venerdì 30 marzo 2012

"Paesaggio" di Ivo Andric



Una nebbia leggera, un cielo pallido
e molti desideri.

Sopra il campo ove l'erba s'è chinata
come a un soffio di sogno, s'è posata
la tenera rugiada.
Questa notte ha sostato qui l'autunno.
una nebbia leggera, un cielo pallido
ed un poco di fumo
sopra le vecchie case: Sembra che
l'ultimo soffio della loro vita
spiri dai lotetti.
Una nebbia leggera, un cielo pallido
e povero di speranze.

giovedì 29 marzo 2012

"Notte bianca" di Adrienne Rich


Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.

Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa

sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue

ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
Dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte, possiamo
dormire.

mercoledì 28 marzo 2012

"Piccolo sillabario illustrato" di Italo Calvino

BA-BE-BI-BO-BU 
Tutte le ragazze impazziscono per Bob ma egli sembra insensibile alle loro lusinghe. Saputo che Bob parte per una crociera in India, Ulrica decide d'imbarcarsi sullo stesso piroscafo, sicura che le lunghe giornate di navigazione saranno propizie alla conquista. All'amica Ludmilla, che le manifesta il suo scetticismo, Ulrica dice: "Vedrai. Appena riuscirò a sedurlo ti scriverò. Scommetto che sarà prima d'uscire dal Mar Rosso". Difatti, da Bab-el-Mandeb, Ludmilla riceve una laconica cartolina.
Bab. Ebbi Bob. U.

CA-CHE-CHI-CO-CU
Nella clinica gastroenterologica viene condotta una ricerca sulle feci dei pazienti. Ogni produzione fecale viene classificata in diciassette categorie designate da lettere dell'alfabeto: dalla A, per le più voluminose, alla Q, per quelle minuscole. Un infermiere compie ogni mattino il giro dei reparti, chiede a ogni ricoverato se ha feci recenti da mostrare, e dopo una rapida occhiata, segna la lettera corrispondente nel registro. Poche parole gli bastano a formulare domande, valutazioni e conclusioni.
- Cacche? Chicco. Q.

CIA-CE-CI-CIO-CIU
L'istituzione delle Comuni, nella Cina di Mao, si scontrò agli inizi contro gravi difficoltà. La distribuzione dei generi alimentari avveniva in modo irregolare e i magazzini di vendita al pubblico restavano talora completamente sprovvisti. Poteva succedere che una massaia che chiedeva allo spaccio la sua razione di legumi si sentisse rispondere che le scorte erano finite e che nel negozio vuoto non restava che il ritratto del primo ministro appeso al muro.
- Ci ha ceci? - Ci ho Ciu.

DA-DE-DI-DO-DU
Una giovane americana che studia bel canto in Italia non è molto dotata per il do di petto. Il maestro la implora che butti fuori la nota, e per essere più persuasivo, cerca d'esortarla in inglese a fare quanto lui le chiede.
Dà, deh, di do! Do!*
*in inglese.


FA-FE-FI-FO-FU
Difetto di registrazione o contraffazione intenzionale della voce, dal disco non si riusciva a riconoscere chi era l'attore comico che aveva inciso quello sketch. Ma bastò ascoltare la registrazione con un impianto hi-fi per non avere più dubbi.
- Fa fe' fi: Fo fu.

GA-GHE-GHI-GO-GU
Un certo Ghigo fa ridere di sé ogni volta che per difendere un suo diritto sbandiera un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Gag è Ghigo: - Ho G. U.

GIA-GE-GI-GIO-GIU
- Questa volta non mi scappi, Joe! - disse lo sceriffo. - Butta a terra le pistole, svelto! Non è il momento di metterti a gingillare!
- Già aggeggi, Joe? Giù!

GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU
Un erbivendolo toscano, sentendo che qualcuno si domanda se ha dell'aglio, risponde che i suoi agli sono sugosi come l'olio.
- Gli ha agli egli? - Gli ho ogli, uh!

GNA-GNE-GNI-GNO-GNU
La signora Agnese, in dialetto Gnà Agnè, è paragonata, da un poeta che la corteggia, a un'antilope di fuoco, anzi a tutte le antilopi di fuoco che si possono immaginare.
Gnà Agnè è (o)gni igneo gnù.

LA-LE-LI-LO-LU
Nei suoi inquieti amori con Nietzsche, Lou Salome avrebbe ben voluto provocare nell'amico una levitazione non solo spirituale ma anche fisica. Battendosi le mani sulla fronte, il filosofo le rispondeva che solo la sua mente era dotata d'ali per innalzarsi a volo.
- L'ale li l'ho, Lou!

MA-ME-MI-MO-MU
I maestri del buddismo Zen, posti di fronte a una domanda che non ammette altra risposta che un si o un no, ricorrono a un terzo termine: mu, parola giapponese che significa: "né sì né no" ossia "questa domanda è malposta". Così anch'io accompagno i sì e i no che mi vengono strappati dalle circostanze con alzate di spalle e scrollate del capo che si rivolgono sopratutto a me stesso.
- Ma a me mimo mu.

NA-NE-NI-NO-NU
L'obiezione che veniva mossa alla nomina di Pietro Nenni a Ministro degli Esteri era che egli non godesse della simpatia degli ambienti diplomatici americani. I suoi sostenitori controbattevano questo argomento ricordando che poteva contare su molti amici alle Nazioni Unite.
- N'ha Nenni in ONU.

PA-PE-PI-PO-PU
(da Giampaolo Dossena)
1944. Il cielo notturno dell'Italia del Nord occupata dai Tedeschi è solcato non solo dalle potenti squadriglie dei bombardieri americani ma anche da un piccolo aereo inglese solitario, che ogni notte sorvola campagne e paesi sperduti e sgancia qualche bomba ogni tanto senz'altro obiettivo apparente che quello d'una sua "guerra dei nervi". Gli Italiani hanno imparato a riconoscere il suo rombo e a non mettersi in allarme per le sue visite quasi sempre inoffensivo. Lo chiamano "Pippo".
Una notte stavo leggendo il libro di Desiderius Papp Avvenire e fine del mondo e riflettevo sulla fuga delle galassie, sull'esplodere e spegnersi delle stelle, sulle prospettive d'un'estinzione della vita sulla terra. Fu allora che sentii un rombo avvicinarsi nel cielo, poi un'esplosione. "Pippo" aveva sganciato una bomba. Dalle remote lontananze del cosmo, fui riportato improvvisamente al "qui e ora".
- Papp, e Pippo: Pu(m)!

RA-RE-RI-RO-RU
Quando alla Segreteria delle Nazioni Unite fu insediato un birmano, c'era chi si domandava se la cattiva pronuncia della lettera "r", caratteristica degli orientali, non avrebbe causato difficoltà. Invece in pochi mesi U Tant dimostrò di padroneggiare benissimo la fonetica occidentale. E un amico se ne congratulò con lui, dandogli atto che ormai solo poche volte la pronuncia di una "erre" lasciava a desiderare.
- Rare erri "r" or, U.

SA-SE-SI-SO-SU
Per convincere il proprietario d'un night-club a scritturarla, una spogliarellista lo assicura della propria efficacia nel provocare l'eccitazione degli spettatori.
- Sa? Sessi isso su!

SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU
Uno studioso di linguistica comparata, giunto in Persia per verificare alcune particolarità della fonetica indoeuropea, si avventura nel palazzo dello Scià. Un giannizzero gli intima d'uscire, avvertendolo che l'imperatore ricorre ancora alla decapitazione mediante la scure. Con candore, lo studioso si limita a indicare l'oggetto della sua ricerca: l'origine delle desinenze in u nei dialetti della Campania preromana, particolarmente in quello degli Osci.
-Scià ha asce! Esci! Sciò! - Osci u.

TA-TE-TI-TO-TU
Un impiegato di banca toscano, a un amico che gli chiede schiarimenti sulla causale d'una cifra che risulta addebitata al suo conto corrente, spiega che si tratta del pagamento della bolletta del telefono che la banca preleva d'ufficio per versarla alla società Teto.
- T'ha Teti tot, tu.

VA-VE-VI-VO-VU
Apparizione insolita nel centro della metropoli, una gallina attraversava lentamente la strada provocando bruschi arresti nel traffico. Un cittadino s'affrettò ad avvertire un vigile urbano, con parole rapide e un po' enfatiche.
- Va ave vivo, V.U.!

ZA-ZE-ZI-ZO-ZU
Il verbo "zazzeare" è usato di rado ma figura nei dizionari col significato di "andare a zonzo". Un tale, che ama i vocaboli desueti e per di più fa un frequente uso di elisioni, incontra suo zio e gli chiede se va a spasso. Lo zio che a sua volta ha la mania d'usare a dritto e a traverso preposizioni tedesche, gli risponde che è diretto al giardino zoologico.
- Zazze', zi? - Zoo zu!

domenica 25 marzo 2012

da "Requiem" di Antonio Tabucchi

Attraversammo la strada e passammo di fronte alla stazione marittima. Io arrivo fino alla fine del molo, disse il mio Convitato, non vuole accompagnarmi? Certo, dissi io, vengo con lei. Di lato alla porta c'era un mendicante, un vecchietto con la fisarmonica a tracolla. Quando ci vide stese la mano e recitò una litania incomprensibile. La carità, per amor di Dio, mormorò alla fine. Il mio Convitato si fermò e si infilò la mano in tasca, prese il portafoglio e ne tirò fuori una banconota antica. E' denaro della mia epoca, disse afflitto, forse lei mi può aiutare. Cercai in tasca e trovai un biglietto da cento escudos. Sono gli ultimi che ho, dissi, sono rimasto a secco, ma sono carini, non le pare? Lui osservò la banconota e sorrise. la tese al Suonatore di Fisarmonica e gli chiese: sa suonare delle vecchie canzoni? So suonare Lisboa Antiga, disse il Suonatore di Fisarmonica con aria avida, conosco tutti i Fados. Magari anche più vecchie, disse il mio Convitato, degli anni Trenta, dovrebbe ricordarsele, non è poi così giovane. Può darsi, disse il Suonatore di Fisarmonica, mi dica lei quel che le piacerebbe sentire. Per esempio Sao tao lindos os teus olhos, disse il mio Convitato. Come no se la conosco, disse il Suonatore di Fisarmonica raggiante, la conosco perfettamente. Il mio Convitato gli diede i cento escudos e disse: allora ci venga dietro, a qualche metro di distanza, e suoni quella musica, ma basso basso perché dobbiamo conversare. Prese un'aria confidenziale e mi disse all'orecchio: una volta ho ballato questa musica con la mia innamorata, ma nessuno lo sa. Lei sapeva ballare? esclamai, non lo avrei mai immaginato. Ero un ballerino eccezionale, disse lui, avevo imparato da solo con un libriccino che si chiamava Il ballerino moderno, libriccini così mi sono sempre piaciuti, che insegnavano a fare delle cose, facevo tardi la sera quando tornavo dall'ufficio, ballavo tutto da solo, scrivevo poesie e lettere alla mia fidanzata. L'ha amata molto, osservai. E' stata il trenino a molla del mio cuore, rispose lui. Si fermò, obbligandomi a fermarmi. Anche il Suonatore di Fisarmonica si fermò, ma continuò a suonare. Guardi la luna, disse il mio Convitato, è la stessa che guardavo con la mia innamorata quando andavamo a spasso al Poco do Bispo, non è strano?
Eravamo arrivati in fondo al molo. Bene, disse lui, a questa panchina ci siamo incontrati e a questa panchina ci salutiamo, lei dev'essere stanco, può dire a questo pover'uomo di andarsene. Si sedette e io andai a dire al Suonatore di Fisarmonica che la sua musica non ci serviva più. Il vecchietto ci diede la buonanotte, io mi voltati e solo allora mi accorsi che il mio Convitato era sparito.

