loro famiglie e di non aver portato a termine il compito che si erano prefissati, insieme ai loro compagni. Quelle donne e quegli uomini che non si consideravano eroi erano mortali, nei loro corpi scorreva il sangue, e non furono esenti da colpe, perché avevano i loro limiti, le loro passioni, le loro debolezze. Ne erano consapevoli prima di tutto loro.
A noi, per fortuna, non è richiesto essere eroi. Non dobbiamo neppure avere la tempra che ebbero le donne e gli uomini della Resistenza. A noi è richiesto far esercizio di memoria e magari usare bene le parole; a volte ci capita di usare la parola eroe con eccessiva leggerezza e chiamiamo così un calciatore o un attore del cinema. Riserviamo ad altri questo onore. A noi è richiesto di studiare, di provare a capire come va il mondo, è richiesto di far bene il nostro lavoro, è richiesto di essere cittadini attivi e responsabili, ad esempio andando a votare. A noi è richiesto di essere solidali, almeno di provare a capire perché quell'uomo soffre, anche se non possiamo fare nulla per sollevarlo dal suo dolore. In sostanza a noi - che non siamo eroi né lo saremo - è richiesto almeno di non essere pigri. Come vedete non c'è nulla di eroico in questi compiti, eppure a volte anche questi ci sembrano così gravosi, tante volte non li rispettiamo, tradendo in questo modo quelli che davvero furono eroi, anche se non avrebbero voluto esserlo. Proprio come molti dei guerrieri giunti per mare davanti alle porte Scee.
Platone nel Cratilo offre due spiegazione etimologiche, entrambe ugualmente bizzarre, della parola eroe. Sono certamente sbagliate e credo ne fosse perfettamente consapevole. Il filosofo ateniese, fa dire a Socrate, rispondendo a Ermogene:
Tutti certamente sono nati o da un dio innamorato di una mortale, o da un mortale innamorato di una dea. Se, dunque, esamini, anche questo secondo l'antica lingua attica, capirai meglio: ti risulterà chiaro infatti, che, rispetto al nome di eroi è stata piccola l'alterazione per ottenere il nome. E, così, questo è il significato di eroi, oppure vuol significare che erano saggi e retori, sia abili, sia dialettici, essendo capaci di interrogare.
Nella parola greca ci sarebbe quindi o la stessa radice di amore, ossia eros, o quella di retorica. E qui Platone sembra voglia dirci che gli eroi sono proprio uomini, che amano e che discutono con i loro simili, anzi i veri eroi, i veri uomini, sono quelli che amano e quelli che sanno interrogare e interrogarsi sulle cose del mondo e della vita. Anche noi allora possiamo aspirare a essere un poco eroi. Basta essere donne e uomini; liberi.

W la RESISTENZA

da "Se questo è un uomo" di Primo Levi

Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.
Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione.
Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge». V’erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti.
L’arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti; si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze, in modo che, nonostante tutto, l’annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati. Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura, avevano fatte pubbliche e vivaci rimostranze al commissario italiano per la difettosa organizzazione del servizio di cucina e per lo scarso quantitativo della legna distribuita per il riscaldamento; avevano perfino detto che presto un’infermeria avrebbe dovuto entrare in efficienza . Ma il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati.
Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza: noi avevamo parlato a lungo coi profughi polacchi e croati, e sapevamo che cosa voleva dire partire. Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente, e come l’atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da potere accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine, e, ove lo desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sé l’odio o l’arbitrio, ma la necessità e la giustizia, e, insieme con la punizione, il perdono. Ma a noi questo non fu concesso, perché eravamo troppi, e il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati? Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito.
E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare? Nella baracca abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose. Tutti gli uomini erano falegnami; venivano da Tripoli, attraverso molti e lunghi viaggi, e sempre avevano portati con sé gli strumenti del mestiere, e la batteria di cucina, e le fisarmoniche e il violino per suonare e ballare dopo la giornata di lavoro, perché erano gente lieta e pia. Le loro donne furono le prime fra tutte a sbrigare i preparativi per il viaggio, silenziose e rapide, affinché avanzasse tempo per il lutto; e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli, e disposero al suolo le candele funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per la lamentazione, e tutta notte pregarono e piansero. Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato.
L’alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo, così vicini ancora nel tempo e nello spazio, i ricordi buoni delle nostre case. Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria. Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine, - Wieviel Stück? - domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i «pezzi» erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, né nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?

venerdì 22 aprile 2016

Verba volant (267): libro...


