domenica 29 giugno 2014

Verba volant (101): esame...

Esame, sost. m.

Exagmen in latino indica propriamente l'ago - o la lingua - della bilancia e quindi l'atto del pesare, ossia la verifica dell'equilibrio o della differenza dei pesi.
Da qui, per arrivare all'italiano, questa parola è passata a significare l'attenta osservazione e la ponderata considerazione di qualcosa o di qualcuno, al fine di conoscerne le qualità e di darne un giudizio.
Come noto, proprio in questi giorni, i giovani italiani sono sottoposti all'esame di maturità, prova dallo struggente valore simbolico.
Io ho fatto l’esame nel 1989: c'erano ancora l'Unione sovietica e il Muro di Berlino, e Achille Occhetto era segretario del Pci; nel giro di pochi anni tutte queste cose sparirono e finì il Novecento. Sono anche uno di quelli che fece l'esame "sperimentale". Infatti, fino al 1969, l'esame di maturità rimase sostanzialmente quello previsto dalla riforma Gentile del '23; subito dopo il Sessantotto, il democristianissimo ministro della Pubblica istruzione Fiorentino Sullo propose una riforma sperimentale dell'esame di maturità, che il legislatore avrebbe dovuto verificare e modificare nei due anni successivi, ma che è rimasta attiva fino alla riforma Berlinguer del '97, quasi trent'anni dopo.
C’erano due prove scritte: il tema per tutti e la seconda prova diversa per ogni indirizzo (al classico si alternavano con una certa regolarità le versioni di greco e di latino) e si portavano due materie all’orale, di cui una scelta dal candidato, tra le quattro indicate dal Ministero nel mese di aprile. Di fatto quella scelta dalla Commissione era indicata dal cosiddetto membro interno e quindi negli ultimi due mesi di scuola potevi concentrarti su due sole materie. Io feci il tema storico su luci ed ombre dell’età giolittiana. La versione di latino non andò molto bene: era un brano del Dialogus de oratoribus attribuito a Tacito. All’orale portai storia e greco. Andò molto bene: 58/60, allora si calcolavano i voti così, e non in centesimi, come adesso.
L’esame certifica davvero la maturità di un ragazzo? Non so, ma ho qualche dubbio.
Sono maturi i ragazzotti che in questi giorni stanno affrontando l’esame? Quelli che incontro in treno o in autobus direi proprio di no, ma probabilmente Zaira direbbe che sono soltanto un “vecchio barbogio”, che brontolo sempre e non mi va mai bene nulla; e credo lo direbbe con una qualche ragione.
A essere onesti, non lo eravamo neppure noi, alla loro età. Le femmine erano un po’ più mature di noi maschi, e immagino sia ancora oggi così: si tratta di un dato di evidenza scientifica, di mero darwinismo. Poi, più o meno, tutti siamo diventati maturi, la vita ci ha costretto a diventarlo, anche quelli che a scuola sembravano con la testa tra le nuvole. O quelli a cui gli insegnanti profetizzavano un futuro incerto e tribolato.
Ovviamente non c’è nulla di mitico nell’esame di maturità, è un ricordo bello perché avevamo poco meno di vent’anni e perché ha segnato, in qualche modo, un passaggio della nostra vita. Tra trent’anni chi ha fatto oggi l’esame avrà le nostre stesse nostalgie.
Credo che nessun giovane maturando leggerà questa voce del mio vocabolario e quindi mi posso lasciar andare a qualche riflessione pessimista e amara. Temo che questo esame sarà una delle ultimissime volte in cui i nostri ragazzi e le nostre ragazze saranno valutati davvero per quello che valgono.
In fondo l’esame è, a suo modo, democratico. Presto, quando cominceranno a cercare un lavoro, si accorgeranno, a loro spese, che il mondo reale non funziona esattamente così. Difficilmente qualcuno li esaminerà, valuterà quello che sanno fare o quello che potrebbero imparare. Le ragazze saranno valutate molto più per la loro bellezza che per la loro intelligenza: avere le gambe lunghe o un bel seno non è esattamente un segno di maturità. Molti dei maturandi di oggi troveranno un lavoro - quelli che lo troveranno - perché avranno conosciuto la persona “giusta” o perché un qualche “amico” - o peggio, un “amico degli amici” - si interesserà a loro.
Qualche fortunato se ne andrà da questo paese. So bene che non è tutto oro quello che luccica e che spesso all’estero non staranno meglio che qui, ma credo proprio facciano bene. Se avessi un figlio o una figlia, sarei contento facesse questa scelta.
Come noto, l‘ultima commedia di Eduardo De Filippo si intitola Gli esami non finiscono mai; è un titolo spesso citato, una frase diventata quasi proverbiale, ma si tratta di un testo poco letto e meno rappresentato, perché è un’opera dura, amara, cattiva a suo modo. Dice a un certo punto il protagonista Guglielmo Speranza:
Mi sono scocciato di sottostare alla legge del vivere civile che ti assoggetta a dire sì senza convinzione, quando i no, convintissimi, ti saltano alla gola come tante bolle d’aria.
Ecco: ai giovani che stanno facendo in questi giorni la maturità, auguro - di cuore - che vengano fuori questi no.

martedì 24 giugno 2014

Verba volant (100): pace...

Pace, sost. f.

