mercoledì 30 giugno 2010

Considerazioni libere (135): a proposito di politiche culturali...

Oggi voglio raccontare una piccola storia italiana, che - almeno a mio parere - non ha avuto l'attenzione che meriterebbe.
Ravello è una splendida cittadina della provincia di Salerno, uno dei moltissimi tesori italiani, tanto che l'Unesco ha dichiarato Ravello e la costiera amalfitana patrimonio dell'umanità. La città ospita ogni anno il Festival di Ravello, dedicato a Wagner, che proprio in un soggiorno nella località campana trasse l'ispirazione per comporre il suo ultimo capolavoro, il Parsifal, e che è solo uno dei tanti turisti illustri che si è innamorato di questo luogo.
Dal 2002 il presidente della Fondazione Ravello è il sociologo Domenico De Masi che è riuscito a rilanciare il Festival, grazie anche alla sua capacità di raccogliere contributi privati: questo appuntamento culturale infatti ha un bilancio che vive per il 66% grazie a sponsor privati e per il 34% con fondi pubblici, un caso unico nel Sud. De Masi si è proposto un altro ambizioso progetto, realizzare a Ravello un grande auditorium, un luogo in cui avviare, non solo nei mesi estivi, un'attività culturale capace di attirare turisti in quel comune che, pur avendo solo 2.500 abitanti, conta diciotto alberghi, di cui cinque a cinque stelle. Oscar Niemeyer, uno dei più importanti architetti del mondo, il "padre" di Brasilia, ha realizzato gratuitamente il progetto di questo auditorium e la Fondazione ha ottenuto dall'Unione europea 18,5 milioni di euro necessari per realizzare l'opera.
A questo punto sono iniziati i contenziosi. Nei primi sei anni chi sedeva all'opposizione in Consiglio comunale ha fatto di tutto per non far realizzare l'opera e si è costituito un comitato contro l'auditorium, sostenuto anche da Italia Nostra. Sono partiti esposti, si sono svolti diversi processi e i lavori sono stati più volte sospesi. Nel febbraio del 2005 infine il Consiglio di Stato ha dato il via libera ai lavori che sono terminati nel 2009. Oggi la sala può piacere o non piacere, affascinare o apparire uno sfregio, ma è una realtà da 18.5 milioni di euro. L'auditorium è stato anche inaugurato, ma ora è chiuso, anzi rimarrà chiuso proprio per l'edizione 2010 del Festival, che si inaugura il 1 luglio con uno spettacolo in cui si esibiranno John Malkovich e la Wiener Akademie.
Nel frattempo è diventato Sindaco chi fino a pochi mesi fa si era opposto alla realizzazione dell'auditorium. Il 2 ottobre del 2009 il sindaco Imperato ha sottoscritto un atto di comodato con cui il Comune affidava alla Fondazione la gestione della sala; la Fondazione aveva già preparato un cartellone prevedendo quattro festival, uno per ogni stagione e un piano industriale che prevede il pareggio nei primi due anni di attività. Ma il 22 aprile di quest'anno il Consiglio comunale, compreso lo stesso Sindaco Imperato, ha bocciato questa convenzione, decidendo di costituire una propria società di gestione: evidentemente qualcuno ha colto le potenzialità economiche della struttura. Nel frattempo i Vigili del fuoco non hanno ancora concesso l'agibilità e il Comune non ha particolare fretta, visto che prima vuole risolvere la partita della gestione.
Così a Ravello c'è un'auditorium, progettato da uno dei più grandi architetti del mondo e costato 18,5 milioni di euro, che nessuno sta utilizzando. Ogni altro commento mi pare superfluo.

domenica 27 giugno 2010

"Odysseus" di Francesco Guccini


Bisogna che lo affermi fortemente
che certo non appartenevo al mare,
anche se dei d'olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare,
e se guardavo l'isola petrosa,
ulivi e armenti sopra la collina,
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa
c'era l'anima mia che è contadina;
un'isola d'aratro e di frumento
senza le vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento
il vino e l'olio erano i miei ori.
Ma se tu guardi il monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte,
un'isola col mare che l'abbraccia
ti chiama a un'altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
ma il mare trascurato mi travolse,
seppi che il mio futuro era sul mare
con un dubbio pero che non si sciolse;
senza futuro era il mio navigare.
Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l'acqua e al gusto del salato
brucia la mente,
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito,
a ogni incontro redisegnare il mondo,
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo
e andar
e in giorni bianchi come arsura,
soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
e andare nella notte che ti avvolge e
scrutare delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa è un segno che ti volge
diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.
E andare verso isole incantate
verso altri amori, verso forze arcane
compagni persi e navi naufragate;
per mesi, anni o soltanto settimane?
La memoria confonde e da l'oblio,
chi era Nausicaa e dove le sirene?
Circe e Calipso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme,
mi sfuggono il timone, vele, remo,
la fratura tra inizio ed il finire,
l'urlo dell' accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.
E fuggendo si muore e la mia morte
sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace.
Forse perchè sono rmasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali il folle volo
oltre l'umano.
Le via del mare insegna false rotte,
ingannevole il mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella note
perenne di chi un giorno l'ha cantato,
donandomi pero l'eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima.

ascoltate la canzone, cliccando qui

sabato 26 giugno 2010

Considerazioni libere (134): a proposito di nazionale...

Non mi pare il caso di dire che lo scarso - usiamo un eufemismo, per carità di patria - risultato della nazionale italiana di calcio sia lo specchio della condizione di crisi in cui si trova il nostro paese. Il calcio rimane comunque uno sport, in cui le occasioni e i colpi di fortuna - e naturalmente quelli di sfortuna - hanno un peso molto forte: se il guardialinee non si fosse accorto del quasi impercettibile fuorigioco di Quagliarella, adesso saremmo qui a raccontare una storia diversa. Ma la prova regina che non c'è una stretta relazione tra lo stato del paese e le sorti della nazionale è la vittoria dell'Italia di Lippi nel mondiale del 2006: allora l'Italia-paese faceva schifo praticamente come oggi.
Sgombrato il campo da questo sociologismo da quattro soldi, ci sono però alcuni aspetti della sconfitta della nazionale che descrivono abbastanza bene quello che avviene nel nostro paese. La sconfitta della nazionale è frutto certamente dell'incapacità dei quei calciatori di gestire l'indubbia pressione che un appuntamento internazionale di quel livello porta con sé e dell'incapacità del commissario tecnico di capire cosa stava succedendo nelle teste dei suoi giocatori. Però sarebbe ingeneroso dire che le responsabilità sono soltanto queste. Eppure in Italia funziona così: si individua un responsabile e gli si butta la croce addosso e intanto gli altri aspettano che passi la bufera.
La crisi della nazionale la conseguenza logica di una serie di incapacità a livello dirigenziale: la Figc è debolissima e in balìa di decisioni che vengono prese in altre sedi, non c'è nessun investimento sui centri giovanili federali, non c'è nessuna programmazione seria riguardante le nazionali giovanili che dovrebbero essere i naturali vivai per la nazionale maggiore. Nonostante tutto questo Abete rimarrà al suo posto, certamente consigliato dal suo immarcescibile predecessore e mentore Franco Carraro. Nel calcio attuale la nazionale è una parentesi, perché tutto il rilevantissimo interesse economico è concentrato sul super-campionato che giocano una dozzina di squadre a livello europeo: lì ci sono i soldi, lì ci sono le persone che decidono. Ovviamente nessuno - o ben pochi, specialmente tra i cosiddetti addetti ai lavori - ha interesse a disturbare il munifico manovratore e quindi si va avanti così. D'altra parte nessuno ha provato a criticare Marchionne e nessuno criticherà i padroni delle grandi squadre.

"Il valore della ricchezza" di Robert Kennedy

Discorso pronunciato presso l'Università del Kansas il 18 marzo 1968

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana.
Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

venerdì 25 giugno 2010

Considerazioni libere (133): a proposito di compagni...

Intervengo con un po' di ritardo su una di quelle questioni che tanto appassionano i giornali e i commentatori delle vicende politiche italiane: l'opportunità o meno di usare la parola "compagno" all'interno del Partito Democratico.
I fatti sono noti: sabato 19 giugno, intervenendo alla manifestazione che il Pd ha organizzato contro la manovra economica, l'attore Fabrizio Gifuni ha esordito con "compagne e compagni", scatenando l'applauso fragoroso della platea. Nei giorni successivi alcuni giovani del Pd hanno scritto a Bersani, dichiarando il loro disappunto perché secondo loro quella formula appartiene a una tradizione che il Pd avrebbe dovuto superare e quindi non dovrebbe essere più usata. Da questa lettera è cominciato il dibattito, svoltosi spesso sul tono dell'ironia e del sarcasmo, in cui si sono cimentati i soliti noti, dentro e fuori - ma soprattutto fuori - del partito. Proprio perché la discussione si è stancamente protratta su questo livello basso, ho preferito non occuparmene qui, anche perché contemporaneamente si stava parlando della vicenda di Pomigliano, una questione decisamente più seria e su cui si è definitivamente giocata - almeno secondo me - la credibilità del Pd come partito del centrosinistra, erede della tradizione riformista italiana. Di questo ho già parlato, nella "considerazione" nr. 131, per la precisione.
Ho però ripensato alla cosa e mi sono reso conto che per me quella parola è carica di significato e quindi qualche riflessione si impone. Fin da bambino ho sentito usare questa parola, i miei genitori erano compagni, i miei zii, tante delle persone che conoscevo, mio nonno era compagno - un compagno socialista, ma sempre un compagno. Come credo di aver già scritto, anche prima di capire qualcosa del mondo, la parola "compagno" ha avuto per me un significato positivo e ammetto che mi è rimasto una sorta di riflesso incondizionato. Poi ho conosciuto tante compagne e tanti compagni, ho imparato a conoscerli e a lavorare con loro, e quella parola è diventata per me sempre più importante. Ricordo l'emozione con cui l'ho pronunciata nelle prime occasioni in cui ho avuto l'opportunità di intervenire in sezione o quando, un po' di tempo dopo, mi è capitato di pronunciare il discorso per un compagno che ci aveva lasciato. Ho riletto in questi giorni un passo più volte citato di Mario Rigoni Stern:
Compagni è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.
Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere.

Queste parole raccontano, come meglio non si potrebbe fare, tutto quello che ho sentito e sento. E questo sentimento non potrà cambiare, almeno per me. E' un insieme di emozioni e di ragionamenti che mi accompagnerà, perché fa parte ormai del mio percorso.
Se però ragiono a mente fredda sulla questione, trovo che a loro modo di vedere quei giovani del Pd che hanno scritto a Bersani hanno ragione. Non sono stati loro, ma chi questo partito ha voluto far nascere a spiegare che era finito un mondo e che con la fine di quel mondo era finito anche un certo modo di concepire la politica. Il Pd è già qualcosa di profondamente diverso da quello che era il maggior partito che ha contribuito a fondarlo, nonostante i tentativi gattopardeschi di alcuni dirigenti che continuano a sostenere che c'è una continuità tra quella storia e la nascita del Pd. E nonostante Berlusconi continui a rappresentare il Pd come una costola della terza Internazionale. Sbaglia lui e sbagliano i gattopardi: il Pd è già qualcosa di molto diverso da un partito socialista e temo - almeno dal mio punto di vista - che il processo sia irreversibile.
Nei momenti di rabbia mi verrebbe da dire che è giusto che gli iscritti al Pd non si chiamino tra loro compagni, che non ne hanno il diritto. Ad esempio l'ho pensato leggendo certe dichiarazioni sulla vicenda di Pomigliano. Poi, passata la rabbia, mi rendo conto che sarebbe un peccato d'orgoglio: non ho certo io il diritto di dire a uno che si vuol chiamare compagno se può o non può farlo. E' una delle cose che mi hanno insegnato i compagni.