Oggi festeggiamo i libri, perché il 23 aprile 1616 - appena quattrocento anni fa - morivano William Shakespeare e Miguel de Cervantes. E' solo un'apparente contraddizione festeggiare un avvenimento luttuoso, perché in fondo né Shakespeare né Cervantes sono davvero morti, ma continuano a vivere e noi, tutti noi, siamo in qualche modo debitori di quei due grandissimi; come siamo debitori di tanti altri immortali.
In questi giorni ho avuto l'opportunità di vedere due versioni molto diverse di Amleto. Una più "classica" - se mi passate il termine, perché Amleto è sempre classico - ossia l'allestimento che il National Theater di Londra ha fatto in queste settimane con un bravissimo Benedict Cumberbatch e Amleto a Gerusalemme, una sorta di saggio della scuola di teatro che Gabriele Vacis e Marco Paolini hanno organizzato dal 2008 in Palestina. Spero che abbiate l'occasione di vederli o rivederli anche voi. Si tratta ovviamente di due lavori molto diversi, nati con obiettivi diversi, ma è stato utile vederli a pochi giorni di distanza, perché rendono evidente non solo quanto Shakespeare sia grande - e non serviva un ulteriore dimostrazione, basta prendere appunto un libro - ma quanto quei testi ci raccontino, qui e ora. E' stato particolarmente emozionante sentire il celeberrimo monologo di Amleto - To be or not to be - recitato nella sua lingua da un ragazzo palestinese. Evidentemente per un giovane uomo che da quando è nato si confronta con la morte, che vive in una situazione di conflitto, più o meno esasperato, ma pur sempre presente, per uno di una generazione su cui le storie dei padri pesano in maniera così angosciante, quelle parole hanno un valore così vivo, così drammaticamente cogente, che sembrano scritte apposta per lui. La rabbia di Amleto, la disperazione di Amleto, i dubbi di Amleto, ti appaiono allora in tutta la loro chiarezza: francamente credo di aver capito davvero quel monologo solo domenica scorsa - pur avendolo letto tante volte e averlo tante volte sentito recitare - quando quel ragazzo l'ha urlato a noi spettatori, ce l'ha gettato in faccia, chiedendoci in qualche modo di prendere posizione.
Mi era successa più o meno la stessa cosa qualche anno fa, quando vidi al cinema Cesare deve morire dei fratelli Taviani, il film che racconta la messa in scena del Giulio Cesare da parte di un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia. Per quegli uomini, alcuni dei quali avevano ucciso davvero, raccontare la storia di un omicidio, di un tradimento, di una vendetta, aveva certamente un valore pedagogico importante - e questo sarebbe bastato affinché quel progetto fosse significativo, fosse utile - ma quella rappresentazione serve a noi per capire meglio, in una luce assolutamente nuova, le parole di quel dramma.
Allora nel giorno in cui festeggiamo i libri, non limitiamoci a leggerli. Sarebbe già importante, ma con tutta evidenza non è sufficiente. Dovremmo anche impegnarci affinché possano essere letti, affinché tutti siano messi nelle condizioni di leggerli, indipendentemente dal luogo in cui sono nati, da dove e come sono vissuti, perché esperienze di formazione come quelle raccontate in Amleto a Gerusalemme e Cesare deve morire sono di fondamentale importanza per quelle donne e quegli uomini, quei giovani uomini e quelle giovani donne, ma poi per tutta la società. Festeggiare i libri ha un senso se le nostre azioni, la nostra politica. il nostro impegno, sono tesi a diffondere la cultura, a togliere gli ostacoli che ne limitano la diffusione, a sostenere l'educazione, in tutti gli ambiti. Altrimenti i libri sono destinati a rimanere oggetti che si caricano di polvere nelle case di pochi di noi che abbiamo la fortuna e l'opportunità di possederne. Ma i libri sono soprattutto le storie che raccontano, le idee che sono capaci di mettere in circolo, la libertà che si sprigiona dalle loro pagine. I libri siamo noi che li facciamo vivere e che - se ci riusciamo e quando ci riusciamo - li facciamo diventare leve di progresso. E di rivoluzione.
Vi chiedo di guardare pochi minuti di questo video - da 29:16 in particolare - perché c'è una piccola, ma incredibilmente complessa versione di Amleto, recitata da sette ragazzini e ragazzine di una scuola inglese. Dopo essersi alzati e aver detto che ciascuno di loro è uno dei personaggi del dramma, si stringono attorno al loro coetaneo che è Amleto e recitano insieme il monologo, che diventa in qualche modo un canto corale, assumendo un valore del tutto diverso e inedito. E' un Amleto di quattro minuti, ma è un Amleto perfetto. Ormai ci sembra quasi impossibile che a scuola si possa anche insegnare qualcosa - parliamo di scuola per raccontare di tutto, tranne quello che dovrebbe fare - eppure a scuola si può imparare perfino ad amare Shakespeare. Quelle ragazzine e quei ragazzini, con le loro storie, sono Shakespeare. E, speriamo, un giorno non troppo lontano, anche Don Chisciotte.

Verba volant (266): soccorso...

Soccorso, sost. m.

Non so se qualcosa di simile accade anche in altre città, ma a Bologna, se ti fai male a una gamba, hai due possibilità: se sei povero, vai al pronto soccorso, aspetti il tuo turno - magari anche per un po' di tempo, che a te che hai male sembra lunghissimo - e sarai curato; se sei ricco, puoi andare in una specie di pronto soccorso privato dove ti cureranno immediatamente, spendendo 100 euro, fatti salvi altri costi che ti potrebbero richiedere, per esami o l'intervento di specialisti. Questo però se ti fai male dal lunedì al venerdì e dalle 8.30 alle 18.30; perché se ti fai male durante la notte o alla domenica, ricco o povero che tu sia, dovrai sempre andare al pronto soccorso e assoggettarti alla fila.
Ovviamente i privati sono liberissimi di aprire un'attività come questa e i ricchi sono liberi di scegliere dove farsi curare, ma il pronto soccorso, per i ricchi e per i poveri, è qualcosa di indispensabile, che serve a tutti, e che tutti dovremmo finanziare, pagando le tasse. Purtroppo in Italia i ricchi le tasse per lo più le evadono e quindi la sanità pubblica la dobbiamo sostenere quasi solo noi poveri, mentre ovviamente ne beneficiano tutti. Poi sarebbe importante che gli ospedali avessero sufficienti risorse per potenziare l'attività di pronto soccorso, ad esempio per fare in modo che i tempi di attesa fossero un po' più brevi. Questo non sempre avviene, anche perché i politici decidono di investire sempre meno soldi sulla sanità pubblica, e magari si fanno fotografare mentre inaugurano le strutture private. Anzi si ha quasi l'impressione che chi amministra la sanità non si impegni poi troppo per migliorare la condizione degli ospedali, per favorire la nascita e la crescita di attività private. Non sono anni che ci raccontano che la sanità pubblica funziona male mentre quella privata è una fucina di eccellenze? Sarà anche così, peccato che il pronto soccorso dei privati chiuda alle 18.30, perché evidentemente costerebbe troppo tenerlo aperto tutta la notte e tutte le notti.
Ricordiamocelo la prossima volta che ci facciamo male a una gamba, ma soprattutto ricordiamocelo la prossima volta che andiamo a votare.

giovedì 21 aprile 2016

Verba volant (265): vittoria...

Vittoria, sost. f.

Il 21 aprile 1996 vincemmo le elezioni. All'improvviso mi sono reso conto che sono passati vent'anni: un'enormità.
Questa storia l'ho già raccontata, spero che chi l'ha sentita mi scuserà. Un paio di sere dopo fu convocata una grande manifestazione in piazza Maggiore a Bologna, proprio per festeggiare la vittoria. Da Granarolo eravamo andati in pullman, come al solito; in piazza incontrai un compagno un po' più giovane di me - che adesso è sindaco di un comune vicino a Bologna, è bravo, anche se è del pd - ci abbracciammo e uno di noi due disse: finalmente abbiamo vinto. Non ricordo le parole esatte, ma il senso era proprio questo: abbiamo aspettato tanto, ma finalmente ce l'abbiamo fatta. Mio padre, che era lì vicino, ci guardò, scuotendo la testa; anche in questo caso non ricordo le sue parole, ma il senso era chiaro: quelli della mia generazione possono dire di aver aspettato tanto, voi due è meglio che state zitti. Aveva ragione naturalmente.
In questi vent'anni sono successe molte cose, la più eclatante per me è stato il suicidio di quel partito in cui allora militavamo in tanti, compresi mio padre e io. Dopo quella vittoria, per qualche anno ho fatto il funzionario di quel partito e quindi mi sento una qualche responsabilità per quello che è successo. Non ho la pretesa di fare qui un'analisi politica, ma credo che in quella vittoria ci fosse già il germe che ci ha portato a oggi. Certamente quel governo fu un buon governo, probabilmente il migliore che ha avuto questo paese, e vincere allora è stato importante non per il vincere in sé, ma perché abbiamo fatto delle cose, abbiamo provato a indicare una direzione diversa. Che poi abbiamo progressivamente perso. Anche perché la necessità di vincere ci ha travolti; e infatti per quelli di adesso l'unica cosa che conta è proprio vincere.
Sento che ogni tanto qualcuno dice che dobbiamo tornare allo spirito dell'Ulivo, sogna la nascita di un "nuovo Ulivo". Francamente credo che abbiamo già dato, non solo perché le lancette della storia non possono tornare indietro, ma soprattutto perché non possiamo fare un tale sforzo, una fatica di Sisifo, per tornare a un punto da cui fatalmente ricadremmo nel precipizio.
Come sapete, io penso che occorra prendere un'altra direzione, che occorra ricominciare a parlare di socialismo, che non si debba aver paura di immaginare una prospettiva radicalmente diversa, rivoluzionaria avremmo detto una volta.
Intanto mio padre se n'è andato, io sono più vecchio di vent'anni e francamente non so se festeggerò ancora in piazza una vittoria. 

lunedì 18 aprile 2016

Verba volant (264): buttare...

