domenica 29 agosto 2010

Considerazioni libere (156): a proposito di una ritirata (più o meno strategica)...

Lo scorso 19 agosto le truppe statunitensi hanno completato il ritiro dall'Iraq, in anticipo rispetto alla data fissata del 31 agosto. La guerra non è finita il 19 agosto, così come non era finita il 1 maggio del 2003, quando il presidente Bush annunciò solennemente, dal ponte della portaerei Lincoln, che la coalizione internazionale aveva vinto.
La guerra in Iraq continua, non solo perché nel paese rimangono 50mila soldati statunitensi con il compito di completare l'addestramento delle truppe irachene, ma soprattutto perché nel paese si continua a combattere. Anche se la guerra non è finita, il ritiro degli Stati Uniti segna un passaggio importante della storia recente dell'Iraq e permette di fare un primo, provvisorio, bilancio.
Prima di tutto non dobbiamo dimenticare i caduti. Dall'inizio della guerra ad oggi sono morti 4.417 militari degli Stati Uniti, 318 militari di altri paesi occidentali e 97.453-106.339 iracheni, secondo le stime di iraqbodycount.net e icasualties.org. A causa della guerra, ci sono inoltre 4 milioni di profughi e di rifugiati interni, una massa di persone che costituisce un peso insopportabile per le fragili strutture amministrative dell'Iraq e un elemento di tensione con gli stati vicini, quando questi profughi tentano di varcare i confini.
C'è un dato positivo, che nessuno - neppure il più fazioso oppositore della politica estera americana - può negare o sottacere: l'intervento occidentale ha provocato la caduta del regime di Saddam Hussein, una dittatura feroce che per molti anni ha sistematicamente violato i diritti politici e civili di quel popolo, ha oppresso duramente le minoranze etniche e religiose, ha sfruttato le grandi risorse del paese per arricchire la famiglia e la cerchia del dittatore e per costruire un pericoloso apparato militare, che costituiva un oggettivo pericolo per tutta la regione. Al di là delle menzogne sulle armi di distruzione di massa, non si deve dimenticare che soltanto il raid israeliano del 1981, distruggendo il reattore nucleare di Osirak, ha impedito che il regime iracheno realizzasse un proprio arsenale atomico.
Purtroppo le conseguenze negative dell'intervento sono superiori a questo risultato positivo. La fine del regime di Saddam Hussein ha fatto emergere ciò che la dittatura, con il suo pugno di ferro, aveva soltanto occultato: l'Iraq è una "invenzione" delle cancellerie della Gran Bretagna e della Francia, quando, alla fine della prima guerra mondiale, si dissolse l'impero ottomano. Quando è crollato il potere autoritario di Saddam, l'Iraq è sparito ed è rimasto un insieme di tribù che non riescono a trovare le ragioni per continuare a stare insieme. E infatti, nonostante le elezioni si siano svolte il 7 marzo scorso, il parlamento iracheno non è ancora riuscito a eleggere un nuovo governo; neppure lo choc del ritiro statunitense, pur lasciando grandi responsabilità nelle mani dei capi tribali iracheni, pare sia sufficiente a sbloccare la situazione. Occorre anche dire che questa condizione di instabilità e la cronica debolezza di quel paese favorisce chi, a seguito delle truppe, è arrivato in Iraq per fare affari: le più importanti aziende petrolifere occidentali, russe e cinesi si sono spartite i giacimenti iracheni e prebabilmente non soffrono troppo per questa situazione. La guerra per molti è un buon affare.
C'è un altra conseguenza della guerra in Iraq che è utile ricordare. Nell'equilibrio geopolitico di quella regione, la fine dell'Iraq sta di fatti favorendo il suo più forte vicino, la repubblica islamica dell'Iran, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Un altro elemento di questo bilancio. Al di là dei troppo ottimistici proclami di Bush jr., l'intervento in Iraq non ha reso più debole il terrorismo islamico. Da un punto di vista pratico, la dissoluzione delle strutture statali e amministrative ha reso più semplice trovare in quel territorio basi e nascondigli, ha messo sul mercato illegale armi ed esplosivi, ma soprattutto ha creato una schiera di persone facilmente arruorabili: soldati, miliziani, esponenti del vecchio regime, entrati o pronti a entrare nelle file del terrorismo. Dal punto di vista ideologico poi, le guerre in Afghanistan e in Iraq sono state una formidabile arma propagandistica per quella parte del mondo islamico che predica lo scontro di civiltà, la guerra santa contro il mondo occidentale, il terrorismo. Il modo in cui Stati Uniti e Gran Bretagna hanno deciso l'intervento, mentendo sulla minaccia irachena e ignorando le richieste delle istituzioni internazionali, costituisce un grave precedente. Aver così pesantemente delegittimato il ruolo delle Nazioni Unite sta già provocando delle conseguenze: con che autorevolezza l'Onu può chiedere all'Iran di sospendere le attività per la costruzione di armi atomiche, quando non ha saputo fermare la guerra in Iraq? Anche alcuni comportamenti tenuti dalle truppe occidentali hanno finito per rinfocolare l'odio delle popolazioni musulmane; le uccisioni dei civili, magari con i droni, e l'utilizzo della tortura non sono certo stati il miglior biglietto da visita per presentare la superiorità della cultura dei diritti umani di tipo occidentale.

sabato 28 agosto 2010

"Acqua sporca" di Wen Yiduo


Questo è il fosso dell’acqua putrida e della disperazione,
non un alito di fresca brezza la increspa.
Meglio gettarci anche ferracci arrugginiti e pezzi di rame,
e senza rimorsi anche gli avanzi del pasto.

Forse i pezzi di rame vogliono diventare verdi come giada,
e sulle scatolette di latta si ricama qualche petalo di fior di pesco;
lasciamo che l’unto tessa sopra un tessuto damascato,
e dalla muffa esca evaporando una rosea nuvola.

Lasciamo che l’acqua stagnante fermentando diventi un fosso di verde vino,
pieno di bianca schiuma che fluttuante diventi una perla;
le piccole perle ridendo si trasformano in una grande perla,
rubata e rotta dall’ attacco dei moscerini.

E’ proprio il fosso della disperazione dell’acqua morta,
anche riesce ad avanzare un po’ di acqua chiara.
Se la rana non riesce a sopportare la solitudine,
forse dall’acqua stagnante esce un gracidio.