"Acrobata" di Edoardo Sanguineti


acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l'etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell'aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore):

Considerazioni libere (132): a proposito di maturità...

Come ogni anno di questi tempi, ripenso con nostalgia al mio esame di maturità. Sono stato uno dei tanti fortunati che ha fatto l'esame "sperimentale" introdotto dal ministro Sullo nel 1967 e riformato dopo quasi trent'anni - notoriamente in Italia le cose più durature sono sempre le provvisorie - dal ministro Berlinguer; allora l'esame prevedeva due prove scritte e due sole materie per l'orale, di cui una scelta ufficialmente dallo studente e una teoricamente assegnata dalla commissione esterna, ma di fatto concordata tra lo studente e il cosiddetto membro interno: uno dei primi compromessi così tipicamente italiani che il maturato avrebbe poi sperimentato nella sua vita futura di cittadino.
Io ho dato l'esame nell'89, anno fatidico per ben altri motivi: ho fatto il tema storico, su luci e ombre dell'azione di governo di Giolitti, è uscito latino - un passo del Dialogus de oratoribus di Tacito - e ho portato all'orale storia e greco.
Scusate questa forse inutile premessa personale, ma francamente non invidio i giovani che in questi giorni sono stati impegnati nella prova di italiano. Ho letto sul sito del ministero le tracce e nonostante la possibilità di scelta sia maggiore rispetto ai miei tempi non avrei davvero saputo cosa scegliere. E mi pare ci sia anche qualcosa da dire sulle tracce.
Per il tema di argomento storico si è chiesto al maturando di delineare la "complessa vicenda del confine orientale" italiano, soffermandosi in particolare sugli anni tra il '43 e il '54; banalizzando si tratta di un tema sulle foibe. Non so bene quale sia il programma del quinto anno della scuola superiore, ma sinceramente fatico a credere che in molti istituti si sia davvero affrontato questo passaggio effettivamente così complicato della storia recente del nostro paese. Tanto più che su questo argomento, per responsabilità non solo degli esponenti della destra, ma comunque per una loro certa enfasi, c'è stato un dibattito politico che poco ha che spartire con una vera analisi storica. Di foibe in questo paese si è certamente parlato, ma con posizioni spesso preconcette e quindi immagino che difficilmente gli insegnanti si siano infilati questo ginepraio, rischiando di apparire schierati da una parte o dall'altra. Temo davvero che la scelta di questo argomento sia stata da parte dei funzionari del ministero più una forma di piaggeria verso l'attuale maggioranza di governo che una scelta meditata: il fatto che questa traccia sia stata scelta da un'assoluta minoranza degli studenti italiani la dice lunga sulla capacità del ministero di sapere quello che si affronta nel corso dell'anno scolastico.
Poi c'era la traccia per l'articolo o il saggio breve di ambito storico-politico dall'apparente innocuo titolo "Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader". Curiosa la scelta delle citazioni che gli studenti avrebbero dovuto analizzare; quattro sono i leader di cui vengono raccolti i giudizi: Benito Mussolini, Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II. Una scelta stravagante.
Del "leader" Mussolini è citato un passo del celebre discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 in cui il presidente del consiglio "rivendica" di fatto l'uccisione di Giacomo Matteotti e le violenze fasciste: da tutti gli storici quel discorso è considerato come l'inizio della fase più dura della dittatura fascista in Italia. Non si capisce cosa c'entri questo funesto discorso con l'argomento del tema, su cui pure ci sarebbero stati argomenti. Il regime fascista prestò grande attenzione ai giovani, molto di più di quanto avesse mai fatto lo stato liberale e fu anche movimento di giovani, ma quel discorso sembra messo lì in maniera posticcia, giusto per inserire Mussolini, in maniera asettica e apparentemente neutrale, tra i "leader" italiani. Ammetto di essere un inguaribile antifascista, ma sinceramente questo tentativo di banalizzare il regime fascista mi sembra grave e da condannare. Purtroppo mi pare che questa traccia sia passata quasi inosservata e ben pochi ne abbiano stigmatizzato i contenuti.
Anche le altre citazioni mi sono sembrate piuttosto gratuite: Togliatti doveva bilanciare Mussolini e Moro doveva bilanciare Togliatti, in modo da mantenere una qualche forma di par condicio storica? Forse lo scopo era far sì che il maturando lodasse il pensiero di Giovanni Paolo II, ma non credo che egli abbia bisogno, seppure in maniera postuma, delle pie lodi del ministro Gelmini e dei suoi devoti funzionari.
Anche il tema sulla ricerca della felicità non mi sembra proprio alla portata. Penso proprio che abbia fatto bene Balotelli a dedicarsi al tema sulla musica, sperando che ne ascolti di quella capace di renderlo più maturo, in vista dei prossimi campionati mondiali di calcio.

domenica 20 giugno 2010

Considerazioni libere (131): a proposito di quando abbiamo perso l'anima...

In questo blog ho già parlato della vicenda di Pomigliano d'Arco (nella "considerazione" nr. 126, per la precisione). Anche i lavoratori di quello stabilimento - e insieme a loro le organizzazioni sindacali, piccole e grandi - sono responsabili di quello che è accaduto, perché in molti hanno approfittato dei loro diritti e in tantissimi - compresi molti politici che ora denunciano il fenomeno - hanno accettato e coperto un assenteismo diffuso, che ha finito per danneggiare la stessa capacità produttiva della fabbrica. Ora, con la necessità di fronteggiare una fase di fortissima crisi del settore, questo ha dato alla Fiat la possibilità di "proporre" un accordo, in cui non solo si peggiorano le condizioni di lavoro, ma soprattutto si limitano alcuni diritti fondamentali, come quello di sciopero, con il beneplacito delle forze politiche e la sostanziale acquiescenza di gran parte delle sigle sindacali. Il prossimo 22 giugno i lavoratori di Pomigliano saranno chiamati a decidere se accettare o meno quell'accordo e ragionevolmente i sì avranno la maggioranza: non si può chiedere a 5.000 operai di rinunciare al lavoro in un momento di crisi come questo. E i sindacati, tutti i sindacati, credo dovranno accettare la decisione dei lavoratori. In questi giorni ho molto apprezzato la posizione della Cgil, che mi pare l'unica che sia riuscita a tenere insieme la difesa dei diritti dei lavoratori con l'esigenza di mantenere attivo lo stabilimento di Pomigliano. L'intervista che Guglielmo Epifani ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della sera credo esprima bene questa posizione.
Torno sull'argomento perché mi sembra che questa vicenda abbia messo in luce ancora una volta, e su un tema fondamentale come il lavoro, la crisi profonda della sinistra italiana. E' un tema che naturalmente mi sta molto a cuore e sui torno spesso. In questi giorni tutto il centrodestra - da gli eredi del Msi e della cosiddetta destra sociale all'Udc - ha naturalmente rivendicato la bontà dell'accordo di Pomigliano e questo è assolutamente legittimo dal loro punto di vista; favorire il mercato a scapito dei diritti dei lavoratori è uno degli elementi caratterizzanti la destra in qualunque parte del mondo. Ed è altrettanto naturale che questo vasto schieramento, che va dalle forze politiche del centrodestra alle associazioni di categoria degli imprenditori, piccoli e grandi, tenda a presentare questo accordo come un elemento di modernità e di progresso e quindi a bollare come conservatori quelli che si oppongono a questo accordo. Non è un fenomeno di oggi, è dagli anni della Thatcher e di Reagan che questa ideologia, questo nuovo liberismo è riuscito ad avere la meglio nelle coscienze della maggioranza e naturalmente la fine dell'Unione sovietica ha in qualche modo sancito questa vittoria: il comunismo è stato per sempre sconfitto e il liberalismo ha potuto alzare la propria bandiera.
Non stupiscono quindi i molti analisti e commentatori che plaudono alle virtù del mercato e nel caso specifico che definiscono storico l'accordo proposto da Marchionne ai lavoratori, così come definirono storiche e moderne le linee elaborate tra gli altri dal professor Biagi e che portarono all'approvazione della legge 30 e alla precarizzazione dei rapporti di lavoro. In genere i corifei, più o meno sinceri, di questa ideologia, ci spiegano che è finito il Novecento e che siamo entrati in un tempo nuovo, in cui le vecchie categorie devono essere abbandonate. Al di là di questi stucchevoli ritornelli, si tratta di un fenomeno storico molto forte, che è mondiale, e a cui è difficile opporsi, quindi non stupisce che anche nel mondo sindacale ci sia chi è disposto a cedere, a far arretrare diritti che solo pochi anni fa sembravano non-negoziabili. Io rispetto la posizione di Cisl e Uil, credo che sia sciocco, oltre che profondamente ingiusto, considerare quei sindacati come "venduti" al padrone, semplicemente non vedono possibile un altro sistema di sviluppo e quindi cercano di limitare i danni, di trarre al massimo le opportunità possibili per i lavoratori, in questo contesto storico.
E qui siamo a un nodo politico, perché qui sta la difficoltà di tutta la sinistra europea, ma in Italia questa difficoltà è drammatica. Il Pd ha, come al solito, balbettato, ma tutti i suoi dirigenti che hanno avuto il coraggio di intervenire sulla questione di Pomigliano si sono schierati dalla parte della Fiat, riconoscendo il coraggio di Marchionne di tornare a investire in Italia e di interrompere il fenomeno della delocalizzazione; persone intelligenti e dirigenti autorevoli come Fassino, Veltroni, Chiamparino si sono spesi per il sì. Sono sicuro che lo hanno fatto sinceramente, perché credono sia giusto così, perché lì è arrivato il percorso politico e culturale della sinistra che loro legittimamente rappresentano. Al massimo hanno chiesto che l'accordo di Pomigliano non diventi un modello per altre vertenze, ma questa richiesta rischia di essere una foglia di fico, perché credo sia chiaro a tutti che questo sarà inevitabile e che Pomigliano sarà uno spartiacque nella storia delle relazioni sindacali in Italia. Io ho avuto la fortuna e l'opportunità di seguire il percorso che ha portato il maggior partito della sinistra italiana, il Pci a diventare il Pd, direttamente, e con qualche responsabilità, nella fase Pci-Pds-Ds - il percorso non è stato così lineare come vorrebbe una certa vulgata berlusconiana -, indirettamente nella successiva nascita del Pd, perché mi sono ritirato prima, e mi interrogo di continuo per capire in quali passaggi è avvenuto questo cambiamento così radicale. C'è stato probabilmente un progressivo scivolamento, che a un certo punto è stato inarrestabile; anche noi troppe volte ci siamo lasciati prendere dall'idea che i vecchi modelli dovevano essere superati e che dovevamo abbracciare la modernità. Quando ci siamo convinti che era ormai impossibile cambiare il mondo?
Anche chi negli anni scorsi è andato più avanti, come i laburisti inglesi, parlavano comunque di una terza via, qui a un certo punto abbiamo anche questa prospettiva è stata accantonata. Non credo sia un caso se l'attuale segretario del Pd, che pure ha solidi radici nel riformismo socialista emiliano, abbia caratterizzato la sua azione di governo sul tema delle liberalizzazioni e ancora adesso, dall'opposizione, proponga questo tema come necessario al superamento della crisi italiana. Le liberalizzazioni proposte da Bersani sono necessarie e sacrosante, ma un partito di sinistra non può fermarsi lì.
Oggi chiudo questa "considerazione", differentemente dal solito, con una nota di ottimista. Il cammino sarà lungo, eppure forse qualche segnale sta arrivando. In Cina gli operai hanno cominciato a scioperare, per difendere i loro diritti e per avere retribuzioni più eque; stanno scioperando contro i loro padroni e quindi anche contro una una forma autoritaria di capitalismo di stato. Certe domande di giustizia possono essere compresse, possono essere tenute a bada, ma non possono essere cancellate.