Buttare, v. tr.

Tra le molte cose stupide dette da renzi nell'euforia della notte del 17 aprile, nella foga arrogante di reclamare per sé la vittoria, ce n'è stata una particolarmente grave:
è stato inutile buttare via 300 milioni di euro per questo referendum.
A parte il fatto che questa cifra è stata spesa perché il governo - di cui mi pare lui faccia parte - non ha voluto accorpare il referendum con le prossime, imminenti, elezioni amministrative, è significativa l'idea che tradisce questa battuta polemica. In una democrazia complessa far votare i cittadini è ovviamente un'operazione che ha un costo, perché va organizzata una struttura organizzativa molto ampia, che impiega moltissime persone, una struttura che ha forse anche qualche eccesso di burocratismo, ma che funziona bene e quindi è meglio preservare. In una democrazia far votare i cittadini è certamente un costo, ma quel costo non può essere considerato uno spreco.
Sappiamo che il presidente del consiglio ha deciso di astenersi, non è stata la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana che il capo del governo non partecipa al voto, ma è comunque una ferita. E' stata una decisione legittima, anche se ovviamente discutibile, dal momento che la posizione del governo è stata quella di far sì che non si raggiungesse il quorum in modo da invalidare il referendum. E' stato un gioco sporco, un trucco, perché renzi sapeva che il no non avrebbe vinto e quindi ha in qualche modo sommato le astensioni politiche - chiamiamole così - con la quota fisiologica di astensioni, vincendo il referendum senza troppi sforzi. Per quanto questa operazione sia scorretta rientra ancora nella politica; è la politica peggiore, ma è ancora politica. Poi non stupiamoci se, contro questo modo di fare la politica cresce quella che chiamiamo antipolitica, quel senso si sfiducia nelle persone che siedono nelle istituzioni che diventa sfiducia per le istituzioni tout court.
Il presidente del consiglio però ha fatto di più e peggio. Non ha rappresentato soltanto la politica peggiore, ma anche l'antipolitica, perché quella greve battuta sui soldi gettati l'avrebbe potuta dire un qualsiasi leader populista - come un qualsiasi cretino al bar dopo un vermut di troppo - invece l'ha detta il presidente del consiglio, in televisione, in un momento in cui sapeva di essere ascoltato da moltissimi italiani. Non è una voce dal sen sfuggita, ma un messaggio chiaro a una parte del paese, quella peggiore.
E non è un caso che la riforma costituzionale che renzi ha partorito si basi tutta su una semplificazione di cui fanno le spese unicamente i momenti elettorali. Uno dei cavalli di battaglia del governo è l'abolizione delle Province. Questi enti ci sono ancora, continuano a svolgere delle funzioni, perché non potevano essere chiuse dall'oggi al domani, ma sono state abolite le elezioni provinciali. E infatti adesso a capo delle Province non siedono persone che noi abbiamo scelto, ma imbelli podestà - e meno sono attivi meglio è - scelti in buona sostanza dalle forze politiche, con operazioni non sempre trasparenti e spesso frutti di scambi poco onorevoli. Allo stesso modo la riforma del Senato - la madre di tutte le riforme - non prevede la chiusura di questa assemblea, ma solo l'abolizione della possibilità dei cittadini di votare, a favore di una composizione di nominati, che ovviamente risponderanno prima di tutto a chi ha avuto la bontà di sceglierli per quegli scranni. E così risparmiamo un po' di soldi che avremmo buttato per le elezioni provinciali, risparmiamo un po' di soldi che avremmo buttato per le elezioni del Senato e tutti saremo contenti, sui nostri nuovi treni acquistati con quelle risorse sottratte alla democrazia. Treni che immagino arriveranno sempre in orario.
Il problema è che quando si comincia a ragionare così è difficile capire dove poi alla fine si smetterà. Perché non è forse uno spreco votare ogni cinque anni per i sindaci e per i presidenti delle Regioni? Tanto più che questi ultimi, ingrati, promuovono anche i referendum contro il governo. E quanti soldi si spendono per votare i deputati con tutti quei seggi sparsi per l'Italia, tutte quelle schede, tutte quelle matite. C'è il meccanismo del televoto che funziona così bene: con quello decidiamo perfino chi vincerà Amici e non possiamo decidere chi deve fare il presidente del consiglio?
Mi dispiace matteo, per te Miss Italia finisce qui!    

giovedì 14 aprile 2016

"Il giorno più bello della storia" di Gianni Rodari


S'io fossi un fornaio
vorrei cuocere un pane
così grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare
un pane più grande del sole
dorato profumato
come le viole
un pane così
verrebbero a mangiarlo
dall'India e dal Chilì
i poveri, i bambini
i vecchietti e gli uccellini
sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia.

mercoledì 13 aprile 2016

Verba volant (263): pena...

Pena, sost. f.