La casa di campagna era immersa nel silenzio, si era levata una brezza fresca che accarezzava le foglie del gelso. Buonanotte, dissi, o meglio, addio. A chi, o a che cosa, stavo dicendo addio? Non lo sapevo bene, ma era quel che mi andava di dire ad alta voce. Addio e buonanotte a tutti, ripetei. Reclinai il capo all'indietro e mi misi a guardare la luna.

Considerazioni libere (276): a proposito di acqua e di un diverso modello di sviluppo...

Nel mondo circa un miliardo di persone non ha accesso all'acqua potabile, altri due miliardi non hanno a disposizione acqua sana e quindi sono più di otto milioni le donne e gli uomini che muoiono ogni anno a causa di malattie legate all'acqua. La situazione comunque peggiorerà: la domanda mondiale di acqua aumenterà del 55% da qui al 2050, a causa della rapida crescita demografica e dell'incremento dell'urbanizzazione. L'acqua è un problema mondiale, ma - come spesso avviene - si preferisce parlare d'altro.
Il Forum mondiale dell'acqua che si è svolto nei giorni scorsi a Marsiglia sarebbe stata una buona occasione per provare ad affrontare questi temi, invece anche in quella sede si è parlato d'altro. I governi hanno approvato - con l'eccezione della Bolivia che si è rifiutata di firmare - un testo che non fa nessun riferimento alla risoluzione delle Nazioni Unite, approvata nel 2010, in cui si afferma che l'accesso all'acqua è un diritto umano universale e fondamentale. Per la cronaca è stato il governo canadese a pretendere che questo riferimento venisse tolto dal documento, che sarebbe servito ad addolcire una pillola comunque amara. Il testo approvato a Marsiglia rafforza il meccanismo del cosiddetto full recovery cost: in pratica si auspica un sistema di finanziamento del servizio idrico che coniughi tariffe, investimenti privati accanto alla mobilizzazione di risorse pubbliche, con un ulteriore accelerazione nella costruzione di grandi impianti idroelettrici. Già la sede faceva presagire quale sarebbe stato il taglio del documento finale: il Forum infatti si è svolto presso il Consiglio mondiale dell’Acqua, ossia l'associazione di diritti privato che riunisce le principali multinazionali del settore.
L'acqua oggi non è "finanziarizzata" come le altre grandi risorse, il petrolio, la terra, il cibo e le altre materie prime. Di questi temi ho già parlato, vi segnalo in particolare le "considerazioni" nr. 264 e nr. 268, che vi invito a leggere, se non lo avete ancora fatto. Quando critichiamo le deriva ultraliberista che guida ormai le élite economiche mondiali, quell'1% contro cui il 99% cerca inutilmente di far sentire la propria voce, dobbiamo in particolare mettere in luce il fatto che questi signori lavorano incessantemente per collocare in maniera sistemica i beni comuni nell'alveo finanziario. L'acqua era l'ultimo bene che mancava, ma dopo Marsiglia, ci sono un po' più vicini.
L'obiettivo finale, reso più semplice dal mancato riferimento aalla risoluzione dell'Onu, è la trasformazione dell'acqua in una commodity, e quindi poterla commercializzare attraverso un sistema di vendita globale dei diritti di sfruttamento. In alcuni stati degli Usa, in Cile, in Sudafrica, in Australia questo è già possibile e altri paesi stanno pensando di introdurre questo modello. Il risultato finale, quando questo sistema sarà adottato a livello mondiale, sarà quello una creare una vera e propria "borsa dell'acqua", dove sarebbe possibile comprare e vendere i diritti di sfruttamento, così come oggi già avviene con le materie prima e con i crediti di carbonio previsti dal protocollo di Kyoto. Chi ha un surplus di acqua o chi ha precedentemente acquisito a fini speculativi i diritti di un fiume, una falda o un lago potrà rivenderli a chi ha un deficit idrico. Possedere una certa quantità d'acqua significherà avere un asset finanziario in grado di generare una rendita; sarà inoltre possibile strutturare sull'acqua tutti prodotti finanziari derivati, come avviene oggi con i prodotti alimentari, con le conseguenze che sappiamo.
Negli stessi giorni si è riunito, sempre a Marsiglia, il Forum mondiale alternativo. Riporto alcuni passi significativi delle conclusioni.
Lo sviluppo capitalista proprio del modello estrattivo occidentale ha generato delle profonde e gravissime crisi economiche, sociali e ambientali globali. La struttura capitalista neoliberista e non democratica che ha determinato questa situazione sta ormai crollando. [...] Il loro approccio, che considera l'acqua come una merce, contrariamente alla volontà delle popolazioni, è ingiusto e strutturalmente incapace di garantire l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari per tutti. Grazie al movimento per la Giustizia idrica, le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto umano all'acqua e ai servizi igienico-sanitari. Conseguentemente, sono state ottenute alcune vittorie di rilievo, fra cui: l'adozione di emendamenti costituzionali che integrano il riconoscimento questo diritto, presso numerosi Stati in America Latina; in Italia, il trionfo del referendum contro la privatizzazione dei sistemi di gestione delle acque; la rimunicipalizzazione dell'acqua a Parigi, e in numerose altre città del mondo; e le prime sentenze nazionali che riconoscono il diritto all'acqua.
Ci impegnamo a proseguire e incrementare il nostro sforzo dinamico in direzione dell'effettivo riconoscimento di questo diritto fondamentale, attraverso proposte concrete riguardanti la dimensione politica, democratica, ambientale e sociale del problema.
Sosteniamo sistemi di gestione dell'acqua pubblici e comunitari; proponiamo l'adozione di partenariati pubblici-pubblici e pubblici-comunitari.
Richiediamo una democrazia "reale": le popolazioni coinvolte devono partecipare alle decisioni fondamentali riguardanti l'acqua, quali - ad esempio - la scelta del sistema di gestione idrico o la realizzazione di un progetto di larga scala. La partecipazione comunitaria in questo processo è essenziale.
Proponiamo la realizzazione di un sistema giuridico internazionale indipendente, che sia in grado di garantire il diritto all'acqua e ai servizi igienico-sanitari. Tale diritto dev'essere esigibile da ogni individuo in ogni parte del mondo, e coloro che comettono violazioni in proposito devono essere perseguiti come responsabili. In particolare, viene formulata la richiesta di stabilire una Corte Penale Internazionale dell'Ambiente.
Riconosciamo l'importanza dei saperi tradizionali e dei diritti consuetudinari. Difendiamo i diritti e le pratiche dei popoli indigeni.
Sosteniamo l'agricoltura familiare e di piccola scala, come modello rispettoso dell'ambiente. Promuoviamo una vera sovranità alimentare che consenta ad ogni individuo di sfamarsi, e avere accesso all'acqua e alla terra.
Ribadiamo che i diritti delle donne sono al centro della lotta globale per l'acqua.
Riaffermiamo il diritto all'acqua per tutti: l'accesso incondizionato all'acqua per tutti, in quantità necessaria alla vita, è una responsabilità colletiva. Qualora si rendessero necessarie delle tarifficazioni, esse dovranno fondarsi sul criterio della progressività al fine di evitare l'esclusione sociale.
Sosteniamo la conservazione e l'integrità del ciclo dell'acqua, come forma di riconoscimento dei diritti degli ecosistemi e delle specie ad esistere, crescere ed evolvere.
Ci opponiamo ad ogni forma di sfruttamento industriale dei beni comuni naturali, segnatamente alle attività minerarie e di estrazione di idrocarburi (fra cui il gas di scisto) che danneggiano l'integrità delle risorse idriche.
Chiediamo lo sviluppo di una transizione verso dei sistemi energetici alternativi, sostenibili, locali, che comportino la riduzione dei consumi energetici. Tale processo implica in particolare l'immediata proibizione della fratturazione idraulica per l'estrazione di idrocarburi, e l'adozione di una moratoria internazionale sulle grandi dighe.
[...]
Invitiamo i governi a sostenerci nel rifiuto delle false soluzioni alla crisi finanziaria e ambientale globale propugnate dalla "green economy". Le grandi dighe, le centrali nucleari, le piantagioni di agrocarburanti e le monocolture industriali incidono negativamente sulla quantità e qualità delle acque. Accogliamo sistemi economici funzionali all'instaurarsi di comunità sane dal punto di vista umano e ambientale, e non esclusivamente alla massimizzazione del benessere individuale.
[...]
Sollecitiamo gli Stati a finanziare sistemi idrici e igienico-sanitari pubblici attraverso lo strumento della fiscalità generale progressiva, e/o delle imposte sulle transazioni finanziarie nazionali e internazionali. Il diritto umano all'acqua necessita infatti di un finanziamento pubblico adeguato. Si deve porre un termine alle politiche di austerità economica nel Nord globale, e agli aggiustamenti strutturali nel Sud globale: tali provvedimenti hanno indotto i governi tagliare brutalmente le spese per i fondamentali servizi idrici e igienico-sanitari, e aperto ulteriormente la strada al settore privato e alle multinazionali.
Gli Stati devono garantire che le Istituzioni Finanziarie Internazionali interrompano ogni tipo di attività volta a promuovere la privatizzazione e finanziarizzazione dei servizi idrici, e che in qualunque modo indebolisca il controllo e la gestione democratici dell'acqua.
Leggendo queste proposte si capisce come, attraverso la difesa dell'acqua, si possa immaginare un diverso modello di sviluppo. Un mondo diverso è possibile; proviamo a non dimenticarlo, nonostante tutto quello che ci dicono.

