lunedì 27 giugno 2011

da "Le città invisibili" di Italo Calvino


Laudomia
Ogni città, come Laudomia, ha al suo fianco un'altra città i cui abitanti si chiamano con gli stessi nomi: è la Laudomia dei morti, il cimitero. Ma la speciale dote di Laudomia è d'essere, oltre che doppia, tripla, cioè di comprendere una terza Laudomia che è quella dei non nati.
Le proprietà della città doppia sono note. Più la Laudomia dei vivi si affolla e si dilata, più cresce la distesa delle tombe fuori delle mura. Le vie della Laudomia dei morti sono larghe appena quanto basta perché giri il carro del becchino, e vi s'affacciano edifici senza finestre; ma il tracciato delle vie e l'ordine delle dimore ripete quello della Laudomia viva, e come in essa le famiglie stanno sempre più pigiate, in fitti loculi sovrapposti. Nei pomeriggi di bel tempo la popolazione vivente rende visita ai morti e decifra i propri nomi sulle loro lastre di pietra: a somiglianza della città dei vivi questa comunica una storia di fatiche, arrabbiature, illusioni, sentimenti; solo che qui tutto è diventato necessario, sottratto al caso, incasellato , messo in ordine. E per sentirsi sicura la Laudomia viva ha bisogno di cercare nella Laudomia dei morti la spiegazione di se stessa, anche a rischio di trovarvi di più o di meno: spiegazioni per più di una Laudomia, per città diverse che potevano essere e non sono state, o ragioni parziali, contraddittorie, elusive. Giustamente Laudomia assegna una residenza altrettanto vasta a coloro che devono ancora nascere; certo che lo spazio non è in proporzione al loro numero che si suppone sterminato, ma essendo un luogo vuoto, circondato da un'architettura tutta nicchie e rientranze e scanalature, e potendosi attribuire ai non nati la dimensione che si vuole, pensarli grandi come topi o come bachi da seta o come formiche o uova di formica, nulla vieta di immaginarli ritti o accoccolati su ogni aggetto o mensola che sporge dalle pareti, su ogni capitello o plinto, in fila oppure sparpagliati, intenti alle incombenze delle loro vite future, e contemplare in una sbavatura del marmo l'intera Laudomia di qui a cento o mille anni, gremita di moltitudini vestite in fogge mai viste, tutti per esempio in barracano color melanzana, o tutti con piume di tacchino sul turbante e riconoscervi i discendenti propri e quelli delle famiglie alleate e nemiche, dei debitori e creditori, che vanno e vengono perpetuando i traffici, le vendette, i fidanzamenti d'amore o d'interesse. I viventi di Laudomia frequentano la casa dei non nati interrogandoli; i passi risuonano sotto le volte vuote; le domande si formulano in silenzio: ed è sempre di sé che chiedono i vivi, e non di quelli che verranno; chi si preoccupa di lasciare illustre memoria di sé, chi di far dimenticare le sue vergogne; tutti vorrebbero seguire il filo delle conseguenze dei propri atti; ma più aguzzano lo sguardo, meno riconoscono una traccia continua; i nascituri di Laudomia appaiono puntiformi come granelli di polvere, staccati dal prima e dal poi. La Laudomia dei non nati non trasmette, come quella dei morti, una qualche sicurezza agli abitanti della Laudomia viva, ma solo sgomento. Ai pensieri dei visitatori finiscono per aprirsi due strade, e non si sa quale riserbi più angoscia: o si pensa che il numero dei nascituri superi di gran lunga quello di tutti i vivi e tutti i morti, e allora in ogni poro della pietra s'accalcano folle invisibili, stipate sulle pendici di un imbuto come sulle gradinate d'uno stadio, e poiché a ogni generazione la discendenza di Laudomia si moltiplica, in ogni imbuto s'aprono centinaia di imbuti ognuno con milioni di persone che devono nascere e protendono i colli e aprono la bocca per non soffocare; oppure si pensa che anche Laudomia scomparità, non si sa quando, e tutti i suoi cittadini con lei, cioè le generazioni si succederanno fino a raggiungere una cifra e non andranno più in là, e allora la Laudomia dei morti, e quella dei non nati sono come le ampolle d'una clessidra che non si rovescia, ogni passaggio tra la nascita e la morte è un granello di sabbia che attraversa la strozzatura, e ci sarà un ultimo abitante di Laudomia a nascere, un ultimo granello a cadere che ora è qui che aspetta in cima al mucchio.

domenica 26 giugno 2011

da "I-TIGI Racconto per Ustica" di Marco Paolini


Insomma a bordo c’era: un dentista, un commerciante di carni, c’era una laureanda in lingua dell’Università di Padova, una insegnante di scuola media, un operaio, c’era un’avvocatessa, un bracciante agricolo, un carabiniere in licenza... poi c’era due impiegati del Ministero delle Finanze, c’erano un ingegnere, alcuni pensionati, un giornalista di “Lotta continua”, un rappresentante di ditte dolciarie e fitofarmaci, un fotografo ambulante, il gestore dei laboratori di produzione dei gelati Nevada; un altro commerciante, c’era poi una laureata in ingegneria nucleare, un’agente di cambio, un agente di commercio, un agente di pubblica sicurezza, un impiegato dell’Ospedale militare di Palermo, una impiegata dell’Hotel De Palm; un piastrellista, una bracciante agricola temporaneamente baby sitter, un altro carabiniere in permesso, un assicuratore, un imprenditore edile, un manovale edile, poi c’era un ragioniere, c’era un geometra, c’erano alcuni studenti universitari, una impiegata di farmacia, un’albergatrice e poi un perito metalmeccanico, altri pensionati. Sì, e poi c’era anche una professoressa di analisi matematica e una borsista anch’essa in matematica e c’era anche un commerciante in tessuti, e poi c’erano due tecnici della Snam Progetti. Un viaggiatore di commercio, sì e poi, un capo ufficio di banca e un impiegato di banca, poi c’era un maresciallo della Guardia di Finanza in pensione; poi c’erano tredici bambini, di cui due neonati, tutti in attesa di futuro e occupazione nella vita, una hostess, un’assistente di volo, un comandante pilota e un primo Ufficiale copilota al posto di servizio.
A me sto aereo, sembra un treno, con tutti questi mestieri, non è più nel 1980, che gli aerei li guardi passare e basta, è quel momento che li puoi cominciare a prenderli, puoi decidere costa un po’ di più…

da "Lettera ad una professoressa" di don Lorenzo Milani

Dopo l'istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche i ragazzi di paese. Tutti bocciati naturalmente.
Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.
Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio. Il maestro per loro era dall'altra parte della barricata e conveniva ingannarlo.
Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c'era registro.
Anche sul sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio. Comunque sul principio era l'unica materia scolastica che li svegliasse.
Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio.
Due pagine erano tutte consumate. Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s'è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un'altra volta. Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente. E' razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori. Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l'avevano giudicato un cretino. Volevano che ripetesse la prima per la terza volta. Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno. Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l'officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età. Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E' stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. Sandro se ne ricorderà per sempre. Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no. La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose estano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani. Per esempio in prima gli avreste detto riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda ed in terza leggete roba scriba per adulti.
Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare. A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo. Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto. Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?
Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere. Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima.
Bella cura la vostra. Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo. Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: - Non si dice lalla, si dice aradio. Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola. "Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua"; l'ha detto la Costituzione pensando a lui.

sabato 25 giugno 2011

da "Le città invisibili" di Italo Calvino

Leonia
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arrestare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’inalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermantazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

venerdì 24 giugno 2011

Considerazioni libere (240): a proposito di associazioni segrete e di oscure conventicole...