Come credo di aver già scritto altre volte, io seguo pochissimo le vicende di cronaca nera, che invece occupano tanta parte dell'informazione, perché il sangue - possibilmente unito al sesso - fa vendere i giornali e fa crescere gli ascolti, alimenta una morbosità su cui tanti lucrano. E per questa ragione non so praticamente nulla dell'omicidio di Vanessa Russo né ho particolari curiosità. Mi ha colpito però la notizia - che immagino avrete letto anche voi - della decisione di un giudice di revocare la semilibertà a Doina Mattei, l'omicida, a seguito della pubblicazione su Facebook di alcune foto, che la ritraggono sorridente al mare.
Tralascio il fatto che Doina sia una giovane donna rumena, il che ha ovviamente scatenato giudizi - e pregiudizi - su questa vicenda, spesso intollerabilmente volgari e dichiaratamente razzisti. La questione offre molti spunti interessanti a prescindere dall'età, dal sesso e dalla nazionalità delle persone coinvolte. Sinceramente non so se nove anni di carcere siano una pena sufficiente per espiare, in tutto o in parte, la colpa di un omicidio. Dovessi rispondere d'istinto direi probabilmente di no, che si tratta di una pena troppo lieve, che nove anni non bastano per cambiare, ma poi, ragionandoci, capisco che non ho nessun elemento per rispondere a questa domanda. Come non ne avete voi. Spero che l'abbiano i giudici, anche se spesso mi viene il dubbio che a molti di loro manchi ogni pur minimo discernimento. Comunque ammettiamo che i giudici abbiano questa facoltà di sapere e di capire quello che noi non possiamo sapere e capire e quindi accettiamo la decisione di quel giudice che ha ritenuto che Doina potesse uscire dal carcere, perché aveva raggiunto un sufficiente grado di consapevolezza della propria colpa.
A dire la verità, non so neppure, in maniera astratta, se una pena sufficiente esista. Forse no. Se ragionassimo seguendo la legge del taglione, allora sarebbe davvero semplice amministrare la giustizia: Doina sarebbe dovuta morire, perché Vanessa. Una vita in cambio di un'altra. Mi pare che ormai tutti - o quasi - accettiamo che la giustizia non possa basarsi su questo criterio. In maniera altrettanto evidente non esiste una pena sufficiente a lenire il dolore di una famiglia che ha subito una perdita così drammatica: qualunque sia la pena scontata da Doina, fosse pure la morte, il dolore dei genitori di Vanessa e di quelli che le hanno voluto bene non sarebbe affievolito in questi nove anni.
La giustizia allora mi pare sia questa ricerca, per forze di cose approssimata, a volte suscettibile di errore, volta a capire quando la persona che ha commesso un delitto, anche uno così efferato come un omicidio, può tornare a essere libera, perché non costituisce più un pericolo e perché ha preso consapevolezza della propria colpa. Come potete immaginare, non amo molto il termine pentimento, che mi pare attenga a un'altra sfera. In alcuni casi probabilmente questo momento non arriva mai, in altri può arrivare anche molto presto. La società affida ai giudici questo compito, sapendo che possono sbagliare.
Tornando alla vicenda che in tanti commentiamo, cosa fa una qualunque ragazza di trent'anni in una bella giornata di primavera in cui non lavora? Se vive vicino al mare probabilmente va in spiaggia con qualcuno che conosce. E visto che ha con sé un telefono - ce l'hanno tutte - si fa una foto e la pubblica su Facebook. Io non ho più trent'anni, eppure domenica sono andato in giro con mia moglie e la sera ho pubblicato le foto di quella gita, per condividere un momento sereno con le persone con cui sono normalmente in contatto. Quelle foto, così normali, così banali, hanno scatenato una reazione violenta, che ha forse contribuito a determinare la decisione di un altro giudice di sospendere la semilibertà. Se quel giudice ha preso questa decisione perché ritiene che Doina non meriti ancora quel regime non ho motivo di discutere il suo verdetto. Lui sa qualcosa che io non so. Se deciderà che Doina non potrà più avere un profilo su Facebook sarebbe una decisione comprensibile, perché ormai in questo nostro mondo così social, dobbiamo anche prevedere questo caso, così come molti di noi hanno deciso a chi far gestire il proprio profilo quando non ci saranno più. Se quella decisione è stato un modo per rispondere alle critiche di una parte di opinione pubblica, credo sia stata un errore, perché appunto noi, tutti noi, non sappiamo.
Ho letto in alcuni commenti che Doina viene accusata di sorridere in quelle foto. Io spero proprio che in questi nove anni Doina abbia avuto l'occasione di sorridere, e non solo in quel pomeriggio al mare, per l'abbraccio di una persona cara o per aver visto un raggio di sole o sentito il cinguettio di un uccello: le cose per cui sorridiamo noi, normalmente, anche quando siamo colpiti da un dolore molto forte, e quel sorriso un po' ce lo attenua, ma certo non ce lo fa dimenticare. Cosa siamo diventati se pretendiamo che chi espia una pena non possa più sorridere?
Uno dei testi fondamentali della nostra civiltà è l'Orestea di Eschilo. Nell'ultima tragedia di questa trilogia si celebra il processo contro Oreste, reo di aver ucciso la madre, colpevole a sua volta di aver ucciso il suo sposo Agamennone, che lei credeva aver ucciso la figlia Ifigenia: è la giustizia basata sulla legge del taglione, una vita in cambio di un'altra vita. Le Erinni, dee antichissime, custodi dell'ordine antico, pretendono la morte del giovane omicida, chiedono vendetta, vogliono che quella scia di sangue non venga interrotta, ma Atena, la dea dell'ordine nuovo, impone l'assoluzione di Oreste. Eschilo racconta, con questo mito, il passaggio dalla vendetta alla giustizia, sancito dal fatto che le Erinni saranno onorate ancora come dee, ma con il nome di Eumenidi, ossia le benevole.
Di questa trilogia c'è una celebre e bella traduzione di Pier Paolo Pasolini, fatta su richiesta di Vittorio Gassman. Quasi al termine dell'ultima tragedia, quando Atena celebra la fine del processo e la decisione delle Erinni di accettare il nuovo ordine, la dea, rivolgendosi ai cittadini di Atene, dice:
Chi non capisce che è giusto accettare
tra noi queste primordiali divinità
non capisce i contrasti della vita.
E, poco dopo aggiunge:
Soltanto chi ama
può ricevere amore.

lunedì 11 aprile 2016

Verba volant (262): responsabilità...

Responsabilità, sost. f.