venerdì 18 giugno 2010

"Dev'esserci..." di Josè Saramago

Dev'esserci un colore da scoprire,
un recondito accordo di parole,
dev'esserci una chiave per aprire
nel muro smisurato questa porta.

Dev'esserci un'isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mar che nuota in un altro blu,
un'altra intonazione più cantante.

Poesia tardiva che non riesci
a dire la metà di quel che sai:
non taci, quanto puoi, e non sconfessi
questo corpo casuale e inadeguato.

Considerazioni libere (130): a proposito di energie pulite...

Nella homepage di Enel si legge: "Insieme possiamo costruire il futuro sul coraggio e la responsabilità". Questo slogan - quasi un messaggio elettorale - campeggia su una foto in cui si vede una famiglia - a prima vista "regolare": padre, madre e bambino/a - andare in bicicletta attraverso un prato verdissimo, dietro a una batteria di pannelli fotovoltaici. Ci sono un insieme di messaggi positivi: l'energia alternativa, il trasporto compatibile, la tutela dell'ambiente. E' legittimo che Enel cerchi di presentarsi al meglio ai suoi clienti italiani e naturalmente ai suoi piccoli e grandi azionisti, ma sarebbe utile sapere che immagine hanno di Enel dall'altra parte del mondo, precisamente in Patagonia.
Nel 2009 infatti Enel per 11 miliardi di dollari ha acquisito la società spagnola Endesa e con essa il progetto Hidroaysen: cinque centrali idroelettriche, per 2,75 Mw di potenza installata, due nel fiume Baker e tre nel fiume Pascua, e 2.300 chilometri di linee di trasmissione necessarie a trasportare la corrente dalla XI regione, in Patagonia, nel profondo sud del Cile, alla capitale Santiago. Il Baker e il Pascua sono definiti dai geografi due fiumi “ancestrali”, perché da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi sfociare nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un ambiente naturale unico al mondo, di grande interesse naturalistico. Le cinque dighe determineranno la formazione di altrettanti bacini artificiali che avranno conseguenze rovinose sulle risorse agricole dalle quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare il delicato ecosistema della regione. Sono a rischio parecchie specie di animali, ma soprattutto tantissime foreste, che sarà necessario abbattere per costruire gli elettrodotti; infatti insieme a Enel si stanno interessando al progetto due giganti cileni della carta, il gruppo Matte e l’Angelini.
Prudenza vorrebbe che si facessero studi attenti sull'impatto della costruzione di queste dighe su quel territorio, che per altro è soggetto a terremoti, come ha mostrato anche il recente sisma che ha colpito il Cile. Eppure il progetto non si ferma, dal momento che gli interessi in ballo sono altissimi. I costi dovrebbero raggiungere i 7 miliardi di dollari, per 12 anni di lavori, ma gli utili sono calcolati tra 1,2 e 1,4 miliardi di dollari all'anno: quindi il progetto Hidroaysen è in grado di coprire in poco tempo i costi, per poi garantire fortissimi guadagni negli anni successivi. Come abbiamo già visto in progetti simili, i benefici di queste opere non sono destinati a ricadere sulla popolazione: l'85% dell'energia prodotta sarebbe utilizzata da alcune industrie intorno a Santiago e dalle industrie minerarie del nord del paese.
L'Enel ha il diritto di fare queste opere, dal momento che acquistando Endesa ha anche acquisito il diritto di utilizzo dei fiumi. Infatti all'epoca della dittatura di Pinochet, il governo cileno, dal momento che la costituzione vieta che lo stato gestisca qualunque tipo di attività economica, ha privatizzato l'acqua e negli anni Endesa è diventata di fatto proprietaria dell'80% dell'acqua del Cile e in particolare del 96% dell'acqua della Patagonia cilena.
Uno dei più attivi a sostenere questa causa è il vescovo di Aysén Luis Infanti de la Mora - nato a Udine, ma che da 35 anni vive in Cile - autore di un libro dal significativo titolo "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana". Il vescovo Infanti ha partecipato lo scorso 29 aprile all'assemblea degli azionisti di Enel, a nome di associazioni e delle comunità locali, chiedendo non solo la sospensione del progetto, ma anche la restituzione ai cileni delle concessioni delle acque. Enel ha ribadito che il progetto è nell'interesse prima di tutto del Cile e quindi prevede di andare avanti.
Sicuramente Hidroaysen sarà un grande affare per Enel, non so quanto lo sarà per i cileni.

p.s. nel sito di Enel non ho trovato notizie del progetto Hidroaysen.

da "Il racconto dell'isola sconosciuta" di Josè Saramago


Voglio parlare con il re, disse l’uomo.
Aveva atteso per tre giorni che il re si presentasse alla porta delle petizioni per rivolgergli una domanda: datemi una barca. Tre giorni, con calma e in silenzio, ben sapendo che il re non avrebbe potuto resistere alla tentazione di sapere che cosa mai quell’uomo alla porta delle petizioni volesse. Tutti chiedevano qualcosa, come un titolo o del denaro, mentre l’uomo chiedeva semplicemente di parlare con lui. E il re non era certo tipo da perdere tempo con la porta delle petizioni: lui stava sempre a quella degli ossequi, da quando aveva la corona sulla testa era quello il suo posto; però, se quell’uomo che vuole parlare con me non la smette di aspettare e non vuole andarsene, il popolo si accalca alla porta delle petizioni, perché si possono fare richieste soltanto uno per volta. E se tutti si ammassassero lì nessuno più verrebbe alla porta degli ossequi, dove è giusto che il mio popolo stia: devo parlare con quell’uomo, devo sapere che cosa vuole, si disse il re.
E invece di delegare la faccenda, come sempre accadeva, al primo segretario che poi la passava al secondo e poi lui al terzo, e questi al primo assistente, poi al secondo, poi al terzo, passando di persona in persona fino alla donna delle pulizie che stava alla porta delle petizioni, il re si diresse senza indugio a quella dannata porta per risolvere la faccenda una volta per tutte.
Datemi una barca, rispose l’uomo. E voi, a che scopo volete una barca? Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta. Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più: sono tutte sulle carte. Sulle carte ci sono solo le isole conosciute. E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca? Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta, rispose l’uomo.
[...]
L’uomo non riusciva a dormire. Pensava alla donna, voleva raggiungerla. Poi sognò. Era un sogno strano. Era su una barca grandissima, piena di marinai, di donne, di animali, lui era al timone, e la nave navigava su di un mare bellissimo. Cercava con lo sguardo la donna delle pulizie, ma non la vedeva: si ricordò che alla fine lei non era partita: addio, me ne vado, voi non avete occhi che per l’isola sconosciuta, aveva detto. Poi venne la pioggia, poi cessò, comparve un’isola, eccola, no, quella è un’isola conosciuta. Vogliamo scendere, gridarono i marinai. Una volta rimasto solo, l’uomo che ora aveva un barca lasciò il timone e scese sul ponte. Vide un’ombra accanto alla sua. Si svegliò. Accanto a sé c’era la donna delle pulizie. Erano abbracciati, i loro corpi confusi.
Dopo il sorgere del sole, l’uomo e la donna dipinsero a prua a lettere bianche il nome della barca.
Verso mezzogiorno, l’Isola Sconosciuta prese il mare.
Alla ricerca di se stessa.

giovedì 17 giugno 2010

Considerazioni libere (129): a proposito di potere e di poteri...

Lo ammetto: Berlusconi ha proprio ragione.
Immagino che i miei sparuti lettori siano rimasti stupiti da questa mia frase così perentoria. Non fraintendete; penso che in questi giorni stia dicendo delle terribili castronerie - come quella sui sette milioni di intercettati - ma credo che almeno una cosa l'abbia detta giusta: in Italia il presidente del consiglio ha pochi poteri, non così pochi come lamenta lui, ma ne ha effettivamente pochi. Il presidente del consiglio italiano ha certo meno potere di Gheddafi e di Putin - i modelli internazionali a cui Berlusconi ama ispirarsi - ma ne ha meno del presidente francese, del premier inglese e del cancelliere tedesco, per rimanere in un ambito democratico. Parlo qui di potere costituzionale, formale, di quello che i latini chiamavano imperium; poi c'è l'auctoritas, l'autorevolezza, il carisma, che esula da qualunque meccanismo costituzionale, e qui, come il coraggio per don Abbondio, se uno non l'ha, c'è poco da fare. E Berlusconi, almeno per una parte degli italiani, non ce l'ha.
Nel suo modo rozzo e semplicistico Berlusconi mette il dito in una contraddizione su cui prima o poi sarà necessario intervenire; realisticamente sarà possibile farlo soltanto quando lo stesso Berlusconi avrà lasciato la politica e questo è uno dei grandi problemi del nostro paese. Per una serie di ragioni storiche ormai a lungo approfondite e studiate, i costituenti immaginarono una forma di governo in cui ci fosse una distruzione equilibrata del potere. Al di là dei giudizi di merito, la nostra Costituzione disegna una repubblica di tipo parlamentare con un esecutivo piuttosto debole e una presidenza della repubblica dalle prerogative limitate e rigide: si tratta di un sistema complesso i cui vari elementi si tengono in equilibrio reciproco. Si tratta però di un equilibrio molto fragile.
Senza tener conto di questo, dalla metà degli anni novanta sono stati introdotti degli aggiustamenti, non sempre coerenti gli uni con gli altri, e quell'equilibrio si è perso, forse definitivamente. Abbiamo modificato diverse volte la legge elettorale che, seppur non prevista dalle norme costituzionali, fa parte integrante della nostra Costituzione materiale; si è introdotto il meccanismo di designazione popolare del primo ministro, senza però modificarne il ruolo; abbiamo modificato il rapporto tra stato e regioni, lasciando una confusione che sta intasando la Corte costituzionale di cause per conflitti di competenza.
Se a questo sciagurato "taglia-e-cuci" istituzionale, si somma il fatto che, sempre dall'inizio degli anni novanta, è tramontato il sistema di partiti che aveva creato e tenuto in equilibrio quel disegno costituzionale, si capisce a che punto siamo arrivati. Nell'Italia di prima di Tangentopoli - non mi piace l'espressione "prima Repubblica" perché non è mai nata la "seconda" - non era necessario che il presidente del consiglio avesse molti poteri, perché questi, chiunque fosse, faceva parte di un sistema in cui c'erano altre figure, inclusi i segretari di partito - ormai spariti come ruoli simbolici e di potere - che contribuivano a governare il paese. Quel sistema aveva moltissimi difetti, ma ha avuto il merito storico di trasformare un paese poverissimo, uscito pesantemente sconfitto dalla guerra, in uno dei paesi più ricchi del mondo, solidamente inserito nel sistema di relazioni europee. Questo è stato pagato a un prezzo altissimo da una parte del paese, dagli operai ad esempio, ed è avvenuto a discapito di una parte del paese, il nostro Mezzogiorno, che è rimasta sostanzialmente ferma e purtroppo vittima di una criminalità organizzata sempre più ramificata e potente, eppure questo progresso è avvenuto.
Bisognerà prima o poi, passati questi lunghi anni di "regime" berlusconiano e questa transizione, che sta abbattendo il paese, cominciare a riflettere sulla nostra storia e rimettere mano davvero alla Costituzione, nella consapevolezza che ritocchi non sono più necessari e serve uno schema nuovo. Non so se ci arriveremo.