Questo è il fosso dell’acqua putrida e della disperazione,
qui non è certo il luogo della bellezza,
allora è meglio che i malvagi la vengano a dissodare,
e vedremo che mondo ne sapranno tirar fuori.

venerdì 27 agosto 2010

Considerazioni libere (155): a proposito di lettere...

Chi ha la perseveranza di leggere con una qualche continuità queste mie "considerazioni" sa che non sono tenero nei confronti dei dirigenti del Partito Democratico e che in genere trovo deludente la loro cronica incapacità di prendere una posizione netta su qualsiasi argomento; specialmente rimprovero a una parte dei dirigenti di quel partito - segnatamente a quelli provenienti dai Ds - l'aver voluto rinunciare a costruire un forte partito socialista in Italia.
Fatta questa premessa, sono contento di notare che in questi ultimi giorni il Pd è riuscito finalmente a battere un colpo, offrendo una qualche speranza anche a un inguaribile pessimista come me.
Le premesse dell'estate non erano buone: l'estemporanea apertura a Tremonti come possibile guida di un futuribile governo tecnico-istituzionale, la mancanza di una proposta di riforma della legge elettorale, pur dichiarando che questa stessa riforma dovrebbe essere il punto essenziale di questo ipotetico nuovo esecutivo, la figuraccia fatta a Torino con il mancato invito alla ex-festa nazionale del presidente della Regione e il solito conseguente balletto delle dichiarazioni e dei distinguo. Poi sono arrivate le lettere di Veltroni e di Bersani rispettivamente al Corriere e alla Repubblica. I tempi di questo carteggio sono un po' sospetti. Il primo segretario del Pd sapeva dell'imminente iniziativa del terzo segretario e l'ha voluto anticipare? Oppure il neo segretario ho voluto togliere la scena al fondatore del Pd, dopo la sua inaspettata presa di posizione? Che sia andata in un modo o nell'altro o che le due lettere siano state concepite e scritte nello stesso tempo e in maniera indipendente non è un bel segnale sulla capacità di dialogo del gruppo dirigente, ma su questo punto proviamo per ora a sorvolare. En passant, ricordo che nei giorni precedenti la prima lettera c'era stata un'intervista al secondo segretario del Pd, che fortunatamente non ha avuto una grande eco.
L'aspetto positivo di entrambe le lettere è che, seppur timidamente, si ricomincia a parlare di politica e si prova a immaginare una credibile alternativa riformista e di centrosinistra per il nostro paese. In entrambe le lettere si prende atto che, al di là della forza elettorale del centrodestra, il cosiddetto berlusconismo non rappresenta un accidente della storia, ma è fortemente radicato nella società italiana. Soprattutto mi sembra importante che si voglia ripartire dall'unico tentativo riuscito di un governo riformista e di centrosinistra, ossia il primo governo Prodi, in cui peraltro ebbero ruoli importanti sia Veltroni che Bersani. Se non si capisce quali furono le potenzialità di quella stagione e quali gli errori è difficile sperare che il centrosinistra possa sperare di tornare al governo. La prospettiva è quella indicata da Bersani della creazione di un nuovo Ulivo, che naturalmente avrebbe una vocazione maggioritaria all'interno dello schieramento di centrosinistra.
Francamente alla luce di questa prospettiva, mi pare ancora più deleteria la scelta fatta due anni fa di far morire il più forte partito di ispirazione socialista che ci sia stato in Italia per far nascere un ibrido dall'identità incerta, ma era impossibile chiedere adesso a Veltroni e a Bersani di ammettere che quella scelta fu un errore.
Per sperare di avere qualche possibilità quando si andrà nuovamente al voto, occorre smettere di dare enfasi al tema delle alleanze tra sigle politiche - come è stato fatto con l'infelice espeirenza dell'Unione - e tornare a parlare e a coinvolgere quella parte del paese che si sente naturalmente nel centrosinistra, ma che in questi anni si è progressivamente allontanata. La vera alleanza da fare è quella con gli sperduti cittadini del centrosinistra. E siamo in tanti.

"The cats will know" di Cesare Pavese


Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole -
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

martedì 24 agosto 2010

Considerazioni libere (154): a proposito dei problemi della democrazia...