E' lecito intervistare "il male"? Al di là delle polemiche di questi giorni, la domanda che ha posto - in forma retorica e con scopo evidentemente autoassolutorio - un giornalista piuttosto noto, al centro proprio di queste polemiche, credo meriti una risposta, perché pone degli interrogativi non solo a chi fa quel mestiere - una funzione essenziale, preziosa e molto delicata in una democrazia - ma anche a quelli come me - e siamo tanti ormai - che fanno un altro lavoro e nel tempo libero scrivono per qualcuno - pochi o molti che siano non importa - che ha l'interesse e la pazienza di leggerci. E poi naturalmente è qualcosa che investe tutti noi, per il solo fatto che siamo cittadini.
A questa responsabilità dello scrivere sto pensando in verità da un po' di tempo, da quando un certo numero di persone - per me inaspettatamente - ha cominciato regolarmente a leggere quello che scrivo. E in alcuni casi a condividerlo e diffonderlo. All'improvviso mi sono reso conto che non è un gioco, o qualcosa che faccio per me stesso, ma ha una sua funzione nella società, limitata quanto volete, ma ce l'ha. Vi racconto un fatto curioso. La mattina che ho saputo che Umberto Eco era morto, ho pensato di commentare quella notizia con una battuta, uno scherzo, credendo che sarebbe stato il modo più adatto per rendere omaggio a una persona così brillante, che spesso aveva messo a disposizione la propria cultura per farci ridere, facendoci in questo modo pensare. Allora ho scritto:
renzi: «sono addolorato per la morte di Umberto Eco; "Va dove ti porta il cuore" è uno dei miei libri preferiti»
Evidentemente era una battuta di spirito - più o meno riuscita, più o meno divertente, questo non è importante - che però diverse persone - troppe persone - hanno considerato come una "notizia". Quel giorno ho capito che potevo dire una bugia, magari più credibile di quella, meglio costruita, e quella bugia per qualcuno poteva diventare la verità. E' un potere - forse un piccolo potere - ma che ti può dare alla testa e che quindi devi maneggiare con attenzione.
Allo stesso modo nei giorni scorsi ho visto che parecchie persone hanno condiviso la foto di una bella ragazza succintamente svestita e in posa provocante, vagamente somigliante a una nota ministro di questo governo, traendone le considerazioni che potete immaginare sulla passata attività di quella stessa esponente politica. Forse ricorderete che qualche tempo fa girava una foto delle ragazze coccodè di Indietro tutta, in cui più d'uno riconosceva l'attuale presidente della Camera; e anche qui preferisco tralasciare i commenti. Ho preso di proposito due "notizie" paradossalmente false, stupidamente false, grettamente false, eppure per molte persone vere. Immagino che il primo che le ha diffuse si sia sentito particolarmente fiero di queste mascalzonate, che nascondono - oltre che un maschilismo meschino - un intento politico molto evidente.
Anch'io sono di parte, sono fazioso, a volte questa mia ostinazione mi fa prendere delle cantonate, ma sono anche tranquillo, perché questa netta scelta di campo è esplicita ed esplicitata: se leggete quello che scrivo, capite subito da che parte sto e - spero - che c'è una coerenza in quello che dico. Questa coerenza voglio sia il segno della mia responsabilità nello scrivere; almeno penso dovrebbe essere la regola a cui sia giusto attenersi. Poi si possono dire anche cose sgradevoli - ne dico a volte, volutamente - si possono dire cose sbagliate - mi succede anche questo - ma cerco che quello che leggete rispecchi in pieno quello che penso. La responsabilità è anche questo patto tra chi scrive e chi legge.
Con questi esempi voglio dire che la rete non ha creato un problema, ma lo ha ampliato, in quanto ha democratizzato - e questo credo sia un bene - la possibilità di scrivere e di essere letti. Se vent'anni fa questo poteva essere un problema soltanto per specialisti, per quei pochi che avevano il compito di informare tutti gli altri e il privilegio di scrivere sui giornali e di andare in televisione, adesso è un problema che potenzialmente riguarda ogni cittadino, perché tutti hanno la concreta possibilità di pubblicare le proprie idee. Ed è qualcosa a cui credo che non siamo preparati, a cui non ci hanno preparati.
Torno alla domanda con cui ho iniziato questa definizione. Personalmente credo sia lecito intervistare "il male" e quindi non mi sento di criticare quel giornalista per averlo fatto. Ma dipende da come lo si fa, da che domande gli si pone, da che regole vengono concordate. Non entro nel merito di quello che è stato detto in un'intervista che non ho visto - perché non vedo mai quel programma - non voglio parlare dei contenuti espliciti e impliciti che quella persona ha potuto comunicare in televisione, grazie a quel programma - ne hanno già parlato esperti di quel fenomeno complesso, in cui certe espressioni contano, certi silenzi sono importanti più delle parole - ma sto al contenitore. Se pur di fare quell'intervista accetti le regole imposte dal tuo interlocutore, ad esempio facendogli firmare la liberatoria solo dopo che l'intervista è stata registrata e visionata, allora ti sei arreso al male, e hai fatto un cattivo servizio al tuo lavoro e alla democrazia. Sei riuscito a fare una cosa che gli altri non sono riusciti a fare, puoi diventare il più famoso, il più ricco, il più potente, ma lo hai fatto ingannando te stesso, prima ancora che le persone che dovresti informare, quelle che ti leggono o che ti guardano in televisione. Hai violato il patto; nel modo più grave possibile.
Non credo che esista una soluzione a questo problema. Certo si possono imporre delle regole, che però verranno violate: è la natura umana. E ci sarà sempre qualcuno che metterà davanti alla verità e alla propria coscienza la ricerca del successo e del potere. La soluzione sta in noi: la legge morale in me, come diceva Kant.
Però adesso c'è la rete e tutto è esponenzialmente più complesso. Questa responsabilità si può insegnare, si deve insegnare. E dobbiamo farlo, prima di tutto praticandola e poi criticando chi non lo fa, come è successo in questi giorni. Non tanto per avere persone capaci di scrivere, ma per avere persone capaci di leggere. Per avere persone che onorino quel patto tra chi scrive e chi legge, che in fondo è il patto tra chi si riconosce far parte di una società, magari con l'ambizione di migliorarla. Tutti insieme.

mercoledì 6 aprile 2016

Verba volant (261): petrolio...

