sabato 31 ottobre 2009

"Spiego alcune cose" di Pablo Neruda

Domanderete: e dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che spesso percuoteva
le sue parole riempiendole
di pertugi e di uccelli?

Tutto ciò che mi accade vi dirò.

Vivevo in un rione
di Madrid con campane,
con orologi ed alberi.

Di là si vedeva
il volto secco della Castiglia
come un oceano di cuoio.

La mia casa era detta
la casa dei fiori, perchè dappertutto
scoppiavano gerani: era
una bella casa
piena di cani e di bambini.
Raul, ricordi?
Ricordi, Rafael?
Federico, ricordi
sotto terra,
ricordi la mia casa coi balconi dove
la luce di Giugno soffocava fiori nella tua bocca?

Fratello, fratello!

Tutto
era un gran vociare, un sapore di merci,
cumuli di pane palpitante,
banchi del mio rione di Arguelles con la statua
simile a un pallido calamaio tra i merluzzi:
l’olio raggiungeva i cucchiai,
un profondo pulsare
di piedi e di mani gremiva le strade,
metri, litri, essenza
acuta della vita,
pesci affastellati,
trama di tetti dove si smarrivano
freddi raggi di sole,
delirante avorio fine delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.

E una mattina tutto prese fuoco,
e una mattina roghi
uscirono dal suolo
a divorare persone,
e da quel momento incendi,
spari da quel momento,
da quel momento sangue.

Banditi con aeroplani e con mori,
banditi con anelli e con duchesse,
banditi con neri frati benedicenti
venivano dal cielo ad uccidere dei bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
scorreva semplice, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo sciacallo scaccerebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere odierebbero!

Di fronte a voi ho visto il sangue
di Spagna sollevarsi
per annegarvi in una sola onda
di orgoglio e di coltelli!

Generali,
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardate la Spagna a pezzi:
ma da ogni casa morta esce metallo ardente
e non fiori,
ma da ogni squarcio della Spagna
esce la Spagna,
ma da ogni bambino morto esce un fucile con occhi,
ma da ogni delitto nascono proiettili
che scoveranno un giorno
la tana del vostro cuore.

Chiederete perchè la sua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del suo paese natio?

Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venite a vedere il sangue
per le strade!

Considerazioni libere (23): a proposito del futuro della sinistra...

L'intervista a Francesco Rutelli che oggi è pubblicata sul "Corriere della sera" segna un passaggio importante per il futuro della sinistra nel nostro paese. Dobbiamo ringraziarlo per la franchezza con cui ha espresso le sue idee, eliminando i troppi elementi di ambiguità che hanno aleggiato fino a ora sul Partito democratico. Mi auguro che anche Pierluigi Bersani ora intervenga con la stessa sincerità e con la stessa chiarezza, doti che non gli sono mancate nella sua attività di amministratore e di ministro.
Devo fare una premessa, che sarà scontata per chi ha avuto la pazienza di leggere altre mie "considerazioni": non condivido nulla dell'analisi politica che fa Rutelli. Secondo lui la socialdemocrazia "è un’esperienza storica che non ha alcuna possibilità di parlare ai contemporanei. Non ci sono più le fabbriche, i sindacati, le strutture sociali del Novecento". Secondo me invece in Italia - come in tutto il mondo - è necessaria una forza socialista. Come ha detto una volta Bersani, "la sinistra esiste in natura". I socialisti hanno l'ambizione e la speranza di eliminare le ingiustizie che ci sono nella società, e continueranno a esserci, purtroppo.
Rutelli, coerentemente con questa sua posizione ideologica - non temiamo di usare questa parola, credendola anch'essa residuo del secolo scorso - spiega che il Pd è un "partito mai nato", perché gli amici della Margherita avevano posto alcune condizioni per lo scioglimento del loro partito all'interno del Pd: "niente appro­do nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil alle primarie, dimostrano che non ne sia­mo fuori. Pluralismo politico; ma anziché crea­re un pensiero originale, si oscilla tra babele culturale e voglia di mettere all’angolo chi dissen­te".
Come ho detto, io apprezzo la sincerità di Rutelli, non polemizzo con lui, che sostiene legittimamente le proprie idee, per quanto distanti dalle mie; non riesco neppure ad arrabbiarmi davvero con la Binetti. In fondo ha ragione lei: sapevano tutti qual erano le sue idee quando hanno deciso di candidarla. Io sono arrabbiato con quei dirigenti del mio ex partito - la maggioranza, visto il risultato di questo lungo percorso congressuale - che hanno accettato, in maniera più o meno ipocrita, l'idea di costruire un partito nuovo e poi hanno lavorato, più o meno sottotraccia, per uno sbocco diverso. Tra questi c'è naturalmente anche Bersani. E sono anche arrabbiato con quei dirigenti che, provenendo dalla tradizione e dalla storia del cattolicesimo sociale, hanno usato il Pd semplicemente come un modo per riciclarsi e mantenere le proprie posizioni di potere. Io non ho partecipato né al congresso del mio circolo, non essendo iscritto al Pd, né ho votato alle primarie: da un punto di vista politico e valoriale mi ritrovo nelle considerazioni fatte da Bersani in questi mesi e se fossi andato al seggio avrei certamente dato a lui il mio voto, per quello che vale. Ma dal momento che le idee devono necessariamente camminare sulle gambe degli uomini (e magari anche su quelle delle donne, ma qui il discorso si complica ulteriormente), non sono riuscito a votare per un gruppo dirigente nazionale e locale che ha aderito strumentalmente al Pd per poi costruire un soggetto politico diverso.
Delle due l'una: tutti questi dirigenti o credevano al progetto sostenuto da Veltroni oppure dovevano coerentemente dire che non era quello il traguardo a cui tendere. Purtroppo abbiamo impiegato più di due anni per raggiungere un risultato positivo, lasciandoci però dietro un cumulo di macerie; e temo che non sia ancora finita, perché a sinistra le recriminazioni reciproche tendono a continuare per anni, come sanno bene i compagni socialisti. In questa battaglia troppo lunga e giocata in maniera troppo ambigua, abbiamo lasciato sul campo due dirigenti importanti come Veltroni e Fassino. Perché in tanti non hanno detto subito che non era quel partito, quell'idea di Pd, la soluzione? Abbiamo lasciato un vantaggio enorme al centrodestra e loro se ne sono ampiamente approfittati.
Credo sia evidente a questo punto quanto fosse determinante il tema della collocazione degli europarlamentari del Pd; il tema è stato rinviato, ridimensionato, eppure quello era il nodo di fondo, come giustamente ha sempre ricordato Rutelli. E' stato generoso il lavoro fatto da Fassino per ottenere una diversa denominazione per il gruppo europeo del Pse, ma, come è evidente anche in questi giorni, la sinistra in Europa è rappresentata, nel bene e nel male, dai socialisti. Il Pd ha deciso di fare parte di questa famiglia, e questa decisione è ulteriormente rafforzata dall'esito del congresso e delle primarie. Il Pd deve essere il partito che in Italia rappresenta il Pse e naturalmente deve dare il proprio contributo a sviluppare quelle scelte politiche che i cittadini europei chiedono alla sinistra in questo momento così difficile. Il voto per il rinnovo del parlamento europeo con la generalizzata sconfitta delle forze socialiste, l'esito delle elezioni tedesche disastroso per la Spd, la più che probabile sconfitta dei laburisti alle prossime elezioni in Gran Bretagna stanno lì come macigni, ma non dicono che la socialdemocrazia è finita, come Rutelli e tanti altri continuano a dire, ma che occorre riflettere a fondo su cosa significa essere socialisti nel nuovo millennio.
Qui in Italia la sinistra si trova di fronte a un cammino, se possibile, ancora più in salita.

venerdì 30 ottobre 2009

"La bufera" di Eugenio Montale

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell'oro
che s'è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d'istante - marmo manna
e distruzione - ch'entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l'amore a me, strana sorella, -
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti - per entrar nel buio.

Considerazioni libere (22): ancora a proposito di precarietà...