Sarkozy, in una fase particolarmente opaca del suo mandato presidenziale - che peraltro rischia di essere ricordato più per la bellezza e l'esuberanza di Carlà che per le riforme promesse e non realizzate dal marito - ha deciso di far aumentare il proprio indice di popolarità, organizzando la "deportazione volontaria" di alcune decine di rom verso la Romania.
Il presidente francese era certo consapevole che questa operazione avrebbe trovato nel suo paese l'ostilità di gran parte degli intellettuali e di una parte della chiesa, aveva messo nel conto anche il giudizio negativo dei suoi colleghi europei, che, in maniera assolutamente ipocrita, hanno criticato un provvedimento che sarebbero stati pronti ad assumere per assicurarsi un aumento dei consensi. Non c'è dubbio infatti che Sarkozy abbia fatto una cosa estremamente popolare - inefficace dal punto di vista pratico, visti i numeri delle persone coinvolte - ma capace di raccogliere consensi in ampi strati dell'opinione pubblica, non solo di centrodestra; e non solo francese. Il fatto che questa operazione di rimpatri, più o meno forzati, abbia coinvolto poche persone non la rende meno grave né meno suscettibile di condanna, ma non è questo quello che al momento mi interessa.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Obama ha sfidato la grande maggioranza dell'opinione pubblica statunitense, dichiarando in maniera pubblica e solenne di approvare la decisione del sindaco di New York di autorizzare la costruzione di una moschea vicino a Ground zero. Il presidente degli Stati Uniti si è appellato a quanto sancito dalla costituzione americana, ma questo non è stato sufficiente a superare le critiche, che hanno di fatto affossato quel progetto. Di questo ho già parlato in una mia precedente "considerazione" (la nr. 152, per la precisione) e non è necessario che torni sull'argomento.
Ora, al di là del merito delle due questioni, queste vicende toccano un nodo vitale per le nostre democrazie: cosa succede quando la maggioranza dei cittadini ha un'opinione che è in contrasto con quelle norme generali che stanno alla base delle nostre stesse democrazie? Ossia, per dirla in maniera più brutale, cosa succede quando la maggioranza prende una decisione sbagliata e ingiusta?
Un caso eclatante è quello della pena di morte. Negli ordinamenti giuridici dei paesi europei la pena capitale è bandita, in nome del principio secondo cui uno stato non ha diritto di uccidere un uomo; fortunatamente questa decisione è già stata assunta nelle leggi dei nostri paesi - in Italia addirittura dal 1889 - sappiamo infatti che c'è una parte dell'opinione pubblica, forse maggioritaria, che riterrebbe la pena di morte un utile strumento per combattere la criminalità e se, ad esempio ora in Italia, si conducesse un referendum per chiederne l'introduzione, non sono certo quale sarebbe l'esito. Il problema è che in democrazia, per definizione, la maggioranza ha ragione, non sbaglia.
A cercare di temperare quello che vorrebbe la maggioranza ci sono, in ogni democrazia, due fattori altrettanto importanti: da un lato una minoranza, più o meno compatta, più o meno forte, più o meno minoritaria, che ricorda costantemente che esistono diritti che non possono essere cancellati, neppure dalla maggioranza, e dall'altro lato un sistema giudiziario, che, non essendo eletto, non deve cercare il consenso dell'opinione pubblica e che ha il compito di difendere quei diritti che si vorrebbero limitare o abolire.
Proprio perché esistono queste dinamiche, è necessario che di fronte alla decisione di Sarkozy, benché - lo ripeto - poco efficace dal punto di vista pratico, si continui a tenere alto il livello di attenzione e non si ceda alla tentazione di considerarla unicamente un fatto propagandistico. Oppure qui in Italia è necessario continuare a protestare contro la legge ingiusta, sostenuta da un'ampia maggioranza di consensi, che prevede i respingimenti degli stranieri clandestini verso la Libia, ossia un paese dove c'è una dittatura, senza tutelare coloro che possono richiedere asilo. Per questo motivo è necessario che qualcuno alzi la voce ogni volta che è calpestato un diritto.
E per questo è necessario che continuino a operare autorità giuridiche, indipendenti e autorevoli, e soprattutto è necessario che non venga minata questa loro autorevolezza, come invece si fa regolarmente in Italia a riguardo della Corte costituzionale o delle Corti europee, specialmente quando emettono sentenze non favorevoli alla maggioranza.
Ed è necessario infine che sui diritti il dialogo tra maggioranza e minoranza non si spezzi, che la minoranza non consideri la maggioranza irrecuperabile e nemica della democrazia e dei diritti e che la maggioranza non consideri la minoranza un fastidio da eliminare.

domenica 22 agosto 2010

da" Tolleranza e responsabilità intellettuale" di Karl R. Popper

All’età di settant’anni, nel dicembre del 1942, il dottor Leopold Lucas e la sua moglie furono imprigionati nel lager di Thiresienstadt, dove egli ha lavorato come un rabbino: un compito immensamente difficile. Morì dieci mesi dopo. Dora Lucas, sua moglie, rimase in Thiresienstadt per altri tredici mesi, dove le fu possibile lavorare come infermiera. Nell’ottobre 1944 fu deportata in Polonia assieme a diciottomila altri prigionieri. Là fu condannata a morte. Fu un terribile destino. Fu il destino di innumerevoli altri esseri umani, gente che amava altra gente e che cercava di aiutare altre persone, che erano amati da altre persone, che sono stati aiutati da altre persone. Essi appartengono a quelle famiglie che sono state strappate, distrutte e sterminate.
Non intendo qui parlare di questi eventi terribili. Tutte le volte che uno prova a parlare di queste cose sembra sempre che egli cerchi di rimpicciolirli, sono eventi che sono più grandi della stessa immaginazione.
Ma l’orrore continua. Coloro che sono scappati dal Vietnam; le vittime di Pol Pot in Cambogia; le vittime della rivoluzione in Iran; coloro che sono fuggiti dall’Afghanistan e gli arabi che sono dovuti scappare da Israele, a ripetizione uomini, donne e bambini diventano le vittime di questi pazzi fanatici.
Cosa potremmo fare per prevenire questi eventi mostruosi? Possiamo fare qualcosa?
La mia risposta è: sì! Io credo che ci possa essere moltissimo che possiamo fare. Quando dico noi, intendo gli intellettuali, che sono quegli esseri umani interessati alle idee; specialmente quelli che leggono e scrivono.
Perché io penso che noi, gli intellettuali, siamo in grado di aiutare? Semplicemente perché noi, gli intellettuali, abbiamo fabbricato le armi più terribili per migliaia di anni, uccisori di masse di uomini in nome di un idea, una dottrina, una teoria e una religione – tutte queste cose sono il prodotto del nostro lavoro, invenzioni di noi intellettuali. Se solo potessimo smetterla di manipolare gli uomini contro gli uomini – spesso con le migliori intenzioni– ci sarebbe tanto di guadagnato. Nessuno può dire che sia impossibile per noi smettere di fare ciò.
Il più importante fra i dieci comandamenti è: non uccidere. Esso contiene quasi la totalità dell’etica. Il modo in cui Schopenhauer, per esempio, formula la dottrina etica è sostanzialmente un’estensione di questo comandamento importante. La dottrina etica di Schopenhauer è semplice, diretta e chiara. Egli afferma: "Non far del male a nessuno. Aiuta tutti al meglio delle tue possibilità".
[...]
Voltaire si chiede: “Che cos’è la tolleranza?” e risponde (traduco liberamente): “La tolleranza è la necessaria conseguenza della comprensione della nostra imperfezione umana. Errare è umano e a noi questo capita continuamente. Perciò perdoniamoci gli uni gli altri le nostre follie. Questo è il primo principio del diritto naturale”.
Qui Voltaire fa appello alla nostra onestà intellettuale: noi dobbiamo ammettere i nostri errori, la nostra imperfezione, la nostra ignoranza. Voltaire conosce benissimo che i fanatici esistono. Ma la loro convinzione è veramente onesta? Hanno essi onestamente esaminato se stessi, ciò in cui credono e le ragioni per sostenere ciò di cui sono convinti? E non è l’attitudine all’autocritica una parte dell’onestà intellettuale? E non ha il fanatismo spesso cercato di negare la nostra non ammessa incredulità, che abbiamo represso, e talvolta ne siamo solo parzialmente consci?
Voltaire si appella alla nostra modestia intellettuale; e soprattutto il suo appello alla nostra onestà intellettuale fece una grande impressione sugli intellettuali del suo tempo. Mi piacerebbe riaffermare qui il suo appello.
La motivazione data da Voltaire in favore della tolleranza è che noi dobbiamo perdonarci gli uni gli altri le nostre follie. Ma una follia comune come quella della intolleranza Voltaire trova giusto che sia difficile da tollerare. Invero è qui che la tolleranza ha i suoi limiti. Se noi concediamo all’intolleranza il diritto di essere tollerata, allora noi distruggiamo la tolleranza, e lo stato di diritto. Questo è stata la sorte della Repubblica di Weimar.
Ma a parte l’intolleranza, vi sono ancora altre follie che noi non dovremmo tollerare; soprattutto quella follia che fa sì che gli intellettuali seguano le ultime mode; quella follia che ha spinto molti scrittori a adottare uno stile oscuro e che vuole impressionare, quello stile criptico che Goethe ha criticato in modo così radicale nel Faust (per esempio la tavola della moltiplicazione delle streghe). Questo stile, lo stile delle parole grandi e oscure, delle parole pompose ed incomprensibili, questo modo di scrivere non dovrebbe affatto essere ammirato e neppure tollerato dagli intellettuali. Esso rende possibile quella filosofia che è stata descritta come relativismo; una filosofia che porta alla tesi che tutte le tesi sono intellettualmente più o meno difendibili. Tutto è accettabile! Così il relativismo porta all’anarchia, alla mancanza di leggi, e al dominio della violenza.
L’argomento da me scelto “Tolleranza e responsabilità intellettuale” mi ha portato alla questione del relativismo.
A questo punto mi piacerebbe confrontare il relativismo con una posizione che è quasi sempre confusa col relativismo, ma che invece è totalmente differente da esso. Io ho spesso descritto questa posizione come pluralismo, ma ciò ha semplicemente portato a questi fraintendimenti.
Pertanto lo caratterizzerò qui come pluralismo critico. Il più confuso relativismo, che sorge da una scadente forma di tolleranza, porta al dominio della violenza, il pluralismo critico può contribuire a tenere la violenza sotto controllo.
Allo scopo di distinguere il relativismo dal pluralismo critico, l’idea di verità è di cruciale importanza. Il relativismo è la posizione che tutto può essere affermato, o praticamente tutto. Tutto è vero, o niente è vero. Pertanto la verità è un concetto senza significato.
Il pluralismo critico è la posizione che, nell’interesse della ricerca della verità, per tutte le teorie, le migliori in particolare, dovrebbe essere favorita la competizione con tutte le altre teorie. Questa competizione consiste nella discussione razionale delle teorie e nell’eliminazione critica. La discussione dovrebbe essere razionale – e ciò significa che dovrebbe avere a che fare con la verità delle teorie in competizione: la teoria che sembra avvicinarsi di più nel corso della discussione critica è la migliore; e la teoria migliore rimpiazza la teoria più debole. Pertanto la questione in gioco è quella della verità.