Petrolio, sost. m. 
Mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola petrolio in un articoletto credo de "L’Unità", e solo per aver pensato la parola petrolio come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un'ora questa "traccia" era pensata e scritta.
Sono parole di Pier Paolo Pasolini, scritte nel 1972 in calce a un foglio di uno dei quaderni, in cui si trova quello che rimane di quello che probabilmente sarebbe stato il suo ultimo lavoro, visto che in una celebre intervista del gennaio 1975, disse che questo romanzo lo avrebbe impegnato per anni, forse per il resto della mia vita, perché doveva rappresentare una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. Petrolio fu davvero la sua ultima opera, perché il 2 novembre di quello stesso anno Pasolini venne ucciso, forse proprio a causa di Petrolio.
Chi lo fece uccidere magari pensava che in quel libro ci sarebbero state rivelazioni scottanti, denunce dettagliate di crimini commessi in nome di quel bene - allora come oggi - così prezioso. Pasolini però non stava scrivendo un pamphlet, non stava raccogliendo prove, non stava preparando un dossier da usare contro i suoi nemici: pensare questo sarebbe ridurlo al rango di un qualsiasi mestatore, come un Mino Pecorelli qualsiasi, anche lui ucciso qualche anno dopo. Pasolini era un artista, un intellettuale - con Italo Calvino ed Eduardo De Filippo, uno dei più importanti dell'Italia del secondo Novecento - e chi l'ha ucciso sapeva benissimo che il pericolo rappresentato da Pasolini non erano le informazioni che poteva aver raccolto, ma la consapevolezza che poteva far nascere nei suoi lettori, contemporanei e futuri. Chi ha ucciso Pasolini ha corso quel rischio perché una voce del genere doveva essere fatta tacere, non per le cose che diceva, ma per le idee che faceva vivere nelle sue opere, perché un uomo come lui insegnava a pensare. Quelli che hanno ucciso Pasolini, anche se erano così potenti, anche se avevano a disposizione tante ricchezze e tanti mezzi, avevano paura di lui, di quell'uomo disarmato, ma credo abbiano sopravvalutato noi italiani: neppure uno come Pasolini ci avrebbe svegliato dal nostro colpevole torpore.
A Pasolini forse importava relativamente poco sapere e far sapere chi avesse ucciso Enrico Mattei, che ruolo ebbe in quell'omicidio Eugenio Cefis, in quali affari fosse allora implicata l'Eni, chi fossero gli uomini a libro paga di quell'azienda nella politica e nel giornalismo. Pasolini, come spiega egli stesso all'amico Paolo Volponi, dice che il suo romanzo è
il grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso capitalismo.
Pasolini in Petrolio descrive da un lato l'arroganza volgare degli uomini di potere e dall'altro la nostra resa a questo potere, non tanto per paura, ma per una volontaria adesione a una pseudocultura senza valori. Racconta il volto più terribile del potere, quello che non solo è disposto a uccidere per garantire i propri privilegi, per accrescere la propria ricchezza, ma soprattutto che ha trovato il modo di renderci schiavi, omologandoci alla sua parte peggiore. Racconta la creazione di un sistema di valori negativi a cui l'intera società pare essersi assuefatta. Pasolini racconta in Petrolio quello che noi siamo diventati.
Basta sfogliare un qualsiasi giornale, aprire un qualsiasi sito e scoprire che, quarant'anni dopo, la storia del nostro paese gira ancora intorno al petrolio - è la parola che in questi giorni ritorna con assillante frequenza - e al potere che questo rappresenta, all'avidità delle classi dirigenti che questo elemento scatena, agli inganni e ai crimini che fa compiere. Ed è inquietante vedere la rappresentazione che il potere offre di se stesso, così simile a quella immaginata da Pasolini. Un potere che rimane arrogante, volgare, che è ancora più forte di quanto non fosse allora, che è disposto a uccidere, ora come allora. In fondo la morte di Giulio Regeni nasce da lì, dagli affari dell'Eni in Egitto, nasce in quel mondo di complicità, che Pasolini ci fa intuire prima ancora di raccontarcelo. 
Però a leggere le cronache di questi giorni prende una sconforto ancora maggiore, un senso di schifata sofferenza, perché i rappresentanti di quel potere non hanno nulla di tragico, ma sembrano usciti da una pochade di infimo livello: la bruttina stagionata ricca e potente, il gagà siciliano che ne sfrutta il nome per entrare in società e per fare i suoi traffici, sono personaggi da farsa e non da tragedia. Eppure noi subiamo una tragedia, subiamo lo sfruttamento sistematico del nostro territorio, veniamo noi stessi sfruttati e derubati, soffriamo per la rapacità del capitalismo, ma rimaniamo imbambolati davanti ai nostri televisori e guardiamo a quel mondo corrotto con malcelata invidia, cercando di scimmiottarne i comportamenti. Non siamo più solo vittime di questo potere crudele, ma ne siamo diventati in qualche modo complici, e infatti non esitiamo a sfruttare quelli che sono ancora più deboli di noi, quelli che arrivano qui dall'altra parte del mondo, anche perché vengono cacciati dai loro paesi da aziende come Eni, come Total, che pur di fare i loro affari, fomentano guerre, distruggono risorse, uccidono chi è un intralcio ai loro guadagni. 
Quarant'anni dopo quel petrolio è ancora più viscido, ha contaminato ormai i pozzi a cui attingiamo l'acqua, il suo odore pesante, nauseabondo, è entrato nelle nostre fibre, lo mangiamo, e ringraziamo chi ci fa vivere così, lo votiamo perfino, affinché possa continuare a sfruttarci. Hanno vinto loro e fanno tutto quello che vogliono, perché sanno che Petrolio non ci ha insegnato nulla: sono solo gli appunti confusi lasciati da un uomo che è morto.  

martedì 5 aprile 2016

Verba volant (253): barbaro...


Barbaro, agg. e sost. m.

In epoca storica gli antichi Greci usavano l'aggettivo onomatopeico βάρβαρος per indicare i popoli che non parlavano greco, ossia tutti gli altri uomini rispetto a loro. La ripetizione della sillaba bar- indicava il fatto che quei popoli non solo non parlavano il greco, ma articolavano lingue poco comprensibili, come le prime parole di un neonato o il faticoso esprimersi di un balbuziente o addirittura come i versi degli animali. E non a caso Erodoto per descrivere la lingua degli Etiopi usa la stessa parola con cui si indicava lo strepito dei pipistrelli.
Non era sempre stato così: Omero conosceva questa parola, ma - come fa notare anche Tucidide - non la usa per riferirsi ai Troiani, gli "altri" per eccellenza, quelli contro cui si era costruita la stessa identità greca. E Plutarco, riferendosi evidentemente a tradizioni arcaiche, parla di parole barbariche, ossia senza senso, che nascondevano un significato misterioso e sacro. Ma già per Sofocle un popolo che non parla un idioma intelligibile è "senza lingua": infatti è tale l'importanza che assume il linguaggio che l'uomo che lo possiede si sente superiore agli altri. Da qui nasce la distinzione, a cui si associa con il tempo un rilievo razzista, tra chi è greco - e quindi parla greco - e chi non lo è. E barbaro diventa sinonimo di nemico. 
Naturalmente non mancano gli autori che fanno notare che la cultura dei barbari non è meno sviluppata, solo perché quegli uomini non parlano greco e che anzi ci sono in quei popoli artisti, poeti, filosofi: Erodoto sarà chiamato "amante dei barbari", ma certo per l'opinione comune, specialmente nel tempo delle guerre persiane, i barbari sono gli "altri", i nemici, quelli che vorrebbero sottomettere il mondo greco, ma che vengono ricacciati, nonostante la sproporzione delle forze in campo, al di là del mare. 
Per un curioso paradosso i "barbari" Romani latinizzarono la parola greca e la fecero loro, trasmettendola poi nella nostra lingua. Pur avendo poca stima dei greci loro contemporanei, i Romani si considerarono eredi della civiltà greca, tanto da nominare barbari tutti i popoli non educati dalla civiltà ellenistica, ormai diventata greco-romana. 
Mentre l'impero si allargava sempre di più - fino a comprendere molti di quei popoli che i Greci consideravano barbari - così vennero chiamati quei popoli che rimanevano al di fuori dei confini, che non "godevano" i benefici della civiltà. E barbaro divenne sempre più sinonimo non solo di straniero, ma anche di rozzo, perché questi popoli non rispettavano leggi e istituzioni civili e non riconoscevano la religione tradizionale.
Sto pensando a questa definizione da parecchio tempo, guardando le immagini delle donne e degli uomini che premono ai nostri confini, che cercano di entrare in Europa, mentre noi alziamo mura, stendiamo chilometri di filo spinato, scaviamo fossati. Sono donne e uomini che parlano lingue diverse dalle nostre, incompreibili alle nostre orecchie, sono donne e uomini che consideriamo barbari. E diciamo di difendere la nostra civiltà, che non riconosce neppure le più elementari regole di solidarietà. Ho pensato a questa definizione perché credo che ormai possiamo sperare nell'arrivo di una nuova ondata di barbari che spazzi via questo impero incancrenito e malato. Come fecero quelli che invasero l'impero romano, prenderanno quel pochissimo di buono che c'è ancora nella nostra civiltà, impareranno la nostra lingua, leggeranno i nostri poeti - e magari da lì nascerà una nuova letteratura volgare - e comincerà spero qualcosa di buono, anche per i nostri figli e per i nostri nipoti, che capiranno che i barbari non sono così terribili come noi li abbiamo descritti fino ad ora.
Ormai, come il Romolo Augustolo raccontato da Dürrenmatt, possiamo solo arrenderci.