Questi appunti sono il seguito della storia che ho raccontato nella "considerazione" nr. 18 o meglio sono il tentativo di raccontare come i lavoratori - uso volutamente questa parola dal sapore antico, perché mi pare ormai uscita dal lessico politico - stanno affrontando la sempre più probabile chiusura della loro azienda. Rispetto ad alcuni giorni fa, quando ho scritto la nota precedente, l'azienda non si è presentata a un nuovo tavolo convocato presso il Ministero per lo sviluppo economico ed è cominciato uno sciopero a oltranza che ha bloccato di fatto ogni attività. Prima di entrare nel vivo del racconto, voglio scusarmi se qualcuno dei miei sporadici lettori, riconoscendosi nelle mie descrizioni, riterrà le mie valutazioni sbagliate o, peggio ancora, offensive: non è certo mia intenzione. Voglio semplicemente provare, pur rischiando di non esserne capace, a ricavare alcune considerazioni di carattere generale da una vicenda particolare.

La cosa che mi pare emerga con più evidenza dalle vicende di questi giorni è il fatto che manca quella che un tempo si sarebbe chiamata "solidarietà di classe": questo è dovuto in parte a limiti evidenti delle persone coinvolte, che tendono a pensare esclusivamente ai propri problemi, senza farsi carico di quelli degli altri, ma in parte anche da scelte consapevoli portate avanti dalla proprietà (è molte forte la tentazione di usare un'altra parola antica, padrone). Intanto i call center interessati sono quindici, dislocati in differenti parti d'Italia, dal nord al sud: la prospettiva cambia molto se si guarda da Novara o da Vibo Valenzia. Poi ci sono molte tipologie di contratto: chi ha un contratto a tempo indeterminato fatica a legare la propria lotta con quella di chi ha un contratto a progetto, e viceversa. C'è una precarietà del lavoro, ma c'è anche una precarietà della lotta e della protesta.
Tra chi non viene pagato e presto forse non avrà più un lavoro, ci sono studenti universitari che hanno bisogno di un lavoro per essere (e per sentirsi) più autonomi dai propri genitori e ci sono madri separate per le quali questo lavoro è l'unico sostegno della propria famiglia: è evidente che tra questi due poli le differenze di valutazione sono notevoli. Nessuno di questi partecipa di fatto allo sciopero, se ne sono andati. I primi stanno cercando un lavoro simile, che garantisca loro lo stesso salario; le seconde valutano che partecipare a una manifestazione o a un presidio è per loro un costo che non possono permettersi, non possono fare viaggi a vuoto e dedicano ogni loro energia, con lucida disperazione, per cercare un nuovo posto di lavoro.
Rimangono così in pochi. Alcuni tentano di continuare a lavorare. Non sono crumiri - sarebbe ingeneroso definirli così - sono persone che in maniera acritica vogliono credere che la situazione si risolverà e non vogliono essere considerati responsabili del tracollo dell'azienda. Alcuni in più, ma comunque pochi, partecipano alle iniziative; l'unica spinta unitaria è venuta dalla decisione, sostenuta dal sindacato, di avviare un'azione legale per ottenere un'ingiunzione di pagamento per gli stipendi non pagati. Attorno a questi si muove poco: la Cisl e la Uil non esistono, la Cgil fa qualcosa, ma potrebbe fare di più, i mezzi di informazione non sono particolarmente attenti, il Pd non conosce la situazione, solo Rifondazione si è schierata, ma è debolissima, gli enti locali sono preoccupati, ma non hanno gli strumenti per intervenire. Peraltro in alcune regioni gli enti locali hanno dato contributi molto ingenti a questa azienda nell'ambito delle politiche per il sostegno all'occupazione e quindi, nella migliore delle ipotesi, sono anch'essi parti lese, mentre nella peggiore, sono complici.
La sostanza è che quasi tutti i lavoratori ormai, presi dai loro serissimi problemi, pensano a trovare una soluzione a questi problemi, magari accettando un nuovo contratto a progetto e condizioni di lavoro peggiori di quelle che hanno lasciato, e non pensano a difendere quel posto di lavoro, la professionalità che hanno accumulato, l'esperienza che hanno fatto in questi anni: sono stati divisi e di conseguenza si muovono in maniera autonoma. Temo sia evidente capire chi ha vinto questa partita.

mercoledì 28 ottobre 2009

"Vita fedele alla vita" di Mario Luzi

La città di domenica
sul tardi
quando c'è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere interite
e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l'umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull'asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all'infortunio,
e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio...
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

lunedì 26 ottobre 2009

Considerazioni libere (21): a proposito dei figli perfetti...

In questi giorni è passata sostalziamente inosservata una notizia giunta dagli Stati Uniti: la Disney rimborserà migliaia e migliaia di famiglie in tutto il mondo, che hanno acquistato i dvd della serie "Baby Einstein", perché questi video, pensati e realizzati per le bambine e i bambini tra i sei e i 24 mesi, non sviluppano l'intelligenza dei loro giovanissimi spettatori, così come promesso da una efficace campagna di marketing, che ha fatto leva su una certa "ansia da prestazione" degli stessi genitori. Dapprima la multinazionale americana ha deciso di togliere l'etichetta "educational" alla serie "Baby Einstein" - e a quelle collegate "Baby Galileo", "Baby Shakespeare" e "Baby Mozart" - poi, sotto la minaccia di una class action da parte dei genitori, guidati da alcune associazioni di pedagogisti e pediatri, ha deciso di rendere i soldi alle famiglie: una scelta "rivoluzionaria" per una delle grandi compagnie americane, uno dei simboli, insieme alla Coca Cola, del capitalismo stelle e striscie nel mondo.
Francamente la notizia interessante non mi sembra questa dei rimborsi. O almeno non è stata questa la notizia che ha acceso la mia riflessione. Mi sembra più interessante il fatto che migliaia di genitori abbiano creduto a una pubblicità che prometteva che questi dvd avrebbero aiutato a espandere l'intelligenza dei loro figli in tenerissima età. Gli esperti hanno dimostrato - ma probabilmente non servivano neppure gli esperti - che non solo i neonati che guardano questi dvd non diventano più intelligenti, ma anzi rischiano una diminuzione della capacità di attenzione in età scolare.
Collegata a questa, mi è tornata in mente una notizia che ho letto qualche settimana fa: in California una banca del seme ha lanciato un servizio che offre ai propri clienti gli spermatozoi di donatori selezionati in base alla loro somiglianza alle star del cinema, agli sportivi e ai leader politici. In questo modo i genitori sperano che i propri figli somiglino anch'essi a George Clooney, a Brad Pitt, o magari a Barack Obama, a seconda delle richieste.
Non credo si debba scomodare l'eugenetica o qualche altro delirio scientista, semplicemente è la smodata, oltre che vana, ricerca da parte dei genitori di una perfezione mitizzata: il proprio figlio deve essere il più bello, deve essere il più intelligente, il proprio figlio deve essere da copertina di rotocalco o da show televisivo. Credo sia naturale immaginare per i propri figli un futuro migliore del nostro e anche proiettare su di loro i nostri sogni, le nostre aspirazioni, ma penso anche ci sia qualcosa di morboso, di malato, in questa spasmodica ricerca di eccellere, in questa incapacità di accettare la normalità e di inseguire modelli così fortemente standardizzati. Il paradosso infatti è che questa ricerca di una presunta eccezionalità si incanala poi nell'adesione a modelli conosciuti, che, proprio perché ormai standard, finiscono per diventare comuni e normali. Il genio o la bellezza o l'estro sono tali proprio perché escono dagli schemi consueti e sorprendono per la loro eccezionalità. Dovremmo tutti imparare a convivere con la nostra normalità.

domenica 25 ottobre 2009

"Love for sale" di Cole Porter


When the only sound in the empty street,
Is the heavy tread of the heavy feet
That belong to a lonesome cop
I open shop.
When the moon so long has been gazing down
On the wayward ways of this wayward town.
That her smile becomes a smirk,
I go to work.

Love for sale,
Appetising young love for sale.
Love that's fresh and still unspoiled,
Love that's only slightly soiled,
Love for sale.
Who will buy?
Who would like to sample my supply?
Who's prepared to pay the price,
For a trip to paradise?
Love for sale
Let the poets pipe of love
in their childish way,
I know every type of love
Better far than they.
If you want the thrill of love,
I've been through the mill of love;
Old love, new love
Every love but true love
Love for sale.