sabato 21 agosto 2010

Considerazioni libere (153): a proposito di pubblico cordoglio...

Dopo la rigenerante vacanza salentina, durante la quale sono rimasto "senza rete" e quindi nell'impossibilità di aggiornare questo blog, ricomincio a scrivere "in diretta" (l'altra sera ho pubblicato alcune "considerazioni" che, per non perdere il vizio, ho scritto nei giorni di vacanza, quando una qualche notizia mi "costringeva" al commento).
Scrivo comunque di una cosa accaduta nei giorni scorsi: la morte del ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e il successivo unanime cordoglio espresso da politici, giornalisti e opinionisti vari. La morte di qualsiasi persona ci deve indurre rispetto ed è naturale che in una tale circostanza i ricordi siano volti a mettere in evidenza più le cose positive che quelle negative, ma credo anche che quando muoia una persona che ha avuto un ruolo nella vita politica, culturale e sociale di un paese non ci si possa esimire da un giudizio su quello che quella persona ha fatto e ha rappresentato, nel bene e nel male.
Cossiga ha avuto responsabilità di rilievo in due momenti particolari della vita politica italiana: era ministro dell'interno quando le Brigate rosse hanno rapito e ucciso Aldo Moro, era presidente del consiglio quando i terroristi neofascisti hanno compiuto la strage alla stazione di Bologna. In entrambe le situazioni la sua azione è stata piena di ombre e se l'Italia è riuscita a uscire da quella tragica stagione non è merito di uomini come Cossiga. Da ministro prima e da presidente del consiglio poi non ha potuto o non ha voluto fare piena chiarezza sugli avvenimenti di cui era testimone. Passata quella stagione e in particolare dopo il suo mandato al Quirinale, Cossiga è tornato spesso a parlare di quegli anni, continuando purtroppo ad alimentare sospetti e divisioni.
Sul rapimento e sull'uccisione di Moro, Cossiga ha ribadito testardamente che quell'azione terroristica fu compiuta e gestita in piena autonomia dalle Brigate rosse e non ha mai detto nulla del ruolo che giocarono quei vertici politici e militari che rispondevano ad altri poteri, attraverso la loggia P2; se non si rese conto che i più alti gradi delle forze armate, delle forze dell'ordine e dei servizi segreti, che pure lui coordinava, prendevano ordini da altri o era un incapace o era in qualche modo coinvolto in un disegno che ormai, a livello storico - purtroppo non giudiziario - è, se non chiarito, almeno delineato. In quegli anni ci fu il tentativo, peraltro riuscito, di condizionare l'evoluzione del sistema politico, per evitare eccessive aperture verso la sinistra, e fu usato ogni mezzo, lecito e illecito, per raggiungere tale obiettivo.
Sulla strage di Bologna, Cossiga ha continuato a compiere, fino a pochi mesi dalla morte, un'opera di vero e proprio depistaggio, accreditando - forte della sua presunta conoscenza di chissà quali segreti - la tesi che la strage di Bologna sia stata un incidente, provocata dallo scoppio accidentale di un ordigno trasportato in treno da un terrorista palestinese, che aveva scelto le ferrovie italiane per portare una bomba, già innescata, nel nord Europa. Cossiga finge di ignorare le sentenze, passate in giudicato, che condannano da un lato i terroristi neofascisti di aver materialmente portato la bomba, quel giorno e a quell'ora, per uccidere il massimo numero di persone e dall'altro lato alcuni uomini dei servizi segreti, ancora coinvolti nella P2, di aver ripetutamente depistato le indagini, facendo trovare false bombe, inventando testimoni e così via. Ancora non sappiamo i motivi che spinsero qualcuno ad armare in questo modo i neofascisti, probabilmente neppure Cossiga lo sapeva, ma allora avrebbe fatto meglio a tacere, per rispetto di chi in quella strage ha perso la vita.
Il cordoglio per una persona non può velo alla verità. Una democrazia non se lo può permettere.