"Nel fumo" di Eugenio Montale


Quante volte t'ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
poi apparivi, ultima. E' un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

martedì 15 giugno 2010

Considerazioni libere (128): a proposito dell'inno nazionale...

Faccio una breve premessa. Non sono certamente leghista - ci sono diverse persone che possono testimoniare in tal senso - ma confesso che non mi emoziono più di tanto a sentire il nostro inno nazionale. Personalmente trovo molto più coinvolgente e carica di significati la Marsigliese, perché mi ricorda la rivoluzione francese e i principi della dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino e perché i socialisti, almeno fino al 1888, scelsero l'aria di questo inno per cantare le parole dell'Internazionale. Sono fatto così: tutte le volte che vedo Casablanca, quando nel bar di Rick, Laszlo chiede all'orchestra di suonare la Marsigliese e uno dopo l'altro tutti cominciano a cantare, sotto gli occhi rabbiosi dei tedeschi, mi commuovo sempre. Non mi sono mai commesso ascoltando Fratelli d'Italia.
Al di là di questa mia personale preferenza - che ho confessato qui ai miei sparuti lettori - so che ci sono alcune regole da rispettare; e a queste regole mi sono attenuto sia da amministratore sia da dipendente di un ente locale, incaricato tra l'altro di organizzare le feste civili. Tra queste norme ci sono prima di tutto le regole del cerimoniale che disciplinano l'uso della bandiera, l'esecuzione dell'inno nazionale, oltre a tutta un'altra serie di disposizioni che possono sembrare estremamente formali, ma sono state attentamente codificate. Se avete voglia di conoscere un po' queste norme, nel sito della Presidenza del Consiglio ci sono alcune pagine proprio dedicate al cerimoniale e al cosiddetto protocollo di Stato.
Dal momento che in questo paese non ci sono altri problemi, da alcuni giorni le cronache si stanno occupando dell'esecuzione dell'inno in occasione dell'inaugurazione di una scuola elementare a Vedelago, in provincia di Treviso, alla presenza del presidente del Veneto Zaia. Alcuni affermano che l'inno è stato suonato, altri dicono che è stato sostituito dal più leghista Va' pensiero - povero Verdi - altri che i due brani sono stati suonati in tempi diversi. Poi sono cominciate le dichiarazioni: a favore o contro la presunta decisione di Zaia; il ministro La Russa ha annunciato una legge per regolare l'esecuzione dell'inno, dimenticando che la legge esiste già. Quando si inaugura una scuola - a meno che non sia presente il Presidente della Repubblica - non è prevista l'esecuzione dell'inno nazionale, che va suonato solo in occasioni strettamente protocollari e non a sentimento dell'amministratore di turno o del direttore della banda civica. Riguardo al Va' pensiero poi, decenza vorrebbe che fosse suonato solo da chi è capace di farlo: questo per tutelare non il protocollo, ma la musica e la memoria del maestro Verdi.
In Italia - si sa - siamo refrettari alle regole e amiamo invece fare polemiche sul nulla.

Considerazioni libere (127): a proposito di "sistema gelatinoso"...

I media non hanno ancora trovato - e probabilmente a questo punto non troveranno più - un brutto neologismo per raccontare in una sola parola quello che sta emergendo nell'inchiesta sulla gestione dei cosiddetti grandi eventi; non si sta ripetendo quello che è avvenuto all'inizio degli anni novanta con tangentopoli, un fenomeno che ha goduto da subito di una sua specifica narrazione e ha rappresentato, al di là di ogni altro giudizio storico e politico, un passaggio nella storia recente del nostro paese.
Ci sono alcune analogie che balzano immediatamente agli occhi: una rete molto diffusa di corruzione, di connivenze, di omertà; l'enorme peso di un sistema capace di incidere negativamente sia sulla spesa pubblica, con gli incontrollati aumenti dei costi delle opere e dei servizi pubblici, sia sulle dinamiche del mercato provato, sempre più in difficoltà ad assorbire i costi delle tangenti; la sostanziale incapacità delle istituzioni di attivare forme, anche minime, di controllo.
Ci sono però anche grandi differenze. Se all'epoca di tangentopoli i protagonisti indiscussi, i grandi manovratori, i colpevoli insomma, erano i politici - tanto da portare a una radicale modifica del quadro politico, quando il sistema è stato scoperto - ora quelli che tirano le fila sono i funzionari pubblici, gli alti dirigenti dei ministeri e degli enti pubblici, personaggi capaci di muoversi con disinvoltura nella politica, tanto da essere confermati da governi di centrodestra e di centrosinistra, ma con notevoli entrature anche in altri ambienti, la chiesa, il mondo dell'informazione e dello spettacolo, la magistratura, oltre che naturalmente l'economia. Certo ci sono politici coinvolti, ma rimangono sullo sfondo, a volte complici, più spesso incapaci di capire quello che sta succedendo sotto i loro occhi. Dalle indagini appare quella che è definita la "cricca", sempre più potente, sempre più certa della propria impunità. Almeno i politici di tangentopoli li avevamo eletti, sapevamo chi erano, questi si muovono in un vuoto di potere davvero preoccupante.
La seconda differenza deriva direttamente dalla prima. Certo tra i politici coinvolti in tangentopoli ci sono state persone che hanno approfittato del proprio potere e del proprio ruolo, che si sono arricchite - l'occasione fa l'uomo ladro, recita il proverbio - ma in generale si rubava per finanziare i partiti. Ora invece l'obiettivo è esclusivamente arricchire se stessi e i propri famigliari - perché in Italia tutti "teniamo famiglia" - e per questo si è passati in maniera disinvolta ai pagamenti in natura: case, gioielli, viaggi, prostitute di alto bordo e così via, gli status symbol di questa ricchezza piuttosto pacchiana. Non voglio assolutamente esprimere giudizi etici, non voglio dire che prima era meglio: sarebbe una discussione complicata, mi limito a una semplice constatazione.
E da qui si arriva alla terza differenza. Allora, una volta aperto il coperchio, fu relativamente semplice scoprire i colpevoli, perché i reati erano più lineari. Il politico di turno spiegava all'imprenditore che l'appalto sarebbe stato suo, se versava una determinata quota nelle casse del partito: c'era una sorta di tariffario. Ora c'è un sistema di favori molto più articolato: x affida una consulenza alla figlia di y, y fa in modo che l'appalto lo vinca l'azienda di z, z paga le vacanze (e i relativi extra) a x; poi tutti si ritrovano a cena nei migliori ristoranti o a giocare a tennis nello stesso club, sempre a spese dell'erario. E' quel "sistema gelatinoso" in cui tutti i gatti finoscono per essere un po' appicicaticci. In diversi casi è difficile trovare una relazione diretta tra tangente e appalto.
Sui motivi per cui, anche ora che sono uscite le intercettazioni della "cricca", non cresce un moto di indignazione nell'opinione pubblica, mi è già capitato di scrivere: nel nostro paese finisce sempre per prevalere un'amoralità diffusa, un misto di rassegnazione al peggio e di complicità invidiosa verso chi in qualche modo ce l'ha fatta. Più passano gli anni più mi convinco che avevano ragione quegli esponenti del Psi che sostenevano che ci fu una regia occulta che fece crescere l'indignazione degli italiani verso la cosiddetta prima Repubblica, da soli non ce l'avremmo mai fatta. E infatti pare che stavolta non ci indigneremo, passata questa tempesta le cose si metterranno sui consueti binari, magari con po' più di discrezione.

domenica 13 giugno 2010

"Non come gli altri" di Marino Moretti


Io non son come gli altri e mi dispiace.
Io non son come gli altri, è un mio sconforto.
Io non son come gli altri, io so chi piace.
Io non son come gli altri, io vedo storto.

Io non son come gli altri, amo chi giace.
Io non son come gli altri, io penso all'orto.
Io non son come gli altri e non ho pace.
Io non son come gli altri e son già morto.

sabato 12 giugno 2010

Considerazioni libere (126): a proposito di Pomigliano d'Arco...