E’ interessante confrontare le parole con cui nell'antichità i Greci e i Romani indicavano quella che noi chiamiamo pace, ossia l'assenza di guerre e di conflitti. Curiosamente il vocabolario Treccani definisce la pace anche come
la condizione di normalità di rapporti.
Personalmente non sono così ottimista come il mio anonimo e autorevole collega e penso anzi che il conflitto sia un elemento "normale" nei rapporti tra le persone; ma, a onor del vero, credo anche che sia piuttosto difficile dire cosa sia la normalità, specialmente a proposito dei rapporti umani.
Tornando alla storia etimologica di questa parola, il termine greco eirene deriva dal verbo eiro, che significa intrecciare, disporre in una serie, collegare. I Greci - un popolo che non ha mai conosciuto davvero la pace, ma è sempre stato tormentato da conflitti, tra e dentro le città, ed è sempre stato in guerra con popoli confinanti più forti - immaginavano quindi la pace come la ricerca di un equilibrio, di un ordine. Proprio perché l'obiettivo era così ambizioso, la pace divenne per quei popoli difficile da raggiungere, una sorta di chimera; e non è un caso che quando la pace fu finalmente raggiunta, la storia greca praticamente è finita ed è cominciata quella romana. La parola latina pax, pacis ha la stessa radice pak- o pag- che troviamo in pactum, ossia patto. I Romani, più pratici e realisti dei loro "cugini" dell'Egeo, sapevano che la pace è qualcosa di possibile, che si può ottenere, se si è capaci di combattere prima e di accordarsi poi, ossia attraverso le arti della politica e della guerra.
I Greci non avrebbero probabilmente mai coniato l’adagio
si vis pacem para bellum
che fu invece un principio basilare della politica di Roma antica.
L’8 giugno scorso papa Francesco ha ospitato nei giardini del Vaticano i presidenti israeliano e palestinese e ha chiesto a loro e ai loro popoli di trovare il
coraggio di fare la pace.
In questi giorni ai giovani maturandi è stato chiesto di analizzare le differenze tra l’Europa del 1914 e quella attuale. Certo sono molte ed evidenti, perché questo secolo per fortuna non è passato invano; ma ci sono anche tante analogie, perché certi caratteri originari della storia dei diversi paesi europei non sono venuti meno all’improvviso; il conflitto in Ucraina sembra uscito da uno scenario geopolitico di un secolo fa, solo per fare un esempio.
C’è però una differenza profonda e riguarda proprio il giudizio sulla pace e sulla guerra. L’Europa del 1914 andò con baldanza e con una sorta di incosciente soddisfazione verso la guerra, perché alla guerra erano ancora associati valori positivi, come appunto il coraggio e l’eroismo. Certo agirono fortissimi gli interessi economici delle grandi industrie che volevano la guerra - e l’ottennero - e i giornali e i propagandisti erano servi allora come lo sono adesso, ma tante persone, di tutti i ceti, pensavano sinceramente che la guerra fosse una buona soluzione, anche ai propri problemi personali, alle proprie difficoltà economiche.Non è stato così naturalmente. Anzi proprio le due guerre mondiali, con quel numero incalcolabile di morti, con la distruzione provocata dalle “nuove” armi - dai gas ai bombardieri, fino alla bomba atomica - con il coinvolgimento massiccio e senza precedenti dei civili, hanno segnato uno spartiacque nella storia dell’umanità.
La guerra naturalmente c’è ancora, ci sono i potenti che hanno interesse a farla, ci sono i giornali e i propagandisti che la sostengono, ma le persone sanno che non è la soluzione dei loro problemi. Per questo papa Francesco può usare un’espressione che un secolo fa sarebbe stata un ossimoro, perché i neutralisti erano considerati vigliacchi, non buoni per il re e neppure per la regina. In questi cento anni il giudizio su guerra e pace si è ribaltato e credo sia uno dei progressi più importanti del nostro tempo.
E come dovrà essere la pace a Gerusalemme? Dovrà essere necessariamente un patto tra nemici che hanno passato una vita a combattersi e dovrà anche essere un ordine, un equilibrio, che faccia nascere qualcosa di nuovo,mescolando elementi diversi.
Non bastano più le tregue - che pure sono importanti, perché servono a lenire le ferite - che non sono altro che parentesi in attesa del prossimo bombardamento, del prossimo conflitto. Sinceramente credo che a questo punto serva davvero un coraggio nuovo che purtroppo non ha avuto neppure il papa, quando ha chiesto agli israeliani e ai palestinesi di rimettersi attorno a un tavolo per discutere dell’opzione “due popoli, due stati“. A questa soluzione evidentemente non credono più né gli uni né gli altri. In questi anni i governi di Gerusalemme - con un ampio sostegno del loro paese - hanno lavorato in maniera metodica ed efficace affinché fosse impossibile anche solo pensare di tornare ai confini del ’67: la politica degli insediamenti e delle colonie e la gestione delle risorse naturali, specialmente delle acque, ha segnato l’interruzione de facto del processo di pace basato sulla formula “due popoli, due stati“, perché non c’è più un territorio su cui pensare di costruire il futuro stato palestinese o sarebbe così povero da costringerlo in una posizione di sudditanza di fronte al suo ben più potente vicino. D’altra anche i leaders palestinesi hanno ormai abbandonato il progetto “due popoli, due stati“, visto che loro stessi si sono ormai organizzati in “due stati”, si sono abituati a vivere in enclaves: da una parte Gaza e dall’altra i territori della Cisgiordania; se diventassero davvero un unico stato qualcuno dovrebbe rinunciare al proprio piccolo pezzo di potere e ai loro - non troppo piccoli in questo caso - affari, dal momento che gli altri stati arabi mandano moltissime risorse economiche a queste fragilissime strutture.
Sono sempre più convinto che alla lunga questa soluzione, per quanto“politicamente corretta” e apparentemente giusta, finisca per essere irrealizzabile e comunque incapace di risolvere davvero il problema. Questa soluzione è figlia di una visione antica. Se anche arrivassimo alla soluzione “due popoli, due stati“, il giorno successivo comincerebbe una nuova guerra. Per questo occorre trovare una soluzione nuova, che non sia solo pax, ma anche eirene; o meglio che sia insieme pax ed eirene. Io immagino una soluzione perfino più semplice di quella “due popoli, due stati“, anche se probabilmente più difficile da realizzare, una soluzione che richiede più coraggio e più fantasia: ebrei e palestinesi devono vivere in quell’unico paese insieme, come un unico popolo.
La soluzione per quelle persone a cui dovremmo tutti noi democratici e progressisti, cominciare a pensare - e lottare affinché si realizzi - è “un popolo, uno stato“. Dovremmo iniziare una grande campagna per raggiungere finalmente questo obiettivo. Coloro che sostengono Israele - sia quelli che lo fanno acriticamente sia quelli che lo fanno ponendosi dei dubbi - si fanno forte di un argomento difficilmente oppugnabile: quel paese va difeso perché è l’unica democrazia della regione. Proprio perché questo è vero, quale miglior occasione di questa per espandere la democrazia? Pensate cosa succederebbe se ci fosse questo unico stato democratico, piccolo, ma dalla storia così significativa, in quella regione? Credo proprio che dovremmo cominciare a una pensare a una soluzione rivoluzionaria, perché le mezze misure rischiano di portarci a un punto morto.
La pace è rivoluzionaria.