venerdì 20 agosto 2010

"Un estraneo" di Maram al-Masri


Un estraneo mi guarda,
un estraneo mi parla,
sorrido ad un estraneo,
parlo ad un estraneo,
un estraneo m’ascolta,
davanti
alle sue pene
pulite e bianche
piango,
sulla solitudine che unisce
gli stranieri.

giovedì 19 agosto 2010

Considerazioni libere (152): a proposito di moschee...

Una buona notizia di ferragosto.
Dopo un primo momento di riserbo e il tentativo dei suoi portavoce di considerare la questione di esclusivo interesse locale, il presidente Obama ha deciso di prendere posizione a favore della decisione del sindaco di New York di autorizzare la costruzione di una moschea a tre isolati da Ground zero. Si tratta di una decisione impopolare, che, secondo i sondaggi, è giudicata negativamente dal 68% dei cittadini statunitensi e che ha trovato l'ostilità di gran parte dei familiari delle vittime degli attentati dell'11 settembre. Immagino che ora non mancheranno neppure qui da noi i detrattori della proposta: i fanatici epigoni della Fallaci, gli ideologi dello scontro di civiltà, la Santanchè versione Giovanna d'Arco, il crociato Magdi Cristiano Allam e compagnia cantante. Fortuntamente a New York tra i primi a sostenere la proposta ci sono stati i rappresentanti delle altre confessioni religiose, compresi gli ebrei, e spero che il Vaticano abbia il coraggio di esprimere una propria posizione sull'argomento.
Come dimostra il giudizio dell'opinione pubblica statunitense, è ormai prevalsa una lettura secondo cui questo primo decennio del nuovo secolo sarebbe segnato dallo scontro inconciliabile tra civiltà occidentale e islam, così come la seconda metà del secolo scorso è stato segnato dalla dicotomia comunismo/anticomunismo. Si tratta di una lettura sbagliata e motivata dall'interesse di una parte importante dell'establishment statunitense di alimentare la guerra in Afghanistan e in Iraq e di giustificare un possibile attacco all'Iran. Questa lettura è sbagliata prima di tutto perché non è chiaro cosa sia la civiltà occidentale che dovremmo difendere: l'identità cristiana? i valori del liberalismo? la difesa dei diritti umani? La stessa vicenda della costruzione della moschea vicino a Ground zero dimostra che c'è da parte della maggioranza degli statunitensi un'intolleranza verso il mondo mussulmano almeno pari a quella alimentata da una parte delle classi dirigenti mussulmane contro l'occidente. Come ha cercato di spiegare Obama, l'idea di fondo della Costituzione americana viene negata se si impedisce a una parte dei cittadini di professare il proprio credo religioso. E, per altro, è paradossale che la difesa di una presunta identità cristiana passi attraverso una società così fortemente secolarizzata come quella statunitense e quella dei paesi europei, dove i credenti cristiani sono ormai una minoranza, per quanto influente nella vita politica.
Personalmente penso che dovremmo abbandonare i toni apocalittici dello scontro di civiltà e cominciare a ragionare sulle vere differenze che ci sono nel mondo: tra chi gode dei diritti politici e civili e chi ne è escluso, tra i paesi in cui le donne hanno riconosciuto il loro ruolo politico, economico e sociale e quelli in cui sono soggetti con meno o senza diritti, tra chi sfrutta e chi viene sfruttato, parole che sembrano antiche, ma che hanno una loro terribile attualità.

Considerazione scritta domenica 15 agosto

Considerazioni libere (151): a proposito delle difficoltà del centrosinistra...