venerdì 23 marzo 2012

"Per uno Statuto dei diritti democratici dei lavoratori" di Giuseppe Di Vittorio

articolo tratto da "Il Lavoro" del 1952

La proposta da me annunciata al recente Congresso dei Sindacati chimici - di precisare in uno Statuto i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende - ha suscitato un enorme interesse fra le masse lavoratrici d’ogni categoria. Il Congresso della Camera del Lavoro di Mantova, per esempio, ha chiesto che lo Statuto stesso venga esteso anche alle aziende agricole. E qui è bene precisare che la nostra proposta, quantunque miri sopratutto a risolvere la situazione intollerabile che si è determinata nella maggior parte delle fabbriche, si riferisce, naturalmente, a tutti i settori di lavoro, senza nessuna eccezione.
Le prime reazioni padronali alla nostra proposta sembrano, invece, per lo meno incomprensibili. "Il Globo", infatti - giornale notoriamente ispirato dagli ambienti industriali - pretende che io, avanzando la proposta dello Statuto, avrei dimenticato "troppe cose". Che cosa? Ecco: "che gli stabilimenti non sono proprietà pubblica, ma ambienti privati di lavoro nei quali l’attività di tutti, dirigenti e imprenditori compresi, è vincolata e coordinata al fine produttivo da raggiungere"; che esistono i contratti di lavoro, "nei quali sono previsti i doveri e i diritti dei lavoratori nell’ambito del rapporto contrattuale"; che esistono le Commissioni interne, ecc. ecc. E' giusto. Tutte le cose che ricorda "Il Globo" esistono; e nessuno lo ignora.
Il giornale degli industriali, però, dimentica un’altra cosa, che pure esiste: è la Costituzione della Repubblica, la quale garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi, una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere, nei confronti di lavoratori. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dall’azienda. E' vero che le fabbriche sono di proprietà privata (non è qui il caso di discutere questo concetto), ma non per questo i lavoratori divengono anch’essi proprietà privata del padrone all’interno dell’azienda. Il lavoratore, anche sul luogo del lavoro, non diventa una cosa, una macchina acquistata o affittata dal padrone, e di cui questo possa disporre a proprio compiacimento.
Anche sul luogo del lavoro, l’operaio conserva intatta la sua dignità umana, con tutti i diritti acquisiti dai cittadini della Repubblica italiana. Se i datori di lavoro avessero tenuto nel dovuto conto questa realtà, chiara e irrevocabile - e agissero in conseguenza - la necessità della mia proposta non sarebbe sorta; non avrebbe dovuto sorgere.
Il fatto è, invece, che numerosi padroni si comportano nei confronti dei propri dipendenti come se la Costituzione non esistesse. Si direbbe che la parte più retriva e reazionaria del padronato (la quale non ha mai approvato la Costituzione, ma l’ha subita, a suo tempo, solo per timore del "peggio"), mentre trama per sopprimerla, l’abolisce, intanto, all’interno delle aziende.
L’opinione pubblica ignora, forse, che in numerose fabbriche s’è istaurato un regime d’intimidazione e di terrore di tipo fascista che umilia e offende i lavoratori. I padroni e i loro agenti sono giunti al punto d’impedire ai lavoratori di leggere il giornale di propria scelta e di esprimere una propria opinione ai compagni di lavoro, nelle ore di riposo, sotto pena di licenziamento in tronco. Si è giunti ad impedire ai collettori sindacali di raccogliere i contributi o distribuire le tessere sindacali, durante il pasto o prima e dopo l’orario di lavoro.
Se durante la sospensione del lavoro, l’operaio legge un giornale non gradito al padrone, o l’offre a un collega, rischia di essere licenziato. Si è osato licenziare in tronco un membro di Commissione Interna perché durante la colazione aveva fatto una comunicazione alle maestranze. Si pretende persino che la Commissione Interna sottoponga alla censura preventiva del padrone il testo delle comunicazioni da fare ai lavoratori. Peggio ancora: si è giunti all’infamia di perquisire gli operai all’entrata della fabbrica, per assicurarsi che non portino giornali o altri stampati invisi al padrone.
Tutto questo è intollerabile. E tutto questo non è fatto a caso, né per semplice cattiveria. Tutto questo è fatto per calcolo; è fatto per affermare e ribadire a ogni istante, in ogni modo, l’assolutismo padronale onde piegare il lavoratore a uno sforzo sempre più intenso, a un ritmo di lavoro sempre più infernale, alla fatica più massacrante, sotto la minaccia costante del licenziamento. E tutti sono in grado di misurare la gravità di questa minaccia, in un Paese di disoccupazione vasta e pertinente come il nostro.
E' un fatto che l’instaurazione di questo assolutismo padronale nelle fabbriche è accompagnata da un aumento crescente del ritmo del lavoro. Il supersfruttamento dei lavoratori è giunto a un tale punto da determinare un aumento impressionante degli infortuni sul lavoro (anche mortali) e delle malattie professionali, come abbiamo ripetutamente documentato. Soltanto nelle aziende della Montecatini abbiamo avuto 35 morti per infortuni in un anno! Questa situazione non è tollerabile. Bisogna ripristinare i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende e porre un limite a queste forme micidiali di supersfruttamento.
Intendiamoci bene: noi non siamo contro la necessaria disciplina in ogni lavoro; ma deve trattarsi della disciplina normale, umana. Non contestiamo affatto che il lavoratore, durante le ore di lavoro, abbia lo stretto dovere di adempiere al suo compito professionale. E noi sappiamo bene che la generalità dei lavoratori concepisce l’adempimento scrupoloso del proprio dovere come primo fondamento della propria dignità professionale.
Ma fuori delle ore di lavoro durante il pasto, prima dell’inizio del lavoro e dopo la cessazione, i lavoratori sono, anche all’interno dell’azienda, liberi cittadini, in possesso di tutti i diritti garantiti agli altri cittadini, per cui hanno l’incontestabile diritto di parlare, di esprimere liberamente le loro opinioni, di distribuire le tessere della propria organizzazione, di collettare i contributi sindacali, ecc. ecc., così come hanno il diritto di farlo fuori della fabbrica. Il "vincolo contrattuale" con l’azienda - di cui parla "Il Globo" - è un vincolo di lavoro, non di coscienza. Ottenuto il lavoro dovuto dall’operaio, il padrone non deve pretendere null’altro.
Naturalmente, le minacce e gli abusi di cui sono vittime quotidianamente numerosi lavoratori, danno spesso luogo a proteste collettive, ad agitazioni, a scioperi. Se si continuasse ad andare avanti nel senso deplorato, queste agitazioni sarebbero destinate a moltiplicarsi e a generalizzarsi, dato che la situazione è giunta al punto estremo della sopportabilità. Dalle fabbriche e da altri luoghi di lavoro si leva una protesta unanime, accorata, come sorgente da un bisognodi respirare, di sentirsi liberi, anche all’interno delle aziende.
La nostra proposta tende a risolvere la questione in modo pacifico e normale, mediante l’adozione d’uno Statuto che, ribadendo i diritti imprescrittibili dei lavoratori, non dia luogo né agli abusi lamentati, né alle agitazioni che ne conseguono. E poiché si tratta d’un interesse vitale e generale di tutti i lavoratori, senza distinzioni di correnti, riteniamo perfettamente possibile un accordo con le altre organizzazioni sindacali, sia nella formulazione dello Statuto che propugniamo, sia nell’azione da svolgere per ottenerne l’adozione.

mercoledì 21 marzo 2012

da "E' viaz" di Tonino Guerra


Un dè d'utòubar i s'è mèss a caminé
te fióm éulta i santir ad sabia e dri
ca linguètti d' aqua ch'al sèlta tra i sas.
De mèr u i avéva zcòurs piò di tótt
una piscèra che fina e' melanovzentquarènta
la i arivéva a là sò in biciclètta,
pu la s'è fata e' sidecar e la purtéva
a casètti pini 'd giàz e pès
e la racuntéva ch'u i era dal bésci
drointa l'aqua piò grandi dal munghèni
e che dal vólti u s'arenéva dal baléni
ch'l'era dal muntagni ad chèrna
soura la sabia.
Rico e la Zaira i n éva mai vést e' mèr
che in linea 'd aria, pasénd da i sentir de fióm,
l'era a trénta chilometri gnénca.
Adès ormai ch'i avéva quèsi utènt'an
i s'è decióis a fè che viàz ad nòzi a pì,
ch'i éva armànd d'an in an. I stéva
a Petrèlla Guidi, un ghèt ad chèsi vèci
in dò che ogni tènt u i era di cavàl
ch'i scapéva da mèni de manischèlch
e i féva a Iozzli sòtta i zòca mat
e 'd nòta u i era l'udòur de pèn ch'i l cuséva
te fòuran e t al sentévi da dróinta te lèt,
ranicéd ti béus di mataraz ad fòi. Rico
l'à fat e' barbìr quèsi stènt an ma i óman
mal dòni e pu e' tuséva i sumàr e al pigri;
la Zaira la féva al fazèndi 'd chèsa
e dal vólti la tnéva e' cadóin dl'aqua
in dò che l'artésta e' lavéva e' pnèl.

da "Odissea. Il viaggio del poeta con Ulisse" di Tonino Guerra

Il canto del cavallo

Dòp a dis an che la guèra
la n finèvva mai, una bèla matóina
i Truièn
ch’i stévva sémpra sla tèsta spandlèun
dal murai,
i vaid che al bèrchi Gréchi
agli à al vaili gònfi par turnè a chèsa
e sla spiagia i à las un cavalòun ad lègn
grand cumè un palaz sa dal patachi d’ór
sòura la scóina che a l parèvva fati ad lózzli.
“Purtémmal dróinta ch’lè un reghèl ch’i s’à las!”
I gévva guèsi tótt senza savài che tla pènza
de cavàl u i érra Ulisse sa di suldè ch’i stévva zétt
ccumè al muntagni sòtta la nàiva.

I piò fanatich i érva e’ purtòun 
ch’l’érra inciudéd da la rózzna
e i zóvvan e pu ènca i vécc i s’è avsiné
ma ste sacramént ch’l’évva dal gambi
cumè al culònni ad San Pitar e la pènza
una nóvvla ch’la cruvévva e’ soul. 

Tóira tè ch’a tóir ènca mè sa dal córdi 
lònghi e di puntéll par smóv al ródi d’lègn
ch’a l s’afundévva tla sabia, l’animèli
l’è arivàt sòtta al méuri
e al dòni a l batévva al mèni e a l févva fèsta
par fèl entrè dróinta la zità. 

I burdéll i curévva davènti e didrì 
E i gévva fórt: “Mè a i ò tuchè la còuda!”
“E mè la pènza” . E’ cavalòun l’évva la tèsta
ch’la zuclévva davènti al finestri èlti
cumè ch’i dòndla i bumbózz de carnevèl
e al ragazi a l s tirévva indrì ch’u i févva impresiòun
però a l ridévva e sóbbit a l slunghévva al brazi
par fèi una carèzza. Da e’ purtòun in bas,
ch’i évva cavè da i gàngar, sò sò fina la cisa
i à mèss quatr’òuri e un quèrt,
ènca parchè u i érra tótta cla zénta aligra
tra i pi e al ródi a l s’incrichévva tra i sas. 

La fèsta vérra e propria la i à tach 
al nóv dla sàira e u i érra al pivi si tambéur ch’i févva móv al brazi e i pi ènca mal vèci.
Bai che te bai datònda e’ reghèl ch’u i évva
las i Gréch, i òmman i’s févva la gambarèla
e al dòni a l tiréva soò a l sutèni e a l févva avdài
iniquèl: U i è stè parfina dagli amucédi
indò che magari la mòi ad èun la s’è tròva
tal mèni un rabazài d’un èlt. 

E’ sònn l’è arivàt t’un bòt e la zénta la stévva 
stravachèda sòura e’ sulèr sal gambi e al brazi
invrucédi. Sóbbit i à fat un insógni tòtt insén:
e’ parévva che da la pènza de cavàl
l’avnéss fura di suldè sa dal spèdi lònghi
ch’a l s’infilévva tla chèrna e a l févva un mèl che mai.
Mo u n’éra mégga un insógni!, l’érra da bón
che da la pènza de cavàl l’avnévva fura di suldè
sa dal fazi piò catéivi de vlén
e al péunti ‘d fèr a l rumpévva agli òsi
e la bòcca ch’la vlévva rógg
la n putévva gnénca fè un lamént;
da i béus dla chèrna e’ sangv
e’ févva dal fiuridéuri ad tulipèn róss
tramèz al fazi biènchi ch’l’èrra dal schèggi ‘d léuna.
Énca fùra dla cisa l’érra pin ad mórt
e u i érra un silénzi ch’u s taiévva se curtèl. 

Andròmaca, la mòi ad Ettore, 
ch’l’a n s’érra mis-céda sa quéi ch’i févva fèsta,
acumpagnèda da un suldè ch’u la purtévva in Grecia,
la caminévva a tèsta èlta
vstóida s’una camisóla spigazéda e al tètti
a l dindlévva quèsi ‘d fura pròpri duvè
ch’u s’apuzévva e’ su burdèl che stévva in braz
sa di ócc cumè quéi d’una zvètta. 