venerdì 20 giugno 2014

da "Orlando furioso" (IV, 63-67) di Ludovico Ariosto


Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose:
- Una donzella dunque dè' morire
perché lasciò sfogar ne l'amorose
sue braccia al suo amator tanto desire?
Sia maladetto chi tal legge pose,
e maladetto chi la può patire!
Debitamente muore una crudele,
non chi dà vita al suo amator fedele.

Sia vero o falso che Ginevra tolto
s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo:
d'averlo fatto la loderei molto,
quando non fosse stato manifesto.
Ho in sua difesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un chi mi guidi presto,
e dove sia l'accusator mi mene;
ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene.

Non vo' già dir ch'ella non l'abbia fatto;
che nol sappiendo, il falso dir potrei:
dirò ben che non de' per simil atto
punizion cadere alcuna in lei;
e dirò che fu ingiusto o che fu matto
chi fece prima li statuti rei;
e come iniqui rivocar si denno,
e nuova legge far con miglior senno.

S'un medesimo ardor, s'un disir pare
inchina e sforza l'uno e l'altro sesso
a quel suave fin d'amor, che pare
all'ignorante vulgo un grave eccesso;
perché si de' punir donna o biasmare,
che con uno o più d'uno abbia commesso
quel che l'uom fa con quante n'ha appetito,
e lodato ne va, non che impunito?

Son fatti in questa legge disuguale
veramente alle donne espressi torti;
e spero in Dio mostrar che gli è gran male
che tanto lungamente si comporti. -
Rinaldo ebbe il consenso universale,
che fur gli antiqui ingiusti e male accorti,
che consentiro a così iniqua legge,
e mal fa il re, che può, né la corregge.

giovedì 19 giugno 2014

da "Il concilio degli dei" di Luciano di Samosata


Momo
Che venga bene a tutti.
Il parlamento legalmente radunato nel settimo giorno del mese, essendo Zeus pritano, Poseidone proedro ed Apollo epistato, Momo figliuol della Notte compilò, ed il Sonno recitò questo decreto.
Considerando che molti forestieri, non pur Greci ma barbari, immeritamente e furtivamente si trovano iscritti cittadini nostri e, tenendosi per Dei, hanno riempito il cielo, per modo che il nostro banchetto è una confusione di gente, un frastuono di lingue e di orribili favelle;
Considerando che è venuta a mancare l'ambrosia ed il nettare costa una mina il cotilo per il gran numero dei bevitori;
Considerando che la costoro baldanza è cresciuta a segno di voler discacciare dai primi seggi gli Dei antichi e veraci e sedervisi essi contro ogni diritto e legge, e di volere essi più di tutti essere onorati su la terra;
Il Senato ed il Popolo decreta:
Convocarsi parlamento in Olimpo al solstizio d'inverno, per eleggere arbitri sette Dei veraci, tre del vecchio senato sotto Crono e quattro dei dodici, tra i quali Zeus. Questi arbitri siederanno, dopo di aver giurato il legale giuramento per Stige: e Ermes per bando chiamerà tutti coloro che pretendono di appartenere al consesso degli Dei a comparire con testimoni giurati e titoli di famiglia.
Si presenteranno uno per volta: e gli arbitri, considerata ogni cosa, o li dichiareranno dei o li rimanderanno giù a riporsi nei loro sepolcri e nelle urne gentilizie.
Se alcuno degli scartati dagli arbitri tenterà risalire in cielo, sarà subissato nel Tartaro.
Di più ciascuno dovrà fare l'arte sua: Atena non far più la medichessa, né Asclepio il profeta, né Apollo far tanti mestieri, ma sceglierne uno solo, o l'indovino, o il citarista, o il medico.
Sarà comandato ai filosofi di non inventare nomi vuoti, né spropositare di cose che non sanno.
Dai templi e dagli altari di questi spodestati saranno tolte le statue loro, e invece messevi quelle di Zeus, di Era, di Apollo, o di alcuno degli altri: ad essi la loro città può fare un tumulo, con sopra una colonna invece di ara.
Chi non vorrà ubbidire al bando e presentarsi agli arbitri sarà condannato in contumacia.
E questo è il nostro decreto.

Verba volant (99): vincolo...

Vincolo, sost. m.