Al punto in cui è giunto lo scontro politico all'interno della maggioranza che ha vinto le elezioni del 2008, non è improbabile che il parlamento venga sciolto prima della scadenza naturale e che si torni a votare nella prossima primavera.
Purtroppo il Partito Democratico è la forza politica al momento più impreparata ad affrontare il voto, perché mancano - o almeno non appaiono ai più - né uno schema strategico né un disegno tattico. Purtroppo altrettanto impreparato è lo schieramento a sinistra del Pd, che non si è ripreso dalla sconfitta bruciante di due anni fa e non riesce ancora a trovare in Vendola un leader capace di riunire le forze della sinistra che ci sono nella società; lo stesso Vendola peraltro fatica a trovare un proprio ruolo e probabilmente il fatto di avere un compito istituzionale piuttosto complesso non lo aiuta in questo lavoro.
E' comunque il Pd a essere in maggior difficoltà. Il leader del maggior partito di opposizione dovrebbe essere il candidato naturale a guidare la coalizione e a proporsi come futuro capo dell'esecutivo, ma da diversi settori del partito questo automatismo è più o meno implicitamente negato: Chiamparino si è autocandidato a future primarie, Fioroni dice che è necessario un nuovo Prodi capace di essere sintesi di una coalizione vasta che dovrebbe andare dalla sinistra radicale all'Udc, lo stesso Bersani pare incerto, dando l'impressione che tema la sconfitta e il conseguente dibattito interno sulla sua segreteria che ne deriverebbe.
Tutte la valutazioni che in questi giorni fanno i dirigenti del Pd ruotano attorno al tema delle alleanze ed è naturale che sia così, ma il Pd pare sempre in posizione subordinata. Nella fantasiosa ipotesi si una sorta di rassemblement democratico, che includerebbe anche Fini, il Pd si troverebbe gioco forza in una posizione di minoranza. Nello schema che vede un'alleanza tra l'Udc e il Pd, guidata da Casini, al di là di un forte ridimensionamento delle tematiche progressiste, non ci sarebbe nulla di quello che rappresentò Prodi nel '96; in quel caso non si trattava soltanto di un'alleanza tattica, guidata da una personalità di centro potenzialmente capace di attrarre maggiormente i ceti moderati, ma c'era un progetto politico con caratteri innovativi, c'era l'idea di costruire un nuovo polo politico, l'Ulivo, che finì purtroppo senza riuscire a mostrare il suo potenziale riformista e che non si riuscì più a far rinascere nel 2006. Anche l'ipotesi di tornare alla cosiddetta vocazione maggioritaria, se fosse vissuta come nel 2008, ossia come un elemento di isolamento - magari mantenendo la sola alleanza con l'Italia dei valori - sarebbe un segno di debolezza e l'annuncio di una nuova sconfitta. I dirigenti del Pd, e Bersani prima di tutto, dovrebbero lavorare affinché il partito diventasse l'elemento catalizzatore della futura alleanza di centrosinistra: sono le altre forze politiche che dovrebbero porsi il problema se e come allearsi con il Pd, e non il contrario, come sta avvenendo invece ora. Questo naturalmente richiede una chiarezza di proposte che, al momento, non c'è.
Come è noto, comunque, i dirigenti del Pd pensano che la soluzione migliore allo stallo provocato dalla rottura traumatica avvenuta nel principale partito del centrodestra non sia il ricorso al voto, ma la formazione di un nuovo governo - definito di volta in volta di garanzia o di transizione o di responsabilità istituzionale - che abbia il compito minimo di cambiare l'attuale legge elettorale, la "porcata", secondo la definizione di Calderoli, che l'ha elaborata. A parte il fatto che investire tutto su questa unica possibilità è piuttosto rischioso, perché le variabili sono davvero tante e piuttosto aleatorie, non è affatto chiaro come dovrebbe essere cambiata la legge elettorale. I dirigenti del Pd dicono che occorre restituire ai cittadini la facoltà di scegliere i propri parlamentari, ma questo risultato si può ottenere sia con un sistema maggioritario a collegi elettorali sia con il ritorno al proporzionale puro con le preferenze, per citare soltanto i due estremi, tra cui si trovano una serie piuttosto ampia di varianti, come dimostra anche la nostra storia recente in fatto di sistemi elettorali. Qual è il sistema sostenuto dal Pd? Forse i sostenitori della vocazione maggioritaria preferiranno un sistema con una forte quota maggioritaria, mentre coloro che lavorano per una nuova aggregazione delle forze politiche preferirebbero un sistema con una più forte proporzionale. Non si tratta di una questione peregrina, ma l'ennesima dimostrazione della difficoltà di avere una linea chiara e comunque questa indecisione renderà ancora più difficile, se non impossibile, coagulare una maggioranza ampia su una proposta di riforma. O, anche in questo caso, il Pd dovrà andare a traino di una proposta non sua, come quella elaborata dall'Udc e dai fautori del cosiddetto "terzo polo".
A scanso di equivoci, ripeto che non sono contento dei problemi del Pd; spero sempre che qualcosa cambi...

Considerazione scritta giovedì 12 agosto

Considerazioni libere (150): a proposito di federalismo e di turismo...

Ho scoperto il Salento grazie a Zaira, che è originaria, da parte della famiglia paterna, di questa splendida terra. Da due anni passiamo qui le vacanze estive: sono luoghi che davvero meritano di essere visitati, per il mare, per la natura, per l'arte, per la cucina, per la musica.
La lettura dei giornali locali riserva qualche curiosità, che mi fa piacere condividere con i miei sparuti lettori. Di ieri è la notizia che il movimento di Adriana Poli Bortone, che qui è piuttosto radicato - visto che la stessa Poli Bortone, già ministro in quota An nel primo governo Berlusconi, è stata una capace sindaco a Lecce - e che ha un rapporto conflittuale con il centrodestra - sul modello del Mpa del siciliano Lombardo - si è fatto promotore di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Lecce per promuovere la nascita di una nuova regione, il "grande Salento", unendo le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Un bell'esempio di risparmio dei soldi pubblici, visto che il nuovo ente dovrebbe avere un nuovo presidente, una nuova giunta e un nuovo consiglio, con tutto quello che ne consegue. Non pensate che la proposta sia così peregrina, visto che solo un anno fa in Puglia è nata una nuova provincia "tricefala", con tre capoluoghi, Barletta, Andria e Trani, denominata Bat.
Invece i giornali di oggi annunciano che la provincia di Lecce promuoverà il marchio "Salento d'amare" in maniera autonoma nelle principali città europee e a New York. Sul Corriere del Mezzogiorno si ricorda come la Puglia ha partecipato nello scorso mese di febbraio alla Borsa internazionale del turismo di Milano: accanto allo stand della regione, c'erano uno spazio della Capitanata e della Terra di Bari, uno spazio di Lecce e del Salento, uno spazio di Taranto - che allora rivendicava il fatto di non essere in Salento e presentava il proprio marchio "Terra jonica". Anche la provincia di Brindisi in febbraio non voleva essere considerata in Salento e così ha acquistato uno spazio al Bit per presentare il marchio "Filia solis"; peccato che la decisione non sia stata condivisa da Brindisi e dai comuni di Ostuni, Carovigno, Fasano e Ceglie, che sono andati a Milano, presentando il marchio "Terra di Brindisi". Immaginate lo stupore dell'operatore statunitense - che probabilmente non ha ben chiaro quale sia il delicato ruolo istituzionale delle province in Italia - che si è trovato davanti a due stand di Brindisi.
Il problema non è naturalmente solo quello della proliferazione dei marchi - che è comunque un dato negativo, visto che le altre regioni riescono a presentare in forme unitarie territori altrettanto "complessi" quanto quello pugliese - ma la capacità di controllare in maniera effettiva che a quello promesso da un marchio corrispondano servizi e offerte per i turisti. Visitando il Salento pare che questa capacità istituzionale non ci sia, supplita in qualche modo da molte iniziative singole di valore, che solo raramente fanno rete. Così ad esempio alcune associazioni della zona attorno a Santa Maria di Leuca si sono date un'organizzazione per non far coincidere e pubblicizzare in maniera unitaria le sagre che si svolgono in ogni paese oppure i Comuni della Grecìa collaborano per le iniziative della "Notte della taranta": sono momenti utili, ma non bastano. Naturalmente questi problemi non saranno risolti né da un nuovo marchio né da una nuova regione.