lunedì 4 aprile 2016

Verba volant (260): costringere...

Costringere, v. tr.

In questi giorni - vi dirò poi perché - mi è tornata improvvisamente in mente un'espressione che sono sicuro di aver sentito diverse volte quando ero molto più giovane. Allora - sto parlando dell'Emilia-Romagna nella seconda metà del Novecento - se qualcuno veniva licenziato, perché era un lavativo o perché era palesemente inadeguato per il lavoro per cui era stato assunto, si diceva che il suo padrone era stato costretto a licenziarlo. Ecco vorrei soffermarmi su quel verbo - costringere - usato significativamente nella forma passiva.
Chi costringeva quel padrone a licenziare quel suo operaio incapace? Ovviamente nessuno, licenziare era un suo diritto - ora come allora - ma evidentemente quel licenziamento veniva sentito da quel padrone, in quel tempo, in quella particolare condizione sociale, come una ferita, come qualcosa che in qualche modo lo danneggiava. Da qui l'uso del verbo costringere, che costituisce davvero una strana coppia con il verbo licenziare, che ha in sé l'idea etimologica di libertà, di arbitrio.
Quel licenziamento era una ferita anche per il padrone, perché quel lavoratore - come tutti i lavoratori - della sua azienda, piccola o grande che fosse, era una sua risorsa, anzi la sua risorsa più preziosa, perché dalla capacità di lavorare di quell'operaio dipendeva la fortuna della sua azienda e quindi anche sua. E ovviamente un lavoratore bravo era un lavoratore che era stato formato, e quindi erano servite risorse per quella formazione e, se poi veniva licenziato, quella formazione era stata inutile, erano soldi gettati al vento. Un padrone allora non era soddisfatto di licenziare un suo dipendente, magari era contento di togliersi di dosso un rompicoglioni, ma un licenziamento era una misura che in qualche modo rappresentava una sconfitta anche per quell'impresa. Per ovvie ragioni io mi riferisco a una realtà di aziende piccole e piccolissime, di realtà artigiane, così diffuse nella nostra terra e anzi - come è stato ampiamente mitizzato negli anni successivi - vero motore della ricchezza di questo territorio. C'era un riconoscimento del valore del lavoro che in qualche modo univa le classi, pur sapendo che ciascuno aveva un proprio ruolo nel conflitto di classe, che c'era allora, come c'è oggi.
E quell'idea teneva in piedi un sistema di produzione antica, assolutamente old economy, secondo gli attuali parametri. Curiosamente lo stesso avviene ora nella new economy. Ho un amico che è il padrone di un'azienda di questo settore, un'azienda che non produce niente, che non fa delle cose, ma sviluppa idee. Ora questo mio amico un po' si incazza se viene definito padrone ed effettivamente credo che riesca a sopportare questo mio testardo uso di un lessico novecentesco solo perché è mio amico. Lui mi spiegava che nella sua azienda il saper fare è l'elemento chiave e quindi assumere è più importante che licenziare, perché un'assunzione è un investimento, mentre un licenziamento è una perdita. Ho fatto questo riferimento perché, ad ascoltare qualche narrazione - come si chiamano adesso le ideologie - sembra che sia moderno poter licenziare, mentre moderno è avere la capacità di assumere, è saper assumere e soprattutto saper spendere risorse per formare chi è stato assunto, sperando che quella persona reimpieghi quelle risorse, quelle sue capacità, quei suoi talenti, dentro l'azienda e non da un'altra parte.
Adesso vi spiego perché mi è venuta in mente questa definizione. Una di queste mattine, mentre mi preparavo per andare al lavoro, è passato in radio uno spot per magnificare gli effetti del jobs act. Sorvolo sul fatto che questo spot istituzionale sia passato immediatamente prima di quello di un noto lassativo che, per quanto dolcissimo - come recita un fortunato e storico slogan - quello deve fare. Comunque non mi scandalizza tanto la propaganda - la fa ogni governo, l'ho fatta anch'io, quando facevo un altro mestiere - quanto mi ha colpito lo slogan dedicato alle dimissioni telematiche: "rapide, semplici, sicure". Proprio come l'Euchessina. Tutto il jobs act, ossia uno dei punti più qualificanti - a sentir loro - dell'azione del governo, era ridotto a questa facilità di licenziare.
Questa enfasi sulla possibilità di licenziare, quello spot da ascoltare in maniera distratta, mi sembra che racconti meglio di qualsiasi testo sociologico cosa è diventato il lavoro in Italia, quanto sia stato svilito il saper fare bene qualcosa - che sia un carburatore o un sito web poco importa - così come quella frase - è stato costretto a licenziare - riesca a descrivere un'altra Italia, l'Italia che - pur con grandissimi limiti - ha saputo inventarsi un futuro dopo un lungo periodo di miseria terribile. Non ho fiducia che torneremo a quel lessico lì, ma francamente mi pare l'unica strada possibile.

domenica 3 aprile 2016

Verba volant (259): parco...


Parco, sost. m.