Della loggia massonica P2 conosciamo almeno due documenti importanti. C'è prima di tutto la lista degli affiliati: si tratta di 932 nomi, tra cui c'erano quarantaquattro parlamentari, tre ministri del governo allora in carica, un segretario di partito, i vertici dei servizi segreti militare e civile, dodici generali dei carabinieri, cinque generali della guardia di finanza, ventidue generali dell'esercito, quattro dell'aeronautica militare, otto ammiragli, un gran numero di magistrati e di funzionari pubblici, ventisette giornalisti e dieci dirigenti Rai. Poi c'è il cosiddetto Piano di rinascita democratica, una sorta di programma dell'organizzazizone segreta, le cui linee guida prevedevano, se non un vero e proprio regime dittatoriale - come quello instaurato dai Colonnelli in Grecia - sicuramente una svolta decisamente autoritaria, con la messa in mora di molti principi della Costituzione repubblicana.
Nonostante il lavoro meritorio di alcuni magistrati e di una parte della commissione parlamentare d'inchiesta, in particolare della sua presidente, Tina Anselmi, sono ancora molte le cose che non si conoscono della P2; non sappiamo quale era l'effettivo ruolo di Licio Gelli e se c'era, sopra di lui, un livello di controllo e di "governo" della loggia mai emerso, non sappiamo quale fu il peso dell'amministrazione statunitense nel sostenere e nel finanziare questa organizzazione, soprattutto non sappiamo esattamente come la P2 influì sulla vita politica e istituzionale del nostro paese tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli Ottanta. Sarebbe importante leggere alcuni dei libri che sono stati scritti su questa storia, come Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta P2 di Sergio Flamigni, per molti anni parlamentare del Pci e tra i più profondi conoscitori delle trame oscure di questo paese. La storia della P2 è comunque una storia tragica, perché intrecciata più o meno strettamente, con stragi e delitti, da Aldo Moro agli ignari viaggiatori della stazione di Bologna, per ricordare soltanto due episodi della nostra storia recente, in cui la loggia segreta ha avuto un ruolo, ancora da capire fino in fondo.
Di quella che i giornali in questi giorni hanno ribattezzato, con poca fantasia, P4 non sappiamo ancora molto. Pare non ci sia una lista così nutrita di persone: i "soci" di questo club - affiliati mi pare troppo, visto il livello - sono tre, al massimo quattro, per quanto questi pochi possano dire di conoscere molte altre persone: Bisignani, l'uomo al centro di questa nuova rete, è stato definito da uno dei suoi più autorevoli "amici", Gianni Letta, "amico di tutti", anzi pare proprio che la sua professione sia essere "uomo di relazioni". Sicuramente non c'è un testo analogo al Piano di rinascita democratica. Visto però che siamo nell'epoca delle comunicazioni via telefono cellulare, sempre e comunque, della P4 conosciamo centinaia e centinaia di pagine di intercettazioni che in questi giorni leggiamo nei giornali. E ne esce un ritratto del paese desolante.
Non so se nelle intercettazioni ci sono gli estremi per condannare qualcuno, se si tratti solo di un legittimo lavoro di lobby o ci siano dei reati, ma certo tutti quelli che che ci compaiono dovrebbero vergognarsi per la magra figura che ci fanno. C'è il nobile Montezemolo, il modello dello spirito bipartisan della "nuova Italia", che telefona a Bisignani per chiedere che questi interceda presso il direttore generale affinché faccia lavorare la casa di produzione della sua ex fidanzata. Al centro delle trame della P2 c'era il controllo del Corriere della sera, mentre i novelli cospiratori della P4 pare che aspirino al controllo di Dagospia. Gran parte delle telefonate sono piene di pettegolezzi, maldicenze, piccole beghe da comari di provincia. Uno dei presunti capi della P4, l'ex magistrato napoletano Papa è solito regalare alla sue "amiche" orologi "nudi", senza scatola. E via elencando, basta prendere un qualsiasi giornale - tranne ovviamente gli house organ di B. - per farsi un'idea di questa Italia meschina e piccina, delle piccole raccomandazioni, delle prebende da quattro soldi, delle minacce e delle blandizie da millantatori.
Dice Marx: "la storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia la seconda in farsa"; ecco ora siamo chiaramente alla seconda fase. Con questa "considerazione" non voglio certo rivalutare la P2, una delle pagine più nere della nostra storia repubblicana. Probabilmente se avessimo potuto ascoltare gli arcani conversari degli affiliati avremmo ascoltato anche in quel caso i tentativi di trovare un posto di lavoro per un figlio, un'amante, un cognato, mascherati dai propositi di salvare l'Italia dal comunismo e di mantere il paese nell'area atlantica. Né voglio sottovalutare il peso e il ruolo di questa nuova associazione di ribaldi - che però non vorrei etichettare come P4. Il fatto che un uomo come Bisignani abbia un tale potere nelle proprie mani la dice lunga sulla debolezza della nostra classe politica e imprenditoriale. Personalmente mi pare che nelle intercettazioni i reati ci siano e fa bene la magistratura a proseguire le indagini. Ma c'è soprattutto lo squallore di una classe dirigente che non trova neppure giustificazione alla propria avidità, all'affannosa ricerca di un privilegio per sé e per i propri familiari. Certamente nessuno della P4 immagina un golpe, è sufficiente piazzare la propria "favorita" in un reality show.

giovedì 23 giugno 2011

Considerazioni libere (239): a proposito di pubblicità...

Un po' meno di un anno fa - il 2 settembre del 2010, nella "considerazione" n. 158, per la precisione - ho parlato della volgarità di uno spot di una grande azienda di telefonia mobile, in cui si indugiava, con insistita morbosità, sul corpo di Belen Rodriguez, appena uscita da una piscina. Nei mesi successivi c'è stata una campagna, probabilmente alimentata dalla stessa azienda, per denunciare il cattivo gusto di tutta una serie di spot, gli ultimi della serie, il cui unico elemento narrativo era ormai l'ossessivo mostrarsi della stessa Belen. Come ho scritto allora, io non ho nulla contro questa ragazza, che anzi dimostra nelle interviste una certa intelligenza e sagacità.
Credo appunto che gli stessi creativi - usiamo pure questa parola che si usa il più delle volte, come in questo caso, a sproposito - assoldati dalla Tim, abbiamo prima realizzato quei brutti messaggi pubblicitari e in seguito, accortisi che ormai i due testimonial, insieme all'incolpevole Belen c'era anche il povero De Sica, avevano esaurito il proprio compito - avevano esaurito la propria "spinta propulsiva", diciamo così, con un'espressione d'altri tempi - abbiano deciso che quegli stessi spot da loro ideati erano diventati volgari. La regola è sempre quella: parlatene pure male, l'importante è che se ne parli. Anzi hanno impostato una nuova campagna promozionale ingaggiando una nuova bellissima ragazza, la modella Bianca Balti, vestendola di tutto punto, per interpretare monna Lisa e un'improbabile dama dell'ermellino accanto al Leonardo di Neri Marcorè. Gli spot sono abbastanza divertenti e quindi tutto è a posto madama la marchesa: salvo il fatturato e salva la dignità della donna, ormai non più prigioneria soltanto della propria bellezza. La nuova campagna promozionale è stata preceduta e accompagnata da una serie di interviste con la stessa Balti, in cui importanti firme del giornalismo italiano si sperticavano in lodi per il nuovo corso scelto dalla Tim. Anche in questo nulla contro la Balti, anch'essa ragazza intelligente e capace.
Tutto bene fino a quando è durato l'inverno. Da alcuni giorni, con l'arrivo dell'estate, i soliti creativi si sono resi conto che avere sotto contratto una bellezza come Bianca Balti e non sfrutturla doveva sembrare un peccato mortale. E infatti sono comparsi lungo le strade delle nostre città cartelli pubblicitari in cui la giovane, smessi i castigati panni di monna Lisa, indossa un meno leonardesco bikini. L'immagine è sempre quella: una bella e giovane donna che serve a promuovere un prodotto. Francamente non mi pare che i "nuovi" creativi della Tim abbiano fatto un grande sforzo.