La parola latina vinculum deriva da verbo vincire, che significa legare, avvolgere; troviamo la stessa radice nel verbo vincere, dal momento che il vinto non è altri che il nemico catturato e condotto in catene. Il vincolo è quindi letteralmente un legame, una catena. Gli appassionati d'arte ricordano sicuramente che il Mosè di Michelangelo è collocato nella tomba di papa Giulio II nella basilica romana di san Pietro in Vincoli, che ha questo nome perché custodiva le catene con cui era stato legato il primo degli apostoli nel carcere Mamertino.
In italiano si è ormai perso il significato letterale di catena e la parola viene usata in senso figurato, ad esempio nell'espressione vincolo matrimoniale. So che qualcuno sostiene che anche in questo caso si tratti di una forma di prigionia, ma non è questo di cui mi voglio occupare in questa definizione.
Come noto, la nostra Costituzione, nell'art. 67 recita:
Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
Si tratta di un principio fondamentale della democrazia rappresentativa, definito già nella seconda metà del Settecento, prima della Rivoluzione francese. Il politico di origini irlandesi Edmund Burke, il Cicerone britannico, nel suo famoso Discorso agli elettori di Bristol, tenuto il 3 novembre 1774, difese il suo diritto ad agire secondo le proprie convinzioni e non esclusivamente a difesa degli interessi dei propri elettori:
Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale.
La prima formulazione di legge di questo principio la si trova, pochi anni dopo, nella Costituzione francese del 1791.
Su questo tema si esercita spesso l’ipocrisia della classe politica e dei commentatori, più o meno prezzolati, più o meno faziosi, dei grandi giornali. In genere siamo favorevoli a questo principio quando lo esercitano i parlamentari degli altri partiti, e ne diventiamo addirittura fieri difensori quando questi stessi parlamentari votano in difformità al loro gruppo per sostenere le nostre posizioni. Siamo più freddi quando lo stesso principio è esercitato da uno del nostro gruppo e vi vorremmo porre dei limiti quando il voto difforme di uno del nostro gruppo finisce per favorire lo schieramento avversario.
Per fare un esempio di questa ipocrisia basta guardare al Partito Democratico, i cui esponenti si distinguono per questa preclara virtù democristiana. Quando un parlamentare del Movimento Cinque stelle decide di votare in modo diverso da quello che viene deciso e imposto da Grillo e dal suo guru cappelluto, Zanda - così, per fare un nome a caso - diventa un paladino dell’art. 67 della Costituzione, sarebbe capace di rinunciare perfino al suo mattutino cornetto con la crema, pur di difendere il diritto di quei parlamentari di esprimere liberamente le loro opinioni. Se però è un “suo” senatore a voler votare in maniera diversa da quello deciso da Renzi allora la situazione appare da tutt’altra prospettiva e Zanda assume quell’aria truce da capufficio del catasto ed è perfino capace di espellerlo dal gruppo.
In merito ai fatti degli ultimi giorni, io non sono tra quelli che si sono scandalizzati, perché che Renzi avesse una concezione autoritaria del proprio ruolo e un’idea padronale del partito lo dicevo da tempo; e non ho neppure partecipato alla solidarietà per Mineo e per gli altri senatori dissenzienti. Anzi penso che se lo meritino: raccolgono semplicemente quello che hanno seminato. Hanno accettato di fare lo specchietto per le allodole per gli elettori di sinistra e adesso si ritrovano in quel partito lì: io spero che Mineo, Civati e gli altri si vergognino almeno un po’, se sanno cosa questo significhi.
Personalmente ho passato diversi anni in consiglio comunale e, per quanto mi posso ricordare, ho sempre votato come il resto del mio gruppo, anche se a volte non ero del tutto convinto di alcune di quelle scelte. In quelle occasioni avevo provato a esprimere i miei dubbi, ma poi mi sono fidato della maggioranza o di chi aveva più esperienza di me; e in genere ho fatto bene. Ammetto che, per fortuna, non mi sono mai successi casi in cui ho dovuto scegliere in maniera così drammatica tra una mia convinzione personale e quello che aveva deciso il mio partito. Vorrei dire che avrei sicuramente votato secondo la mia coscienza, seguendo solo le mie idee, ma mi sembra adesso un’inutile vanteria, probabilmente non vera.
Capisco che non sia facile trovare un corretto equilibrio tra la libertà di esprimere, sempre e comunque, le proprie idee e il dovere di rappresentare le persone che ti hanno eletto, che ti hanno dato fiducia, che si aspettano che tu difenda i loro interessi, che ti faccia portavoce dei loro bisogni, che cerchi di realizzare le cose che ti eri impegnato a fare. La ricerca di questo difficile equilibrio è una delle cose per cui servono i partiti, quando funzionano bene. Il Pci aveva inventato il tanto vituperato centralismo democratico, che ti impegnava a votare sempre come aveva deciso la maggioranza, ma ti offriva le sedi per esprimere le tue posizioni di minoranza. Credo sia un sistema efficace, a patto ovviamente che il partito funzioni, che abbia un suo gruppo dirigente allargato, che sia articolato sul territorio, anche con le sue inevitabili lentezze; se invece il partito è il comitato elettorale del capo di turno - che si chiami Renzi o Berlusconi poco importa, perché è identica l’idea di partito che hanno i due - l’unica possibilità è quella di essere fedele al capo.
In Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India le costituzioni, seppur con sfumature diverse, prevedono che il parlamentare decada quando si dimette dal gruppo parlamentare in cui è stato eletto e se vota in maniera difforme. Come potete immaginare una soluzione che renderebbe la vita molto più facile al truce Zanda e al tenero Speranza.
Spero che, nonostante Renzi e la sua scarsa attitudine alla democrazia, in Italia venga mantenuto il principio costituzionale per cui ogni parlamentare agisce senza vincolo di mandato. Anche se questo principio viene usato così male.

martedì 17 giugno 2014

Verba volant (98): roccaforte...

Roccaforte, sost. f.