Sto cercando di farmi un'idea sulla "trattativa" tra la Fiat e le organizzazioni sindacali in vista della possibile riapertura dello stabilimento di Pomigliano d'Arco.
Ammetto di essere di parte e quindi il fatto che l'accordo sia definito storico dalla presidente di Confindustria e dal ministro Sacconi già mi fa sospettare una solenne fregatura ai danni dei lavoratori: i due, insieme a molti altri, sono gli stessi che sostengono la modernità della legge 30 del 2003 e quindi non possiamo aspettarci nulla di buono. A dire la verità non può neppure essere definito un accordo, viste le modalità con cui si è svolta quella che, solo con un eufemismo, viene chiamata trattativa; la Fiat ha semplicemente presentato il suo piano, non negoziabile, minacciando contemporaneamente la definitiva chiusura dello stabilimento di Pomigliano: di fatto un ricatto bello e buono.
Credo che la Fiom abbia fatto bene a non firmare quel testo e abbia mostrato senso di responsabilità dichiarando di accettare l'esito del referendum tra i lavoratori, qualunque sia il risultato. E credo che le altre sigle sindacali abbiano fatto un errore a mettere la loro firma su questo pseudo-accordo; questo è ormai il livello - basso - di parte del movimento sindacale italiano e francamente mi stupisco che una parte significativa del Parto Democratico continui a considerare la Cisl un interlocutore affidabile: ma questa è un'altra storia. D'altra parte, come dicono ormai in tantissimi, dobbiamo superare gli schemi del Novecento e di conseguenza accettare gli arbitrii dei padroni.
Al punto in cui è giunta la vicenda, dopo due anni di cassa integrazione e con la concreta minaccia di chiusura dello stabilimento, credo che sia giusto che la decisione sia in mano a quei lavoratori, devono decidere loro se accettare l'accordo-capestro proposto dalla Fiat. Probabilmente voteranno a favore, credo che anch'io in quella situazione farei così: per quei cinquemila lavoratori, e per le loro famiglie, non c'è nessun altra possibilità.
Occorre anche dire che quegli stessi lavoratori, e i loro rappresentanti sindacali, sono anch'essi responsabili della situazione che si è venuta a creare in quello stabilimento: il livello di assenteismo era troppo alto, i ritmi di produzione non adeguati; c'è stata troppa tolleranza verso comportamenti che hanno dato il destro alla proprietà di agire come ha agito, forse la segreta speranza che una soluzione, all'italiana, sarebbe stata comunque trovata, perché Pomigliano non avrebbe mai potuto essere chiusa. Chi andrà a votare porta su di sé parte di questa pesante responsabilità.
Oggettivamente l'accordo riduce i diritti di quei lavoratori, limitando di fatto la possibilità di fare sciopero, inoltre è un deciso passo indietro rispetto a quanto sancito dal contratto nazionale di lavoro, rispetto a straordinari, turni, organizzazione dei tempi di lavoro. Senza fare nessuna modifica costituzionale, di fatto con l'accordo di Pomigliano si sancisce la divisione del nostro paese, così come teorizzato dalla Lega e da Tremonti: nelle regioni del sud si possono limitare i diritti sindacali e contrattuali dei lavoratori. Di questo passo sarà naturale, come tante volte chiesto proprio dalla Lega, introdurre le gabbie salariali. L'accordo di Pomigliano contribuisce a dividere il nostro paese, non certo a renderlo moderno. Invece l'ideologia mercantilista - la stessa che pretende di modificare l'art. 41 della Costituzione - presenta questo accordo, così come è avvenuto con la legge 30, come un passo avanti sulla strada dell'innovazione. Stupisce che questo avvenga con l'avvallo di parte del mondo sindacale e il sostanziale silenzio della sinistra. Per inciso, sui giornali di oggi leggo che Fioroni ha lamentato il silenzio del Pd in difesa della Fiat.
Su Pomigliano si sta combattendo una battaglia che avrà ripercussioni pesanti nel futuro e gli sconfitti annunciati sono, ancora una volta, i lavoratori.

venerdì 11 giugno 2010

"La democrazia è un valore universale" di Enrico Berlinguer

Discorso in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre
Mosca, 3 novembre 1977

Cari compagni, rivolgo a tutti voi il saluto fraterno del Pci. Con legittima fierezza - come ha detto il compagno Breznev - i comunisti e i popoli dell'Unione Sovietica festeggiano i 60 anni della vittoria della Rivoluzione socialista d'ottobre, anni di un cammino tormentato e difficile, ma ricco di conquiste nello sviluppo economico pianificato, nella giustizia sociale e nell'elevazione culturale; un cammino nel quale grandeggiano il vostro contributo determinante con il sacrificio di milioni e milioni di vite umane, alla vittoria sulla barbarie nazifascista e la vostra costante opera per difendere la pace mondiale.
Con la Rivoluzione socialista del '17 si compie una svolta radicale nella storia; e così la sentono anche oggi i lavoratori di tutti i continenti. La vittoria del partito di Lenin fu di portata veramente universale perché ruppe la catena del dominio, fino ad allora mondiale, del capitalismo e dell'imperialismo, e perché, per la prima volta, pose a base della costruzione di una società nuova il principio della uguaglianza fra tutti gli uomini.
Attraverso la breccia aperta qui 60 anni fa, presero vita i partiti comunisti e, successivamente, in conseguenza del mutamento nei rapporti di forza su scala mondiale realizzatosi con la sconfitta del nazismo, in altri paesi si è potuto intraprendere il passaggio dal capitalismo a rapporti sociali e di produzione socialisti mentre in interi continenti si sono affermati movimenti che hanno fatto crollare i vecchi imperi coloniali e, nei paesi capitalisti, sono cresciute le idee del socialismo e l'influenza del movimento operaio.
Il complesso delle forze rivoluzionarie e di progresso - partiti, movimenti, popoli, stati - ha in comune l'aspirazione ad una società superiore a quella capitalistica, alla pace, ad un assetto internazionale fondato sulla giustizia: qui sta la ragione indistruttibile di quella solidarietà internazionalista che va continuamente ricercata.
Ma è chiaro anche che il successo della lotta di tutte queste forze varie e complesse esige che ciascuna segua vie corrispondenti alle peculiarità e condizioni concrete di ogni paese, anche quando si tratta di avviare e portare a compimento l'edificazione di società socialiste: l'uniformità è altrettanto dannosa dell'isolamento.
Per quanto riguarda i rapporti tra i partiti comunisti e operai, essendo pacifico che non possono esistere fra essi partiti che guidano e partiti che sono guidati, lo sviluppo della loro solidarietà richiede il libero confronto delle opinioni differenti, la stretta osservanza della autonomia di ogni partito e della non ingerenza negli affari interni.
Il Partito comunista italiano è sorto anche esso sotto l'impulso della rivoluzione dei Soviet. Esso è poi cresciuto soprattutto perché è riuscito a fare della classe operaia, prima e durante la Resistenza, la protagonista della lotta per la riconquista delle libertà contro la tirannide fascista e, nel corso degli ultimi 30 anni, per la salvaguardia e lo sviluppo più ampio della democrazia.
L'esperienza compiuta ci ha portato alla conclusione, così come è avvenuto per altri partiti comunisti dell'Europa capitalistica, che la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l'avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un'originale società socialista.
Ecco perché la nostra lotta unitaria - che cerca costantemente l'intesa con altre forze di ispirazione socialista e cristiana in Italia e in Europa occidentale - è rivolta a realizzare una società nuova, socialista che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello stato, la possibilità dell'esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale.
Compagni, grandi sono i compiti a cui siete chiamati dagli stessi alti traguardi raggiunti nello sviluppo del vostro paese, e alta è la funzione che vi assegna la delicata fase internazionale nella lotta per la pace, per la distensione, per la cooperazione fra tutti i popoli.
Molto cammino dobbiamo ancora percorrere tutti. Noi comunisti italiani siamo certi tuttavia che, sviluppando secondo i compiti e i modi che a ciascuno sono propri i risultati della Rivoluzione d'ottobre, i partiti comunisti e operai, i movimenti di liberazione, le forze progressiste di ogni paese riusciranno a determinare - nel conseguente universalizzarsi della democrazia, della libertà e dell'emancipazione del lavoro - il superamento su scala mondiale del vecchio assetto capitalistico e, quindi, ad assicurare un futuro più sereno e felice per tutti i popoli.
Vi ringraziamo, cari compagni, per il vostro invito a queste solenni celebrazioni della Rivoluzione d'ottobre e accogliete il caloroso augurio che i comunisti italiani trasmettono ai comunisti, ai lavoratori, ai popoli dell'Unione Sovietica per il successo della causa della pace e del socialismo.

Considerazioni libere (125): a proposito di sistemi di scelta...

In vista di ogni appuntamento amministrativo, nel campo del centrosinistra - e in particolare all'interno del Pd - comincia il dibattito sulle primarie. Nella prossima primavera si voterà in alcune grandi città - tra cui Milano, Napoli e Bologna - e immancabile comincia a serpeggiare la polemica tra chi vorrebbe le primarie, senza se e senza ma, e chi si mostra più tiepido, se non freddo, verso questo strumento di scelta delle candidature. Basta che leggiate qualche cronaca delle città in cui si voterà oppure i post di qualche blogger tra i più in voga, per trovare ampie tracce di questo appassionante dibattito. Il tema, al di là della noia di una discussione ormai logorata da interpreti che finiscono per dire sempre le stesse cose, è centrale e mostra in maniera molto evidente quanto sia ancora incompiuto il progetto del Partito Democratico.
Personalmente non credo alla primarie ed è uno dei motivi - non il solo, ma uno dei più importanti - per cui ho deciso di non aderire al Pd, che invece ha inserito il sistema delle primarie all'interno del proprio statuto come strumento per la definizione di tutte le cosiddette cariche monocratiche, ossia sindaco, presidente di provincia e di regione, presidente del consiglio. Mi rendo conto di essere attaccato a modelli che a molti sembrano addirittura premoderni - o almeno novecenteschi, uno dei massimi insulti per chi vuol fare il partito nuovo - ma penso che la scelta di fare sempre le primarie sia la rinuncia da parte della politica a svolgere uno dei propri ruoli fondamentali. Quando facevo un altro mestiere - qualche tempo fa - mi è capitato di avere la responsabilità, insieme ad altre persone, di trovare il miglior candidato per fare il sindaco in alcuni comuni della provincia bolognese. Il metodo usato era quello di consultare una platea più o meno vasta di iscritti al partito, ma non solo iscritti, e di persone, naturalmente elettori della sinistra, impegnate mondo delle associazioni, dell'economia, del volontariato e infine fare una sintesi di tutto questo. Vi assicuro che è un sistema più complicato delle primarie, perché richiede tempo, pazienza, predisposizione all'ascolto, ma è un sistema che funziona. Naturalmente a patto di farlo bene e con coscienza. Certo si può partire con una propria idea, un proprio candidato, ma bisogna anche avere l'onestà intellettuale di capire quando quella proposta non riceve la maggioranza dei consensi e, di conseguenza, avere la capacità di cambiare idea. Poi bisogna avere la capacità di sapere che valore ha il giudizio della persona che ti sta davanti; in qualsiasi realtà, ci sono persone che, al di là del loro ruolo, hanno un'autorevolezza tale per cui il loro giudizio ha un valore maggiore di quello di altri. Un po' come diceva Cuccia a proposito dei voti nei consigli di amministrazione che si devono pesare e non solo contare. Ma per sapere questo occorre stare davvero sul territorio, come adesso continuamente si dice, ma poco si fa. Bisogna conoscere le persone, fidarsi di loro e naturalmente essere conosciuti e avere la loro fiducia; bisogna insomma che il partito funzioni in tutta la sua articolazione.
Troppo spesso le primarie sono diventate semplicemente il modo in cui un gruppo dirigente sancisce, attraverso una consultazione a prima vista democratica, un candidato che esso stesso ha scelto, senza però fare quel percorso che prima ho cercato di spiegare. Ogni riferimento alle primarie bolognesi è puramente casuale, come si dice in questi casi. Io non nego il legittimo diritto di un gruppo dirigente di esprimere un proprio candidato, tutt'altro, ritengo che sia un proprio dovere, questo sì statutario, ma critico il fatto che questa scelta avvenga senza un percorso che coinvolga davvero il territorio o almeno quella parte che rappresenta il tuo potenziale elettorato di riferimento. Personalmente ritengo che il sistema della consultazione e della sintesi sia molto più democratico di quello delle primarie, oltre che più efficace. Poi c'è il voto, le elezioni vere, che dicono se quella scelta è stata giusta o sbagliata; e a questo giudizio, giustamente, non si scappa.

giovedì 10 giugno 2010

"Scrivere un curriculum" di Wislawa Szymborska


Cos'è necessario?
E' necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza un perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su, cani gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa,
che non dove va
colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l'orecchio scoperto.
E' la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che triturano la carta.

mercoledì 9 giugno 2010

Considerazioni libere (124): a proposito di chi non trova lavoro...