p.s. neppure i creativi incaricati di "inventare" la campagna della prossima Festa dell'Unità di Roma hanno fatto un grande sforzo: due belle gambe, scoperte dal vento del cambiamento...

martedì 21 giugno 2011

"L'altro" di Hans Magnus Enzenberger


Uno ride
si interessa
ha il mio viso con pelle e capelli sotto il cielo
lascia rotolare parole dalla mia bocca
uno che ha denaro e paura e un passaporto
uno che litiga e ama
uno si diverte
uno si dimena

ma non io
io sono l'altro
che non ride
che non ha viso sotto il cielo
e alcuna parola nella sua bocca
ed è sconosciuto a sé e a me
non io; l'altro; sempre l'altro
che non vince e non è vinto
che non si interessa
che non si muove

l'altro
che è indifferente a sé stesso
del quale io non so niente
del quale nessuno sa chi è
che non mi muove
questo io sono.

sabato 18 giugno 2011

da "Il capitale" di Karl Marx

Dunque il capitalista invoca la legge dello scambio delle merci. Come ogni altro compratore, cerca di spremere dal valore d’uso della sua merce la maggiore utilità possibile. Ma all’improvviso s’alza la voce dell’operaio, che era ammutolita nell’incalzare e nel tumulto del processo di produzione:
La merce che ti ho venduto si distingue dal volgo delle altre merci per il fatto che il suo uso crea valore, e valore maggiore di quanto essa costi. E per questa ragione tu l’hai comprata. Quel che dalla tua parte appare come valorizzazione del capitale, dalla mia parte è dispendio eccedente di forza-lavoro. Tu ed io, sul mercato, conosciamo soltanto una legge, quella dello scambio di merci. E il consumo della merce non appartiene al venditore che la aliena, ma al compratore che l’acquista. A te dunque appartiene l’uso della mia forza-lavoro quotidiana. Ma, col suo prezzo di vendita quotidiano, io debbo, quotidianamente, poterla riprodurre, per poterla tornare a vendere. A parte il logorio naturale per l’età ecc., io debbo essere in grado di lavorare domani nelle stesse condizioni normali di forza, salute e freschezza di oggi. Tu mi predichi continuamente il vangelo della "parsimonia" e della "astinenza". Ebbene: voglio amministrare il mio unico patrimonio, la forza-lavoro, come un ragionevole e parsimonioso economo e voglio astenermi da ogni folle sperpero di essa. Ne voglio render disponibile quotidianamente, mettendolo in moto e convertendolo in lavoro, soltanto quel tanto che è compatibile con la sua durata normale e col suo sano sviluppo. Tu puoi mettere a tua disposizione, in un solo giorno, con uno smoderato prolungamento della giornata lavorativa, una quantità della mia forza-lavoro maggiore di quanta io ne possa ristabilire in tre giorni. Quel che tu guadagni così in lavoro, io lo perdo in sostanza lavorativa. L’uso della mia forza lavorativa e il depredamento di essa sono cose del tutto differenti. Se il periodo medio nel quale un operaio medio può vivere, data una misura ragionevole di lavoro, ammonta a trent’anni, il valore della mia forza-lavoro, che tu mi paghi di giorno in giorno, è [1 : (365 x 30)] cioè, 1 : 10.950 del suo valore complessivo. Ma se tu la consumi in 10 anni, tu mi paghi quotidianamente 1/10.950 del suo valore complessivo, invece di 1/3.650: cioè mi paghi soltanto un terzo del suo valore giornaliero, e mi rubi quindi quotidianamente due terzi del valore della mia merce. Tu mi paghi la forza-lavoro di un giorno, mentre consumi quella di tre giorni. Questo è contro il nostro contratto e contro la legge dello scambio delle merci. Io esigo quindi una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo esigo senza fare appello al tuo cuore, perchè in questioni di denaro non si tratta più di sentimento. Tu puoi essere un cittadino modello, forse membro della Lega per l’abolizione della crudeltà verso gli animali, per giunta puoi anche essere in odore di santità, ma la cosa che tu rappresenti di fronte a me non ha cuore che le batta in petto. Quel che sembra che vi palpiti, è il battito del mio proprio cuore. Esigo la giornata lavorativa normale, perchè esigo il valore della mia merce, come ogni altro venditore.

È evidente: astrazione fatta da limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore. Dall’altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite del suo consumo da parte del compratore, mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci.
Fra diritti eguali decide la forza.
Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa - lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia.

venerdì 17 giugno 2011

"Descrizione della mia morte" di Giovanni Giudici


Poiché era ormai una questione di ore
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.

Ero il bambino che si accompagna dal dentista
E che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.

Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.

Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.

Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.

Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.

Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.

mercoledì 15 giugno 2011

Considerazioni libere (238): a proposito di referendum e partecipazione...

La soddisfazione è legittima e giustificata: con le amministrative e con i referendum di questa meteorologicamente incostante fine di primavera abbiamo raggiunto alcuni risultati che, se non impossibili, ci apparivano difficilmente raggiungibili solo alcuni mesi fa. Penso sia un errore farsi prendere dall'euforia e dall'entusiasmo e pensare che ormai il più sia fatto, ma sarebbe altrettanto sbagliato sottovalutare i dati positivi, che provo a mettere in fila, almeno per come mi sembrano a me.
Il primo dato è che le forti mobilitazioni per le amministrative e i referendum non sono state estemporanee, ma si inseriscono in una fase della vita sociale italiana che ha visto due importanti momenti di partecipazione: la manifestazione delle donne con lo slogan "se non ora quando?" dello scorso febbraio - per inciso il voto delle donne è stato determinante sia per la vittoria di Pisapia a Milano sia per il raggiungimento del quorum - e lo sciopero generale promosso dalla Cgil nel mese di aprile. Questi due appuntamenti - a cui aggiungerei, seppur con un minor rilievo, l'inaspettato successo della trasmissione di Fazio e Saviano su RaiTre - sono stati importanti per scuotere un clima di apatia e di rassegnazione, che pareva andare generalizzandosi.
Il secondo dato è che queste elezioni ci hanno tolto un alibi: si vince anche senza televisioni. La televisione, sfruttata come al solito da B., non gli è servita per ribaltare l'esito del voto. Questo non significa - si badi bene - che in Italia non ci sia un'emergenza democratica: è grave che non ci sia una legge per impedire una concentrazione, al limite del monopolio, dell'informazione e dell'intrattenimento televisivi e della raccolta pubblicitaria nelle mani di una sola persona o di un solo gruppo editoriale, ed è ancora più grave che non ci sia una legge che impedisca a questo monopolista di candidarsi alle elezioni. Questi sono due nodi da risolvere se vogliamo che l'Italia torni a essere un normale paese europeo. A B. però le televisioni non sono bastate, perché non si può continuare a dire che tutto va bene, quando i problemi sono sotto gli occhi di tutti: il trucco può reggere per un po', ma alla lunga mostra la corda. Le persone hanno riscoperto il gusto di andare in piazza, magari le piazze virtuali di Facebook e di Twitter, ma comunque in tanti hanno voluto dire la propria opinione, hanno voluto metterci la faccia. E questo è un segno di maturità importante.
Il terzo elemento è che la "piazza" del centrosinistra, nella sua accezione più larga, ha mostrato una maturità che negli ultimi anni non aveva saputo trovare. Le manifestazioni di queste giorni non sono né le riunioni un po' snobistiche dei girotondini né i comizi sguaiati di Grillo e infatti, a differenza di quei momenti di partecipazione, hanno vinto e convinto. Bersani e la maggioranza del Pd hanno avuto l'intelligenza e la capacità di capire che i loro elettori erano nettamente schierati per il sì e hanno saputo mettersi a fianco della loro gente. I comitati referendari hanno avuto l'intelligenza di non recriminare il fatto che le firme erano state raccolte contro il parere del Pd, che non aveva concesso ad esempio le Feste dell'Unità, e che una parte di esponenti del partito - una parte dei quali per fortuna se ne sono andati - erano e sono per il no (vero caro "rottamatore" Renzi?).
L'intelligenza, specialmente in politica, non è però qualcosa che si conquista una volta per tutte, bisogna coltivarla; il centrosinistra è maestro nel mandare in malora i risultati positivi ottenuti. Gli italiani si sono espressi in netta maggioranza contro il nucleare e contro una gestione dei bene pubblici affidata ai privati. Bene, proviamo a partire da qui, giocando in positivo questi risultati. Il centrosinistra si faccia promotore di un piano energetico nazionale - che peraltro manca dal 1991 - che, escludendo il nucleare, dica come garantire il fabbisogno di energia in Italia nei prossimi vent'anni; faccia una proposta organica su come gestire un bene come l'acqua. Le teste ci sono, e per fortuna ci sono anche alcune amministrazioni che possono mettere in pratica, per la loro parte, queste proposte. Probabilmente su questo si troveranno dei compagni di strada inaspettati. Non dimentichiamo che in particolare nei referendum c'è stata una parte di elettori che, indipendentemente dal merito dei quesiti, è andata a votare per votare contro B. - penso a una parte degli elettori leghisti e a parte significativa degli elettori della sinistra; questi non sono elettori che automaticamente voteranno per il centrosinistra alle politiche, potrebbero continuare a votare a destra o scegliere l'astensione. Per questi, ma per tutti, c'è bisogno di costruire alcune proposte - non un'enciclopedia - ma che si possano realizzare. Come ho scritto in una "considerazione" dell'anno scorso a proposito della scelta di Pisapia e del voto milanese, si potrebbe perfino vincere.