Quant é sòul u s’è fat avdài 
sòura chi mórt e cal chèsi brusédi,
l’è capitè ènca tri-quatar gazótt
ch’i è scap véa da la paéura.
I suldè Gréch ch’i évva fat tótt ste mazèl
i érra stràch s-cént e i s’è indurment
sal mèni insanguinédi puzèdi sòura cla chèrna
senza vòita.
Ulisse e’ pianzévva par tótta sta gioventò 
ch’l’érra mórta, pu, un a la volta,
l’à svégg i su cumpagn e u i tiràt dróinta
la cisa tòtt sti sgraziéd in modi ch’i n
stéss sòtta l’aqua e me sòul. Mi burdéll u i à fat sistemè
indò che dal fiséuri èlti
l’arivévva una pòrbia ‘d sòul fina e’ sulèr. 

Sòbbit dòp i à las la zità 
che ancòura la brusévva e i s’è invié
indò che al bèrchi agli aspitévva
se méus dróinta la sabia.
L’è pas cl’instèda e un sach ad an
sa dal zurnèdi d’vént ch’a l sbatévva al pórti
e i straz e pu l’aqua, al buraschi
e siabulèdi ‘d sòul ch’a l févva crepè la tèra;
l’aria la érra pina ‘d bugaréun, vèspri e cavalètti
ch’a l parévva di fóil d’érba in vóul.
I méur dal chèsi i è dvént ad pasta fròlla 
e tótta la furtèzza una muntagna ‘d sas e zèndra. 

L’érba pianìn pianìn la i à sploi iniquèl 
e un t’avnévva gnénca da pensè
che di oómman e dal dòni
pròpri a lè un an próima i ridévva insén
a guardè un èlbar fiuróid.

Dopo dieci anni di una guerra / che non finiva mai, una bella mattina / i Troiani / che stavano sempre con la testa penzoloni / dalle mura, / vedono che le barche greche / hanno le vele gonfie per tornare a casa / e sulla spiaggia è rimasto un cavallone di legno / grande come un palazzo, con delle placche d’oro / sulla schiena che parevano fatte di lucciole. / “Portiamolo dentro che è un regalo che ci hanno lasciato!” / Dicevano quasi tutti senza sapere che nella pancia / del cavallo c’erano Ulisse con dei soldati che stavano zitti / come le montagne sotto la neve. 
I più fanatici aprono il portone / che era inchiodato dalla ruggine / e i giovani e anche i vecchi si avvicinano / a questo colosso che aveva le gambe / come le colonne di San Pietro e la pancia / come una nuvola che copriva il sole. 
Tira tu che tiro anch’io con delle corde / lunghe e delle leve per smuovere le ruote di legno / che affondavano nella sabbia, l’animale / è arrivato sotto le mura / e le donne battevano le mani e facevano festa / per farlo entrare dentro la città. 
I bambini correvano davanti e dietro / e urlavano forte: “Io gli ho toccato la coda!” / “E io la pancia!”. Il cavallone aveva la testa / che oscillava davanti alle finestre alte, / come dondolano i bambocci del carnevale, / e le ragazze si tiravano indietro perché faceva impressione / però ridevano e subito allungavano le braccia / per fargli una carezza. Dal portone in basso, / che avevano levato dai gangheri, su su fino al tempio, / hanno impiegato quattro ore e un quarto / anche perché c’era tanta gente allegra / tra i piedi e le ruote si incastravano tra i sassi. 
La festa vera e propria è cominciata / alle nove di sera e c’erano pifferi e tamburi / che facevano muovere / braccia e piedi anche alle vecchie. / Bevi e bevi attorno al regalo che gli avevano / lasciato i greci, gli uomini barcollavano / e le donne tiravano su le sottane e mostravano / tutto. Ci sono state perfino delle ammucchiate / dove, magari, la moglie di uno si è trovata / tra le braccia di un altro. 
Il sonno è arrivato di colpo e la gente stava / stravaccata sul pavimento con le gambe e le braccia / aggrovigliate. Subito hanno fatto un sogno tutti assieme. / Pareva che dalla pancia del cavallo / venissero fuori dei soldati con delle spade lunghe / che s’infilavano nella carne e facevano un male boia; / ma non era mica un sogno!, era vero / che dalla pancia del cavallo uscivano dei soldati / con facce più cattive del veleno / e le punte dei ferri rompevano le ossa / la bocca che voleva urlare / non poteva fare neanche un lamento; / dai buchi della carne il sangue / faceva una fioritura di tulipani rossi / in mezzo a facce bianche che erano schegge di luna. / Anche fuori dal tempio era pieno di morti / e c’era un silenzio che si tagliava col coltello.
Andromaca, la moglie di Ettore, / che non si era mescolata con gli altri a fare festa, / accompagnata da un soldato che la portava in Grecia, / camminava a testa alta, / vestita con una camiciola spiegazzata e le tette / dondolavano quasi fuori proprio dove / si appoggiava suo figlio che stava in braccio / con degli occhi come quelli di una civetta. 
Quando il sole si è fatto vedere / su quei morti e quelle case bruciate, /sono arrivati tre-quattro uccelli / che sono scappati dalla paura. / I soldati greci che avevano fatto quel macello, / erano stanchissimi e si sono addormentati / con le mani insanguinate appoggiate su quella carne / senza vita. / Ulisse piangeva per tutta quella gioventù / che era morta, poi, uno alla volta / ha svegliato i compagni e hanno tirato dentro / il tempio tutti quei disgraziati per non farli stare / sotto l’acqua e al sole. I bambini li ha fatti sistemare / dove dalle fessure alte / arrivava un fascio di polvere luminosa fino al pavimento. 
Subito dopo hanno lasciato la città / che ancora bruciava e si sono avviati / verso le navi che aspettavano / col muso dentro la sabbia. / E’ passata quell’estate e alcuni anni / con giornate di vento che sbatteva le porte  / e gli stracci e poi la pioggia, le burrasche / e sciabolate di sole che facevano crepare la terra; / l’aria era piena di calabroni, vespe e cavallette / che pareva fossero fili d’erba in volo. / I muri delle case erano diventati di pasta frolla / e la fortezza, una montagna di sassi e cenere. 
L’erba piano piano ha sepolto tutto / e non ti veniva neanche da pensare / che degli uomini e delle donne / proprio lì, appena anni prima, ridevano insieme / nel guardare un albero fiorito. 

martedì 20 marzo 2012

da "Guida agli animali fantastici" di Ermanno Cavazzoni

La cicala effettivamente passa l'estate a cantare (in greco si dice achete per questo), ed è falso che poi d'inverno vada a chiedere il cibo alla formica, sia perché la cicala si nutre di rugiada, dice Plinio (Nat. hist., XI, 32), sia perché non ha la bocca, ma una specie di piccola lingua con cui lecca la rugiada. Poi se la cicala si presentasse alla porta della formica il primo problema sarebbe quello della comunicazione, perché è noto che le formiche non parlano, o se parlano, parlano talmente piano che nessuno finora, anche con degli apparecchi acustici, è riuscito a sentirle. Mentre la cicala è abituata ad urlare, ed urla sempre la stessa canzone, che può avere diverse intonazioni da soggetto a soggetto o da luogo a luogo, ma fondamentalmente ripete sempre lo stesso concetto, che è un'affermazione, una specie di sì ripetuto, sì sì sì sì, che è anche il suo modo di pensare, che cioè tutto va bene, su tutti i fronti, e che al mondo ci vuole dell'ottimismo, e l'ottimismo ridà vigore ai mercati, la gente spende, i consumi aumentano, le industrie producono, è un circolo, e quindi si dimostra che l'ottimismo alla fine produce le condizioni per essere ottimisti. Infatti la cicala succhia la rugiada al mattino presto, poi quando non ce n'è più e si entra in una fase di depressione economica che gli analisti giudicherebbero nera, di lunga durata, perché è estate, c'è caldo e il sole potrebbe restare in cielo fermo e asciugare tutto per dei mesi, quindi chi avesse ancora della rugiada dovrebbe fare come la formica e metterla via, risparmiarla; ecco che invece la cicala salta su un ramo e si mette a dire di sì: sì sì sì sì, cioè a esprimere sinteticamente l'ottimismo, che la rugiada adesso manca ma tornerà, i mercati riprenderanno vigore, per dirla con il linguaggio degli analisti, e tutta la mattina la passa a dir sì, e questo è comprensibile, perché è ancora sazia e contenta, ma a mezzogiorno e nelle prime ore del pomeriggio, quando brucia di più il solleone e ci si aspetterebbe un prevalere della sfiducia, cioè la classica caduta dei titoli azionari e dell'indice Mib, più che mai la cicala grida il suo ottimismo, mentre la formica laggiù in terra con una diversa teoria di mercato fondata sull'accumulo dei beni primari nella prospettiva che tutto inevitabilmente a un certo punto andrà male e crollerà l'agricoltura, la zootecnia, la meteorologia sarà avversa eccetera, la formica come è noto lavora e risparmia, e non compera titoli in Borsa né fa mutui a tasso variabile o tenta di speculare su consiglio della sua banca che dice di far gli interessi del cliente ma in realtà fa i suoi, esclusivamente. Dal punto di vista della cicala, quella della formica è un'economia primitiva, che non tiene conto degli aspetti psicologici del mercato, e di come la ricchezza sia svincolata dall'effettivo possesso, quindi continua a gridare sì per tutto il pomeriggio, da tutti gli alberi, per chilometri e chilometri di campagna; questo sì, che fa venire mal di testa, si chiama frinire, il frinire delle cicale, che è come dire la loro scienza economica, la quale forse è più giusto chiamarla ideologia, tanto è ostinata e sincera, contro tutte le constatazioni di fatto, che cioè arde il sole, tutta la rugiada è evaporata e chi può dire se mai tornerà? Finché a forza di cantare a turno o in coro, confermandosi reciprocamente, e in modo che quando una smette un'altra attacca, e non ci sia mai calo dell'ottimismo economico, viene la sera, attaccano i grilli, che come è noto fanno cri cri, che significa crisi, i grilli sono obiettivi, si riferiscono alla giornata, che è crollata, la luce è crollata, le fonti di calore crollate, sono catastrofisti e gridano tutta la notte perché si faccia qualcosa o dal buio non si uscirà. Ma le cicale nel frattempo sono cadute addormentate (per la fatica di sostener l'ottimismo) e non sentono. Le formiche dal canto loro hanno chiuso le porte e son là tutta notte che contano. Poi viene l'aurora, poi l'alba, e su tutti gli alberi, sull'erba eccetera, c'è la rugiada, la quale è venuta in seguito all'ottimismo, senza ottimismo non ci sarebbe stata questa nuova euforia dei mercati (dove per mercati intendono l'erba) e la fiducia degli investitori (che non si sa chi sono), è un fatto psicologico, dicono le cicale, o pensano, perché quanto a dire, dopo aver mangiato e bevuto, riprendono a dire il loro perpetuo sì. E così tutto luglio, agosto, un po' di settembre se fa ancora caldo, e ai primi freddi muoiono tutte; una catastrofe (dicono le formiche), un'ecatombe. Ma le cicale non lo vengono a sapere di questa loro ecatombe; non c'è uno storiografo, un Tucidide ad esempio, che sopravviva; e se ci fosse a chi lo racconterebbe? Quindi mentre la formica rabbrividisce col metabolismo ridotto e rosicchia al buio i suoi sacchi di grano, nessuna cicala viene a bussare alla porta. Loro continuerebbero a dir sì anche nell'aldilà, ce l'avessero, ma è improbabile. E in ogni caso le cicale, prima di morire, nei pochi attimi di pausa dal sì, credendo di fare i loro bisogni escrementizi, con l'ovidotto hanno deposto sotto terra le uova; le quali aspettano tranquille che sia finita la grande depressione economica per ricominciare a giugno da capo col loro ottimismo inguaribile.

lunedì 19 marzo 2012

Considerazioni libere (275): a proposito di un giovane arabo e di un compleanno...