Appetising young love for sale.
If you want to buy my wares.
Follow me and climb the stairs
Love for sale.
Love for sale.

potete ascoltare la canzone, cliccando sul titolo del post

sabato 24 ottobre 2009

"Piccolo testamento" di Eugenio Montale

Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d'officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest'iride posso
lasciarti a testimonianza
d'una fede che fu combattuta,
d'una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
scuotendo l'ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.
Non è un'eredità, un portafortuna
che può reggere all'urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l'estinzione.
Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
non era fuga, l'umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.

venerdì 23 ottobre 2009

Feste de l'Unità. Fotogrammi di storia

Un nuovo motivo del successo delle nostre feste, e di questa nazionale, è che esse sono frutto di quell’immensa mano operosa che è costituita dal lavoro indefesso, certosino, entusiasta di migliaia e migliaia di compagni e di compagne che, senza alcun tornaconto personale, ma mossi solo da spirito di dedizione e da una grande carica ideale, si sono prodigati con intelligenza e passione in tutte le incombenze e in tutti i mestieri dei quali c’è bisogno di mettere in piedi e far funzionare questa realizzazione davvero formidabile.
E’ forse questo il patrimonio inestimabile di cui più siamo ricchi. Questi compagni, queste compagne non sono semplici tesserati: sono dei militanti comunisti. E la cosa più significativa, e vorrei dire meritoria, è che questo nostro patrimonio noi non lo spendiamo solo per le cose del nostro partito, ma lo mettiamo a disposizione del paese in ogni circostanza, specialmente in quelle più drammatiche e dolorose.

Enrico Berlinguer - Reggio Emilia, 1983


video

giovedì 22 ottobre 2009

Considerazioni libere (20): a proposito di "Baarìa" e della bella politica...

"Baarìa" è un film molto coinvolgente, ben scritto, ben girato e ben recitato, davvero un bel film, curato con una passione e una precisione rare: è per il suo autore, Giuseppe Tornatore, il film della vita... e si sente in ogni singola scena. Vi consiglio di vederlo, possibilmente al cinema (per alcune scene il grande schermo è indispensabile) e spero che possa vincere l'Oscar (lo meriterrebbe più di "Nuovo cinema Paradiso").
Pare sia piaciuto anche al presidente Berlusconi, ma il suo è un giudizio interessato, essendo il proprietario della casa di produzione che ha realizzato il film; ci ha investito troppi soldi per accorgersi soltanto ora di aver prodotto un film su una famiglia di comunisti, ne era evidentemente consapevole: onore al merito. Diciamo comunque che il film di Tornatore può piacere anche a una persona di destra. Nonostante racconti una vicenda umana e familiare assolutamente privata, riesce - come ogni grande opera d'arte - a trasmettere un significato universale.
Per noi di sinistra indubbiamente "Baarìa" rappresenta qualcosa di più. Direi che in questi giorni è perfino terapeutico: è un film che dovrebbe essere prescritto dai medici a tutti noi malati di disillusione. Come certo avrete letto, alcuni giorni fa è uscita la notizia che un consigliere comunale del di Castellamare di Stabia è stato ucciso dalla camorra, probabilmente perché non aveva interamente versato alla sua "famiglia" una tangente che aveva riscosso; anche chi l'ha ucciso, un killer di camorra, era iscritto al Pd. Naturalmente non si può generalizzare, in Campania, come in tutto il paese, ci sono migliaia di persone che svolgono con onestà il loro impegno politico e amministrativo, a sinistra come a destra. Eppure la situazione del partito in Campania è molto difficile, tanto da aver costretto mesi fa Veltroni a commissariare il partito in quella regione. E purtroppo non c'è solo la Campania: gli organi di informazione riportano ogni giorno cronache di malaffare, in un clima di generale assuefazione.
Di fronte a questi avvenimenti ci viene spesso la voglia di mollare tutto - molti di noi hanno già tirato i remi in barca - "Baarìa" serve a ricordarci che in Italia è esistita anche un'altra politica, una bella politica, fatta forse in maniera ingenua (spesso Peppino Torrenuova ci appare troppo candido), eppure capace di grandi slanci. E questo vale non solo per la tradizione della sinistra. Certo ci furono nella storia di questo paese personaggi come l'assessore all'urbanistica cieco che intascava le mazzette e "ascoltava" con i polpastrelli il crescere disarmonico della sua città o i referenti delle cosche mafiose Salvo Lima e Vito Ciancimino, ma ci furono anche uomini coraggiosi e onesti come Piersanti Mattarella. Quando Peppino sale sui monti intorno a Bagheria e mostra al giornalista di Roma i luoghi dove furono assassinati Salvatore Carnevale, Placido Rizzotto, Domenico Cangelosi, Accursio Miraglia, recita una sorta di rosario laico, che accende e scalda le coscienze. Così come ci viene mostrato che il Pci fu non solo la retorica vuota - e derisa - del dirigente interpretato da Placido o il rigore inutilmente sabaudo del funzionario Corteccia, ma fu anche il tentativo di sottrarre terre ai latifondi per assegnarle ai contadini poveri.
Sono storie che abbiamo bisogno di tenere a mente, così come abbiamo bisogno di non dimenticare le storie di passioni dei nostri nonni e dei nostri genitori. Per questo ho voluto mettere in questo blog alcune foto delle Feste de l'Unità, per ricordare insieme una storia...

"Alla bandiera rossa" di Pier Paolo Pasolini


Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

mercoledì 21 ottobre 2009

"Milano, agosto 1943" di Salvatore Quasimodo


Invano cerchi tra la polvere
povera mano, la città è morta.
E' morta: s'è sentito l'ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l'usignolo
è caduto dall'antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

Considerazioni libere (19): a proposito dei segreti italiani...

Sarà anche vero quello che va dicendo in questi giorni il presidente Cossiga, ossia che noi italiani non crediamo mai alle versioni più semplici e tendiamo a prestare fede a quei resoconti che presuppongono trame segrete, risvolti misteriosi, finali complicati. Sarà vero - Cossiga è una persona d'esperienza e conosce molte storie, molte verità - eppure qualche dubbio mi rimane.
Forse gli italiani non credono alle storie semplici perché negli anni è stato insegnato loro a non credere alle verità ufficiali. Chi ha voluto che il bandito Giuliano facesse una strage a Portella delle Ginestre? Chi ha permesso che i responsabili dell'attentato di piazza Fontana fossero scagionati? Chi ha voluto la strage della stazione di Bologna? L'elenco delle menzogne che sono state dette agli italiani in questi sessant'anni di vita repubblicana è così lungo e così drammatico da averci disabituato alla verità. In questi giorni si parla con insistenza del cosiddetto "papello" e della trattativa che la mafia siciliana avrebbe voluto avviare con le istituzioni repubblicane, attraverso la mediazione di un ex sindaco democristiano, organico alle famiglie mafiose, e ufficiali dei carabinieri, non si capisce coperti da chi. Si tratta di una vicenda gravissima, che ha probabilmente segnato una fase recente della nostra storia (gli omicidi di Falcone e Borsellino, l'elezione del presidente Scalfaro, il governo Ciampi e gli attentati a Firenze, Roma, Milano), eppure sembra che questa storia sia qualcosa di ordinaria amministrazione e non si spera di venirne a capo: sarà l'ennesima vicenda su cui si stenderà un velo, squarciato ogni tanto da un'inchiesta o da un libro.
Sarò pessimista, ma mi sembra che in questo paese abbiamo perso la speranza che si possa conoscere la verità. In fondo anche un film come "Il divo", che pure racconta, facendo nomi e cognomi, un'altra vicenda complessa su cui non si è fatta piena luce, in qualche modo sembra farci accettare che su queste vicende, come sull'omicidio Ambrosoli - su cui ci sono un bellissimo libro e uno splendido film - l'unica verità possibile sia quella degli artisti: tutto diventa un racconto e si finisce per non distinguere più il vero dal verosimile. Non voglio essere frainteso, considero meritorio l'impegno civile degli scrittori, dei registi, degli artisti, eppure questo non dovrebbe bastarci, dovremmo avere il diritto alla verità, che è il più negato dei diritti in Italia.

lunedì 19 ottobre 2009

Considerazioni libere (18): a proposito di precarietà...