Si tratta di una parola composta e infatti il plurale può essere sia roccaforti che roccheforti. Se già una rocca - la parola deriva significativamente da roccia - è un luogo sicuro e protetto, una roccaforte è inespugnabile per definizione e quindi quando viene alla fine espugnata - perché, prima o poi, tocca a tutti - quel fatto viene considerato con meraviglia o con sgomento, con entusiasmo o con rassegnazione. Ovviamente la nostra prospettiva cambia radicalmente se siamo tra gli assedianti o tra gli assediati, tra i vinti o tra i vincitori.
Il risultato più eclatante delle recenti elezioni amministrative è stata certamente la vittoria del candidato del Movimento Cinque stelle a Livorno, una roccaforte della sinistra, la città in cui è nato, quasi un secolo fa, il Partito Comunista d'Italia. Sul tema ho una qualche competenza, avendo assistito nel 1999 alla caduta di un’altra storica roccaforte della sinistra italiana e avendo cominciato, proprio in quei giorni complessi, a fare il funzionario della Federazione dell’allora Pds nella città felsinea.
Ho letto che diversi commentatori - anche tra i più quotati - hanno fatto un parallelo tra i due avvenimenti. Personalmente ho qualche dubbio, prima di tutto perché le vicende di ogni città rispondono a logiche diverse le une dalle altre, dal momento che ogni città ha una sua storia e sue caratteristiche peculiari, ma soprattutto perché da allora sono passati ben 15 anni. A dire la verità, prima di scrivere questa definizione, non mi ero reso conto che fossero passati già tanti anni; o più probabilmente ho preferito non pensarci, per non fare i conti con gli anni che passano, dal momento che dietro a quelle vicende ci ho speso un bel po’ di giovinezza.
Certamente credo che alcuni tratti comuni ci siano. In entrambe le città c’è stata una tradizione di amministratori locali bravi e capaci, in forte sintonia con i loro concittadini, e questo ha reso ancora più evidente le scarse capacità di chi è venuto dopo. Spesso il confronto è impietoso. Non so come abbia amministrato il precedente sindaco di Livorno - immagino non molto bene - ma credo che sull’amministrazione di Walter Vitali i giudizi successivi siano stati eccessivamente liquidatori e inutilmente ingenerosi, legati soprattutto alla sconfitta, di cui fu uno dei responsabili, ma non il solo responsabile. Il vero problema emerso allora a Bologna - e credo oggi a Livorno - è l’autoreferenzialità di un gruppo dirigente che ha dato troppe cose per scontate, pensando che alla fine i voti sarebbero arrivati comunque; e soprattutto la presenza di una trama di interessi, sedimentati negli anni e ormai considerati intoccabili, che - anche non dando adito a comportamenti illeciti - finiscono per prevalere sui valori, sugli obiettivi e sul disegno generale.
Mi pare però che le analogie finiscano qui. La vicenda bolognese si è svolta nello scontro, allora ancora possibile, tra destra e sinistra. La capacità di Giorgio Guazzaloca è stata quella di riunire attorno alla sua candidatura tutte le variegate anime della destra bolognese, dai vecchi democristiani antifascisti ai giovani picchiatori di Forza nuova, dalla massoneria laica agli ambienti clericali. Tutti questi, rendendosi conto che potevano finalmente vincere o meglio che gli eredi del Pci potevano finalmente perdere, hanno fatto un passo indietro e hanno dato vita a un’alleanza litigiosa che infatti non è riuscita di fatto a governare. Guazzaloca, al di là di qualche leggenda metropolitana, non ha sfondato a sinistra, ha semplicemente - anche se semplice non è stato - riunito tutta la destra. E ha vinto perché un pezzo consistente della sinistra non ha votato.
La vicenda di Livorno mi pare abbia caratteristiche differenti. Per Filippo Nogarin hanno votato compattamente quelli di destra, che sono contenti del fatto che è stato sconfitto il candidato del Pd, a prescindere, anche se sono rimasti fuori dal consiglio comunale, e soprattutto hanno votato persone di sinistra, contro Renzi. Con il voto “contro” è difficile costruire qualcosa di significativo, soprattutto in prospettiva, ma intanto sortisce un qualche effetto, come è successo appunto nella città toscana. Francamente credo che se fossi stato livornese avrei votatoanch’io per il candidato Cinque stelle invece di astenermi come avrei dovuto fare, essendo ugualmente lontano da entrambi i candidati, solo per dimostrare la non invincibilità di Renzi. Come vedete, un voto per dispetto, di pancia.
Per tornare alle vicende bolognesi di quegli anni, io credo che nel ’99, nonostante tutto, ci fosse ancora la possibilità di costruire qualcosa di diverso, proprio partendo dagli errori commessi. Naturalmente non ci siamo riusciti, visto che i risultati finali di quel percorso sono stati Delbono e Merola. So che su questo non tutti i miei lettori bolognesi saranno d’accordo, ma penso che perfino Sergio Cofferati sarebbe potuto essere un’opportunità, mentre - come è noto - è stato quello che è stato.
Oggettivamente dobbiamo ammettere che noi di errori ne abbiamo commessi altri - e non pochi - e quindi siamo arrivati a questo punto. Parecchio in basso.
Se è vera questa mia ipotesi e quindi noi avremmo potuto ancora prendere una strada diversa, adesso la situazione è molto diversa. E ormai irrimediabilmente compromessa, perché 15 anni non sono passati invano e soprattutto perché ha vinto Renzi, culturalmente prima che politicamente. Loro ormai la strada l’hanno presa e, come sapete, per me è quella sbagliata. Anche a Livorno in qualche modo rimedieranno, visto che comunque alle europee il Pd ha preso il 53% in quella città. Non dovranno neppure passare per Cofferati come abbiamo fatto noi, ma rimarranno quello che hanno deciso di essere, ossia un partito centrista e moderato, caritatevole verso i poveri, e troveranno un Gori qualsiasi, con la sua finta Michelle d’ordinanza, che li farà di nuovo vincere. Perché per loro si vince rinunciando alla sinistra, e così infatti hanno vinto.
I cittadini di Bologna, non votando per il nostro partito, pur rimanendo a sinistra, ci diedero un segnale che noi non capimmo, o che forse molti di noi non hanno voluto capire, tanto è vero che prendemmo una strada probabilmente diversa da quella che loro avrebbero voluto, una strada che ci ha portato a Renzi, con l’ineluttabilità di un piano inclinato.
Un intellettuale che una volta stimavo e che si è consegnato, come hanno fatto molti altri, a Renzi, senza condizioni, ha scritto nella sua Amaca che la caduta di una roccaforte è perfino un fatto positivo - a meno che gli “invasori” non siano Hitler e Tamerlano - perché obbliga i vinti a rigenerarsi, cosa che non farebbero mai se continuassero a vincere. A Bologna non è andata così, anche perché il centrosinistra di quella città non ha fatto mai davvero i conti con quello che è successo nel ’99, lo ha considerato una parentesi ed è andato avanti esattamente come prima. Francamente cosa farà il Pd a Livorno mi interessa assai poco. Vorrei invece che quella sinistra che in quella, come in altre città, ha votato “contro” riuscisse a votare “per”.
E comunque state attenti, cari amici renziani, le roccaforti cadono prima o poi.Tutte.