Nel giorno del tuo compleanno, dico che ho amato il tuo essere ribelle, dico che mi hai ispirato e che non amo l'aura divina intorno a te. Non ti adorerò.
Nel giorno del tuo compleanno, ti vedo in ogni posto e dico che amo una parte di te, ne odio un'altra e ce n'è una che non capisco.
Nel giorno del tuo compleanno, non mi prostro davanti a te, non bacio la tua mano, ma la stringo, come si fa fra pari e ti sorrido, se mi sorridi. Ti parlo come a un amico, null'altro.
Queste parole possono costare la vita a un uomo. Francamente, da persona che non crede in nessuna religione e che cerca di rispettare chi crede, non mi sembrano irrispettose. Sono parole di una persona che vive la sua fede in maniera problematica, ma comunque sincera. Non me ne occuperei - e non ce ne dovremmo occupare - se a causa di queste parole Hamza Kashgari non stesse rischiando la vita nel suo paese, l'Arabia Saudita. 
Hamza Kashgari è un giovane di 23 anni, è un blogger, un giovane intellettuale, e ha scritto queste parole su Twitter lo scorso 4 febbraio, in occasione del compleanno di Maometto, rivolgendosi direttamente al profeta. Questi tre "cinguettii" hanno scatenato la reazione di una parte influente del clero sunnita e di molti suoi connazionali; Hamza si è scusato e ha cancellato queste parole dalla rete. Questa storia avrebbe dovuto finire lì; certo avrebbe dovuto farci riflettere sull'intolleranza di una parte dei fedeli di quella religione e sulla necessità di un dibattito culturale su questi temi. Questa riflessione dovrebbe però partire dal fatto che nessuno può ritenersi superiore: per fortuna nel nostro paese, nella "nostra" religione - permettetemi quel "nostra" per indicare il cattolicesimo - questo fanatismo è ormai assolutamente minoritario, ma non sparito.
Di fronte alle minacce di morte che sono continuate anche dopo le sue scuse, Hamza ha deciso di lasciare per qualche tempo il suo paese e di trasferirisi in Nuova Zelanda. Il giovane però è stato arrestato in Malesia, dove l'aereo aveva fatto uno scalo tecnico. Nel frattempo infatti le autorità saudite hanno spiccato contro di lui un mandato di cattura per blasfemia. Hamza è stato immediatamente estradato; in realtà la Malesia non ha un vero e proprio accordo con l'Arabia Saudita per quanto riguarda i casi di estradizione, ma i due paesi islamici hanno buoni rapporti ed evidentemente non è mai positivo mettersi contro una potenza economica come il regime saudita. Un tribunale di Kuala Lumpur aveva sentenziato che Kashgari sarebbe dovuto rimanere in Malesia fino all'apertura del processo, ma il governo malese ha preferito optare per l'estradizione diretta, senza ascoltare le proteste di associazioni come Amnesty International, che si sono immeditamente attivate su questo caso.
A oggi non ci sono notizie su Hamza, non si sa dove sia detenuto né di cosa sia esattamente accusato. Negli ultimi anni in Arabia Saudita la blasfemia e l'apostasia sono state punite prevalentemente con il carcere e le pene corporali, ad esempio centinaia di frustate, ma Amnesty International dice che nel 2008 in quel paese sono state giustiziate 102 persone, accusate di sodomia, di blasfemia e di apostasia; in genere la pena di morte avviene per gli uomini attraverso la decapitazione, mentre per le donne si utilizza un plotone di esecuzione.
L'Arabia Saudita è un "nostro" fedele alleato e quindi il caso di Hamza Kashgari rischia di venir sottaciuto. Il regime saudita sostiene l'insurrezione siriana in nome dei diritti dell'uomo, ha aiutato le forze occidentali a rovesciare il regime di Gheddafi, è il primo produttore al mondo di petrolio e il primo partner commerciale degli Stati Uniti: i governi occidentali pensano che sia meglio tenerselo amico e non sollevare troppi problemi. Noi cittadini non abbiamo molte possibilità per cambiare questo stato di cose, possiamo evitare di essere complici, tacendo. E non possiamo che ripetere le parole che Hamza ha dedicato a Maometto.

domenica 18 marzo 2012

da "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque È Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere, i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli, i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento, i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza, i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate, i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale, i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile. Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero. Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d'un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all'interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D'Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D'Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l'attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

da "Indirizzo del consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori" di Karl Marx

All’alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un fragore di tuono: "Vive le Commune!". Che cos’è dunque la Comune, questa sfinge che tormenta così seriamente lo spirito dei borghesi?
"I proletari di Parigi - diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo - in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora per essi di salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione degli affari pubblici... Il proletariato... ha capito che era suo dovere imperioso e suo diritto assoluto prendere nelle sue mani il proprio destino, e di assicurarsene il trionfo impadronendosi del potere".
[...]
La Comune fu la diretta antitesi all’Impero. Il grido di "Republique sociale", col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di Febbraio non esprimeva che una vaga aspirazione ad una Repubblica che non avrebbe dovuto eliminare solamente la forma monarchica del dispotismo di classe, ma lo stesso potere di classe. La Comune fu la forma positiva di questa Repubblica.
Parigi, sede centrale del vecchio potere governativo, e, nello stesso tempo, fortezza sociale della classe operaia francese, era balzata in armi contro il tentativo di Thiers e dei suoi rurali di restaurare e perpetuare il vecchio potere governativo ereditato dall’Impero. Parigi poteva solamente resistere perché, in conseguenza dell’assedio, si era sbarazzata dell’esercito e lo aveva sostituito con una guardia nazionale, la cui massa era costituita da operai. È questo stato di fatto che doveva, ora, essere trasformato in un’istituzione permanente. Il primo decreto della Comune, quindi, fu la soppressione dell’esercito permanente, e la sua sostituzione con il popolo in armi.
La Comune fu composta da consiglieri municipali, eletti a suffragio universale nei diversi circondari di Parigi. Essi erano responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai o rappresentanti riconosciuti della classe operaia. La Comune non doveva essere un organismo parlamentare, ma un organo di lavoro esecutivo e legislativo nello stesso tempo.
Invece di continuare ad essere lo strumento del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento della Comune, responsabile dinanzi ad essa e revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le branche della amministrazione. Dai membri della Comune fino ai gradi subalterni, le pubbliche funzioni venivano retribuite con salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti funzionari dello Stato scomparvero con i funzionari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà private delle creature del governo centrale. Non solo l’amministrazione municipale, ma tutte le altre iniziative fino allora esercitate dallo Stato passarono nelle mani della Comune.
Una volta abolito l’esercito permanente e la polizia, strumenti di potere del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il potere dei preti; decretò la separazione della Chiesa e dello Stato disciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto ordini possidenti. I sacerdoti furono restituiti al tranquillo riposo della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. La totalità degli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato. Così non solo l’istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le erano state imposte dai pregiudizi di classe e dal potere governativo.
I funzionari della giustizia vennero spogliati di quella finzione di indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare la loro vile sottomissione a tutti i vari governi che si erano alternati al potere ai quali, di volta in volta, avevano prestato giuramento di fedeltà per violare in seguito tale giuramento. Come gli altri funzionari pubblici, i magistrati e i giudici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili.
[...]
La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre per décret du peuple. Sa che per realizzare la propria emancipazione, e con essa quella forma di vita più elevata alla quale tende irresistibilmente la società odierna per la sua stessa struttura economica, essa dovrà passare attraverso lunghe lotte, per tutta una serie di processi storici che trasformeranno completamente le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma soltanto liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia società in via di disfacimento. Pienamente cosciente della sua missione storica e con l’eroica decisione di agire in tal senso, la classe operaia può permettersi di sorridere alle grossolane invettive dei signori della penna e dell’inchiostro, servi senza aggettivi, e della pedantesca protezione dei dottrinari borghesi di buoni propositi che diffondono la loro insipida ignoranza e le loro ostinate idee fisse col tono oracolare dell’infallibilità scientifica.
[...]
La Comune aveva perfettamente ragione di dire ai contadini: "La nostra vittoria è la vostra sola speranza!". Di tutte le menzogne escogitate a Versailles e riprese come un’eco dai gloriosi pennaioli d’Europa a un soldo la riga, una delle più mostruose fu che i rurali dell’Assemblea nazionale rappresentassero i contadini francesi. È sufficiente pensare all’amore del contadino francese per gli uomini a cui, dopo il 1815, aveva dovuto pagare un miliardo di indennità. Agli occhi del contadino francese, l’esistenza stessa di un grande proprietario fondiario è di per sé stessa una violazione delle sue conquiste del 1789. I borghesi, nel 1848, avevano imposto al suo piccolo pezzo di terra la tassa addizionale di 45 centesimi per franco; ma allora l’avevano fatto in nome della rivoluzione; mentre ora avevano fomentato una guerra civile contro la rivoluzione, per far ricadere sulle spalle del contadino il peso maggiore dei 5 miliardi di indennità da pagarsi ai prussiani.
La Comune, d’altra parte, in uno dei suoi primi proclami dichiarava che le spese della guerra dovevano essere pagate da quelli che ne erano stati i veri artefici. La Comune avrebbe liberato il contadino dall’imposta del sangue; gli avrebbe dato un governo a buon mercato; avrebbe trasformato le sue attuali sanguisughe, il notaio, l’avvocato, l’usciere e gli altri vampiri giudiziari, in agenti comunali salariati, da lui eletti e davanti a lui responsabili. Essa lo avrebbe liberato dalla tirannia della guardia campestre, del gendarme e del prefetto; avrebbe sostituito l’istruzione del maestro di scuola al posto dell’istupidimento ad opera dei preti. E il contadino francese è, al di sopra di tutto, uomo di calcolo. Egli avrebbe trovato assolutamente ragionevole che la retribuzione dei sacerdoti, invece di essere estorta dagli agenti delle imposte, dipendesse solo dall’azione spontanea degli istinti religiosi dei parrocchiani. Questi erano i grandi benefici immediati che il governo della Comune - ed esso soltanto - offriva in prospettiva ai contadini francesi. È quindi del tutto superfluo dilungarsi qui sugli altri problemi concreti più complessi, ma di vitale importanza, che solo la Comune era in grado di risolvere e nello stesso tempo, era costretta a risolvere in favore del contadino, come per esempio quello del debito ipotecario, che pesava come un incubo sul suo piccolo appezzamento di terra; quello del proletariato rurale che cresceva di giorno in giorno per tale ragione, e della sua espropriazione che avviene ad un ritmo sempre più rapido in conseguenza dello stesso sviluppo dell’agricoltura moderna e della concorrenza dell’azienda agricola capitalista.

sabato 17 marzo 2012

da "Il Ragno, tema e variazioni" di Enzo Bertinazzo



I
Il ragno, bene o male,
è un intellettuale:
non trae da sé l'ordito
d'una trama funesta?
E' un malvagio di testa:
infatti tesse la tela
fra le vive rame di una pianta
che con i suoi respiri incanta
che con i suoi colori cela
l'insidia della morte.
Flette il ragno razionale
la bellezza ai suoi bisogni,
manipola fantasmi e sogni
per il suo sacco ventrale.
Sfido a trovar esempio più sicuro
d'un intellettuale puro.