Oggi provo a raccontarvi una storia, sforzandomi di essere il più imparziale e oggettivo possibile, quindi eviterò di fare commenti, più o meno espliciti; voglio provare - non so quanto ci riuscirò, nel caso non riuscissi, scusatemi - a non esprimere giudizi, che lascio a voi, se vorrete.

Si tratta di una storia di lavoro precario, molto simile a tante altre di questi tempi. E' ambientata in un call center, ma voglio sgombrare subito il campo da un possibile pregiudizio: non si tratta assolutamente di un posto come quello descritto da Paolo Virzì in "Tutta la vita davanti". Posti come quelli naturalmente ci sono, portano all'alienazione delle persone, esasperando al massimo il raggiungimento dei risultati e la competizione, ma non si tratta del nostro caso: l'ambiente della nostra storia è tranquillo, non particolarmente stressante (ogni lavoro in qualche modo lo è, inevitabilmente), si vende un prodotto utile e si è abbastanza certi di non dare una fregatura al cliente che si sente per qualche minuto al di là del telefono e con cui si cerca di instaurare quel minimo di rapporto necessario per la vendita. In sostanza è un lavoro "onesto", retribuito in rispondenza ai risultati (e anche questo pare ormai diventata la regola), cominciando con contratti di collaborazione a progetto, sperando in un'assunzione a tempo determinato. Vista la crisi che c'è in giro - nonostante ci siano i "soloni" che ci assicurano che ne stiamo uscendo - è un posto di lavoro ricercato, in cui si trovano non soltanto studenti che hanno bisogno di un lavoro part-time per pagarsi le tasse universitarie e l'affitto, ma anche trentenni e quarantenni, donne e uomini, che ricavano da qui il loro stipendio e quindi il sostegno per le loro famiglie. E' un luogo di lavoro - a differenza di alcuni altri - dove c'è la Rsu e sono instaurati normali rapporti sindacali, nonostante una scarsa sindacalizzazione di chi ci lavora.

Fin qui tutto bene, tanto che i dipendenti e i collaboratori hanno accettato per parecchi mesi di ricevere lo stipendio mensile in due tranche e hanno anche sopportato in più di un'occasione il ritardo di qualche giorno nei pagamenti; in fondo quando c'è la crisi, non bisogna troppo lamentarsi. Dalla scorsa estate sono emersi alcuni problemi, i cui elementi fondamentali non sono noti ai lavoratori, che hanno portato alla sospensione del pagamento degli stipendi: è stata pagata la prima tranche dello stipendio del mese di agosto e ci si è fermati qui. Non sono stati pagati la seconda parte dello stipendio di agosto e tutto quello di settembre. Peraltro pare non sia un problema legato ai committenti, che pagherebbero regolarmente per i servizi offerti dall'azienda.
Si continua a lavorare, ma in una situazione di incertezza, anche perché non arrivano segnali chiari dalla proprietà. L'azienda controlla diversi call center in Italia, e in tutti c'è la stessa situazione; in un caso la disperazione ha spinto una giovane madre ad andare nella sede centrale di questa azienda armata di un coltello. Stiamo parlando di più di seimila persone, ciascuno con la propria storia, i propri problemi, le proprie speranze; e naturalmente con le loro famiglie.
A rendere ancora più incerta la vicenda c'è la notizia che l'azienda sia stata acquistata da un'altra, che non dà alcun segnale, non partecipa ai tavoli convocati dal Ministero per lo sviluppo economico, non informa né i sindacati né i lavoratori. Esiste purtroppo un precedente preoccupante. Questa stessa grande azienda ha acquistato alcuni mesi fa un'altra azienda operante nel settore dei call center e questo ha comportato di fatto il licenziamento di oltre duemila lavoratori, con il rischio molto concreto di non vedersi neppure riconosciuto il tfr maturato nella prima azienda.
La cosa più preoccupante è che tutto questo sta avvenendo in silenzio, è una non-notizia nel tempo della crisi.

"Questa felicità" di Mario Luzi


Questa felicità promessa o data
m'è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell'unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

domenica 18 ottobre 2009

Considerazioni libere (17): a proposito di cavie umane...

In tempi di crisi, come quelli che stiamo vivendo, negli Stati Uniti fare la cavia può essere un sistema redditizio, anche se pericoloso, per guadagnarsi da vivere. Un cosiddetto "volontario sano", anche se ufficialmente non può essere retribuito, proprio perché teoricamente volontario, può ricevere fino a 300 dollari al giorno come rimborso spese per partecipare ai test che le industrie farmaceutiche fanno sui farmaci prima di immetterli sul mercato.
Proprio il fatto che quello di cavia sia diventata una sorta di professione per tante persone che non saprebbero in che altro modo guadagnarsi uno stipendio crea dei problemi alla stessa attendibilità dei test. Ad esempio gran parte dei test richiede che i volontari non abbiano preso altri farmaci nei trenta giorni precedenti, così da non alterare i risultati degli esami: alcuni "volontari", approfittando del fatto che non ci sono controlli, aggirano questa regola fondamentale e si presentano a nuovi test, senza aspettare che passino i trenta giorni, proprio per non perdere lo "stipendio". In altri casi i "volontari" non hanno dichiarato gli effetti collaterali che provocava loro l'assunzione di un farmaco, per non interrompere il test e quindi non perdere giornate di lavoro. In altri casi ancora un "volontario" ha dichiarato effetti collaterali che non aveva per interrompere il test e andare in un altro laboratorio dove sarebbe stato pagato meglio. Come è evidente tutti questi comportamenti rischiano di alterare i risultati dei test, con conseguenze imprevedibili quando il farmaco sarà sul mercato a disposizione dei cittadini.
Un altro aspetto preoccupante del problema è che non esistono forme di tutela per le persone che accettano di sottoporsi ai test e hanno complicazioni, anche gravi, in seguito a queste sperimentazioni: è un lavoro abbastanza ben remunerato, ma con nessuna tutela, perché nei fatti non esiste.
Il problema fondamentale non è tanto quello di pagare chi accetta di sottoporsi ai test (sarebbe utopistico pensare che ci possa essere chi accetti di farlo gratuitamente), ma quello di istituire una catena efficace di controlli. In passato i test erano condotti dalle università, che effettuavano controlli più severi perché da questo dipendeva il loro buon nome e il mantenimento dei finanziamenti. Oggi i test vengono effettuati da laboratori privati che dipendono unicamente dalle industrie farmaceutiche, che rispondono unicamente a logiche di mercato, spesso alla necessità di far uscire un farmaco il più velocemente possibile.
Inoltre gli International review board, ossia i comitati etici incaricati di controllare i test - che agiscono a livello dei singoli stati -, sono nominati dagli stessi soggetti che dovrebbero controllare. L'agenzia federale, la Food and drug admistration, controlla solo l'1% dei test. In sostanza chi dovrebbe controllare i laboratori che fanno i test non è un'autorità indipendente, non ha titoli scientifici o accademici, ma è semplicemente un ingranaggio del sistema industriale farmaceutico, da esso dipendente.
Anche da questo forse si riesce a capire la forza di un sistema industriale che sta bloccando una riforma sanitaria che cerca di limitare il potere del privato, a favore del pubblico.

p.s. devo queste considerazioni alla giornalista Alison Motluki, autrice di un articolo sulla rivista inglese New Scientist, tradotto e pubblicato nel nr. 817 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura

sabato 17 ottobre 2009

"In limine" di Eugenio Montale

Godi se il vento ch' entra nel pomario
vi rimena l' ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell' eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall' erto muro.
Se procedi t' imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l' ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine...

venerdì 16 ottobre 2009

Considerazioni libere (16): a proposito dell'influenza A...