domenica 12 giugno 2011

da "Le città invisibili" di Italo Calvino

Marozia
Una Sibilla, interrogata sul destino di Marozia, disse: - Vedo due città: una del topo, una della rondine.
L'Oracolo fu interpretato così: Oggi Marozia è una città dove tutti corrono in cunicoli di piombo come branchi di topi che si strappano di sotto i denti gli avanzi caduti dai denti dei topi più minacciosi; ma sta per cominciare un nuovo secolo in cui tutti a Marozia voleranno come le rondini nel cielo d'estate, chiamandosi come in un gioco, esibendosi in volteggi ad ali ferme, sgombrando l'aria da zanzare e moscerini.
- E' tempo che il secolo del topo abbia termine e cominci quello della rondine, - dissero i più risoluti. E di fatto già sotto il torvo e gretto predominio topesco si sentiva, tra la gente meno in vista, covare uno slancio da rondini, che puntano verso l'aria trasparente con un agile colpo di coda e disegnano con la lama delle ali la curva d'un orizzonte che s'allarga.
Sono tornato a Marozia dopo anni; la profezia della Sibilla si considera avverata da tempo; il vecchio secolo è sepolto; il nuovo è al culmine. La città certo è cambiata, e forse in meglio. Ma le ali che ho visto in giro sono quelle di ombrelli diffidenti sotto i quali palpebre pesanti s'abbassano sugli sguardi; gente che crede di volare ce n'è, ma è tanto se si sollevano dal suolo sventolando palandrane da pipistrello.
Succede pure che, rasentando i compatti muri di Marozia, quando meno l'aspetti vedi aprirsi uno spiraglio e appare una città diversa, che dopo un istante è già sparita. Forse tutto sta a sapere quali parole pronunciare, quali gesti compiere, e in quale ordine e ritmo, oppure basta lo sguardo la risposta il cenno di qualcuno, basta che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farlo, e perché il suo piacere diventi piacere altrui: in quel momento tutti gli spazi cambiano, le altezze, le distanze, la città si trasforma, diventa cristallina, trasparente come una libellula. Ma bisogna che tutto capiti come per caso, senza dargli troppa importanza, senza la pretesa di star compiendo una operazione decisiva, tenendo ben presente che da un momento all'altro la Marozia di prima tornerà a saldare il suo soffitto di pietra ragnatele e muffa sulle teste.
L'oracolo sbagliava? Non è detto. Io lo interpreto in questo modo: Marozia consiste di due città: quella del topo e quella della rondine; entrambe cambiano nel tempo; ma non cambia il loro rapporto: la seconda è quella che sta per sprigionarsi dalla prima.

venerdì 10 giugno 2011

"Compagno, qualche volta" di Giovanni Giudici


Compagno, tu sei senza nome
cambi ogni istante viso
ti trovo sempre nuovo al mio sorriso
nella folla di corsa
sotto il sole di giugno
ma sempre mi saluti chiuso il pugno.

Hai spesso una faccia dura d’operaio
o di contadino assolato. Qualche volta sei un vecchio soldato
qualche volta spettrale
un viso emaciato
compagno - un viso d’intellettuale

Qualche volta
- e non m’accorgo che sei una ragazza
compagno - un fiocco rosso a corsa pazza
nella folla travolta.

giovedì 9 giugno 2011

da "Z - L'orgia del potere"


finale - voce narrante
Contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotskij, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l'ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l'enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il "Chi è?", la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, la lettera "Ζ" che vuol dire "è vivo" in greco antico.

mercoledì 8 giugno 2011

"Cambia ditta" di Giovanni Giudici


Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
Il posto di lavoro è più che una metà
(Inutilmente resisti) della tua anima:
E quante cose per te cambieranno!

Avranno altri volti e strade le tue mattine,
T’illuderai quasi di aver cambiato città,
Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
Imparerai nelle file dei nuovi conservi:

Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
In evidenza agli uffici del personale,
Nuovi prodotti e una nuova misura

Di quel che è bene e male ― ed infine te stesso
Di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
"Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…"