[...]

VI
Il ragno filò la ragnatela
nella raggiera della cassa toracica
di un uomo molto importante.
Quando catturò il cuore palpitante
imbozzolandolo nella bava
e vi affondò la ganascia a tenaglia,
l'uomo lassù ebbe un sorriso
e il misero ch'era ai suoi piedi
penso che Dio gli aveva toccato il cuore.
Di bontà si muore.

[...]

XIV
Sazio il ragno
occhio ipnotico
contro il ventre perlaceo
della sera puttanesca.
D'oro.
Effimera.
Vorace.
Nel rebbio delle costole
spolpe
le rosse diastole e sistole del cuore.
Spuria ricchezza dell'immagine.
L'uomo muore.

XV
Un giorno un ragno metafisico
fece la sua tela
entro i pensieri di un uomo venerabile;
poi attese.
Ebbene, prese tante
di quelle mosche grasse di sterco
che ingrossò fino a far scoppiare
la testa che l'ospitava.
Naturalmente,
trattandosi di un ragno metafisico,
la testa reale rimase intatta
...anzi, assunse un'aria così austera
che fa un bel vedere oggi in medaglia.

giovedì 15 marzo 2012

Storie (V). "Gli occhi del cavallo..."

Quella mattina Speusippo fu svegliato all'alba. Era andato a dormire da poco, quella notte avevano festeggiato nella taverna di Agoracrito. E c'era motivo per festeggiare: i greci se ne erano andati, l'assedio era finalmente finito. I grandi costruttori si erano arricchiti con la guerra, avevano avuto le ricche commesse per la manutenzione delle mura, ma per i piccoli artigiani come Speusippo era stata davvero dura; in tempo di guerra le famiglie risparmiavano, non avevavo i soldi per ristrutturare le loro case di città. Ora ci sarebbe stato lavoro per tutti: in quei dieci anni le case in campagna erano state abbandonate, ma adesso che i greci erano andati via, avrebbero potuto tornarci i troiani e naturalmente sarebbe stato necessario riparare i tetti. E in questo Speusippo era uno dei più bravi della città. Era stato un bel giorno, la città sembrava impazzita, tutti avevano voluto andare sulle mura per guardare verso la spiaggia, là dove c'era l'accampamento greco; adesso c'erano soltanto pezzi di legno, tende ormai inservibili, resti di bivacchi, i poveri già pensavano cosa avrebbero potuto trovare tra tutto quel ciarpame. E poi c'era il cavallo, enorme, i quattro grandi tronchi che facevano da zampe, la cassa irregolare che doveva simulare il corpo; Speusippo pensò che nel campo greco non ci fossero dei gran artigiani o che avevano dovuto lavorare molto in fretta - lui avrebbe sicuramente fatto meglio - le assi attaccate male, qualche chiodo non ben ribattuto, un lavoro da garzoni, insomma. Certo la testa del cavallo faceva paura - quella era davvero ben fatta, l'aveva fatta di sicuro un bravo artigiano, quegli occhi sembrava quasi ti guardassero, ti minacciassero. Speusippo giustificò la principessa Cassandra che si era spaventata e che aveva chiesto, urlando, di non fare entrare il cavallo in città. Quella notte tutti nella taverna di Agoracrito si erano fatti beffe di quella ragazza viziata, ma lui non si sentiva di biasimarla: quegli occhi facevano davvero paura. Ma non era il momento di farsi prendere dalla preoccupazione: il peggio ormai era passato. Speusippo era vecchio, era quasi coetaneo del re Priamo, per quello non era stato richiamato alle armi. Lui e sua moglie Eginia avevano avuto soltanto due figli, due gemelli, proprio come i principi Troilo e Cassandra. Suo figlio era morto durante un attacco troiano al campo dei greci; sua figlia lavorava da tre anni in una conceria: la guerra richiede armature.
Quella mattina Speusippo venne svegliato da un araldo inviato dal palazzo reale: tutti gli artigiani di Troia erano stati convocati per abbattere una parte delle mura della città, a fianco delle porte Scee, per permettere al cavallo di entrare in città. A Speusippo quell'idea proprio non piaceva: quel simulacro di legno poteva benissimo stare là dove si trovava, tra i resti del campo dei greci. E poi era sempre la stessa storia: i lavori di abbattimento delle mura erano a carico di tutti gli artigiani, che avrebbero dovuto lavorare gratuitamente; invece gli appalti per la loro ricostruzione sarebbero stati affidati, a carissimo prezzo, sempre alle solite grandi ditte. Comunque Speusippo non poteva certo disobbedire a un ordine reale. Si lavò il viso, si vestì, svegliò il giovane Menio, il garzone che viveva ormai con la sua famiglia da quando era rimasto orfano, preparò i suoi attrezzi. Salutò sua moglie, avrebbe voluto dirle qualcosa di più, ma Menio lo incitava a partire, in strada c'era già una gran confusione, non sembrava affatto che fosse ancora l'alba. Speusippo si ritrovò alle porte Scee, salutò qualche amico, vide molti che conosceva, notò qualche suo concorrente con cui aveva litigato. C'era un grande entusiasmo, si respirava ancora l'aria di festa del giorno precedente; i principi Deifobo ed Enea si trovavano tra gli artigiani, per ringraziarli a nome del re. Speusippo dimenticò ogni inquietudine e partecipò della gioia di tutti: sì, la guerra era finita, bisognava ringraziare gli dei e onorarli attraverso quella bizzarra costruzione di legno. E poi avrebbero ricominciato a lavorare: Speusippo voleva soltanto risparmiare qualche soldo per assicurare una dote a sua figlia e poi lui ed Eginia si sarebbero ritirati in una piccola campagna alle pendici dell'Ida, una casetta che gli aveva lasciato suo padre con un po' di terra intorno; pensò che appena finiti i lavori alle mura lui e Menio sarebbero andati a vedere in che condizioni era. Divisero gli artigiani in squadre, a Speusippo, per la sua esperienza, toccò la responsabilità di guidarne una incaricata di salire in cima alla porte Scee e di cominciare la demolizione dei camminamenti che si trovavano in cima alle mura, dove c'erano i posti di guardia. Il lavoro procedeva veloce: tutti volevano che il cavallo entrasse in città il prima possibile. Speusippo da così in alto si trovava quasi di fronte al muso dell'animale, che intanto un'altra squadra di artigiani aveva avvicinato alle mura, in attesa che il varco fosse pronto. Quella testa di cavallo era davvero ben fatta: una volta a casa avrebbe provato a farne una copia, naturalmente più piccola: sarebbe stato un regalo per sua figlia, una specia di portafortuna. Ora il cavallo era a pochissimi metri da Speusippo, che era come incantato da quegli occhi. Seguiva i lavori a lui affidati con attenzione, ma continuava ad osservare il cavallo. Erano oltre un centinaio gli uomini che lavoravano attorno alle mura e c'era un frastuono terribile: pietre che rotolavano, legni che si spezzavano, urla e comandi che si intrecciavano e si confondevano. Speusippo non sentì il rumore metallico che fece il cavallo quando una delle ruote su cui era trasportato si ruppe. Aiutò Menio a staccare una trave e insieme cominciarono a farla scivolare verso il basso, facendo attenzione a che non colpisse qualcuno. Si girò nuovamente verso il cavallo, guardò gli occhi della statua e all'improvviso vide che quegli occhi lo guardavano: al loro posto c'erano due visi che lo fissavano. Speusippo abbassò lo sguardo e quando rialzò il viso gli occhi del cavallo erano tornati al loro posto: due pezzi di legno nero. Speusippo capì all'improvviso l'inganno ordito dai greci. Doveva dare l'allarme, doveva parlare con il principe Deifobo. Menio intanto staccava l'ultima trave, ma non si accorse di una pietra che stava cadendo su di lui. Speusippo invece la vide, si gettò urlando su quel ragazzo che aveva visto crescere e a cui aveva insegnato il mestiere. Menio si ritrovò gettato su una catasta di legna pronta per essere trasportata via e Speusippo fu colpito sul capo dalla pietra caduta da uno dei merli delle porte. Il corpo dell'artigiano fu lentamente fatto scendere dai camminamenti delle porte Scee, portato a spalla da Menio e dagli altri operai.
I guerrieri greci rimasero in silenzio dentro il cavallo, non osavano più alzare le paratie che Epeo aveva messo al posto degli occhi del grande cavallo; da fuori non si sentiva più alcun rumore, i lavori di abbattimento delle mura erano stati interrotti. Ulisse pensò che ormai quel vecchio artigiano aveva già dato l'allarme e che i guerrieri troiani si stavano preparando ad attaccare; bisbigliò ai suoi uomini di stare pronti a tutto, se i troiani avessero appiccato il fuoco al cavallo si sarebbero dovuti gettare a terra e lanciarsi in un attacco disperato. Il silenzio fuori dal cavallo sembrò durare un'eternità. Poi lentamente Ulisse e i suoi uomini ricominciarono a sentire il rumore delle pietre spezzate; solo non si sentiva più il vociare degli uomini che lavoravano. Tutti conoscevano Speusippo, a diversi di loro aveva insegnato il mestiere, non c'era molta voglia di scherzare dopo che lui era morto così, proprio quando la guerra era ormai finita e per salvare la vita di uno di loro. Al tramonto i lavori erano praticamente terminati, la squadra incaricata di trascinare il cavallo riuscì con fatica a completare il suo lavoro. Era ormai buio: il cavallo era finalmente entrato in città.



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martedì 13 marzo 2012

"Bisogna averci un po' di voglia..." di Edoardo Sanguineti


bisogna averci un po' di voglia di morire, per aderirci, al vivere:
(è una sentenza, questa, che io tento di mettere in testa, da tanto,
in tante forme, e tanto invano, a un mio figliuolo spaventato): (è tutto
un prendere o lasciare, gli ripeto):
(è anche l'opposto giusto di ogni possibile
nesso tra amou de vivre e relativo désepoir): (io condivido, di tutto
Camus, soltanto un suo encomio della chambre d'hôtel, come dell'ottimo
tra i luoghi, per lavorarci, per viverci):
(e lì, cioè qui, il me serait égal
de mourir, è vero):
NOTA BENE:
saranno les philosophies ironiques, quelle che partoriscono le œuvres
passionnéess; ma, sia chiaro, quello che a me importa è il viceversa:

sabato 10 marzo 2012

Considerazioni libere (274): a proposito di una nuova politica estera...