A fidarci degli ultimi bollettini degli esperti, non dobbiamo preoccuparci troppo degli effetti dell'influenza A, già influenza suina (poveri maiali, cosa gli tocca sopportare...). Peccato che si tratti di quegli stessi esperti che alcune settimane fa lanciavano allarmi preoccupati. Temo che da qui fino all'inizio della primavera continueremo a registrare questa alternanza di giudizi. Molti di noi si ammaleranno, magari ci prenderemo anche l'influenza normale, qualcuno dovrà sottoporsi a più rigidi controlli, la maggioranza guarirà, avendo perso al massimo qualche giorno di lavoro (per chi ce l'ha).
Sinceramente trovo paradossali quei servizi giornalistici, sia in televisione che sui quotidiani, che invitano alla calma e intimano i cittadini a non farsi prendere dal panico: purtroppo sono gli stessi operatori dell'informazione che nelle settimane scorse hanno dedicato articoli su articoli agli effetti dell'influenza, ai primi morti e così via, gli stessi che in sostanza hanno alimentato la paura dell'epidemia o della pandemia, come si è cominciata a chiamarla, proprio per dare maggiore enfasi alla notizia. D'altra parte bisogna capirli, quest'estate non ci sono stati delitti sensazionali, la cronaca languiva, non c'è stato neppure il tormentone musicale estivo, e allora giornali e televisioni si sono dovuti buttare sulla notizia dell'influenza, gonfiandola e spremendola al massimo, rendendosi poi conto, quando è arrivato l'autunno e purtroppo altre emergenze, che avevano esagerato e la gente si è spaventata.
Ora tutti, compreso Topo Gigio (uno dei più credibili, detto senza ironia, tra i molti che frequentano i canali televisivi) ci esorta a lavarci frequentemente le mani, un saggio consiglio che dovremmo rispettare anche senza la pandemia.
Tra il disinteresse generale, lo scorso 17 settembre l'associazione Cittadinzattiva, che opera nel nostro paese dal '78, ha presentato il suo VII Rapporto su sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici. Questo Rapporto fa riferimento a 106 scuole di 11 regioni, per un totale di 33.606 studenti, di cui 610 disabili, e 3.726 insegnanti. Nel 69% delle scuole censite mancano gli asciugamani usa e getta, nel 61% manca il sapone, nel 44% manca la carta igienica. In molti di questi casi quasi sicuramente le famiglie si "tasseranno" per dotare le scuole di questi beni primari ed essenziali, anche se non ci fosse la pandemia. Purtroppo nel 12% dei casi sono presenti barriere architettoniche, nel 17% si sono rilevati distacchi dell'intonaco, nel 29% le finestre sono in qualche modo danneggiate: su questo i genitori non possono intervenire. Allora, secondo voi, qual è la notizia che meriterebbe l'apertura dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani?

p.s. il sito su cui leggere i dati è www.cittadinanzattiva.it

mercoledì 14 ottobre 2009

"La storia" di Eugenio Montale


La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbottia lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta. La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette. La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma di qualche
scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

Appunti per una storia delle Feste de l’Unità a Bologna 1945-2005 (II)

Il primo Nazionale
Quella Festa del ’51 rimase per molti anni nella memoria delle compagne e dei compagni bolognesi. Il Prefetto, dopo una lunga serie di trattative e nonostante la protesta di tante associazioni democratiche e anche di tanti cittadini, negò il permesso per i Giardini Margherita: soltanto ventitre giorni prima della prevista inaugurazione del 18 settembre fu concessa la Montagnola. Lo slancio dei compagni fu incredibile, ingigantito, se possibile, proprio dal maldestro tentativo della Prefettura di vietare la manifestazione. Ma se la Festa de l’Unità non poteva essere fermata dal Prefetto, la pioggia non poteva essere “controllata” dalla tenacia dei compagni: cominciò a piovere la sera del 17 e andò avanti per tutto l’indomani. L’inaugurazione fu spostata al 19.
Di quella edizione fu memorabile la manifestazione conclusiva. Merita citare alcuni passi de l’Unità: “La Sezione Chiarini apre la sua parata con grandi cartelloni con le parole d’ordine in difesa della pace. Gli operai della Casaralta portano il plastico della loro fabbrica […] Gli operai della Calzoni portano un grosso scarpone che spezza le armi della guerra, anche gli operai della Sabiem-Parenti hanno costruito un carro allegorico significativo: un colossale martello che schiaccia i carri armati e le fabbriche di armi”. Alla parata seguono raffigurazioni ginniche e rappresentazioni in piazza VIII Agosto: “I ragazzi della Sezione Irma Bandiera hanno eseguito esercizi alla sbarra con agilità ed esperienza da ginnasti consumati. Medicina ha trasformato l’arena in una risaia: le betulle ai lati, un immenso cappello di paglia al centro, un coro di braccianti in sottofondo. Dal cappello sbocciano un bracciante e una mondina con una rossa bandiera. […] il grande complesso delle Sezioni Galanti e Busi ha formato successivamente e con movimenti ritmici e perfettamente eseguiti, i distintivi della Cgil, del Pci e del Psi”. Finalmente seguì il comizio di Palmiro Togliatti. Erano venuti compagni da tutta Italia. Le persone erano assiepate nella piazza e tutto intorno: da Porta Zamboni fino a piazza dei Martiri e su per via Marconi fino a piazza Malpigli; tutta via Indipendenza dal Nettuno alla stazione era piena. Togliatti parlò per due ore.
Festa di partito, anzi Festa del partito, ma anche festa popolare, una grande “fiera”. Sono ancora le parole di Edoardo Sanguineti a descrivere questo spirito popolare della Festa de l’Unità.
Il modello della “scampagnata” si è potuto risolvere nella Festa dell’Unità perché tale modello si è incrociato e saldato con quello della “fiera”, […] nel riplasmarsi di fenomeni che rimescolarono, lungamente, etimi religiosi e sviluppi mercantili, tra scadenze calendariali e libero proliferare di innumerevoli forme frante e nomadi, più o meno carnevalizzabili e carnevalizzate in un secolare rimescolarsi di professionalità municipali e di abilità marginali e stravaganti, tra microcommercio ambulante e artigiano vagabondo, tra parco dei divertimenti e spettacolo viaggiante.
La Montagnola
La Festa de l’Unità rimase in Montagnola anche nel ’52, poi la Federazione decise di tornare ai Giardini. Il ’53 si festeggiò il buon esito delle elezioni politiche: fu l’anno della “legge-truffa” e la grande cancellata dei Giardini davanti a Porta Santo Stefano fu coperta da una struttura su cui campeggiava la parola d’ordine: “L’Italia ha vinto, i truffatori respinti!”. Nunzio Filogamo presentò lo spettacolo intitolato “Mezzo secolo di canzoni”. Nel ’55 infine la scelta cadde definitivamente sulla Montagnola. Le Feste de l’Unità intanto dilagavano su tutto il territorio della nostra provincia; l’Unità riporta entusiasticamente alcuni dati riferiti al ’58: “276 Feste Sezionali, 1500 serate di Cellula, 28 milioni di sottoscrizione e un Festival Provinciale senza precedenti”. Naturalmente ogni anno il Festival era “senza precedenti”.
Cresceva e cambiava l’Italia; la Festa de l’Unità cresceva di anno in anno, aumentavano i ristoranti, la Cinquecento sostituì la moto Morini come premio finale della pesca. Nell’aprile del ’61 l’Urss lanciò in orbita Jury Gagarin, il primo cosmonauta. I compagni che organizzavano il Festival di Bologna non vollero far dimenticare l’evento che segnava una tappa importante per il “primo paese socialista del mondo” e si misero d’ingegno. Fu costruita una torre alta trenta metri con sopra una sfera luminosa di sei metri di diametro che rappresentava la terra e attorno, tenuto su da un’asta di metallo, lo Sputnik, “simbolo imperituro della tecnologia bolscevica”. Lo Sputnik di Bologna, come l’originale, emetteva a intervalli regolari il suo caratteristico “bi-bip”.
L’edizione del ’64 fu molto triste: il 21 agosto morì Palmiro Togliatti. La Direzione nazionale del partito decise che, in quelle condizioni, il Nazionale poteva svolgersi soltanto a Bologna. Più di duecentomila compagni si ritrovarono a Bologna da tutta Italia il 13 settembre per il comizio del nuovo segretario Luigi Longo, in ricordo del grande leader scomparso.
Nel ’68 ci fu l’ultimo Nazionale alla Montagnola. “Per un socialismo giovane, aperto alle idee nuove, con l’Unità, per la sinistra unita” fu la parola d’ordine che nell’anno della contestazione campeggiava lungo tutta la scalinata davanti a piazza VIII Agosto. Carmen Villani, Jimmi Fontana, Caterina Caselli e Johnny Dorelli furono gli ospiti musicali. L’ultima domenica furono serviti 60.000 pasti. Per costruire la Festa erano serviti 55 chilometri di tubi Innocenti e 47 quintali di fili elettrici. Fu l’ultimo anno in Montagnola. Il Comune doveva avviare una serie di lavori di risistemazione del parco, che ormai era troppo piccolo per contenere la Festa; serviva un’area più grande.