martedì 7 giugno 2011

"Poesia è libertà" di Cesare Pavese

In poesia l'inventore di un genere, di uno stile, di un tono, lo scopritore di una terra incognita, riesce ‒ è cosa nota ‒ più esauriente ed efficace dei suoi epigoni, dei molti o dei pochi che su questo stile e tono, su questa terra incognita dovrebbero ormai saperla più lunga del pioniere, e certo continuano l'opera sua con facile confidenza e più raffinati strumenti. Avviene qui un fatto che non ha riscontro in nessun'altra attività umana. Il primo che getta lo sguardo e si avanza in una nuova provincia è anche il suo più efficiente sfruttatore, e più che un diboscamento e una messa a coltura la sua si direbbe un'incursione mongolica, uno di quei saccheggi sulle orme dei quali non ricresce l'erba. Non mancano i casi di creatori che letteralmente soffocano in culla gli epigoni e non sorge il secondo a raccoglierne l'eredità. A costoro, di solito, si ritorna soltanto dopo secoli, quando cioè la vicissitudine delle ideologie e dei gusti ha fatto della loro opera quasi un oggetto, una creazione della natura ‒ come le intemperie fanno di certi monumenti ‒ e si può ispirarsene con un senso di scoperta genuino, come rifacendosi a un dato naturale.
Il pioniere e l'epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre; il secondo, toccato dall'evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve. Qualche volta vive tutta la vita, tra il rispetto e l'applauso del prossimo, senz'accorgersi che alle sue conserve manca il gusto della terra ‒ dell'acqua e del cielo. È un letterato. Quasi sempre lo sa e se ne vanta. Meglio così, del resto, che se di sperasse di sé: il letterato che dispera di sé, cioè che comincia a lagnarsi, diventa non poeta ma soltanto peggior letterato.
Il poeta ‒ diciamo ‒ inventa, comprende e passa oltre. Ma non c'è da scherzare nemmeno per lui. A ogni svolta del suo lavoro, della sua conquista, lo attende il pericolo della Capua letteraria. Uno può sempre farsi epigono di se stesso: cedere alla tentazione di fermarsi più del lecito a sfruttare il paese già conosciuto e conquistato. E il tragico è questo: che mentre a un letterato non occorre esser altro che letterato, un poeta dev'esser anche letterato (cioè colto, secondo il suo tempo) e dominare con mano ferma questo groviglio di abitudini e compiacenze che è la sua letteratura. Il suo cammino è quello delle anime sul ponte del Paradiso: un filo di rasoio o, se si vuole, una bava di ragno.
Che cosa significa che un poeta si fermi più del lecito a sfruttare il paese? Significa che finga a se stesso di non sapere quel che già sa. Fonte della poesia è sempre un mistero, un'ispirazione, una commossa perplessità davanti a un irrazionale ‒ terra incognita. Ma l'atto della poesia ‒ se è lecito distinguere qui, separare la fiamma dalla materia divampante ‒ è un'assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere. Il mito e il logo. Chi ha veduto una volta nella propria ispirazione, chi ha ridotto a parole, a discorso, articolandola nel tempo e nello spazio, l'estatica meraviglia dell'essere, si rassegni e a proposito del mito in questione non finga a se stesso, per rigustare il tormentoso piacere, una verginità che ha perduto. Se, beninteso, la sua occhiata, la sua riduzione del mito a figura, è stata esauriente e sovrana (e quest'occhiata non è mai folgorante; occorrono giorni e anche anni di tormentosi tentativi e di ricerche); costui può contentarsi e attendere con equanimità che dal groviglio della coscienza, del ricordo e della macerazione gli nasca una nuova verginità, una nuova ispirazione, un nuovo mito. Per ora dovrà contentarsi. O fingendo di non sapere quel che già sa, cincischiare il pubblicato mistero e farsi letterato.
Non è facile dire quando il poeta debba fermarsi. Di solito la meraviglia gli è nata così dal profondo, e l'immagine creata ‒ la prima preda della terra incognita ‒ ha radici così tenere e sensibili nella sua sostanza spirituale, che staccarsene significa lacerare se stesso, restar vuoto come un guscio succhiato. Di solito la capacità di stupirsi, la ricchezza mitica, è in ciascuno una dote limitata, finita. Come non esiste uno spirito che non possa, stando su di sé, cogliere nel suo fondo un barlume di mistero, una capacità sia pur esile di poesia (su ciò è fondata l'universale leggibilità dei poeti), così è ogni volta una eccezione, è esso stesso un prodigio, il creatore per cui questo barlume si allarghi irresistibile a paesaggio complesso, a multiforme, accidentata, inesauribile provincia. Si aggiunga che la riduzione a figura, a chiara visione, a conoscenza mondana di un'estatica e rovente intuizione mitica può soltanto avvenire sul terreno di una fredda consuetudine tecnica, di un'acquisita esperienza culturale di avvenute riduzioni di vecchi miti a mondo organico e razionale, sulla esperienza insomma di passate estasi altrui già divenute letteratura. C'è un senso in cui il poeta autentico non può non essere il più colto dei letterati contemporanei. Ma dunque il pericolo di abbandonarsi ad abitudini e compiacenze, di fingere a se stesso ispirazione e verginità, di prendere la scorciatoia di uno stile dato ‒ di vedere mistero dove mistero non c'è più ‒ è tanto più immediato per l'autentico poeta, quanto maggiore è il numero a lui noto di comode strade già aperte, già spianate, e quanto più impervia e singolare gli appare la strada dell'ignoto, dell'informe, dell'inespresso.
Va da sé che anche i letterati compiono opera proficua, e nulla è più inconcludente della romantica crociata rivolta a sterminarli e umiliarli. Ciò non soltanto perché i maggiori poeti affondano radici nel terriccio e nel concime della letteratura e ne sono nutriti e insomma composti per massima parte, ma soprattutto perché i letterati costituiscono l'ossatura del pubblico che ascolta i poeti e dànno una voce e un senso alle aspirazioni e risposte di questo pubblico ingenuo. Ciò che è stato veduto e ridotto a chiarezza dal poeta, le sue prede nel paese sconosciuto, somiglia a quella fauna della savana e della giungla che il cacciatore ha catturato e che trasporta in paese civile. Queste creature strane, ancora intrise di un fiero e primordiale sbigottimento, vanno ingabbiate, mostrate, spiegate, fatte vivere tra noi. Non serve stare sulle sue. Se fosse possibile moltiplicando e isolando tra noi i grandi capolavori poetici far tacere ogni altra voce, ogni commento, ogni volgarizzazione, avremmo fatto un lavoro come di chi riempisse i crocicchi con belve ombrose e feroci, e ne adibisse intanto le gabbie a carcere dei domatori e dei guardiani. Sparirebbero insieme la vita civile e le belve, o meglio si assisterebbe a una nuova partita di caccia con spreco di vite, di tempo, e con indignazione degli stessi cacciatori. Meglio riconoscere che fin che il mondo produce poesia ‒ fin che giungono dall'ignoto mostri incantevoli o atroci ‒ il compito dell'uomo civile è popolarne lo zoo e dar loro un nome e una gabbia ‒ farne letteratura.
Ma che siano davvero mostri, miti incarnati, scoperte. Non cani bassotti o tacchini. Il mondo è pieno di chimere e di sorprese, ma soltanto quelle autentiche interessano al poeta, e soltanto quando a questi sia riuscito di costringerle a rivelare il loro nome esse interessano a noi. Ora, non tutti si rendono conto di che cosa questo importi.
Una cosa da nulla. Il poeta, in quanto tale, lavora e scopre in solitudine, si separa dal mondo, non conosce altro dovere che la sua lucida e furente volontà di chiarezza, di demolizione del mito intravisto, di riduzione di ciò ch'era unico e ineffabile alla normale misura umana. L'estasi o groviglio in cui s'affiggono i suoi sguardi dev'esser tutta contenuta nel suo cuore, e filtratavi con impercettibile processo che risalga per lo meno alla sua adolescenza, come nel lento agglomerarsi di sali e di succhi da cui dicono che nascano i tartufi. Nulla di preesistente, nessun'autorità esteriore, pratica, può quindi aiutarlo o guidarlo nella scoperta della nuova terra. Questa è ormai cosa tanto a lui carnalmente interiore quanto il feto nell'utero. Se egli sta veramente riducendo a chiarezza un nuovo tema, un nuovo mondo (e poeta è soltanto chi faccia questo), per definizione nessun altro può essere a giorno di questo tema, di questo mondo in gestazione, se non lui che ne è l'arbitro. Inevitabilmente i consigli e i richiami che gli giungeranno dall'esterno, usciranno da un'esperienza già scontata, rifletteranno una tematica e un gusto già esistenti, cioè insisteranno perché il poeta sfrutti un paese già noto, finga a se stesso di non sapere quel che già sa. A farla breve, gli interventi dottrinali, pratici ‒ sia pure espressi da un consesso dei più competenti colleghi, dei meglio intenzionati lettori o dei padri più reverendi - non possono tendere ad altro che a respingere il poeta nella letteratura, a impedirgli di svolgere il suo compito specifico di conquistatore di terra incognita. La costrizione ideologica esercitata sull'atto della poesia trasforma senz'altro i leopardi e le aquile in agnelli e tacchini. Detto altrimenti, instaura l'Arcadia.
Qui si vede l'importanza della cultura del poeta, quell'imperativo per cui nella sua vita quotidiana egli deve tendere a farsi il più colto dei contemporanei. Se il poeta veramente ricerca chiarezza e attende a esorcizzare i suoi miti trasformandoli in figure, non va taciuto ch'egli potrà dire d'avercela fatta soltanto quando questa chiarezza sarà tale per tutti, sarà cioè un bene comune in cui la generale cultura del suo tempo potrà riconoscersi. E che altro vuol dir questo se non che lo stile, il tono, il paese da lui scoperti s'inseriranno naturalmente nello storico panorama della sua generazione e contribuiranno a comporne il nuovo orizzonte, la consapevolezza, frutto come sono di un autentico stupore che soltanto i più progrediti e spregiudicati mezzi d'indagine hanno potuto risolvere in umano discorso? Ma, si badi, un autentico stupore vuoi dire uno stupore autentico, cioè non mentito, cioè quel residuo irrazionale che resta tale alla luce della più scientifica teoria dell'epoca. Prima d'essere poeti siamo uomini, cioè coscienze che hanno il dovere di darsi, mettendosi alla scuola sociale dell'esperienza, la massima consapevolezza possibile. Invece, tutti quei consigli, quegli ammonimenti che i responsabili di una generazione rivolgono ai poeti in quanto tali, sono a dir poco superflui, esteriori, indecenti, come i consigli che la madre usava un tempo dare alla figlia la vigilia delle nozze. Il vero poeta se li è già rivolti da sé, facendosi colto. Meglio sarebbe esortare con vigore a cultura e consapevolezza i candidati alla vita sociale ‒ i giovani letterati, ingegneri, seminaristi ‒ e inculcar loro che la direzione della vita interiore è una sola, l'instancabile demolizione dei miti, la riduzione di ogni perplessità da stupore a chiarezza. E poi, se qualcuno di loro annuncerà d'essere poeta e ne darà ragionevoli speranze, lasciarlo tuffarsi nel gorgo della sua inquietudine e stare a vedere l'effetto. Nessuno altri che lui può trovare la strada giusta, poiché lui solo conosce la mèta.