sabato 14 giugno 2014

Verba volant (97): comunista...

Comunista, agg.

Quelli della mia generazione non hanno conosciuto Enrico Berlinguer, neppure quelli che – come me – hanno la fortuna di aver avuto i genitori comunisti. Io avevo quattordici anni nel 1984 e naturalmente sapevo già chi era Berlinguer, era il Segretario del Partito – con le lettere rigorosamente maiuscole – il compagno che andavamo ad ascoltare in occasione del comizio finale della Festa nazionale dell'Unità. Ma è stato proprio in quei giorni di giugno di trent’anni fa, quei lunghi giorni di sgomento, di dolore, di attesa e infine di lutto, sincero e partecipato, che mi sono reso conto quanto fosse importante Enrico Berlinguer, cosa significasse per tante persone quell'uomo esile e dal viso serio, di cui però le fotografie in bianco e nero ci restituiscono un sorriso allegro e aperto.
Per quelli della mia età il ricordo di Berlinguer è legato essenzialmente alla sua morte e a quel grande rito laico che furono i suoi funerali, probabilmente l’ultima volta in cui il popolo della sinistra si ritrovò unito in piazza, con un comune sentire. D’altra parte credo sia onesto riconoscere che Berlinguer sia diventato un mito, soprattutto per noi che non lo abbiamo conosciuto, proprio grazie a quella morte improvvisa, a suo modo eroica. La morte crea gli eroi.
Negli anni successivi naturalmente ho provato a capire, a farmi una mia idea su chi fosse Berlinguer, su cosa avesse rappresentato davvero nella storia d’Italia. E in qualche modo ho provato – anche questo credo sia un passaggio inevitabile, a un certo punto – a smontare il mito. Non è facile affrontare quella storia, perché si tratta di un personaggio complesso, che ha attraversato da protagonista molti anni della vita politica italiana ed europea e proprio perché è diventato, certamente al di là delle sue intenzioni, un mito. Ed è sempre difficile confrontarsi con la storia di un mito, trovi sempre qualcuno pronto a difenderlo o a criticarlo, a prescindere.
Verba volant è un vocabolario, il modo che ho scelto per cercare di ridurre le complessità del mondo e mi è sembrato giusto provare a definire Berlinguer con un solo aggettivo. Nonostante le tante sfaccettature della persona e della sua lunga storia, le luci e le inevitabili ombre di una carriera politica, è stato piuttosto naturale e spontaneo scegliere l’aggettivo comunista: e sono convinto che, alla fine, sia quello che lo definisca meglio. Berlinguer è stato un comunista – certo un comunista italiano, come volevamo sempre precisare, per mettere una qualche distanza tra noi e un mondo che non ci piaceva (che forse neppure a lui piaceva più) – ma credo che anche lui avrebbe preferito questa definizione più diretta e semplice.
Naturalmente la parte complessa comincia adesso, perché è difficile definire cosa significhi l’aggettivo comunista: rischiano di esserci tante definizioni di questa parola, almeno quanti sono i comunisti. Come sanno quelli che hanno fatto un po’ di militanza, trovi sempre qualcuno più comunista di te.
C’è una frase di Berlinguer che io amo molto e che penso spieghi meglio di altre cosa significa davvero essere comunista.
Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.
Ci sono tante cose in questa frase; provo a metterne in evidenza qualcuna.
È stato davvero terribile e intricato il mondo che ha conosciuto Berlinguer: la guerra latente, seppur mai combattuta, tra Stati Uniti e Unione Sovietica e la sempre incombente minaccia di una guerra nucleare, i conflitti purtroppo combattuti, spesso con fino ad allora inimmaginabili livelli di ferocia, in quello che si chiamava Terzo mondo, dall’Africa al Sud-est asiatico, dal Medio oriente all’America latina, la scoperta che la fine del colonialismo rappresentava non una liberazione per milioni di persone, ma l’inizio di un periodo di terribile povertà, la piena consapevolezza che il progresso scientifico e tecnologico non era necessariamente un elemento di progresso, ma poteva rivelarsi letale per l’ambiente e per la vita stessa dell’umanità. Tutte questioni che Berlinguer ha affrontato con rigore intellettuale.
In Italia gli anni di Berlinguer sono stati segnati dalla violenza politica, dalla reazione rabbiosa di forze oscure contro la crescita sociale e civile del nostro paese, dall’affermarsi di una cultura individualista. Berlinguer ha intuito meglio di altri questi fattori di crisi; io credo ad esempio che la sua riflessione sull’austerità – allora fortemente criticata – sia di grandissima attualità, perché ci pone di fronte al tema di uno sviluppo che è diventato fine a se stesso.
Probabilmente alla capacità di analisi non è seguita un’altrettanto felice capacità di trovare delle risposte; ad esempio io continuo a pensare che Berlinguer abbia sbagliato a immaginare di poter resistere alla reazione di quei grandi poteri, più o meno occulti, che facevano riferimento alla destra internazionale, alleandosi con un partito come la Democrazia cristiana, che da quegli interessi dipendeva.
E’ importante capire questa storia, per capire da dove siamo arrivati fin qui, ma probabilmente non è questo il punto essenziale per capire davvero Berlinguer e il suo essere ostinatamente comunista. Nella frase che ho citato prima ci sono tre aspetti per me essenziali. Il primo è avere fiducia nei propri valori e consapevolezza dei propri obiettivi, in sostanza credere che la nostra azione possa rendere migliore il mondo e più felice la vita degli uomini. Il secondo è che questa azione di miglioramento tesa alla felicità e al benessere, in cui al centro c’è l’uomo, passa necessariamente attraverso una trasformazione radicale della società. Il terzo è l’essere cosciente che il tuo contributo alla lotta può apparirti insignificante, vano, e che tu puoi anche essere alla fine sconfitto, ma che la lotta è qualcosa che andrà avanti indipendentemente da te e che quindi ne è valsa la pena. E c’è un fortissimo valore etico in questa lotta, perché una vita spesa così è degna di essere vissuta.
Ho avuto l’impressione negli ultimi anni, accostandomi sempre di più alla figura di Berlinguer, che in lui fosse forte la consapevolezza di questa sua personale sconfitta, anche legata al fatto che una persona della sua intelligenza e della sua capacità d’analisi, doveva aver capito – ben prima di intervenire con le sue dichiarazioni pubbliche – che il modello di una società socialista creato in quei tempi era non solo fallito, ma era contrario ai principi per difendere i quali era nato. La “tristezza” di Berlinguer nasceva forse da questa consapevolezza, ma c’era, altrettanto radicata, l’idea che la lotta dovesse continuare, perché, anche se il comunismo storico aveva fallito, la sfida che esso aveva lanciato era rimasta. Ed è rimasta.
Berlinguer è un uomo del suo tempo ed è sbagliato appropriarsene per ragioni di parte, facendone un “santino” democratico o un paladino ante litteram della lotta alla corruzione della politica – anche se fu anche questo e capì prima degli altri, inascoltato, cosa stava succedendo – o un padre della battaglia contro l’Europa della troika. Però, specialmente noi che militiamo nella sinistra, dobbiamo avere la capacità di capirne l’insegnamento di fondo. Berlinguer ci insegna che della lotta c’è bisogno, perché questo mondo è ancora terribile e intricato, perché non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che nella maggior parte dei paesi del mondo i due terzi, o i quattro quinti o addirittura i nove decimi, della società sono fatti da poveri, perché la sinistra esiste in natura laddove c’è un uomo che soffre a causa delle ingiustizie.
Non possiamo accettare queste ingiustizie e dobbiamo lottare per sconfiggerle. Allora sì, ha ancora senso definirsi comunisti.

