martedì 25 agosto 2015

Verba volant (208): sindaco...

Sindaco, sost. m. e f.

Renato Zangheri è stato uno studioso di economia, uno storico del movimento socialista, un dirigente politico di primo piano del Pci, capogruppo alla Camera negli anni immediatamente successivi alla morte di Enrico Berlinguer - anzi, in quei tragici giorni di giugno dell'84, fu uno dei pochissimi a cui si pensò come possibile segretario generale del partito - ma è stato soprattutto il sindaco di Bologna - così in tanti lo hanno ricordato nei giorni scorsi - dal 1970 al 1983, anni difficili, drammatici, per quella città. E per il paese.
Di questo, ossia del sindaco, vorrei parlare anch'io, benché Zangheri l'abbia conosciuto e apprezzato soprattutto grazie ai suoi libri. Poi ho avuto la fortuna di incontrarlo di persona, diverse volte, quando io ero un funzionario di provincia e lui era Zangheri - Zangheri e basta - e ricordo l'estrema gentilezza, la cortesia un po' fuori del tempo di quel professore aristocratico e comunista.
In tanti hanno fatto dei paragoni con il tempo presente. Francamente credo sia sciocco confrontare le persone: rischia di essere non solo ingeneroso per quelli che - a volte anche indegnamente - si sono seduti su quello scranno, ma soprattutto irrispettoso verso di lui. Come sarebbe stato sciocco fare dei paragoni tra lo stesso Zangheri e Dozza, tra quel professore dai toni pacati e l'eroe della guerra di Liberazione.
Credo sia utile invece provare a confrontare il contesto, in particolare il rapporto tra la società e la politica, a Bologna e in Italia, proprio a partire dalla figura del sindaco, di quel sindaco; anche per provare a trarne un qualche insegnamento, e non solo per fare un'operazione di mera nostalgia.
Ovviamente oggi in giro di Zangheri non ce n'è nessuno, ma immagino che, se ci fosse, non diventerebbe mai sindaco, non vincerebbe mai le primarie, e noi dovremmo continuare a scegliere tra gli scartini che abbiamo in mano. Questa differenza non sta ovviamente in un limite di comunicazione, in una diversa capacità di saper usare i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia, il problema non è che Zangheri oggi non saprebbe "bucare lo schermo", come si dice con una brutta espressione, o non avrebbe la capacità di interagire nel mondo social, quello che cambia - e che rende Zangheri e quelli come lui così drammaticamente inattuali - è il fatto che loro non ragionavano solo per l'oggi, come invece fanno i politici con cui ci confrontiamo quotidianamente.
Quelli erano uomini dai pensieri lunghi, non solo perché avevano a disposizione molto tempo per sviluppare le proprie politiche - Zangheri ha governato Bologna per tredici anni e avrebbe potuto continuare ancora per un po', di fatto doppiando il tempo che adesso ha a disposizione un sindaco "moderno" - ma perché per loro quella era la dimensione della politica. Guido Fanti, che ha preceduto Zangheri a Palazzo d'Accursio, ha governato la città per soli quattro anni, eppure le scelte fatte da quell'amministrazione hanno "progettato" Bologna per i decenni successivi. E' proprio questa prospettiva che oggi manca alla politica e che allora invece era normale avere, perché la politica era fatta di tempi lunghi e non era usa-e-getta come quella in cui noi abbiamo la sfortuna di vivere. Riguadagnare tempo alla politica credo sia la prima lezione che dovremmo imparare per riconquistarla, per farla tornare al posto che le spetta. Perché se la politica smette di essere visione, se smette di immaginare il futuro, magari con la voglia di cambiarlo, finisce per essere la schifezza che è oggi.
Zangheri, a differenza di quello che fa l'attuale sindaco di Bologna, di quello che fanno tutti i sindaci di tutte le città, piccole e grandi, non inseguiva una popolarità dettata dai sondaggi, ma un'ideale e aveva le idee per realizzarlo. Perfino le scelte che oggi, con la nostra lente deformata, rischiamo di vedere come meramente populiste erano figlie di un ragionamento complesso. In uno dei ricordi più belli e più intellettualmente densi, scritto all'indomani della morte di Renato Zangheri, Fausto Anderlini ci ha spiegato come la scelta di rendere gratuito il trasporto pubblico, che oggi ci può sembrare una trovata elettorale, fosse legata allo studio e alle riflessioni del Zangheri professore delle tesi economiche di Sraffa e di Boccara, al tentativo di mettere in pratica un modello di sviluppo