lunedì 6 giugno 2011

"Le lacrime delle madri di Srebrenica" di Abdulah Sidran


Sarebbe meglio non fosse
piuttosto che sia
così
come oggi è
la nostra Srebrenica

Nulla di morto né di vivente
in lei
può più abitare

Sotto un cielo plumbeo
l'aria di piombo
mai nessuno
ha imparato
a mettersi nei polmoni

Da lei fugge tutto
ciò che ha gambe
con le quali possa
e sappia dove
fuggire
Da lei fugge tutto
anche ciò che da nessuna parte
se non sotto la terra nera
può fuggire

Gli ortodossi fuggono
i nuovi come i vecchi
i musulmani fuggono
i vecchi come i nuovi

E chi in qualche modo
è rimasto vivo
andato via e poi tornato
neppure un inverno con l'estate
ha messo insieme
né un autunno
con la primavera
ma ha cercato
quanto prima
di andarsene da Srebrenica

E quei cattolici
nostri vicini
e per loro Srebrenica
per centinaia d'anni
è stata l'amata
e bellissima
sede principe
della loro buona
e nobile comunità

se ne sono andati da tempo

Come se
nella loro saggezza avessero
saputo che sarebbe arrivato un tempo
in cui non ci sarebbe più stata
la buona Srebrenica

Ci dicono
da dieci anni ce lo dicono
che in Bosnia
la guerra è finita

A noi spiegano
e inviano istruzioni scritte
che nel nostro Paese
Bosnia Erzegovina
la guerra è finita
e che nessuno
deve più
guardare al passato

Credono forse
davvero
che siamo vivi
noi che stiamo qui
e da questo luogo
parliamo così
come se davvero fossimo vivi
Davvero pensano che si chiami salute
davvero pensano che si chiami ragione
ciò che in noi è rimasto
della salute e della ragione di un tempo?

Non vedono, non sentono forse
non sanno forse che noi,
quelli rimasti, siamo più morti di tutti
i nostri morti, e che qui oggi, con la loro voce,
la voce dei nostri morti, dalle loro gole,
gridiamo e con il loro grido - noi parliamo?

Non ci permettete di
guardare al passato!
E noi non lo guardiamo, ma è lui a guardarci!

Voi dite:
guardate al futuro!

Ma noi, nessun
futuro in nessun luogo
riusciamo a vedere
né vediamo che lui
con un sol occhio
guardi noi
e neppure che ci veda
e che di noi si preoccupi

domenica 5 giugno 2011

Considerazioni libere (237): a proposito di operai e di modernità...

All'indomani del 22° anniversario della repressione di piazza Tiananmen - un anniversario che, come sempre, è passato sotto silenzio sui mezzi di informazione dei paesi occidentali, per non urtare la suscettibilità della nuova superpotenza cinese - mentre il Premio Nobel Liu Xiaobo e sua moglie sono ancora in carcere, così come Ai Weiwei e un numero imprecisato di altri dissidenti, mentre insomma il governo cinese mostra, come sempre, il volto peggiore del socialismo, per un tragico paradosso della storia, la Cina mostra anche il volto peggiore del capitalismo.
Il 3 giugno dell'anno scorso - nella "considerazione" nr. 121 - ho parlato delle terribili condizioni dei lavoratori della Foxconn, l'azienda di Taiwan che, per conto di Apple, produce in Cina gli iPhone e gli iPad, i maggiori successi commerciali dell'azienda di Cupertino. In quella "considerazione", che vi invito a rileggere, ho parlato della catena di suicidi tra i giovani operai nello stabilimento-città di Shenzen, una mega-fabbrica dove lavorano - e vivono - poco più di 300mila operai, seguendo ritmi di lavoro alienanti.
Nonostante i suicidi, le prime, comprensibilmente timide, proteste dei lavoratori, qualche, ancora più timida - in questo caso incomprensibilmente - reazione da parte dei mezzi di informazione occidentali, i dirigenti della Foxconn non hanno abbandonato il modello produttivo della mega-fabbrica, anzi lo hanno rilanciato. Nel nuovo impianto di Chengdu, nella regione del Sichuan, si produce l'iPad2; ci lavorano già oltre centomila dipendenti, che dovrebbero arrivare a 500mila l'anno prossimo.
Il 20 maggio scorso nello stabilimento c'è stata un'esplosione, che ha provocato la morte di tre lavoratori e il ferimento di un'altra ventina. Dopo sei giorni, inoltre, un altro operaio si è suicidato. La causa dell'esplosione è la polvere di alluminio. In un rapporto di metà maggio la ong di Hong Kong Sacom ha denunciato i possibili rischi di queste polveri.
I lavoratori non hanno un'adeguata formazione sull'uso delle sostanze chimiche e non sono sottoposti a regolari esami medici. Alcuni intervistati si lamentano di soffrire di allergie, ma la direzione non indaca sulla salute dei dipendenti. C'è anche il problema della scarsa ventilazione e dell'inadeguatezza dell'attrezzatura protettiva.

Nel sito della Sacom c'è anche un video, che trovate anche su Youtube, che vi invito a vedere.
I reclutatori della Foxconn lavorano insieme ai funzionari locali del partito per convincere i lavoratori a trasferirisi nella mega-fabbrica. Rispetto a Shenzen le paghe sono un po' migliori, ma le condizioni di vita e di lavoro sono, se possibile, peggiori, gli orari sono lunghissimi, nei dormitori ci sono soltanto bagni chimici e non c'è l'acqua per lavarsi. Anche in questo stabilimento la Foxconn ha reagito energicamente contro i suicidi, vietandoli: alla famiglia di un operaio che si suicida non spetta alcun indennizzo.
Foxconn e Apple non hanno ancora espresso nessuna posizione ufficiale. Il capitalismo cinese fa passi da gigante, protetto dall'ideologia comunista dei successori di Mao.

sabato 4 giugno 2011

Considerazioni libere (236): a proposito di "invisibili"...