Considerazione scritta mercoledì 11 agosto

Considerazioni libere (149): a proposito di informazione libera...

In questa insolitamente attiva estate della politica italiana, per capire gli umori del centrodestra, è un'utile lettura Il Giornale diretto da Vittorio Feltri. Naturalmente non è necessario comprarlo, basta guardare il titolo che campeggia su tutta la prima pagina, in questi giorni "scagliato" contro Fini e i suoi sostenitori. Quello di ieri, lunedì 9 agosto, era, nel suo genere un piccolo capolavoro: "Fini come Scajola". Ossia, per insultare nel modo peggiore il Presidente della Camera e per dire che ha approfittato della sua posizione per favorire il fratello della propria compagna, lo si paragona all'incauto ministro che ha detto che gli è stata acquistata una casa "a sua insaputa". Peccato però che l'ingenuo Scajola non sia un'esponente dell'odiato e vituperato centrosinistra, ma un insigne rappresentante della più stretta cerchia di consiglieri di Berlusconi e che in diverse occasioni autorevoli esponenti del centrodestra abbiano espresso la loro solidarietò a Scajola, spiegandoci che le sue dimissioni sono state un atto di responsabilità, non dovute, e dipingendolo come l'ennesima vittima della magistratura politicizzata di sinistra.
Povero Scajola, si sarà rammaricato a leggere il titolo de Il Giornale, proprio ora che stava tornando alla ribalta, avendo dato vita all'ennesima fondazione all'interno del Pdl, intitolata a Cristoforo Colombo - ligure come lui e altrettanto capace a superare infidi scogli - con il nobile obiettivo di superare le correnti per ridare slancio al partito. C'è perfino chi ha ipotizzato un suo ritorno al ministero per lo sviluppo economico, visto che continua un interim ormai imbarazzante, dopo una serie di rifiuti più o meno eccellenti. "Scajola" è diventato per i pasdaran, le guardie armate, del declinante berlusconismo un insulto da lanciare in faccia al nemico di turno.
Francamente i due casi sono difficilmente paragonabili, se non per un aspetto prettamente immobiliare. Scajola ha ricevuto in "dono" una casa da parte di un costruttore che nel corso degli anni ha ottenuto diversi e importanti appalti dall'amministrazione pubblica; Fini ha venduto una casa che era a disposizione del suo partito e quindi un bene privato a tutti gli effetti. Sarebbe stato più opportuno che la vendita non fosse stata fatta a una società off-shore, e quindi nata per frodare il fisco, e certo non depone a favore del Presidente della Camera che il fratello della sua compagna sia dietro a questa società off-shore e quindi sia un possibile evasore, ma se dovessimo sempre rispondere della dabbennaggine dei nostri cognati...
E che dire se Berlusconi dovesse rispondere di quello che ha fatto il fratello...

Considerazione scritta martedì 10 agosto

Considerazioni libere (148): a proposito di cognati...

Se la memoria non mi inganna - e d'altra parte, non avendo la possibilità di collegarmi alla rete, non posso consultare Wikipedia e quindi posso solo affidarmi ai ricordi di qualche lontana lettura - in Spagna, durante la dittatura del generalissimo Francisco Franco, ebbe una posizione di rilievo il fratello della moglie del Caudillo, che la voce popolare cominciò a chiamare il "cognatissimo".
Le cronache di questa estate italiana ci riportano le gesta di un più modesto cognato, il fratello dell'attuale compagna del Presidente della Camera. Questo personaggio pare non sia nuovo ad approfittare del proprio ruolo di cognato; grazie ai buoni uffici dell'allora fidanzato della sorella, il ruspante e delinquente Gaucci, riuscì addirittura a diventare vicepresidente della Ternana, ruolo certo di prestigio, ma forse insufficiente per l'ambizione del giovane. Figurarsi cosa avrà pensato quando la sorella è diventata la compagna di un personaggio ben più presentabile e potente. Pare che il nostro abbia frequentato i corridoi della Rai, vantando appunto il proprio ruolo di cognato illustre. Non è difficile immaginare che il cognato abbia trovato attenzione e credito in diversi ambienti, anche da parte di quelli che ora si sono affrettati a sbattergli la porta in faccia, visto il cattivo momento di cui gode Fini.
C'è una bella commedia di Gogol', intitolata L'ispettore generale, che, pur ambientata nella Russia dell'Ottocento, sembra descrivere tanti vizi del nostro paese. In una remota città dell'impero arriva la notizia che da San Pietroburgo è in arrivo un ispettore generale per indagare sui funzionari pubblici della regione; questo annuncio getta nel panico i notabili della città, tanto corrotti quanto incapaci. Poco dopo arriva un giovane spiantato, accompagnato da un servo perennemente affamato, partito per la Russia profonda in cerca di fortuna. Naturalmente i notabili credono si tratti del misterioso ispettore e fanno a gara per invitarlo a pranzo e a cena; tutti lo blandiscono, le donne tentano di sedurlo e gli si offrono più o meno scopertamente, gli uomini ne lodano l'intelligenza e l'arguzia, gli fanno regali, gli prestano soldi, fin quando il servo, intuita la verità, convince il padrone a scappare, poco prima dell'arrivo del vero ispettore. In Italia avviene lo stesso: è sufficiente essere un potente o un supposto potente o un parente - perché in Italia, si sa, tutti tengono famiglia - perché tante porte si schiudano. Non è necessario chiedere, c'è sempre qualcuno pronto a offrire.
Immagino che il povero cognato avrebbe preferito che l'illustre parente fosse rimasto tranquillo nel suo ruolo istituzionale, senza l'alzata di testa di sfidare Berlusconi. Ora si godrebbe il suo appartamento a Montecarlo e soprattutto avrebbe potuto continuare a sfruttare il suo ruolo, senza troppa fatica. Magari ora gli tocca cercare un lavoro, ma c'è sempre la possibilità di approdare all'Isola dei famosi.