Ritengo anch'io che la legge che il centrodestra si appresta ad approvare sulle intercettazioni sia un attacco molto violento sia alla libertà di indagine dei magistrati che alla libertà di cronaca dei giornalisti, eppure non riesco a considerare questa legge la cosa peggiore fatta da questo governo, come invece mi pare credano molti miei concittadini che sono pronti a mobilitarsi contro la sua approvazione. Io ritengo che da parte dell'opposizione - e segnatamente quella di sinistra o di centrosinistra che dir si voglia - ci dovrebbe essere almeno il tentativo di cambiare l'agenda politica che è imposta a questo paese da Berlusconi e dalla sua servile maggioranza. Mi rendo conto che è difficile, sia perché la forza mediatica di questo centrodestra è davvero notevole - basta vedere cosa è diventato il Tg1 - e sia perché nell'opposizione c'è una fortissima dose di antiberlusconismo, che cerca sempre lo scontro sui temi di volta in volta proposti dal presidente del consiglio. Nel definire l'agenda politica l'antiberlusconismo è davvero il miglior alleato possibile di Berlusconi. Speravo che Bersani, con il suo pragmatismo piacentino - mezzo emiliano e mezzo lombardo - riuscisse a invertire la tendenza, ma non mi pare che finora ci sia riuscito.
Alcuni giorni fa l'Istat ha presentato alcuni dati allarmanti sull'occupazione. Il tasso di disoccupazione in aprile ha raggiunto l'8,9%, in crescita rispetto all'8,8% di marzo. Il dato diventa drammatico quando si considerano i giovani tra i 15 e i 24 anni: il tasso di disoccupazione in questa fascia di età è pari al 29,5%, con un aumento dell'1,4% rispetto a marzo e del 4,5% rispetto all'aprile del 2009. Quasi un giovane su tre è disoccupato. Di fronte a questi dati una forza di sinistra dovrebbe immediatamente alzare i toni del confronto politico, indipendentemente da quello di cui si sta discutendo nel paese.
Che impatto psicologico ha su un ragazzo o una ragazza appena usciti dalla scuola non riuscire a trovare per anni un lavoro decente? Sentirsi continuamente sfruttati da padroni - usiamo le parole che ci vogliono - che offrono loro condizioni di lavoro capestro? Sentirsi di fatto ignorati da strutture pubbliche che dovrebbero aiutarli nell'inserimento del mondo del lavoro? E' evidente che ha un impatto devastante su di loro e sulle loro famiglie. Non avere un lavoro mina prima di tutto la dignità delle persone e poi ha ripercussioni sull'intera società. Provate a leggere le testimonianze che molti lettori stanno lasciando sul sito di Repubblica nello speciale Cercare lavoro con la crisi. E' uno spaccato di storie molto difficili di giovani, ma anche di persone che a 40 o 45 anni stanno cercando lavoro, e sono spesso storie di umiliazioni, in cui è sempre più difficile scorgere segnali di speranza. Io, a 40 anni, sto vivendo questa situazione e vi assicuro che è molto dura, al di là delle difficoltà di ordine economico, che pure ci sono; non avere un lavoro mina la propria stima interiore, ci rende più fragili, più preoccupati, incapaci di affrontare ogni altro problema. E' qualcosa che lentamente ti svuota.
Naturalmente ogni storia è una storia a sé e le ragioni per cui ci si ritrova, a 20 come a 40 anni, a cercare lavoro sono molto diverse le une dalle altre. Ma quando sono tante persone che si trovano in questa situazione questo non può non avere un impatto su tutto il paese. Personalmente penso che la sinistra dovrebbe partire da qui e farlo con forza, facendo rumore, senza smettere mai di parlarne. Se la politica non fa questo rinuncia al proprio compito, rinuncia all'idea che ci possa essere una speranza.

martedì 8 giugno 2010

"Coyote contro Acme" di Ian Frazier

Corte Distrettuale degli Stati Uniti d'America,
Distretto Sudoccidentale,
Tempe, Arizona
Caso Num. B19294,
Giudice Joan Kujava, Presidente

Wile E. Coyote, parte lesa

contro

Società Acme, imputato

Relazione iniziale del Sig. Harold Schoff, legale del Sig. Coyote.

Il mio cliente, Sig. Wile E. Coyote, residente in Arizona e negli Stati limitrofi, cita in questa sede per danni la Società Acme, produttrice e distributrice di mercanzia assortita, con sede in Delaware e con interessi commerciali in tutti gli Stati, Distretti e Territori. Il Sig. Coyote intende ricevere un risarcimento per danni subiti alla persona, mancato reddito, e sofferenza psicologica derivanti direttamente dall'operato e/o da grave negligenza di detta Società, ai sensi dell'Articolo 15 del Codice degli Stati Uniti d'America, Capitolo 47, sezione 2072, subsezione (a), riguardante la responsabilità dei produttori.
Il Sig. Coyote dichiara che in ottantacinque diverse occasioni ha acquistato dalla Società Acme (d'ora in avanti designata con il termine "Imputato"), e specificamente dal dipartimento di vendite per corrispondenza di detta società, alcuni articoli che gli hanno procurato danni fisici, a causa di difetti di produzione o di inadeguati avvisi di pericolosità sulla confezione del prodotto. Le ricevute rilasciate al Sig. Coyote come certificazione dell'avvenuto acquisto sono ora a disposizione della Corte, etichettate come Prova A. I danni fisici sofferti dal Sig. Coyote hanno temporaneamente limitato la sua possibilità di guadagnarsi da vivere grazie alla sua professione di Predatore. Il Sig. Coyote è libero professionista e quindi non ha diritto ai fondi della Cassa Integrazione o ad altri contributi assistenziali.

Il Sig. Coyote dichiara di aver ricevuto il 13 di dicembre u.s. dall'Imputato - tramite pacco postale - una Razzoslitta Acme. Il Sig. Coyote intendeva utilizzate la Razzoslitta come sussidio tecnico nel tentativo di cattura della preda. Una volta recapitatagli la Razzoslitta, il Sig. Coyote la estrasse dalla cassa di legno usata per il trasporto e, avvistata la preda in lontananza, attivò il sistema di avviamento. Non appena il Sig. Coyote ebbe afferrato il manubrio, la Razzoslitta accellerò con improvvisa e spropositata forza, tale da stirare le zampe anteriori del Sig. Coyote fino alla lunghezza di quindici metri. In seguito, il resto del corpo del Sig. Coyote scattò in avanti con uno strappo violento, provocandogli un grave stiramento alla schiena e al collo e facendogli inaspettatamente assumere una posizione trasversale a bordo della Razzoslitta. Scomparendo oltre l'orizzonte a una velocità tale da lasciare in vista soltanto l'evanescente traccia degli scarichi del jet, la Razzoslitta portò in brevissimo tempo il Sig. Coyote alle calcagna della preda. In quell'istante l'animale inseguito virò bruscamente a destra. Il Sig. Coyote cercò con tutte le forze di seguire quella manovra, ma non gli fu possibile, a causa di un difetto di progettazione del sistema sterzante della Razzoslitta e a un difettoso, o non esistente, sistema frenante. Immediatamente dopo, la traiettoria incontrollata del Razzoslitta provocò la collisione del Sig. Coyote con la rupe sul fianco di una montagna.
Il primo paragrafo del referto del Medico di Guardia (Prova B), stilato dal Dott. Ernest Grosscup, medico chirurgo e specialista in ortopedia, descrive in dettaglio le fratture multiple, le contusioni e i danni tissutali sofferti dal Sig. Coyote in seguito alla collisione. La medicazione delle ferite impose la fasciatura completa della testa (orecchie escluse), l'applicazione di un collare rigido, e l'ingessatura completa o parziale di tutte e quattro le zampe.
Seppure menomato da tali danni fisici, il Sig. Coyote si trovava nondimeno obbligato a trovare il modo di sostenersi. A questo scopo, egli acquistò dall'Imputato - con l'intenzione di migliorare il proprio grado di mobilità - un paio di Razzopattini Acme. Quando tentò di utilizzare detto prodotto, però, si trovò coinvolto in un sinistro sorprendentemente simile a quello in cui era incorso con la Razzoslitta. Si tratta di un secondo caso in cui l'Imputato ha venduto senza restrizione alcuna e senza adeguate istruzioni per l'uso un prodotto che montava potenti motori a reazione (in questo caso, due) a veicoli inadeguati, con scarsa - anzi, nessuna - considerazione per la sicurezza del passeggero. Appesantito dalle voluminose ingessature, il Sig. Coyote perse il controllo dei Razzopattini subito dopo averli indossati, e andò a schiantarsi contro un pannello pubblicitario posto lungo la strada in modo tanto violento da lasciarvi un foro che aveva la forma esatta della sua silhouette.

Il Sig. Coyote dichiara di aver subito, in occasioni troppo numerose perché siano elencate tutte in questo documento, sfortunati inconvenienti con esplosivi acquistati dall'Imputato, quali: il Petardo "Piccolo Gigante" Acme, la Bomba Aerea Auto-Guidata Acme, ecc. (per un elenco esaustivo si prega di consultare il Catalogo Acme degli Esplosivi Acquistabili per Corrispondenza e la deposizione allegata messa a disposizione della Corte come Prova C). In realtà, è possibile affermare senza tema di smentita che non una sola volta un esplosivo Acme acquistato dal Sig. Coyote abbia funzionato nel modo previsto. Per citare un solo esempio: con notevole dispendio di tempo e di fatica personale, il Sig. Coyote aveva costruito lungo il perimetro esterno di una cima isolata un condotto di legno che partiva dalla vetta e scendeva a spirale fino a un paio di metri al di sopra di una X nera dipinta sulla superficie del deserto. Il condotto era disegnato in modo tale che un esplosivo sferico del modello messo in vendita dall'Imputato avrebbe potuto rotolare facilmente fino a raggiungere un'altissima velocità in prossimità del punto di detonazione indicato dalla X. Il Sig. Coyote pose un'abbondante porzione di mangime per uccelli in corrispondenza della X e poi, portando sulle spalle la Bomba Sferica Acme (Numero di Catalogo. 78-832), scalò la vetta. La preda del Sig. Coyote, avvistato il mangime, si avvicinò e il Sig. Coyote accese la miccia. In un attimo la miccia si consumò completamente, provocando la detonazione della bomba.
Oltre ad aver ridotto in briciole gli accurati preparativi del Sig. Coyote, l'esplosione prematura del prodotto dell'Imputato fece sì che il Sig. Coyote venisse sfigurato, soffrendo di:
1. Gravi bruciature del pelo su testa, collo e muso;
2. Scoloritura del pelo, che ha assunto una tinta color fuliggine;
3. Frattura alla base dell'orecchio sinistro, che per questo motivo dopo lo scoppio ha cominciato a pendere e a dondolare con un sinistro scricchiolio;
4. Combustione completa o parziale dei baffi, che ne ha provocato l'arricciatura, perdita di consistenza e disintegrazione per incenerimento;
5. Estrema dilatazione degli occhi, dovuta alla carbonizzazione delle sopracciglia e delle palpebre.