lunedì 9 giugno 2014

"Resistenza impura" di Luca Canali


Agli uomini senza ambizioni politiche,
senza particolari doti d'ingegno, senza relazioni influenti,
cioè senza possibilità di scambio o di scampo,
che caddero oscuramente,
mossi da elementari bisogni e da elementari ideali.
A questi uomini che in morte come in vita
non ebbero mai né chiesero quartiere
e di cui la storia, che pure soprattutto di essi
si nutre, disperde prudentemente le tracce.



"Maschera" di Luca Canali


Forse non sono mai stato
uomo. Forse
ho sempre soltanto giocato.
Mi sono sempre spinto fino al limite
estremo, ma laddove
era l'impatto vero con le cose,
mi volgevo altrove, mi coglieva
la crisi…

domenica 8 giugno 2014

Verba volant (96): maggioritario...

Maggioritario, agg.

Questo aggettivo è arrivato in italiano dal francese majoritaire, derivato di majorité, che significa maggioranza. Il suo significato proprio è quello di indicare ciò che concerne la maggioranza o ciò che è costituito dalla maggioranza.
Di questo aggettivo si fa ormai un gran uso in politica, dal momento che indica quel sistema elettorale in cui la lista che ha ottenuto il maggior numero di voti ottiene tutti i seggi o, più frequentemente, un premio in seggi. Si tratta, come noto, del sistema elettorale preferito da molti partiti italiani, almeno quando vincono o quando pensano di vincere. A me però interessa un altro uso politico di questo aggettivo, nello specifico quando è usato nell'espressione vocazione maggioritaria, coniata alcuni anni fa da Walter Veltroni per il nuovo partito che stava per fondare e ampiamente utilizzata da Matteo Renzi.
Ringrazio l’amico Filippo Fritelli che mi ha spronato a scrivere questa definizione, partendo dal commento di una sua riflessione sull’esito del voto per il parlamento europeo.
Filippo è uno dei cosiddetti nativi democratici. In altra occasione mi è già capitato di scrivere che io - che non sono democratico - apprezzo l’entusiasmo e la voglia di fare di quelli di questa nuova generazione che si è affacciata alla politica. Apprezzo molto meno i miei vecchi compagni diventati, all’improvviso - alcuni fuori tempo massimo - e senza convinzione, democratici e renziani; ma questa è un’altra storia. La riflessione di Filippo è molto chiara su cosa rappresenta e deve essere per lui e per quelli come lui il Partito Democratico. E mi rende più chiaro perché io non ho aderito a quel progetto.
Giustamente Filippo rivendica a Renzi il merito di aver portato a termine la costruzione del partito a vocazione maggioritaria che era nel programma originario del Pd di Veltroni e che, per una serie di ragioni, quel gruppo dirigente non era riuscito a realizzare. Su questo Filippo ha assolutamente ragione: il vero Pd è il Pd che Renzi e una generazione nuova di dirigenti e di militanti stanno costruendo. Io non ho aderito al Pd proprio perché allora avevo ben chiaro che questo sarebbe stato l’esito della vocazione maggioritaria: Veltroni era stato chiaro.
A scanso di equivoci, in non sono uno di quelli che sta bene in minoranza: ce ne sono parecchi nella sinistra italiana e mondiale. A me è capitato per parecchio tempo di misurarmi con il governo, con tutte le difficoltà che questo comporta, con la necessità di mediare tra posizioni diverse e quindi facendo fare qualche passo indietro alle mie idee. Io, a differenza di qualche altro compagno, sono uno che le elezioni le vorrebbe vincere sempre, aspiro alla maggioranza, che però è cosa radicalmente diversa dalla vocazione maggioritaria.
Dice Filippo che il Pd vuole
portare a sintesi le varie istanze sociali provenienti dalle diverse parti della società italiana.
Ecco questa è la cosa su cui io non riesco proprio a essere d’accordo, perché ci sono istanze - ovviamente parlo soltanto di quelle legittime, come immagino faccia Filippo - con cui io non sono disponibile a fare sintesi, perché sono istanze che sono e saranno sempre in conflitto con le mie. Poi anche in un conflitto si deve trovare un accordo - anzi la politica è proprio l’arte di trovare questo accordo, per fermare uno scontro che altrimenti sarebbe permanente - ma un accordo in cui ciascuno rimane con i propri valori e i propri obiettivi di lunga durata è cosa ben diversa dalla sintesi.