All'improvviso la politica italiana è tornata a parlare di politica estera. Non c'era più abituata e quindi farfuglia, balbetta, spesso sbaglia. Quando parlo di politica italiana non mi riferisco soltanto ai politici veri e propri, ma a tutto il circo mediatico che ci ruota intorno: giornalisti, commentatori, opinionisti in servizio permanente ed effettivo. Ci sono state una serie di circostanze esterne - e naturalmente non previste - che hanno costretto la politica italiana a confrontarsi con quello che succede al di fuori dei nostri confini. Una brava attrice comica ha approfittato dell'occasione di parlare davanti all'Italia, riunitasi per commemorare il festival di Sanremo, per ricordare che da più di quattro mesi Rossella Urru, una giovane cooperante sarda, è tenuta prigioniera da una banda di terroristi nell'Africa settentrionale; questo appello ha risvegliato l'attenzione su un caso di cui si occupavano ormai, a parte la famiglia e gli amici di Rossella, solo poche persone nella rete. Poi le autorità indiane hanno arrestato due marinai italiani, accusati di aver ucciso due pescatori di quel paese, nonostante il governo italiano sostenga che i due militari abbiano agito in acque internazionali e quindi debbano essere giudicati in Italia. Infine il governo inglese, senza coinvolgere quello italiano, ha deciso di organizzare un blitz per liberare due ingegneri, un inglese e un italiano, tenuti prigionieri da un gruppo terrorista in Nigeria; l'azione si è rivelata un fallimento e i due ostaggi sono stati uccisi. Vale la pena ricordare che, dopo la tragica morte di Franco Lamolinara, sono ancora nove gli italiani rapiti all'estero: la già ricordata Rossella Urru, la turista fiorentina Maria Sandra Mariani, il volontario siciliano Giovanni Lo Porto e i sei marinai siciliani ostaggio dei pirati a bordo della "Enrico Ievoli", sequestrata al largo delle coste dell'Oman.
In questi giorni il dibattito è tutto polarizzato sull'incapacità del governo italiano di alzare la voce verso quello indiano e quello inglese; ad esempio sul caso Lamolinara ci sono quelli che preferiscono sottolineare la debolezza del nostro esecutivo e quelli che invece enfatizzano la superbia di quello inglese, come fossimo ancora ai tempi della perfida Albione. Nella vicenda dei due marinai italiani passiamo dal dilettantismo di chi ha deciso di impiegare militari italiani come mercenari, senza definire con chiarezza responsabilità e catene di comando, a un atteggiamento di supponenza verso un paese come l'India che, al di là delle tante contraddizioni che ancora esistono al suo interno, è ormai diventata una potenza politica ed economica. In questi anni la politica estera italiana è stata spesso dettata da obiettivi di natura economica. Di fatto la politica  nello scacchiere africano è stata subappaltata all'Eni e ai suoi interessi, così come il rapporto con la Russia è stato dettato più dalle scelte commerciali di B. e dei suoi amici imprenditori piuttosto che da una visione di strategia geopolitica. E così siamo arrivati al punto che il nostro ministero degli esteri si occupa per lo più della gestione dei rapimenti dei nostri connazionali all'estero, peraltro con risultati non sempre brillanti; pare che la scelta italiana, da tempo, sia quella di pagare, più o meno tacitamente, i riscatti richiesti dai rapitori, in modo da portare a casa i rapiti il prima possibile. In sé penso che la scelta sia condivisibile, soprattutto quando si tratta di persone che sono andate in quei paesi per svolgere un'opera umanitaria.
Questa scelta di affrontare le crisi contingenti non risolve però il problema di fondo, ossia il fatto che il nostro paese da molti anni non ha più una politica estera definita. Questo pesa molto nello scenario internazionale ed è la causa di crisi come quella che coinvolge i due soldati in India. In questi anni l'Italia è stata considerata da una parte della sua classe dirigente una sorta di avamposto a difesa dei confini meridionali dell'Europa oppure come l'appendice di una politica comunitaria incerta e ondivaga. Per svolgere un ruolo attivo in politica estera l'Italia deve immaginare se stessa come promotrice attiva di dialogo e di cooperazione tra i popoli del Mediterraneo e tra questi e l'Europa. Le vicende di quest'ultimo anno hanno reso ancora più evidente che questa mediazione è necessaria. Dobbiamo avere il coraggio di mediare, partendo da tre punti su cui non è possibile trattare: il rifiuto della violenza interna a ciascun paese; la scelta della democrazia politica e la centralità dei diritti umani - diritto alla vita, alla famiglia, al lavoro, all'ambiente, diritti delle donne; il rispetto delle minoranze.
Un elemento essenziale sono gli investimenti in ricerca e in formazione. L'Italia, attraverso incentivi economici e borse di studio, potrebbe diventare il paese in cui le nuove generazioni tunisine, libiche, egiziane - e in generale dell'Africa settentrionale e del Medio Oriente - possano studiare per poi tornare nei loro paesi. L'Italia in questo modo potrebbe incoraggiare i cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo arabo; la cultura crea sinergie, che a loro volta aumentano le possibilità di dialogare con paesi che sono strategicamente fondamentali per l'economia e la sicurezza dell'Italia. In questa prospettiva potrebbe esserci un nuovo ruolo anche per le regioni del Mezzogiorno, che naturalmente sarebbero il fulcro di questa azione di politica estera. Credo che una diversa opzione di politica estera dovrebbe rendere chiaro quanto sviluppo del nostro paese e sviluppo degli altri paesi possano essere intrecciati, e possano significare un vantaggio anche dal punto di vista economico, molto più di occasionali contratti tra questa o quell'industria italiana e qualche paese straniero. Un paese che affrontasse con questi valori il proprio ruolo nel mondo potrebbe probabilmente far valere la propria voce nelle sedi internazionali e con gli altri paesi e potrebbe anche gestire in maniera più efficace i rapimenti di cittadini italiani nel mondo. Un modo diverso di fare politica estera c'è già, lo mostrano ogni giorno persone come Rossella Urru e i tanti cooperanti che sono impegnati in progetti per lo sviluppo di quei paesi: servirebbe un paese che facesse sentire coerenti e condivise quelle scelte.




venerdì 9 marzo 2012

Bruno Buozzi parla il 27 aprile 1924 all'VIII Congresso della Fiom

Durante la guerra i salari degli operai metallurgici non seguirono mai il costo della vita. Durante la guerra gli industriali metallurgici, nella loro grande maggioranza, non cedettero che alla forza e alla paura, e occorse chiamarli a centinaia di fronte ai Comitati di mobilitazione industriale per indurli a concedere qualche aumento di salario ai loro dipendenti. Dopo la guerra – esclusa la parentesi della concessione delle 8 ore, accordate senza resistenza perché era troppo presto per dimenticare le promesse fatte durante la guerra, e perché lo spettro della rivoluzione russa incuteva un sacro terrore su molti che attualmente ostentavano una tal quale fièrezza – in alcune regioni occorsero agitazioni su agitazioni, e scioperi su scioperi, per non riuscire neppure ad ottenere salari adeguati al costo della vita. Né durante, né dopo la guerra – se si toglie un breve periodo immediatamente susseguente alla occupazione delle fabbriche – mai gli indici dei salari degli operai metallurgici raggiunsero quelli del costo della vita e di ciò se ne avrà una larga documentazione nella relazione – di prossima pubblicazione – presentata alla Commissione di indagine sulle condizioni delle industrie. […] Dopo la risoluzione dell’agitazione per la conquista dei minimi di salario, fatta nel 1919 e chiusasi con parecchi concordati regionali, venne più volte rilevata, tanto da parte nostra quanto da parte industriale, la necessità delle particolari esigenze delle diverse branche industriali. Tale revisione iniziata prima localmente in diversi paesi d’Italia, venne poi sospesa, d’accordo fra i dirigenti della Fiom e della Federazione Nazionale Sindacale delle Industrie Metallurgiche e Meccaniche, per procedere ad un revisione di carattere nazionale. Nei colloqui che portarono a questa conclusione, parecchi dei più autorevoli dirigenti delle organizzazioni industriali ebbero a dichiarare che in fatto di concessioni di carattere finanziario non avrebbero lesinato, ma che, per contro, avrebbero chiesto modifiche regolamentari tendenti a ridare una maggiore disciplina al personale. La Fiom presentò un apposito memoriale, in attesa delle trattative, a circa 60.000 operai, sparsi in diverse regioni d’Italia Settentrionale e Centrale, vennero concessi in acconto e col consenso delle organizzazioni industriali, aumenti varianti da una a due lire al giorno. […] Durante le trattative, all’affermazione della Fiom, che non esiste alcuna giustificazione ragionevole perché quando una parte di industriali non può fare concessioni anche quella che può non ne debba fare, il relatore della Federazione Industriale rispondeva implacabilmente: “niente per nessuno: da quando è finita la guerra gli industriali hanno sempre (testuale) calato i pantaloni, ma ora basta e incominciamo da voi!”. Ognuno intende il valore di tale affermazione. Raccogliemmo la sfida – evidentemente lanciata a noi per tutto il proletariato – pur essendo convinti che la battaglia sarebbe stata dura. Agire diversamente sarebbe stata una viltà. Si può argomentare senza tema di essere smentiti che l’agitazione, malgrado la sua estrema gravità, ebbe il consenso della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Gli industriali, in conseguenza della loro bestiale intransigenza, dovuta ad una minoranza reazionaria, che era riuscita a prendere le redini dell’agitazione, si trovarono isolati. Dei grandi organi dell’opinione pubblica italiana, qualcuno manifestò la sua contrarietà per il sistema di lotta adottato dagli operai, ma nessuno osò difendere apertamente gli industriali. La Fiom – come per lo sciopero del 1919 per la conquista dei minimi – ebbe anche allora le simpatie del “Popolod’Italia”, e del suo Direttore. “Il Popolo d’Italia”, pur non essendosi eretto a portavoce dell’agitazione, non risparmiò rimproveri agli industriali e non nascose le sue simpatie per gli operai in lotta. […] Dalla marcia su Roma in poi, la pressione fascista sulle nostre organizzazioni si è sviluppata in modo tale da non avere bisogno di illustrazioni. La nostra opera si esplica fra difficoltà che, al loro confronto, quelle delle reazioni del 1892 e 1898 appaiono ridicole. Fuori dei grandi centri o di qualche raro capoluogo di Provincia, non è più possibile che qualche modesta riunione segreta in campagna o fra i monti. Ci sono operai costretti ad essere iscritti alle Corporazioni: pena la fame o l’esilio, i quali sono più che mai affezionati alla Fiom e ce ne danno spesso dimostrazioni tangibili. La situazione però non ci consente di illustrare tutta l’opera che la Fiom va svolgendo nell’interesse degli operai. Molti industriali, convinti e sicuri che l’enorme maggioranza dei loro operai è ancora spiritualmente colla Fiom, trattano e discutono con noi, ma si raccomandano di non dare pubblicità alle trattative e agli accordi. Le preoccupazioni sono giustificate. In parecchie località agli industriali venne intimato di non riceverci. E quando l’intimazione non venne accolta si ebbero violenze. Comunque, la Fiom ha adeguato la sua azione alle necessità dei tempi col più alto senso di dignità, l’attività dei suoi funzionari è attualmente superiore piuttosto che inferiore a quella degli anni passati, e ciò del resto è risaputo anche dalle Sezioni, alle quali l’assistenza dei segretari federali non è mai mancata, anche quando poteva esporre a pericoli. […] Pertanto, rese impotenti le organizzazioni facenti capo alla Confederazione Generale del Lavoro, stipendiati e salariati sono oramai alla mercé dei datori di lavoro perché le Corporazioni fasciste, sia perché ossessionate dalla fregola di dimostrare che la lotta di classe è ben morta, sia perché mancanti di dirigenti competenti, sia perché i loro soci sono in gran parte coatti e non danno perciò alcuna attività concreta, finiscono per assoggettarsi quasi sempre alla volontà dei datori di lavoro. Organizzatori non si ci improvvisa, specialmente in un campo vasto e complesso come quello delle industrie siderurgiche, metallurgiche, meccaniche, navali ed affini. Salvo rare eccezioni, le vertenze finora sostenute nel nostro campo dalle corporazioni sindacali sono state impostate e condotte nel modo più infantile e senza un indice che denoti una superficiale conoscenza delle industrie e della organizzazione del lavoro. Quasi tutti i dirigenti delle corporazioni sindacali provengono da quel tale movimento sindacalista rivoluzionario che odiava il praticismo, che derideva quelli che si sforzavano di conoscere le industrie e di persuadere gli operai della necessità di preoccuparsi delle condizioni delle industrie stesse, che chiamava noi in senso di disprezzo “manipolatori di tariffe” perché ci sforzavamo di adeguare le tariffe e i concordati alle necessità delle industrie, e che combatteva i concordati a lunga scadenza – da noi sempre sostenuti per garantire una certa tranquillità alle industrie – affermando che ogni giorno gli operai avevano il diritto di buttare all’aria il concordato stipulato il giorno precedente. La loro mentalità non è per nulla cambiata. Sono passati all’eccesso opposto. Colla stessa irragionevolezza colla quale si battevano per la guerra di classe (non già per la lotta di classe intesa in senso civile) oggi si battono per la collaborazione, e poiché per questa non hanno alcuna preparazione, chi ha ragione sono sempre gli industriali.