Il Parco Nord
Dopo il Sessantotto la Festa de l’Unità si spostò fuori dalle mura, prima in Fiera, poi all’Arcoveggio, quindi di nuovo in Fiera. Erano gli anni del Vietnam. Il 5 settembre del ’69 la Festa si fermò per manifestare il suo dolore per la morte di Ho Chi Min. Il lungo corteo si svolse sotto una fitta pioggia, come gran parte di quella Festa sfortunata, almeno dal punto di vista meteorologico. Nel ’71 la Federazione di Bologna si “gemellò” con la provincia vietnamita di Quang Tri: la Festa de l’Unità di quell’anno divenne l’occasione per organizzare una serie di sottoscrizioni straordinarie in favore del popolo vietnamita; tra le altre iniziative, si montò all’interno della Festa una emoteca per donare il sangue da mandare in Vietnam.
Nel ’73 finalmente la Festa de l’Unità trovò la propria “casa” al Parco Nord. La Festa di quell’anno ospitò il concerto dell’orchestra del Teatro comunale di Bologna diretta da Zubin Metha, una grande “prima”, che non mancò di far nascere qualche polemica tra i “puristi” della musica classica: si portava per la prima volta la grande musica fuori dalle mura cittadine, davvero tra il popolo. Il ’73 fu un anno di rodaggio, in attesa del Nazionale del ’74, la Festa del Cinquantesimo de l’Unità e del Cinquantesimo della morte di Lenin.
Fu una grande Festa, a partire dall’inaugurazione: in piazza Maggiore il Balletto del Teatro dell’Accademia musicale di Mosca presentò “Il lago dei cigni”. Fu imponente anche la manifestazione di chiusura per il comizio di Enrico Berlinguer. Il corteo partì alla mattina per il Parco Nord, ma non furono pochi quelli che non arrivarono in fondo. In molti ricordano ancora che diverse famiglie della Bolognina fecero scendere dalle loro finestre dei tubi di gomma attaccati ai rubinetti, perché quella domenica a Bologna faceva un gran caldo. E in via Ferrarese, quando ormai si capiva che il corteo non sarebbe più andato avanti e tutte quelle persone, arrivate da ogni parte d’Italia, non sarebbero arrivate al Parco Nord, non furono poche le case in cui si preparò uno “spuntino” per quelli del corteo. Si portarono fuori tavole e sedie e anche lì in fondo era la Festa de l’Unità.
La storia delle Feste de l’Unità naturalmente non è finita con quell’appuntamento. Bologna nel frattempo cambiava velocemente e con lei cambiava la Festa de l’Unità. Il 2 agosto del 1980 una bomba squarciava la stazione e uccideva ottantadue persone: come per rispondere a quel lutto, Bologna ospitò ancora una volta il Nazionale. All’ingresso della Festa un enorme quadrante segnava le 10.25. “Festa Nazionale a Bologna – si legge su l’Unità – nella stessa città nella quale si continua a morire per la strage del 2 agosto. Bologna ha ripreso a vivere! In nessuno dei sedici giorni sarà possibile, visitando la Festa, guardando le fotografie, i manifesti, i disegni della stazione, delle vittime, della piazza «evadere» dal momento e dal luogo in cui stiamo vivendo”.

Il resto esce dalla storia per entrare nella cronaca dei giorni nostri fino alle Feste de l’Unità dell’“opposizione”, dopo la sconfitta elettorale amministrativa del ’99 e la Festa de l’Unità senza l’Unità. In questi sessant’anni sono cambiate molte cose, è cambiata la società, le abitudini, le forme e i modi del divertimento. È cambiato il partito, che si è trasformato attraverso un processo lungo e travagliato, che ha coinvolto profondamente i tanti militanti e i volontari delle Feste de l’Unità. È cambiato radicalmente il quadro politico e con esso è mutata la natura delle feste di partito che progressivamente sono sparite (non ci sono più né le Feste de l’Avanti né le Feste dell’amicizia) o si sono trasformate radicalmente in convegni, in congressi annuali, sul modello di quello che avviene in Gran Bretagna.
In qualche modo sopravvive il modello Festa de l’Unità, ritornano i piccoli appuntamenti; le Feste diventano sempre più occasioni di aggregazione e di socializzazione (questo spiega perché vi partecipano attivamente tanti non iscritti), torna ad essere evidente nella Festa de l’Unità quel carattere, che si era in parte perduto, di festa semplice, popolare, paesana, nel senso migliore che ha questo termine. Le Feste de l’Unità continuano a rappresentare una grande occasione per stare insieme, soprattutto per chi le fa. Costruire qualcosa insieme è una sensazione bella, importante, che si trasmette anche ai visitatori. Le Feste sono un bel modo di fare politica. Non si capisce cos’è una Festa de l’Unità se non si coglie la passione dei volontari che la fanno vivere giorno per giorno. Con queste parole Enrico Berlinguer ringraziò le compagne e i compagni che organizzarono la Festa nazionale di Reggio Emilia del 1983, l’ultima Festa a cui partecipò, quella dello storico “abbraccio” di Roberto Benigni.
Un nuovo motivo del successo delle nostre feste, e di questa nazionale, è che esse sono frutto di quell’immensa mano operosa che è costituita dal lavoro indefesso, certosino, entusiasta di migliaia e migliaia di compagni e di compagne che, senza alcun tornaconto personale, ma mossi solo da spirito di dedizione e da una grande carica ideale, si sono prodigati con intelligenza e passione in tutte le incombenze e in tutti i mestieri dei quali c’è bisogno di mettere in piedi e far funzionare questa realizzazione davvero formidabile. E’ forse questo il patrimonio inestimabile di cui più siamo ricchi. […] E la cosa più significativa, e vorrei dire meritoria, è che questo nostro patrimonio noi non lo spendiamo solo per le cose del nostro partito, ma lo mettiamo a disposizione del paese in ogni circostanza, specialmente in quelle più drammatiche e dolorose.

fine

Appunti per una storia delle Feste de l’Unità a Bologna 1945-2005 (I)

La storia delle Feste de l’Unità è strettamente intrecciata con la storia della città di Bologna. Occorre partire da lontano, dall’estate del 1945, ma è una storia che merita di essere raccontata.