Provo a spiegarmi con un esempio. Io credo che tra chi lavora e chi quel lavoro lo utilizza - una volta si chiamavano padroni, ora so che si usano formule più sfumate, ma quello è il concetto - il conflitto sociale sia insanabile e permanente, perché gli interessi di queste due classi - altro termine piuttosto desueto, mi rendo conto - sono radicalmente diversi. Tra questi interessi radicalmente diversi si può cercare un accordo, più o meno strutturale, ma non può esserci sintesi, perché questa sintesi finisce sempre per privilegiare gli interessi di una parte, in genere di quella più forte. Ovviamente noi abbiamo spesso fallito nel trovare questo accordo: sulle critiche alla sinistra italiana io sono probabilmente più duro e impietoso di quanto lo sia Filippo, quantomeno perché la conosco meglio di lui e perché porto un pezzetto di responsabilità di questo fallimento.
Per tornare al tema ci sono diritti che una volta acquisiti sono acquisiti per tutti, anche per chi ne ha osteggiato l’introduzione, perché in sostanza non tolgono un diritto o un beneficio agli altri. Ad esempio, se finalmente in questo paese riuscissimo a permettere alle persone dello stesso sesso di sposarsi, avremmo garantito a tutti un diritto, senza ledere i legittimi interessi di nessuno. Ma quando si parla di interessi economici questo non è più possibile, la giustizia sociale passa necessariamente attraverso un conflitto, qualcosa che gli amici come Filippo fanno perfino fatica ad accettare, perché per loro è più importante la sintesi. Tra ricchi e poveri non ci può essere sintesi, perché se ad esempio partiamo dall’idea che la ricchezza debba essere redistribuita - e io penso che lo debba essere - è naturale che chi è ricco si opponga a che qualcuno, anche lo stato, gli tolga una parte della propria ricchezza. Ecco io nell’azione di governo di Renzi vedo sì la sintesi, che però finisce per premiare gli interessi che tradizionalmente io ho combattuto e che ancora combatto.
Filippo usa in questa sua riflessione l’aggettivo “divisivo” e ne dà naturalmente un significato negativo, come fanno molti altri. Capisco cosa vuol dire con questa parola, ma io credo che ci siano occasioni in cui è proprio necessario fare delle divisioni, tracciare delle linee. Dopo tutto il significato etimologico di partito è proprio quello, deriva da parte. Partito a vocazione maggioritaria è una contraddizione in termini e infatti qualcuno nel Pd comincia già a dire che probabilmente partito è una parola superata, a favore del più neutro e totalizzante “democratici”.
Il Pd di Renzi - e quello di Veltroni prima di lui - sta facendo di tutto per superare l’antitesi tra destra e sinistra, ed è ovvio per un partito che si pone come proprio obiettivo la sintesi. Renzi è davvero il primo leader di una nuova era di questo paese, molto di più di quanto lo sia stato Berlusconi, che pure è stato un personaggio che ha rotto in maniera violenta con il passato. Eppure Berlusconi ha continuato ad essere il leader della destra italiana, riconoscendo - spesso costruendoselo - un nemico ideologico, i comunisti, retaggio della cultura del Novecento. Berlusconi è stato sommamente divisivo. Renzi non ha bisogno di avere un nemico ideologico, anzi questa idea gli è totalmente estranea, perché lui vuole essere per tutti e di tutti. Devo essere sincero con voi amici democratici, questo a me un po’ spaventa, perché mi pare nasconda l’altro limite forte dell’azione di governo del vostro partito, la riduzione dei livelli di democrazia in questo paese.
Io ostinatamente continuo a pensare che una differenza ci sia - per citare Norberto Bobbio - tra “coloro che ritengono che gli uomini siano più eguali che diseguali” e “coloro che ritengono siano più diseguali che uguali”. Questi due differenti schieramenti siamo stati abituati a chiamarli rispettivamente sinistra e destra; io non riesco davvero a trovarci una sintesi.
E comunque, ubi maior, minor non cessat.