Passiamo ora a occuparci della Scarpe con Propulsione a Molla Acme. I resti di un paio di tali calzature acquistate dal Sig. Coyote in data 23 giugno costituiscono la Prova D esibita dalla parte lesa. Alcuni frammenti sono stati selezionati e inviati ai laboratori di metallurgia dell'Università della California a Santa Barbara perché fossero analizzati, ma a tutt'oggi non è stata trovata alcuna spiegazione per il completo e improvviso malfunzionamento di questo prodotto. Secondo la pubblicità diffusa dall'imputato, questo prodotto è un esempio impareggiabile di semplicità: due sandali di legno e metallo a ciascuno dei quali è applicata una molla d'acciaio temprato ad alto potere elastico e compressa in posizione strettamente raccolta da un dispositivo di aggancio con meccanismo di rilascio a strappo. Il Sig. Coyote credeva che questo prodotto gli avrebbe permesso di abbattersi sulla preda nella fase iniziale dell'inseguimento, quando i riflessi pronti offrono un notevole vantaggio.
Per aumentare ulteriormente il potere di spinta delle scarpe, il Sig. Coyote provvide a saldarne la faccia inferiore con il fianco di un enorme masso. Accanto al masso veniva a trovarsi un sentiero noto per essere spesso frequentato dalla preda del Sig. Coyote. Il Sig. Coyote introdusse i piedi nei sandali di legno e metallo e si accucciò pronto a scattare, con la zampa anteriore destra pronta a strappare la sagola che avrebbe azionato il meccanismo di rilascio. Dopo un breve lasso di tempo la preda del Sig. Coyote di fatto apparve sul sentiero, diretta verso di lui. Senza nulla sospettare, la preda si arrestò nei pressi del Sig. Coyote, ben entro il raggio di piena estensione delle molle. Il Sig. Coyote valutò con cura la distanza da coprire e procedette a tirare vigorosamente la sagola.
A questo punto, il prodotto dell'Imputato avrebbe dovuto lanciare il Sig. Coyote in avanti, a distanza dal masso. Invece, per ragioni tuttora ignote, le Scarpe con Propulsione a Molla Acme spinsero il masso lontano dal Sig. Coyote. Sotto gli occhi della preda, incolume, il Sig. Coyote rimase un attimo sospeso a mezz'aria. Quindi le molle gemelle si contrassero, portando il Sig. Coyote a collidere violentemente con i piedi contro il masso, in modo che tutto il peso della testa e del tronco andasse a scaricarsi sugli arti posteriori.
L'energia scaturita dall'impatto spinse le molle a riestendersi, di modo che il Sig. Coyote fu proiettato verso il cielo. Una seconda brusca contrazione, con relativa collisione, ne conseguì. Il masso, nel contempo, di forma approssimativamente ovale, cominciò a rotolare lungo il fianco della collina, con l'estendersi e il contrarsi delle molle che sempre ne aumentavano la velocità. A ogni rimbalzo il Sig. Coyote veniva in contatto con il masso, o il masso veniva a contatto con il Sig. Coyote, o entrambi venivano a contatto con il terreno. Poiché il declivio era piuttosto lungo, tale susseguirsi di eventi si protrasse per parecchio tempo.
La sequenza di collisioni provocò danni fisici diffusi al Sig. Coyote, quali, ad esempio, appiattimento del cranio, lussazione laterale della lingua, accorciamento delle gambe e del tronco, e compressione delle vertebre dalla punta della coda alla testa. I colpi reiterati lungo l'asse verticale provocarono inoltre una serie di pieghettature orizzontali nei tessuti del corpo del Sig. Coyote - patologia rara e dolorosa che portava il Sig. Coyote a espandersi all'insù e all'ingiù, alternativamente, a ogni passo, e a emettere un soffio dissonante simile a un organetto, quando camminava. L'ineludibile e imbarazzante natura di questo sintomo ha costituito un ostacolo enorme al desiderio del Sig. Coyote di condurre una normale vita di relazione.

La Corte è senza dubbio a conoscenza del fatto che l'Imputato detiene in pratica il monopolio della produzione e della vendita dei prodotti necessari allo svolgimento delle attività lavorative del Sig. Coyote. Noi sosteniamo che l'Imputato ha utilizzato la sua favorevole posizione di mercato a detrimento del consumatore di prodotti altamente specializzati quali la polvere urticante, gli aquiloni giganti, le trappole birmane per tigri, le incudini e gli elastici lunghi oltre cinquanta metri. Per quanto egli sia giunto a nutrire totale sfiducia nei confronti dei prodotti dell'Imputato, il Sig. Coyote non ha altro possibile fornitore nazionale a cui rivolgersi. Non ci resta che domandarci che atteggiamento assumerebbero i nostri partner commerciali in Europa occidentale e in Giappone se si trovassero in una situazione del genere, in cui una Società potentissima si permette di vittimizzare ripetutamente il consumatore nel modo più irrensponsabile e colpevole.
Il Sig. Coyote chiede rispettosamente a questa Corte di prendere in considerazione anche queste più ampie implicazioni economiche e di comminare un'ammenda dell'importo di 17 milioni di dollari. Inoltre, il Sig. Coyote chiede che gli siano risarciti danni materiali (spese mediche, pasti mancati, giorni di lavoro persi) per 1 milione di dollari; danni morali (sofferenze psicologiche, danni all'immagine e alla reputazione) per 20 milioni di dollari e la parcella del legale per 750mila dollari. La richiesta complessiva di risarcimento ammonta quindi a 38 milioni e 75omila dollari. Riconoscendo al Sig. Coyote il diritto al pieno risarcimento, questa Corte censurerà il comportamento dell'Imputato, dei suoi direttori, rappresentanti, azionisti, successori, e sottolineerà - nell'unico linguaggio a loro comprensibile - e ribadirà il diritto del singolo predatore a un'equa protezione di fronte alla legge.

lunedì 7 giugno 2010

da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (VIII)

27 giugno 1932

Carissima Iulca,
ho ricevuto i tuoi foglietti, datati da mesi e giorni diversi. Le tue lettere mi hanno fatto ricordare una novellina di uno scrittore francese poco noto, Lucien Jean [...]. La novella si intitolava Un uomo in un fosso. Cerco di ricordarmela.
Un uomo aveva fortemente vissuto, una sera: forse aveva bevuto troppo, forse la vista continua di belle donne lo aveva un po’ allucinato. Uscito dal ritrovo, dopo aver camminato un po’ a zig-zag per la strada, cadde in un fosso. Era molto buio, il corpo gli si incastrò tra rupi e cespugli; era un po’ spaventato e non si mosse, per timore di precipitare ancora più in fondo. I cespugli si ricomposero su di lui, i lumaconi gli strisciarono addosso inargentandolo (forse un rospo gli si posò sul cuore, per sentirne il palpito, e in realtà perché lo considerava ancora vivo). Passarono le ore; si avvicinò il mattino e i primi bagliori dell’alba, incominciò a passar gente. L’uomo si mise a gridare aiuto. Si avvicinò un signore occhialuto; era uno scienziato che ritornava a casa, dopo aver lavorato nel suo gabinetto sperimentale. "Che c’è?" domandò. "Vorrei uscire dal fosso", rispose l’uomo. "Ah, ah! vorresti uscire dal fosso! E che ne sai tu della volontà, del libero arbitrio, del servo arbitrio! Vorresti, vorresti! Sempre così l’ignoranza. Tu sai una cosa sola: che stavi in piedi per le leggi della statica, e sei caduto per leggi della cinematica. Che ignoranza, che ignoranza!", e si allontanò scrollando la testa tutto sdegnato. Si sentì altri passi. Nuove invocazioni dell’uomo. Si avvicina un contadino, che portava al guinzaglio un maiale da vendere, e fumava la pipa: "Ah! ah! sei caduto nel fosso, eh! Ti sei ubbriacato, ti sei divertito e sei caduto nel fosso. E perché non sei andato a dormire, come ho fatto io?", e si allontanò, col passo ritmato dal grugnito del maiale. E poi passò un artista, che gemette perché l’uomo voleva uscire dal fosso: era così bello, tutto argentato dai lumaconi, con un nimbo di erbe e fiori selvatici sotto il capo, era così patetico! E passò un ministro di dio, che si mise a imprecare contro la depravazione della città che si divertiva o dormiva mentre un fratello era caduto nel fosso, si esaltò e corse via per fare una terribile predica alla prossima messa. Così l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze.
Non so se ti ho dato il gusto della novella, e se essa sia molto appropriata. Ma almeno in parte credo di sì: tu stessa mi scrivi che non dai ragione a nessuno dei due medici che hai consultato recentemente, e che se finora lasciavi decidere agli altri ora vuoi essere più forte. Non credo che ci sia neanche un po’ di disperazione in questi sentimenti: credo che siano molto assennati. Occorre bruciare tutto il passato, e ricostruire tutta una vita nuova: non bisogna lasciarci schiacciare dalla vita vissuta finora, o almeno bisogna conservarne solo ciò che fu costruttivo e anche bello. Bisogna uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore.
Cara Iulca, ti abbraccio teneramente.

Antonio

"Lasciami andare se già spunta l'alba" di Sandro Penna


«Lasciami andare se già spunta l'alba.»
Ed io mi ritrovai solo fra i vuoti
capanni interminabili sul mare.
Fra gli anonimi e muti cubi anch'io
cercavo una dimora? Il mare, il chiaro
mare non mi voltò con la sua luce? Salva
era soltanto la malinconia?
L'alba mi riportò, stanca, una via.

Considerazioni libere (123): a proposito di Facebook...