È il 3 luglio del ‘45 quando Stefano Schiapparelli, amministratore de l’Unità, annuncia la nascita di una nuova associazione, Gli amici de l’Unità, con lo scopo di sostenere, promuovere, diffondere il giornale in ogni parte d’Italia: a poche settimane dalla fine della guerra sono tante le preoccupazioni, i timori, le difficoltà che incontrano i compagni impegnati a far vivere il giornale “che ha saputo durante tutto il periodo fascista, fra mille e mille difficoltà, nella sua veste clandestina, esercitare coraggiosamente la sua funzione nella battaglia per la liberazione del Paese”.
Come prima cosa si decise di organizzare le Settimane de l’Unità, a partire dalla fine del mese di luglio: avrebbero cominciato le compagne e i compagni del Veneto e del Friuli, per poi passare il testimone a quelli dell’Emilia-Romagna e infine a quelli della Lombardia. Schiapparelli, miliziano nella guerra di Spagna, esule a Parigi, ha un’idea chiara, nata proprio dall’esempio dei “cugini” francesi. Le Fête de l’Humanité erano già una tradizione del partito comunista francese quando, con l’avvento del fascismo in Italia, tanti comunisti e antifascisti si rifugiarono in quel paese. Anzi, all’interno delle Fête de l’Humanité, nella Parigi degli anni Trenta, vennero allestiti dagli italiani minuscoli Stand de l’Unità.
Le prime iniziative, in Veneto e in Friuli, le prime vere e proprie Feste de l’Unità, furono un successo. Particolarmente suggestiva fu la Parada de l’Unità lungo il Canal Grande a Venezia; racconta il giornale: “Venezia ha visto per la prima volta, dopo cinque anni di scure notti tra un allarme aereo e l’altro, la sua prima notte luminosa sul Canal Grande seguendo la prima «parada» di una enorme galleggiante con una gran stella rossa, viva di luci e risuonante di musiche e canti”. Sulla galleggiante, che avanzava “lenta, sicura, maestosa”, avevano preso posto un’orchestra e alcuni tra i più bei nomi della musica lirica, da Mario Del Monaco a Gina d’Este. Il concerto andò avanti tutta la notte.
Dopo gli ottimi risultati in Emilia-Romagna, fu la volta della Lombardia e della grandissima Scampagnata de l’Unità che si svolse il 2 settembre del 1945 a Mariano Comense. Nel giornale si annunciavano, con toni trionfalistici, “musiche, cori, danze, alberi della cuccagna, corse nei sacchi e una ricchissima tombola all’americana”; le cronache non raccontano cosa avesse di “americano” questa tombola. Si può immaginare che i premi fossero modesti, visto che – forse non è inutile ricordarlo – la guerra era finita da poco più di quattro mesi. Segno evidente della situazione di miseria, ancora diffusa in tutta Italia, è quest’altro annuncio che si può leggere sempre sul giornale di quei giorni: si precisa infatti che “per non infrangere le disposizioni annonarie attualmente vigenti, non si potrà organizzare sul luogo della scampagnata la vendita dei cibi” e si invitano i partecipanti “di provvedere personalmente per la propria colazione”. Furono organizzati cinque treni speciali da tutta la Lombardia. Nel giornale del martedì successivo, Elio Vittorini, allora caporedattore della redazione milanese, descrive con grande passione il “villaggio boschereccio” costruito a Mariano Comense con tutte le sue attrazioni.
Edoardo Sanguineti, in occasione dei quarant’anni delle Feste de l’Unità ricorda con queste parole la “scampagnata”.
Raduno ciclistico e carri allegorici, corse podistiche e incontri di pugilato, tiro al bersaglio e albero della cuccagna, spettacoli per bambini e bande musicali, tombola e vino, fuochi artificiali e ballo: era questo, in essenza, il menu ricreativo di quella Scampagnata dell’Unità a Mariano Comense […] Non evoco qui quell’inventario di divertimenti elementari, in vista del facile contrasto che si può ottenere comparandolo con il complesso catalogo di iniziative che oggi sa offrire una macchina così complessa, a livello locale e nazionale, qual è ormai una Festa dell’Unità dei nostri giorni: è un contrasto in cui si legge, miniaturizzata, con quella del partito, tutta la storia del nostro paese, per l’intiero arco di quattro decenni di vita nazionale, dagli anni della ricostruzione all’età dell’informatica.
Così sono nate le Feste de l’Unità. E fu da subito un successo, anche economico. Nell’edizione de l’Unità del 6 settembre si annunciava, con legittimo orgoglio, a dispetto della “ironia mal celata” dei detrattori, che la sottoscrizione per il giornale aveva superato l’undicesimo milione di lire. Per avere un termine di paragone, il giornale costava allora tre lire.

La prima Festa a Bologna
Ma torniamo a Bologna. Durante il mese di agosto del ’45 anche la Federazione del Pci organizzò la Settimana de l’Unità: piccoli incontri dentro e fuori porta culminati in una grande festa all’Ippodromo, domenica 12 agosto. Giuseppe Dozza e Giancarlo Pajetta, allora direttore del giornale, furono i protagonisti di quella manifestazione, insieme a migliaia di persone arrivate da ogni parte della città e della provincia: tra valzer e mazurche, tra il tiro alla fune e la pentolaccia, la città cercava di riconquistare quella normalità che i durissimi anni del fascismo e della guerra avevano fatto dimenticare. Il giornale riporta alcune notizie: “La gara di tiro alla fune, vinta dalla sezione comunista di Granarolo Emilia, ha visto impegnata una squadra della Federazione della quale faceva parte anche il Sindaco Dozza. La folla dei bambini presenti ha urlato per circa due ore seguendo il gioco della pentolaccia che ha divertito tutti. Benché alcune difficoltà tecniche, fra le quali la scarsa illuminazione ed il mancato funzionamento dei microfoni e la scarsa preparazione organizzativa, abbiano impedito alla strabocchevole folla accorsa la sera in parecchie decine di migliaia, di godere interamente delle manifestazioni approntate, la massa ha dimostrato di gradire il carattere veramente popolare della festa e siamo certi che la giornata di propaganda per il nostro giornale non sarà tanto presto dimenticata”. In questo l’anonimo cronista non si è sbagliato, da questo appuntamento di fine estate all’Arcoveggio comincia la storia delle Feste de l’Unità a Bologna.

Le Feste de l’Unità diventano un appuntamento importante per il partito. Non è un caso che Togliatti scelga proprio la Festa de l’Unità di Roma, il 30 settembre del ’48, per tornare a parlare in pubblico dopo l’attentato. Il cinegiornale dimostra sia la grande folla accorsa quel giorno al Foro Italico sia l’affetto che i militanti provavano per il “loro” Segretario.

I Giardini Margherita
Nell’estate del ’46 le Feste de l’Unità si cominciarono a diffondere per tutta la provincia: non c’è sezione che non organizzi un appuntamento di quello che viene chiamato “il mese della stampa”. La conclusione di queste iniziative fu organizzata sabato 21 e domenica 22 agosto ai Giardini Margherita. Nonostante il divieto della Questura, i compagni “addobbarono” il Gigante, che annunciava solenne e benigno ai cittadini di Bologna la “Grandiosa Festa de l’Unità ai Giardini Margherita”. Anche per quest’occasione i Giardini furono “invasi” dalle compagne e dai compagni; lungo i vialetti erano stati allestiti i “bettolini”: non si poteva preparare da mangiare, visto che tutto era ancora soggetto al razionamento. Le famiglie portavano da casa i loro “cartocci” con quel poco che si potevano permettere: erano le feste della miseria. Due furono le novità introdotte quell’anno: il concorso per preparare il miglior “giornale murale” e un concorso di bellezza; le giovani compagne si contesero i titoli altisonanti di Stella de l’Unità, Stella di Rinascita e Stella della Lotta e una pelliccia del valore di quindicimila lire.
La Festa de l’Unità del ’47 vide per la prima volta la Parata degli Amici de l’Unità: per tre ore, dalla Montagnola ai Giardini sfilarono carri allegorici, complessi ginnici, gruppi sportivi, bande musicali, trofei giganteschi sorretti da otto-dieci compagni che si davano il cambio ogni duecento metri, cartelloni colorati, tante bandiere. Enfatica e retorica la descrizione del giornale: “Se il ricordo della Parata potrà col tempo svanire, mai potremo dimenticare quella selva di drappi fiammeggianti simboli della nostra fede e delle nostre lotte”. Nel corso degli anni la preparazione e la costruzione dei carri divenne sempre più complessa: ogni sezione realizzava nel più assoluto segreto il proprio carro, come avviene nelle varie società e congreghe carnevalesche. Leggiamo ancora dalla cronaca del ’47: “Seguono Monte San Pietro, con un grappolo d’uva immenso e la Venturoli coi carri della Barbieri-Burzi, dell’Oare, dell’Oma. Ammirata una grande conchiglia che ha al centro una perla (l’Unità) e ai lati due meravigliose sirene”. E in questo modo la Festa de l’Unità diventa un appuntamento ricorrente per la città.
Il 1950 è l’anno del primo Festival de l’Unità. Si fecero le cose in grande: la festa durò nove giorni, si costruì ai Giardini una grande arena con diecimila posti a sedere. L’inaugurazione fu affidata all’orchestra e al coro del sindacato bolognese in un concerto di musiche verdiane, nelle serate successive l’ormai tradizionale appuntamento con l’elezione della miss, e, tra gli altri appuntamenti, una sfilata di moda e una riunione di boxe importante: Italia-Inghilterra, con l’incontro di cartello tra Duilio Loy e Johnny Hazel. Fu un grande successo. Anche grazie a questo risultato Bologna fu incaricata di organizzare la Festa nazionale de l’Unità del ’51, la prima di una lunga serie. “La scelta di Bologna – recita un comunicato della Federazione – quale sede della Festa Nazionale de l’Unità 1951 ha riempito di soddisfazione e di legittimo orgoglio i compagni e i lavoratori di tutta la nostra Provincia”.