giovedì 8 marzo 2012

"La marcia" di María Victoria Atencia


Eravamo gente abituata al dono della mansuetudine
e alla vaga memoria di un cammino verso un qualche luogo.
E nessuno diede l’ordine. - Chi avrebbe saputo il momento.-
Ma tutti, allo stesso tempo e in silenzio, lasciammo
il rifugio usuale, il fuoco acceso che alla fine si sarebbe spento,
gli utensili docili all’uso delle mani,
il cereale cresciuto, le parole a metà, l’acqua che traboccava.
Non ci fu alcun segnale. Ci alzammo in piedi.
Non ci voltammo indietro. Cominciammo la marcia.

mercoledì 7 marzo 2012

"L'aspro sapore del mare" di Derek Walcott


Quella vela piegata dalla luce,
stanca d'isole,
una goletta che batte il Mar dei Caraibi

per ritornare, potrebbe essere Odisseo
diretto a casa attraverso l'Egeo:
quel desiderio di padre e di marito,

sotto l'aspro livore della vecchiezza,
è come l'adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.

E questo non assicura la pace. L'antica guerra
tra ossessione e responsabilità
non può finire ed è la stessa

per il naufrago e per chi sul lido
ora infila i piedi nei sandali per rientrare
da quando Troia ha spirato l'ultima fiamma

e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque
dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono
alle conclusioni dell'esausta risacca.

I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

lunedì 5 marzo 2012

da "Ricordate quel 25 aprile?" di Massimo Mila


Altro incarico di Leone: andare a Bologna, prendere contatto con un operaio che si sapeva disposto a prendere visione della nostra stampa e a diffonderla nella sua regione. Erano esperienze indimenticabili. [...] L'incontro con lo sconosciuto operaio bolognese. Dietro la sua tenda, nella sua stanzetta, avrebbero benissimo potuto esserci due agenti. Invece era un operaio straordinario. Era la prima volta che nella mia vita di studentello borghese vedevo una stanza di operaio. Era una celletta molto più piccola di quelle dove poi avremmo trascorso diversi anni sia io che l'operaio in questione, ma era pulita da potersi specchiare. Un ordine, in quella stanza grossa così, straordinario, la bicicletta appesa a un chiodo sopra il letto che non tenesse posto, lo scaffalino con una cinquantina di libri, qualche romanzo di Jack London e diversi libri di economia e di storia che io non avevo mai letto e che non ho letto nemmeno dopo. Una persona straordinaria.

domenica 4 marzo 2012

"Elèni" di Georgos Seferis


Se è vero che è una favola, se è vero
che l'uomo più non troverà
l'inganno antico degli dei;
se è vero
che a gran distanza d'anni, un altro Teucro
un altro Aiace, o un Priamo o un'Ecuba o un anonimo
ignoto, che abbia visto
tuttavia traboccare di corpi il fiume Scamandro
non abbia questa sorte nel suo fato:
di sentire arrivare messaggeri
con la nuova che tanto dolore, tante vite
sono finiti nel baratro
per una spoglia vuota, per un'Elena.

sabato 3 marzo 2012

Considerazioni libere (273): a proposito dell'opposizione che dovremmo fare...

Quello che penso sul progetto della Torino-Lione - per quel pochissimo che vale la mia opinione - l'ho detto in una "considerazione" del luglio scorso, a cui ho aggiunto in questi giorni una postilla, che non cambia comunque il senso di quel primo scritto. Penso sia un errore, lo pensavo allora e tanto più lo penso oggi, alla luce della crisi economica in cui ci troviamo. Mi rimane un rammarico; poteva essere l'occasione per esercitare un po' di sano riformismo, per avviare una discussione approfondita sul sistema delle infrastrutture nel nostro paese: penso che l'alta velocità, progettata in un altro modo - ad esempio come collegamento non solo tra nord-ovest e nord-est, ma anche tra nord e sud del paese - avrebbe potuto essere un'opportunità, largamente condivisa dagli italiani. Prendo atto che hanno deciso di fare altro.
Ad ogni modo, in questi giorni non stiamo discutendo nel merito del progetto, confrontandoci su conti economici e prospettive di sviluppo; la vicenda della Tav è diventata la metafora della contrapposizione, più o meno dura, più o meno violenta, tra governo, inteso nel senso più largo possibile, e opposizione sociale. Va dato atto a Monti di essere stato, come al solito, chiaro: la Tav si farà. Punto. La classe dirigente di questo paese, praticamente in maniera unanime, ha deciso che la realizzazione di quel pezzo di ferrovia nel nord Italia è una priorità irrinunciabile, qualcosa su cui si gioca il futuro del paese. Intendiamoci bene: il fatto che un governo decida non è sbagliato in sé - anzi il problema è quando un governo rinuncia, per debolezza o per convenienza, a questa funzione e non decide - il problema è che su questa decisione c'è una minoranza, non esigua, di cittadini che è tenacemente contraria, perché ha studiato il problema, lo ha dibattuto, ha analizzato vantaggi e svantaggi. In Val di Susa, da anni, moltissimi cittadini hanno affrontato il problema, acquisendo una competenza invidiabile: quelle persone quando parlano di alta velocità - anche per la loro innata serietà di valligiani abituati a conoscere il valore delle parole - sanno di cosa stanno parlando. Non si vuol considerare interlocutori gli "esagitati" che in nome della protesta no-Tav occupano strade e ferrovie nel resto dell'Italia? E' sbagliato anche questo, ma è comprensibile. Dire invece agli abitanti della Val di Susa che l'opera si farà perché ormai abbiamo deciso di farla è un grave errore e anche il segno di una debolezza di fondo. A persone che sono convinte di aver ragione non si può dire semplicemente che stanno giocando una partita ormai persa. Anzi ci sono cause perse che, proprio per il fatto che sono tali, spingono a battersi senza riserve, fino all'ultimo. E qui siamo al nodo del problema, al punto chiave: la democrazia non è solo decisione - e decisione a maggioranza, naturalmente - ma è anche partecipazione e convinzione. Ormai, su questa specifica questione, siamo arrivati al punto che nessuno accetta più di essere convinto, le posizioni si sono inesorabilmente radicalizzate e sono diventate inconciliabili. Però sono quelli che sono in maggioranza ad avere l'onere di convincere la minoranza, tanto più che è questa minoranza a dover subire i disagi della scelta.    
E allora il problema è quello di come intendiamo la democrazia. Io sono uno di quelli che considera il governo Monti un'anomalia istituzionale; la crisi che ha portato alle dimissioni di Berlusconi e alla nascita di questo governo è avvenuta al di fuori delle aule parlamentari e sotto il decisivo impulso di autorità straniere, alcune delle quali - come il presidente della Bce - non elette. Inoltre in questi primi mesi di attività abbiamo assistito al passaggio della funzione legislativa dal parlamento al governo, attraverso il meccanismo dei decreti e dei successivi voti di fiducia. Questo governo, dal momento che il paese è sotto la spada di Damocle del possibile fallimento, non ha praticamente opposizione parlamentare e poca opposizione sociale - in pratica all'opposizione c'è solo la Cgil - e non ha contro nessun mezzo di informazione. E' probabilmente il più "forte" governo della storia repubblicana e non è un caso che si sia assunto il compito di intervenire in alcuni campi molto delicati, riducendo le tutele previdenziali e abolendo una parte dello Statuto dei lavoratori. Ed è il governo che imporrà la Tav, a prescindere da quello che pensano gli abitanti della Val di Susa. Io penso che in Italia ci sia un problema democratico, come in Grecia e come nel resto del mondo. Chi decide - anche ammesso sia la maggioranza - non ha tempo e soprattutto voglia di convincere chi è in minoranza.
Non è facile essere all'opposizione di questo governo - o di questo blocco di potere, come si sarebbe detto una volta. Lo abbiamo visto in questi giorni: un imbecille che avrebbe fatto meglio quel giorno a stare a casa e soprattutto che avrebbe dovuto stare zitto nei giorni successivi è diventato il protagonista di una protesta che ha altri contenuti e un altro spessore. Eppure quell'imbecille è stato funzionale al racconto che è stato fatto delle proteste. Quando le manifestazioni in Val di Susa si sono fatte più accese e quando, attorno al quel tema, si è condensato gran parte del malcontento che inevitabilmente si agita nel paese, è stata scatenata l'arma "fine di mondo": si è tornato a parlare di terrorismo. Come noto una bugia ripetuta mille volte finisce per diventare una verità e allo stesso modo ci sono profezie che si autoavverano. Le manifestazioni continueranno e prima o poi qualcuno morirà: è inevitabile, perché le disgrazie - anche al netto della stupidità umana - possono sempre succedere. Il tessuto già sbrindellato di questo paese non reggerà allo strappo causato dalla morte di un poliziotto o di un manifestante. Io voglio poter dire che sono contrario alla Tav, così come sono contrario all'abolizione dell'art. 18, voglio poter manifestare, andare in piazza, fare sciopero, senza essere considerato come uno che lotta contro questo paese; io lotto per un paese diverso. E la lotta, anche quando non è violenta, ha una sua radicalità, anche nel linguaggio, a cui io non voglio rinunciare.
Condivido un pensiero di Adriano Sofri, una persona che sul tema credo abbia qualcosa da insegnarci:
Dunque si torna a quella domanda: che cosa è giusto fare quando si sa e si crede di avere ragione, e ci si accorge di trovarsi in un vicolo cieco? La nonviolenza è nata per rispondere a questa domanda ricorrente, ma la nonviolenza è una scelta morale e un metodo, non una garanzia di vincere.
[...] Non so come la cittadinanza della Val di Susa possa impiegare una responsabilità che le autorità mostrano di non avere: di non riuscire ad avere, anche se lo desiderassero davvero, inchiodate come si sono al loro ruolo. Penso che ci sia un legame, solo in apparenza paradossale, fra la convinzione di avere ragione e di battersi non solo per sé e per il proprio cortile, ma anche per gli altri e per le generazioni a venire, e il coraggio di uscire dall'angolo, di proclamare un disarmo unilaterale e farne il terreno nuovo sul quale disarmare l'oltranzismo avversario. Di far scivolare il No-Tav, piuttosto che verso il corpo a corpo, verso l'irriducibile "Preferirei di no" dello scrivano Bartleby. Di reinventare le risorse della diserzione. Non so se sia possibile. So che comunque non lo sarebbe, se non si spostasse la testimonianza dal cantiere dei fantasmi ai cittadini che la Val di Susa la conoscono sì e no in cartolina, e anche di quelli che non sono militanti di niente, se non della democrazia.