Sarà che l'arrivo della stagione calda costringe i giornalisti delle varie rubriche - ormai diventate l'ossatura di ogni quotidiano, di ogni periodico e della televisione - a parlare quasi sempre delle stesse cose, sarà il fatto che Facebook è ormai diventato un fenomeno di massa, visto che tra qualche settimana dovrebbe raggiungere i 500 milioni di utenti attivi nel mondo, sarà che in questi ultimi giorni si è riaperta la questione sulla privacy degli utenti e gli amministratori del social network hanno attivato un sistema più semplice per decidere quali informazioni condividere e quali no, insomma sarà per tutto questo che non passa giorno senza che qualcuno, in televisione o sui giornali, dedichi una sua riflessione, più o meno critica, a Facebook. Molte di queste considerazioni sono piuttosto banali, ma su alcuni temi mi sembra utile approfondire un po'.
Io sono su Facebook dall'ottobre del 2008 e non mi sono stancato. Confesso di essere un utente attivo - anche troppo attivo, a sentire Zaira, che è anche lei su Facebook, ma è decisamente meno "maniaca" di me. Ho quasi 1.300 amici, ho attivato alcuni gruppi seri e qualche gruppo stupido, mi sto adoperando per riunire tutti i Billi che nel mondo si sono iscritti al social network, ho "postato" le mie foto, comprese quelle del matrimonio, faccio i giochi, mi iscrivo alle "cause", esprimo le mie preferenze su questo e quello, in una parola, come tanti, alterno cose serie e futilità. Ho ritrovato qualche vecchia conoscenza, ma soprattutto ne ho fatte di nuove, alcune persone davvero interessanti e che senza Facebook non avrei mai avuto occasione di conoscere. Facebook - insieme a questo blog, che ho iniziato più tardi, nel settembre del 2009, su suggerimento di Zaira - è ormai diventata la mia unica occasione di continuare a fare politica, a dire la mia opinione su diversi argomenti, di partecipare a dibattiti e discussioni. Facebook mi è indispensabile per dare una maggiore vetrina a quello che scrivo sul blog e quindi non posso ormai farne a meno. Questa premessa, per dichiarare da subito che il mio giudizio è quindi di un sostenitore del social network; ma non per questo non vedo quali siano i problemi.
C'è un tema che spesso ritorna tra coloro che criticano Facebook e più in generale la rete: il pericolo che può rappresentare per le bambine e i bambini. La questione è rilevante e non deve essere sottovalutata. Certo i nostri figli sono esposti attraverso la rete a molti potenziali pericoli, ma la rete - e Facebook in particolare - non possono diventare un alibi per nascondere l'incapacità educativa degli adulti. I bambini sono sempre stati in pericoli. In fondo Collodi mette in guardia i bambini - e i loro genitori - dai pericoli del mondo quando descrive Pinocchio irretito da Lucignolo e portato nel Paese dei balocchi; e non c'era certamente la rete. Nel mio paese, tra la fine degli anni settanta e gli ottanta, tanti ragazzi un po' più grandi di me si sono fatti trascinare nel dramma della droga, eppure non c'era la rete, anzi l'ambiente sembrava piuttosto protetto, nella sua chiusura provinciale.
Con questo non voglio dire che Facebook sia sicuro, tutt'altro, ci sono molte persone che, forti dell'anonimato, entrano con le peggiori intenzioni, voglio solo dire che serve attenzione da parte dei genitori e degli adulti, che bisogna essere educatori senza delegare ad altri questo compito. Nella nostra società invece sembra che la formazione sia una questione ininfluente, non ci sono investimenti nelle agenzie educative, i genitori sono spesso lasciati soli con compiti a cui non sono stati preparati, i mezzi di comunicazione lanciano messaggi e valori - o meglio disvalori - contro cui ci sono sempre meno anticorpi. Non è la rete che banalizza il corpo della donna e il sesso, la rete è solo uno degli strumenti attraverso cui la nostra società mercifica il corpo femminile. Non possiamo poi meravigliarci se vediamo nei profili di Facebook foto di ragazzine poco più che adolescenti vestite - o svestite - e truccate come le protagoniste dei video musicali - pare che non esistano ormai cantanti che non siano bellissime, con corpi statuari e intercambiabili nelle loro proporzioni sempre uguali. E non possiamo meravigliarci se per tanti ragazzini il rapporto con il sesso è mediato attraverso immagini per cui tutto è facile e a disposizione. Ovviamente in questo contesto è più facile per chi si vuole approfittare dell'ingenuità dei nostri figli trovare le forme in cui insinuarsi nelle loro vite. Ma ripeto non è la rete la causa, ne è solo uno degli strumenti, per quanto potente e pervasivo.
E lo stesso ragionamento vale per l'altra grande critica che si può fare a Facebook: il social network, attraverso le nostre foto, i nostri commenti, più o meno futili, i nostri "mi piace" è diventato il grande archivio delle nostre preferenze, che può essere sfruttato da chi vuole venderci questo piuttosto che quel prodotto. Anche qui si tratta di educazione e capacità di discernimento: possiamo essere bombardati da pubblicità mirate ed efficaci, ma se non vogliamo comprare un prodotto, possiamo semplicemente non farlo. Nulla ci obbliga davvero a comprare quella cosa piuttosto che l'altra, se non vogliamo farlo. Il problema anche in questo caso è che la società ci mostra modelli per cui la felicità nostra e della nostra famiglia passa attraverso l'accumulo di merci, è la società che ci considera sempre più consumatori piuttosto che cittadini. Facebook può amplificare e rendere ancora più pervasivo questo condizionamento, ma non è il responsabile, è chi vuole venderci quello di cui non abbiamo bisogno e di cui mai avremo bisogno che usa tutti i mezzi a disposizione per convicerci a farlo.
Personalmente penso che Facebook sia un elemento di democrazia in più, di consapevolezza in più, basta saperlo usare bene.

Considerazioni libere (122): a proposito di libertà di impresa...

E' abbastanza comprensibile che da parte di esponenti del governo sia cominciato il tentativo di sviare l'attenzione su una manovra economica che avrà ripercussioni pesanti nel paese. Per mesi hanno detto che la situazione dei conti pubblici era sotto controllo, che l'Italia aveva superato la crisi meglio degli altri paesi, che la ripresa sarebbe stata imminente, che anzi era già cominciata; hanno barato e quando finalmente sono stati costretti a mostrare le carte, i nodi sono venuti al pettine e Tremonti ha dovuto preparare una manovra pesante. Naturalmente il governo ha deciso di chiedere maggiori sacrifici a chi ha un reddito medio-basso; d'altra parte sarebbe stato difficile pensare che questo governo avesse l'idea e la forza di intervenire sui redditi alti. Ora, affinché si parli il meno possibile della manovra, hanno cominciato a spararle grosse, in modo da costringere l'opinione pubblica a parlare d'altro. Per qualche giorno si parlerà della boutade di Calderoli sugli stipendi dei calciatori e vedrete che tra qualche giorno se ne uscirà con una delle sue trovate il geniale Brunetta, maestro di queste mosse diversive.
Anche Tremonti ha cercato di non parlare della manovra, ma lo ha fatto in maniera più intelligente, evocando un tema, la libertà d'impresa, su cui è utile fare una qualche riflessione. Il ministro si è spinto a dire che sarebbe necessaria una modifica all'art. 41 della Costituzione, in modo da sospendere, almeno per alcuni anni, i controlli preventivi della pubblica amministrazione sugli imprenditori. Naturalmente ha trovato il pieno appoggio delle associazioni di imprenditori, artigiani e commercianti, che effettivamente, soprattutto i più piccoli, sono vessati da una burocrazia spesso inefficiente, dai tempi indefiniti e dal linguaggio incomprensibile. Anche l'opposizione ha mostrato un qualche interesse per la proposta, rivelando ancora una volta la propria incapacità di un'elaborazione politica autonoma.
Sinceramente neppure il più accanito sostenitore delle virtù del libero mercato potrebbe ragionevolmente sostenere che l'art. 41 della nostra Costituzione sia una concessione al comunismo. Merita di essere riportato nel testo completo: " L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali". Eppure siamo ormai in un clima culturale per cui anche il semplice riferimento all'utilità sociale può essere visto come un freno alla libertà dell'impresa e dell'iniziativa economica. In un paese in cui nel parlamento non si trova nessuna forza che si ispiri in maniera netta ai principi dell'Internazionale socialista non stupisce questa deriva, che pure sta avvenendo anche nel resto del mondo. Chi fa impresa sembra avere ogni diritto - compreso quello di essere salvato dallo stato quando fallisce - e nessun dovere.
Il tema non è quello di eliminare i controlli, ma quello di far funzionare i controlli in maniera rapida ed equa. Eliminare ogni tipo di controllo solo perché la pubblica amministrazione non funziona significa da un lato ammettere implicitamente che la pubblica amministrazione in Italia non è riformabile e dall'altro dare un segnale di via libera ai tanti furbi e furbastri che si trovano nel nostro paese. In una situazione come questa, con una domanda di lavoro così forte, specialmente da parte dei giovani e delle donne, eliminare ogni controllo darebbe ai furbi la possibilità di sfruttare ancora di più queste persone. In un paese in cui le emergenze ambientali sono sotto gli occhi di tutti, eliminare i controlli vorrebbe dire rinunciare per ancora molti anni a una vera tutela del territorio.
Dire con forza no alla proposta di Tremonti non significa né mortificare la libertà degli imprenditori né accettare l'incapacità della burocrazia, ma dire che può esserci una via diversa, che passa per il rispetto di regole eque, comprensibili e sanzionabili.

venerdì 4 giugno 2010

"A chi vorrà scivere questo romanzo (Prefazione finale)" di Macedonio Fernández

Lo lascio libro aperto: sarà forse il primo "libro aperto" nella storia letteraria, vale a dire che l'autore, desiderando che fosse migliore o almeno buono, e convinto che per la sua struttura sconquassata è una temeraria goffaggine nei confronti del lettore, ma anche che è ricco di suggestioni, lascia autorizzato ogni scrittore futuro di slancio e di circostanze che favoriscano un intenso lavoro, a correggerlo e a pubblicarlo liberamente, con o senza menzione della mia opera e nome. Non sarà poco il lavoro. Sopprima, emendi, cambi, ma, magari, che resti qualcosa.
In questa occasione insisto che la vera esecuzione della mia teoria romanzistica potrebbe compiersi solo scrivendo il romanzo di diverse persone che si uniscono per leggerne un altro di modo che essi, lettori-personaggi, lettori dell'altro romanzo personaggi di questo, si profilino incessantemente come persone esistenti, non "personaggi", per contraccolpo con le figure e immagini del romanzo da loro stessi letto.
Tale intreccio di personaggi letti e leggenti con personaggi solo letti, sviluppato sistematicamente, realizzerebbe un'uniforme costante esigenza della dottrina. Intreccio di doppio romanzo.
Lo dico per confessare che il mio libro è molto lontano dalla formula dell'arte di personaggi per mezzo della parola. Anche questa, dunque, resta come "impresa aperta".
Lascio così date la teoria perfetta del romanzo, un'imperfetto esempio di esecuzione di essa, e un perfetto piano della sua esecuzione.
Si noti che c'è una vera possibilità nell'addossarsi della duplice trama, per cui otterrei mediante un'alchimia coscienziale un'assunzione di vita per il personaggio-lettore, con accentuazione del nulla esistenziale del personaggio-letto, che è molto più personaggio proprio per questo, che accentua il suo franco non essere con un'enfasi di inesistenza che lo purifica e esalta lungi da ogni promiscuità col reale; e nello stesso tempo ripercuote l'assunzione di esistenza del personaggio leggente nel lettore reale, che per controfigura del personaggio svanisce di esistenza lui stesso. Questo confusionismo deliberato è probabilmente di una fecondità coscienziale liberatrice; lavoro di genuina artisticità; artificiosità feconda per la coscienza del suo effetto di fragilizzare la nozione e certezza di essere, da cui procede l'universale intimidazione dell'ugualmente assurda e vacua nonzione verbale del non-essere. Non c'è altro che un-essere: quello del personaggio, quello della fantasia, quello dell'immaginato. L'immaginatore non conoscerà mail il non essere.