Considerazione scritta lunedì 9 agosto

Considerazioni libere (147): a proposito dei paradossi della politica...

La politica italiana sta andando in vacanza e ci consegna un divertente paradosso. Berlusconi, per storia personale e soprattutto per sua naturale indole, è la persona più estranea alle regole, scritte e non scritte, della vita istituzionale e politica italiana, tanto da teorizzare una sorta di democrazia carismatica, in cui conta unicamente il legame diretto tra il leader e il suo popolo, senza alcuna altra mediazione. Questa è in fondo l'unica riforma istituzionale che davvero sia stata introdotta in Italia in questi sedici anni: la divisione del paese in due schiere nettamente avverse e inconciliabili, i berlusconiani e gli antiberlusconiani.
Ora, anche se la netta maggioranza degli italiani continua a essere berlusconiana nelle proprie viscere più profonde, Berlusconi si ritrova a guidare un governo senza maggioranza parlamentare, e il fatto divertente è che siano rispuntate alcune definizioni che sembravano ormai definitivamente consegnate alla storia recente della vita politica italiana: "governo balneare" o "governo della non-sfiducia", come se Berlusconi fosse uno di quei notabili democristiani degli anni sessanta, da televisione in bianco e nero, un Rumor qualsiasi ad esempio. Anzi - e qui sta il paradosso - proprio a queste regole, a queste pratiche politiche, che egli considera stantie e bolla solitamente come "teatrino della politica", deve la possibilità di rimanere a Palazzo Chigi, nonostante la nascita del nuovo partito di Fini segni di fatto la fine di questa legislatura. Ma finché non ci sarà un esplicito voto di sfiducia, il governo Berlusconi potrà continuare a vivacchiare, sperando nelle assenze o in qualche transfuga: il berlusconismo meritava forse una fine migliore, almeno più drammatica e spettacolare, come quella immaginata da Moretti ne "Il caimano". Vedremo cosa succederà nelle prossime settimane.
Da questa crisi - e mi dispiace moltissimo, come potrete immaginare - esce comunque sconfitto il centrosinistra. Più che sconfitto, annichilito. Considerare come unica alternativa credibile a questo governo un esecutivo di transizione o di larghe intese, guidato magari da Tremonti, significa rinunciare in partenza al proprio ruolo di alternativa. Il centrosinistra - in particolare il Partito Democratico - immagina per sé un ruolo di opposizione o di irrilevanza politica per i prossimi anni. A questo paese occorre proporre un progetto alternativo a quello portato avanti con coerenza dal centrodestra e per farlo bisogna ripartire da alcuni concetti da sempre fondamentali della sinistra: ridistribuzione, giustizia sociale, lotta contro i privilegi, coniungadoli con valori che sono diventati via via nostro patrimonio, come la tutela delle pari opportunità, la difesa dei diritti individuali e la lotta per la legalità. Ci vorrà forse tempo, ma perché rinunciare in partenza?

Considerazione scritta giovedì 5 agosto

Storie (III). "Maria e Angela..."

Maria e Angela stanno per arrivare in treno a Bologna. E' la mattina del 2 agosto 2010. Vivono a Empoli. Maria ha 54 anni, lavora alla cassa di un grande supermercato; per alcuni anni, prima dell'incidente - lei lo continua a chiamare pudicamente così - ha lavorato in una fabbrica di confezioni, poi ha trovato questo lavoro, che le ha permesso di ottenere un part time e di stare più tempo con la figlia. Angela ha 33 anni, lavora in un'agenzia di viaggi e da tre anni non vive più insieme a sua madre; si è sposata con Giulio e l'anno prossimo sperano di avere un bambino.
Il loro treno sta entrando in stazione. Maria è arrivata in questa stazione alcune altre volte prima dell'incidente, ma ormai non riesce a ricordarne nemmeno una. Angela invece è arrivata in stazione a Bologna per la prima volta il 2 agosto del 1980, trent'anni fa. Stavano andando in vacanza sul lago di Garda, insieme a due amiche di Maria; dovevano aspettare la coincidenza e stavano nella sala di attesa di seconda classe. Era davvero caldo quella mattina a Bologna e Angela non voleva star ferma. La sala d'attesa era piena di persone, sul binario 1, lì davanti, era fermo un treno. Nessuno nota l'uomo che appoggia una valigia sotto il tavolino della sala d'attesa, proprio dove è seduta Maria. Sono le 10.15. Angela corre tra le sedie, inciampa in una borsa, Maria la raggiunge, la prende in braccio, le amiche controllano i suoi bagagli, Maria porta Angela fuori, a vedere il treno che sta per ripartire. Sono le 10.25.
Maria si risveglia su un taxi, vede Angela accanto a sé, tutte e due hanno il viso coperto di sangue, sente il taxista chiederle come sta, perde di nuovo i sensi. Maria si sveglia di nuovo, è in un letto con le braccia fasciate, chiede a un medico notizie di sua figlia; è all'ospedale anche lei, sta bene, la rassicura il medico. In quel momento passa il presidente Pertini a salutare i feriti, stringe la mano di Maria, le fa coraggio con il suo fare paterno. Lentamente Maria viene a sapere quello che è successo: è scoppiata una bomba in stazione, proprio lì, nella sala d'attesa di seconda classe, è stata una strage.
Maria e Angela vanno ogni anno alla manifestazione che ricorda la strage, portano un fiore per le due amiche che sono rimaste accanto ai bagagli. Solo un anno, l'85, non sono andate: Angela aveva il morbillo. Altre volte sono passate per quella stazione, insieme o da sole: Angela è passata per la stazione di Bologna con la gita delle superiori e poi per la prima vacanza con Giulio, ma quel viaggio, il 2 agosto di ogni anno, lo devono fare insieme, loro due sole, per ricordare. Si fermano a guardare l'orologio fermo alle 10.25, leggono i nomi delle 83 persone morte nella strage. Si stringono le mani.

Questa è una storia di fantasia. Le vittime della strage alla stazione di Bologna furono 85: tra loro, la vittima più piccola, Angela Fresu, di 3 anni, e sua madre Maria Fresu, di 24 anni, il cui corpo - l'unico che non è stato trovato - è stato disintegrato dalla bomba.
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