In queste ultime settimane è apparsa su quotidiani e riviste a tiratura nazionale la pubblicità di una delle più importanti cooperative di Bologna, un'azienda di 16mila dipendenti che opera nel campo della manutenzione e della pulizia, quello che ora si chiama facility management. Lo slogan è efficace e piuttosto semplice: "La miglior manutenzione è quella che non si fa notare". Anche le immagini sono immediate. Io ne ho viste due - non so se ce sono altre - nella prima c'è un giardiniere impegnato a tagliare una siepe in un parco pubblico, mentre nella seconda un'inserviente è impegnata a pulire il corridoio di un ospedale, portando una di quelle macchine industriali che si usano appunto per gli interventi di pulizia e sanificazione nei grandi spazi. In entrambe le foto l'effetto grafico è quello di far "scomparire" le due persone e i relativi macchinari, lasciando riconoscibili soltanto i contorni; le due persone diventano trasparenti, come il Mr. Cellophane di una celebre canzone del musical Chicago. Immagino che l'intenzione degli ideatori della campagna e soprattutto dei dirigenti della cooperativa non fosse quella di "nascondere" le persone che fanno quei lavori - anzi so di tante importanti iniziative promosse da quella realtà cooperativa a favore dei propri soci e dipendenti, molti dei quali stranieri - eppure devo dire che questa campagna mi ha fatto riflettere.
Quanti sono i lavoratori "invisibili" che ogni giorno incontriamo? Sono molti, moltissimi. Facendo il pendolare e alzandomi molto presto la mattina, ne incontro diversi. Ci sono quelli che puliscono la stazione, c'è quello che porta con il furgone i giornali all'edicola, c'è quello che inforna le brioches al bar prima che apra. Molti di loro sono stranieri. Se ci pensate molti ne incontrate anche voi, tutti i giorni.
E quanti sono i nostri "colleghi invisibili"? Sono meno, ma alcuni ci sono. Alcuni giorni della settimana, mentre esco dal municipio, alla fine del mio turno di lavoro, incontro una persona che sta per cominciare il suo turno di lavoro, la signora che pulisce i nostri uffici. Non so quali siano i suoi orari, probabilmente ci sono giorni in cui entra più tardi, perché non la incontro, non so a che ora smette, non so quale sia il suo stipendio. Non so neppure se pulisca solo gli uffici comunali o sia impegnata anche da altre parti. Praticamente di tutte le altre persone che lavorano in municipio, anche quelli che lavorano nelle altre sedi, conosco gli orari, di alcuni conosco il livello e quindi più o meno conosco lo stipendio. Con tutti gli altri mi considero collega e credo che gli altri mi considerino tale - seppur assunto da pochi mesi - lavoriamo nello stesso ente, abbiamo gli stessi problemi, se è il caso ci riuniamo in assemblea e protestiamo insieme. La signora delle pulizie - non so come si chiama, mentre conosco più o meno i nomi di tutti gli altri colleghi - lavora con noi, lavora per noi e per i cittadini, è a tutti gli effetti una nostra collega di lavoro, eppure c'è qualcosa che la rende "invisibile". Immagino sia assunta da una qualche cooperativa o comunque da un'azienda che ha vinto l'appalto per le pulizie negli uffici comunali, immagino anche che sia in regola, perché sicuramente tra le clausole imposte in sede di gara d'appalto c'è quella di avere tutto il personale in regola dal punto di vista contrattutale, retributivo e contributivo; eppure i problemi di questa "collega invisibile" continuano a rimanermi oscuri, ma immagino ne abbia. Immagino che anche lei, come noi, abbia dovuto subire i tagli alle spese del Comune, penso che in meno ore debba pulire gli stessi metri quadri di uffici: gli effetti del "patto di stabilità" sono gli stessi per noi e per lei, eppure lei non ha partecipato alla nostra assemblea, immagino che non abbia fatto sciopero. In questi sei mesi è cambiata la "collega" che fa le pulizie, non so per quale ragione, probabilmente una rotazione. Entrambe sono donne di origine straniera. Credo che se ci riflettete un minuto anche a voi venga in mente di avere un qualche "collega invisibile".
Potenza della pubblicità, che fa fare queste digressioni.
Mi pare che si apra un ampio campo di riflessioni se continuiamo ad avventurarci in questa direzione. C'è il tema della divisione e della parcellizzazione del mondo del lavoro, della sua de-specializzazione. Nell'inverno dello scorso anno, quando io e mia moglie, insieme a molti altri lavoratori, siamo rimasti coinvolti nella vicenda Omega-Eutelia-Phonemedia - una serie di aziende, tra cui diversi call center in tutta Italia, fatte fallire deliberatamente dai loro proprietari - abbiamo deciso di manifestare nelle piazze coprendoci il volto con delle maschere bianche, neutre, tutte uguali, per denunciare anche in quel caso la nostra "invisibilità" di lavoratori precari davanti alla crisi e soprattutto in un mercato del lavoro sempre più senza regole. C'è la questione delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri: donne e uomini che sfuggono alle statistiche, alle rilevazioni e quindi anche alle analisi. Conosciamo pochissimo dei consumi e dei circuiti dei cittadini extracomunitari che vivono in Italia e che si sono relativamente stabilizzati; li incontriamo spesso negli hard discount, nei bar delle periferie, muovono un mercato i cui contorni sono quasi sempre fuori dalle indagini economiche.
Su questo tema, credo ci sia grande spazio per l'iniziativa politica della sinistra e anche per l'azione del sindacato. Gli "invisibili" hanno bisogno di essere rappresentati, ci devono essere soggetti che difendano i loro diritti, che li tutelino nel mercato del lavoro. Tutti noi abbiamo il compito, apparentemente più semplice, ma non meno importante, di farli essere un po' meno "invisibili".

da "Le città invisibili" di Italo Calvino

Armilla
Se Armilla sia così perché incompiuta o perché demolita, se ci sia un incantesimo o solo un capriccio, io lo ignoro. Fatto sta che non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città, eccetto le tubature dell'acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppopieni. Contro il cielo biancheggia qualche lavabo o vasca da bagno o altra maiolica, come frutti tardivi rimasti appesi ai rami. Si direbbe che gli idraulici abbiano compiuto il loro lavoro e se ne siano andati prima dell'arrivo dei muratori; oppure che i loro impianti, indistruttibili, abbiano resistito a una catastrofe, terremoto o corrosione di termiti.
Abbandonata prima o dopo esser stata abitata, Armilla non può dirsi deserta. A qualsiasi ora, alzando gli occhi tra le tubature, non è raro scorgere una o molte giovani donne, snelle, non alte di statura, che si crogiolano nelle vasche da bagno, che si inarcano sotto le docce sospese nel vuoto, che fanno abluzioni, o che si pettinano i lunghi capelli allo specchio. Nel sole brillano i fili d'acqua sventagliati dalle docce, i getti dei rubinetti, gli zampilli, gli schizzi, la schiuma delle spugne.
La spiegazione a cui sono arrivato è questa: dei corsi d'acqua incanalati nelle tubature d'Armilla sono rimaste padrone ninfe e naiadi. Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell'acqua. Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini come un dono votivo per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare.

giovedì 2 giugno 2011

Considerazioni libere (235): ancora a proposito di elezioni amministrative...