economico diverso da quello capitalista. Era a suo modo rivoluzionario Zangheri, perché era comunista, comunista italiano certo, con tutto quello che significò in quegli anni, nel bene e nel male - socialdemocratico direbbe, con ragione, qualcuno - ma comunque aveva l'obiettivo di immaginare un modello di sviluppo diverso, avendo la possibilità politica, oltre che gli strumenti intellettuali, per farlo. Adesso mi pare francamente che questa capacità di unire teoria e prassi, riflessione e azione, sia decisamente caduta in disuso, l'importante - lo vediamo anche nell'attuale classe dirigente - è fare, non importa cosa, basta fare, muoversi in fretta, non stare fermi. E, sia detto senza polemica, forse Zangheri e quella generazione di amministratori là erano più "rivoluzionari" di quelli che andavano in piazza a contestarli e che oggi spesso votano a destra.
Per inciso rileggere le scelte politiche di quell'amministrazione, di quelle amministrazioni, ad esempio riferito al tema dei servizi pubblici - che si volevano universali, gratuiti, di qualità - a quello che ancora non si chiamava welfare, ma che pensava davvero al benessere delle donne e degli uomini - e delle bambine e dei bambini - fa capire cosa significa davvero la parola riformismo, che adesso viene usata indifferente a destra come a sinistra e ha perso ogni carattere. Oggi riforme non significa più niente, mentre per uomini come Zangheri, che riformisti lo erano davvero, era una parola piena di senso. Ecco noi dobbiamo riconquistare anche questo senso, perché riforme è una parola nostra, le riforme servono per fare stare meglio le persone, tutte le persone, a partire dagli ultimi, dai poveri, da chi è partito in ritardo o è rimasto indietro. Le riforme non sono tali se, come quelle di renzi, servono ai ricchi per diventare ancora più ricchi.
Poi c'è un'altra cosa che immediatamente si percepisce come una differenza di sostanza tra ieri - o l'altro ieri - e oggi. Zangheri era certamente un sindaco autorevole, una persona capace di condizionare le scelte delle persone che stavano intorno a lui, ma non era l'uomo solo al comando, di cui sembra nutrirsi la politica nei giorni nostri. Zangheri era Zangheri anche perché c'era un partito forte e autorevole dietro e di fianco a lui, un partito fatto da migliaia di iscritti, un partito che promuoveva le persone, le faceva partecipare, le formava, chiedeva il loro parere, le faceva essere partecipi di un progetto di governo. Quell'amministrazione funzionava così bene non solo perché Zangheri era un bravo sindaco, ma perché c'era una città, una comunità che funzionava bene, che si prendeva cura della cosa pubblica, che partecipava alle scelte, che condivideva una speranza e lottava per realizzarla. Per questo anch'io posso dire di aver conosciuto Zangheri: l'ho conosciuto attraverso le persone di quella generazione con cui ho avuto la fortuna e l'opportunità di lavorare, attraverso quelle compagne e quei compagni, attraverso un modo di fare politica, un impegno volontario e diretto per gli altri. E' impossibile astrarre l'esperienza politica e amministrativa di Renato Zangheri dalla storia della città, della sua città, dalla storia del partito, del suo partito, un partito che si identificava con la città, che la amava.
E che questo legame profondo esistesse lo testimonia prima di tutto il fatto che era riconosciuto dai nemici, da quelli che volevano spezzare la resistenza della città e che misero la bomba nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione: strage fascista e strage di classe, attentato a Bologna, a quella Bologna di sinistra, che funzionava, che dimostrava che qualcosa di diverso era possibile, grazie all'impegno solidale di tanti, attentato a cui i bolognesi, grazie anche a Zangheri, reagirono con un dolore composto, con una rabbia operosa, benché le ferite siano rimaste e abbiano cambiato per sempre e nel profondo la città.
Nessuno può realmente pensare di tornare a quel tempo - se qualcuno ci crede o è un illuso o mente - ma riscoprire quello spirito solidale e partecipativo, quella voglia e quella capacità di prendersi cura delle città, come dell'intero paese, e degli altri, riappropriarsi della politica come una cosa bella e utile è l'unica condizione per sperare che qualcosa cambi, per sperare di non essere condannati a vivere questo eterno presente così nauseabondo.

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