Indispensabile premessa per i miei lettori - la maggioranza, a dire il vero - che non sono di Bologna. Se invece abitate o avete abitato in quella città, potete risparmiare tempo e andare direttamente al secondo capoverso. A dispetto del nome, il Parco Nord non è affatto un parco, come potreste immaginarlo voi: non ci sono alberi, non ci sono fiori, non ci sono viali, non c'è neppure un laghetto. A dire la verità è difficile definire il Parco Nord, che in buona sostanza è un grande pezzo di terra, di proprietà pubblica, che si trova oltre la tangenziale, nella parte più settentrionale del territorio comunale di Bologna. Al Parco Nord non c'è niente, non c'è mai stato niente, e proprio per questo all'inizio degli anni Settanta la Federazione del Pci scelse quell'area per realizzare la Festa dell'Unità, la festa più grande, la provinciale, che qualche anno diventava nazionale e si concludeva con il grande comizio del segretario nazionale. E' notizia di questi giorni che il pd bolognese ha deciso che dal prossimo anno la loro festa - che continuano a chiamare con lo stesso nome - non si svolgerà più al Parco Nord, ma all'interno e all'esterno del palazzetto dello sport di Casalecchio, in un'area che ospita anche un grande centro commerciale e il negozio di una nota azienda svedese di arredamento.
Un pezzo della mia vita è legata al Parco Nord, perché un pezzo rilevante della mia vita è legata alla storia delle Feste dell'Unità. Da bambino i miei genitori mi portavano con loro quando andavano in servizio al Pic, uno dei grandi ristoranti gestiti dalle sezioni della provincia: ricordo che mia madre, impegnata a togliere dai tavoli i piatti e i bicchieri lasciati da chi aveva finito di mangiare, mi ordinava, spesso senza successo, di stare attaccato al carrello con cui li trasportava. Poi - ormai grande - ho lavorato, insieme alle compagne e ai compagni di Granarolo, al ristorante Casaro e infine, dal 1999 al 2015, sono stato responsabile delle Feste dell'Unità per la Federazione di Bologna e quindi la palazzina rossa - una piccola e mal messa casa colonica che si trova nell'area - diventava dall'inizio di luglio alla metà di ottobre, il mio posto di lavoro e in qualche modo la mia casa.
Francamente non mi interessa molto dove il pd di Bologna abbia deciso di organizzare la prossima festa, da quando ci sono "loro" non vado più alle feste e quindi che la facciano in un posto piuttosto che in un altro cambia poco, almeno per me. A dire la verità, in quegli anni io ero uno di quelli che provava a pensare cosa sarebbe successo nel futuro, dal momento che molti dei compagni che facevano funzionare quella "città nella città" stavano lasciandoci e non c'erano sempre le persone pronte a sostituirle; ero consapevole che quel modello, nato in un'altra stagione, quando i partiti - e il nostro partito in particolare - erano un'altra cosa, lo avremmo dovuto prima o poi abbandonare. E forse avremmo dovuto anche lasciare il Parco Nord, perché ogni anno che passava era sempre più difficile far bene quello che sapevamo fare molto bene. Il Parco Nord è un luogo, non ti puoi legare ai luoghi, come non ti puoi legare alle cose, perché i luoghi - come le cose - cambiano; ovviamente nessuno avrà mai il potere di cancellare i miei ricordi e questo sinceramente mi basta.
Se non mi interessa dove faranno quella loro festa, mi interessa però come la chiameranno; su questo vorrei dire qualcosa. So bene che "loro" hanno il diritto legale di utilizzare quel nome, ma penso che non abbiano - o meglio abbiano perso - il diritto politico di utilizzarlo, perché quel nome - per quello che vale, non per me, ma per la storia della cultura della sinistra in Italia - ha un valore che loro non riconoscono, non vogliono più riconoscere. Lo usano perché ha un valore commerciale, perché è un marchio che funziona, perché a quel nome sono associate le idee di buona cucina, di musica, di divertimento, ma questo è una mancanza di rispetto. Il nome Festa dell'Unità non può essere un marchio, come quello di Ikea.
Ripeto che è una questione di rispetto. Immagino che questo rispetto i nuovi non lo possano avere, perché alcuni di loro sono troppo giovani per conoscere quella storia, mentre altri sono nati e cresciuti in un mondo che la considerava con sufficienza, se non con disprezzo. Per un giovane democristiano come renzi, cresciuto in una famiglia e in un ambiente ostili al Pci, per uno che è cresciuto con il mito della modernità, dell'innovazione, e tutte quelle cose che ci propina ogni giorno, per uno così cosa volete che significhino le Feste dell'Unità? Sono al massimo un nome da sfruttare per raccogliere un po' di soldi e per farsi un po' di pubblicità. Mi dispiace molto che questo rispetto manchi però anche a persone che, come me, sono cresciute in quell'ambiente. L'attuale segretario del pd di Bologna è un giovane, almeno è abbastanza più giovane di me, e me lo ricordo quando lavorava con me al Parco Nord, insieme a compagne e a compagni che ci hanno insegnato tanto, a me come a lui. Mi dispiace che lui, come tanti altri, si siano dimenticati di quegli anni, non poi così lontani.
A loro in particolare vorrei fare una proposta: so che non verrà nemmeno presa in considerazione, ma la voglio fare lo stesso. Impegniamoci tutti a non usare più quel nome, a non chiamare più una nostra manifestazione Festa dell'Unità. Anche se noi, che adesso siamo confusi e smarriti, dovessimo riuscire a costruire un partito, a dargli un qualche radicamento territoriale, perfino a organizzare delle feste, vorrei che non usassimo quel nome, che nessuno lo usasse più. Perché quella stagione è finita, come ormai non ci sono più molti dei protagonisti di quella stagione. Consegniamolo alla storia e proviamo a difenderne la memoria, senza sfruttarlo a fini commerciali. Sarebbe un bel gesto verso compagne e compagni come Nello Bonetti - ne cito uno per tutti, perché per molti di noi, Nello è il Parco Nord - che non ci sono più e che ci hanno permesso di fare quello che abbiamo fatto, anche che voi diventaste quello che siete diventati adesso.
Io ho avuto la fortuna di fare le Feste dell'Unità al Parco Nord e nulla mi potrà togliere la gioia di aver fatto quell'esperienza, che è stata insieme umana e politica. Probabilmente noi allora non siamo stati abbastanza bravi da far capire quanta ricchezza ci fosse nelle Feste, perché anche noi forse pensavamo che fosse un qualcosa del vecchio modo di fare politica, che avremmo dovuto abbandonare per entrare nella modernità. Quando invece ripenso a quegli anni, capisco che quello che so della politica - e della vita - l'ho imparato tra quegli stand, in quelle cucine, tra il gioco del tappo e la balera. Il rispetto per le persone. Il riconoscimento che il lavoro è importante, che il lavoro di tutti è importante, anche di quello che deve "sgurare" i tegami, perché non ci sono lavori meno importanti di altri, ma persone che lavorano bene e con coscienza e persone che non lo fanno. Il valore del lavoro, del lavoro per gli altri, per un fine che trascende il proprio interesse, anche il giusto riconoscimento delle proprie capacità, perché quel nostro lavoro, quelle nostre capacità, vengono messe a servizio di una comunità che ne ha bisogno per sostenersi. Tutte queste cose sono politica, non conosco un altro modo per chiamarle, e io le ho imparate al Parco Nord, mentre dovevo decidere quante persone potevano sedersi a tavola in un certo spazio o a che prezzo vendere un piatto di gramigna alla salsiccia. E anche se quel mondo lì non c'è più - anche per colpa nostra - però quei valori lì continuano a indicarci una strada. Sta a noi, se ne abbiamo ancora la forza, percorrerla.