Passato anche il secondo turno di queste elezioni amministrative e passata soprattutto la sbornia di felicità per i risultati, posso completare le riflessioni che i più pazienti tra voi hanno letto nella "considerazione" n. 231, scritta all'indomani del primo turno. Sostanzialmente quello che avevo scritto alcune settimane fa è stato confermato: "loro" hanno perso. Il ragionamento su chi ha vinto è un po' più articolato.
B. ha perso, hanno vinto Giuliano Pisapia, Luigi de Magistris, Massimo Zedda, Roberto Cosolini, Andrea Ballarè - e quindici giorni fa Piero Fassino, Virginio Merola - e molti altri. Qui c'è la prima anomalia di questo inconsueto voto amministrativo. B. ha giocato questa partita, seguendo regole diverse da quelle previste dai regolamenti, come se un giocatore di calcio scendesse in campo e cominciasse a palleggiare come si fa nel basket; anche se fosse un grande campione, anche se fosse il migliore - ad esempio fosse uno degli Harlem Globtrotter e fosse un virtuoso del palleggio e dei rimbalzi - finirebbe inevitabilmente per perdere, dal momento che tutti gli altri usano i piedi per calciare il pallone. B. ha impostato la sua campagna elettorale come se si votasse per le politiche, chiedendo di fatto agli italiani di rinnovare la loro fiducia verso di lui e il suo governo, invece si dovevano eleggere i sindaci di alcune città, grandi, medie e piccole, e ogni confronto aveva le proprie particolarità, perché ogni città ha una propria storia e proprie caratteristiche. Allo stesso modo, se Pisapia, ottimo candidato per convincere i milanesi - il migliore come è stato dimostrato dalle urne - fosse stato candidato a Napoli, avrebbe probabilmente raggiunto un risultato assai modesto, perché la sua moderazione non sarebbe riuscita a far breccia nel cuore dei napoletani; e, di converso, de Magistris a Milano avrebbe avuto un risultato da prefisso telefonico. Il primo errore di B. è stato proprio quello di giocare questa partita a livello nazionale, tra Milano e Napoli - senza dimenticare nessun altra città - indebolendo in tal modo i candidati del suo schieramento. Non facciamoci allora prendere dall'euforia; B. è stato indebolito, ma non è ancora stato sconfitto, rimane lui il campione del centrodestra italiano, anche perché il tentativo di Fini di costruire un centrodestra "deberlusconizzato" è ormai fallito miseramente. Come ho già scritto più volte, il berlusconismo finirà soltanto con la fine di B. e ora non possiamo sapere cosa accadrà nel quadro politico italiano quando B. non ci sarà più. Aspettiamo quindi a cantar vittoria, ma vediamo comunque cosa c'è stato di positivo in questo voto.
Tra le cose che B. ha dimenticato - e che hanno dimenticato molti altri italiani, perché siamo continuamente immersi nella cronaca e non studiamo più la storia - è che Milano è stata una città tradizionalmente governata dalla sinistra, che negli ultimi 18 anni è stata governata dalla destra (includendo anche il quadriennio di Formentini, che pure non può essere etichettato come tout court di destra). Milano non è una città di destra, ma una città in cui la sinistra negli anni Ottanta ha tradito se stessa e la propria storia, di fatto suicidandosi. Per inciso dovremmo prima o poi, a sinistra, fare una riflessione seria sul Psi di Craxi. La stessa sinistra milanese, per un fenomeno francamente inspiegabile, si è convinta che Milano fosse una città di destra, rinunciando di fatto a contendere l'amministrazione a questo schieramento. Pisapia ha riannodato i fili di quella storia, superando quella frattura storica. Certo ci ha messo del suo, con la capacità di ascoltare le persone, con la gentilezza dei modi, con la forza di riavvicinare alla politica tanti che se erano allontanati: Pisapia è una persona dai toni moderati e dalle idee radicali e ha rappresentato bene quello che Milano vuole essere. Voglio far notare che, sulla scorta dei numeri, Pisapia ha vinto convincendo; sia lui che la Moratti hanno aumentato i voti, in termini assoluti, rispetto al primo turno, ma i voti di Pisapia oltre a essere aumentati di più di quelli della Moratti, hanno superato la soglia di quelli del centrosinistra alle regionali dell'anno passato, mentre quelli della Moratti, nonostante la leggera rimonta, sono continuati a stare al di sotto di quelli del suo schieramento.
Per Milano l'anomalia non è Pisapia, ma è una destra illiberale e confessionale come quella berlusconiana. Forse è utile ricordare che le altre grandi città europee con cui Milano aspira a confrontarsi, come Londra, Parigi, Berlino, Barcellona sono o sono state governate per decenni da amministrazioni di sinistra, spesso su posizioni più progressiste di quelle ufficiali dei loro partiti a livello nazionale. Basti pensare ai lunghi anni in cui Ken Livingstone, Ken "il rosso", ha guidato Londra, con posizioni molto più a sinistra da quelle espresse dal Labour, introducendo tra l'altro la tassa per chi voleva entrare in auto in città. E anche quando il governo di Londra è passato, due anni fa, ai conservatori, è stato eletto sindaco un personaggio fuori dagli schemi, non tradizionale, con un apertura, ad esempio ai temi dell'ambiente, che farebbe impallidire molti esponenti della sinistra italiana. Non è un caso che i sindaci di Parigi e di Berlino siano stati i primi esponenti politici di livello nazionale dei loro paesi a fare outing. In una città europea come Milano l'anomalia è la destra omofoba, razzista e nuclearista di B., non la sinistra moderata di Pisapia. Il problema è che l'Italia non è come Milano, mentre per molti anni nella sinistra si pensava che il problema fosse che Milano non era come l'Italia.
L'anomalia di questo paese continua a essere un Mezzogiorno sempre più ingovernabile, perché ostaggio di una criminalità organizzata sempre più potente e sempre più capace di condizionare il sistema politico e di permeare quello economico. Francamente non so se de Magistris riuscirà a incidere nel profondo su Napoli, non so se ne avrà le capacità. C'è qualcosa di preoccupante in un plebiscito così eclatante, pare il prodromo di un nuovo bassolinismo, cosa di cui Napoli e il Mezzogiorno non hanno certo bisogno. Spero di sbagliarmi e di essere smentito dai fatti; per questo, come ho già detto, credo che sia urgente per il Pd affrontare la questione del sud, sono lì i rischi maggiori. Spero che si sia capito che non esiste - se non nelle petulanti giaculatorie di Cacciari - una questione settentrionale: basta avere candidati seri e fare proposte serie, poi una società che si confronta quotidianamente con l'Europa e con il resto del mondo trarrà le sue conseguenze. Nel sud invece manca la società, l'economia è in mano alle mafie, la politica è fatta di potentati. E la sinistra non ha saputo imporre uno stile politico e di governo diverso.
Sulle prospettive della sinistra ho già parlato in diverse "considerazioni" e ho ripetuto anche prima un concetto a cui tengo: quando la sinistra si ricorda cos'è e quando riesce a presentare proposte e persone valide può vincere. Continuo testardamente a pensare che proprio la crisi economica, causata dalle politiche e dalla cultura ultraliberiste, lasci spazio alle proposte dei socialisti, ma mi pare di essere in minoranza a volermi definire tale. Non insisto, se si vince anche definidendosi democratici, va bene. Una conseguenza importante del voto mi sembra quella che è più importante parlare con le persone piuttosto che baloccarsi a unire sigle e leader politici dal dubbio seguito. Il Partito Democratico - va dà atto a Bersani di aver fatto bene quello che doveva fare - ha saputo fare la propria parte, riuscendo a essere uno dei protagonisti della vittoria, nonostante i maggiori candidati non fossero espressione del suo partito. La vera alleanza che conta, l'unica che conta, è quella con i cittadini, con gli elettori, i presunti generali seguiranno.

p.s. Mi piace sottolineare cosa ha fatto Giuliano Pisapia martedì 31 maggio, nel suo primo giorno da sindaco: ha incontrato alcuni dipendenti comunali, in particolare quelli che lavorano all'anagrafe di via Larga, è tornato dai cittadini delle case popolari di San Siro, ha visitato Norina Brambilla, medaglia d'argento della Resistenza, vedova di Giovanni Pesce, il comandante "Visone", medaglia d'oro della Resistenza.

mercoledì 1 giugno 2011

Piero Calamandrei parla della Costituzione agli studenti universitari di Milano il 26 gennaio 1955

L’articolo 34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica.
Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società.
E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi! E’ stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni, c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. E’ una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili, dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società.
Quindi polemica contro il presente, in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente. Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani.
La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano, su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio “Ma siamo in pericolo?” e questo dice “Secondo me, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda.” Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”,….“Che c’è!” … “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il bastimento affonda” e quello dice ”Che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’indifferentismo alla politica. E’ così bello e così comodo.
La libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io. Il mondo è così bello. E vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare,vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va affondo, va affondo per tutti questo bastimento. E’ la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.
Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questo è uno delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli. E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini. O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’articolo 5 ”La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ma questo è Cattaneo! O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi! O quando leggo all’art. 27 “Non è ammessa la pena di morte” ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta.
Quindi quando vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta. Questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.