continua

"Inferno, V" di Jorge Luis Borges


Lascian cadere il libro, ormai già sanno
che sono i personaggi del libro.
(Lo saranno di un altro, l'eccelso,
ma ciò ad essi non importa).
Adesso sono Paolo e Francesca,
non due amici che dividono
il sapore di una favola.
Si guardano con incredulo stupore.
Le mani non si toccano.
Hanno scoperto l'unico tesoro;
hanno incontrato l'altro.
Non tradiscono Malatesta
perché il tradimento richiede un terzo
ed esistono solo loro due al mondo.
Sono Paolo e Francesca
ma anche la regina e il suo amante
e tutti gli amanti esistiti
dal tempo di Adamo e la sua Eva
nel prato del Paradiso.
Un libro, il sogno li avverte
che sono forme di un sogno già sognato
nelle terre di Bretagna.
Altro libro farà che gli uomini,
sogni essi pure, li sognino.

martedì 13 ottobre 2009

Considerazioni libere (15): a proposito dei dubbi sul caso Polanski...

In questi giorni ho letto, come immagino avranno fatto molti di voi, vari articoli a commento dell'arresto di Roman Polanski e francamente non mi è facile avere un'idea precisa su quanto è accaduto e soprattutto su cosa sarebbe giusto che ora accadesse. Questo caso rende ben evidente che lo stesso concetto di giustizia è estremamente relativo e può essere interpretato in vari modi; al di là del dramma umano dei protagonisti, in particolare della giovane donna che è stata vittima della violenza, è un caso che ben si presta a esercitare l'arte del dubbio.
Mi ha colpito una tesi che solo apparentemente sembra paradossale: molti sostengono che il regista di origine polacca si faccia in qualche modo scudo della propria notorietà, della propria meritata fama, eppure Bernard-Henri Lévy sostiene che sia proprio la sua fama a danneggiarlo, perché se non fosse stato un personaggio pubblico, conosciuto in tutto il mondo, il procuratore avrebbe probabilmente insabbiato il caso, avvenuto molti anni prima e su cui c'era stato un accordo tra la vittima e il colpevole, mentre in questo caso, in vista delle elezioni (negli Stati Uniti i procuratori vengono eletti infatti), egli ha pensato bene di sollevare la propria campagna elettorale con un arresto che gli darà sicuramente notorietà e solleticherà gli istinti della parte più conservatrice dei suoi potenziali elettori. E' un ragionamento interessante, che dovrebbe far riflettere quanti, anche qui in Italia, sostengono con forza la tesi di eleggere i procuratori: questo sistema non garantisce i cittadini sull'imparzialità della giustizia, ma finisce per sottomettere le decisioni dei magistrati inquirenti a logiche in parte estranee alla necessità di punire i colpevoli e di difendere i diritti dei singoli e della società.
L'altro tema che si legge di frequente è quello che il genio dell'artista non può cancellare le colpe dell'uomo. Personalmente credo sia la questione di fondo nel caso di Polanski (e anche la più drammatica): egli ha commesso un reato molto grave ed è giusto che paghi per quello che ha fatto. Forse ha già scontato la sua pena, non solo perché ha pagato un indennizzo alla ragazza vittima della violenza, ma soprattutto perché questa storia ha in qualche modo segnato la sua vita di esule (seppur un esule molto ricco e celebrato con ogni onore). E' vero che la storia non si fa con i se, eppure se quella brutta storia non fosse successa, Polanski avrebbe continuato a vivere negli Stati Uniti, sarebbe stato più sereno (per quanto ciò sia concesso a un uomo) e forse avrebbe fatto film meno belli di quelli che ha fatto. Lo stato ha ancora il diritto di punire quell'uomo? Certamente sì, anche perché egli ha commesso un crimine grave che lede i diritti non solo della vittima, ma di tutte le donne: lo stato deve, in tutti i casi, punire chi abusa del proprio potere e della propria forza per sottomettere una persona più debole. Ma continuo ad avere dei dubbi che questo diritto legittimo sia giusto in senso assoluto.
Per quello che vale il mio giudizio penso che Polanski dovrebbe accettare con serenità il verdetto legittimo della corte che lo giudicherà, aspettandosi anche una condanna, che sarebbe assolutamente equa e che sarebbe, proprio grazie alla sua notorietà, ancora più efficace per rivendicare i diritti delle donne, e in particolare delle giovani donne, a non diventare oggetto di violenza da parte degli uomini. Forse a Polanski è toccata la parte del capro espiatorio e immagino che penserà che questo sia un'ingiustizia, ma egli è anche un artista e certo conosce Sofocle: da che parte sta la giustizia, con Antigone o con Creonte?

lunedì 12 ottobre 2009

"Cartesio" di Jorge Luis Borges


Sono l'unico uomo sulla terra e forse non c'è terra né uomo.
Forse un dio m'inganna.
Forse un dio mi ha condannato al tempo, quella lunga illusione.
Sogno la luna e sogno i miei occhi che vedono la luna.
Ho sognato la sera e la mattina del primo giorno.
Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine.
Ho sognato Virgilio.
Ho sognato la collina del Golgota e le croci di Roma.
Ho sognato la geometria.
Ho sognato il punto, la linea, il piano ed il volume.
Ho sognato il giallo l'azzurro e il rosso.
Ho sognato la mia fragile infanzia.
Ho sognato le mappe e i regni e quella pena nell'alba.
Ho sognato l'inconcepibile dolore.
Ho sognato la mia spada.
Ho sognato Elisabetta di Boemia.
Ho sognato il dubbio e la certezza.
Ho sognato il giorno di ieri.
Forse non ebbi ieri, forse non sono nato.
Forse sogno di aver sognato.
Sento un po' di freddo, un po' di paura.
Sul Danubio è ferma la notte.
Continuerò a sognare Cartesio e la fede dei suoi padri.

domenica 11 ottobre 2009

"In the still of the night" di Cole Porter


In the still of the night
As I gaze from my window
At the moon in its flight
My thoughts all stray to you

In the still of the night
All the world is in slumber
All the times without number
Darling when I say to you

Do you love me, as I love you
Are you my life to be, my dream come true
Or will this dream of mine fade out of sight
Like the moon growing dim, on the rim of the hill
In the chill, still, of the night

Like the moon growing dim, on the rim of the hill
In the chill, still, of the night

potete ascoltare la canzone, cliccando sul titolo del post

venerdì 9 ottobre 2009

da "Cento sonetti d'amore" di Pablo Neruda


per Zaira...

Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l'ombra e l'anima.

T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Un omaggio a Giorgio Morandi

Considerazioni libere (14): ancora a proposito delle donne...

Credo sia evidente, anche alla luce dei numeri che ho riportato nella mia precedente "considerazione" (la n. 13, per la precisione), come siano enormi le ingiustizie che le donne subiscono nei paesi poveri: le donne e i bambini sono i più deboli tra i deboli della terra. L'economista Amartya Sen ci ricorda che nel mondo "mancano più di cento milioni di donne": in circostanze normali le donne vivono di più degli uomini e quindi in molti paesi del mondo ci sono più donne che uomini, eppure in Cina il rapporto è di 107 maschi ogni 100 femmine e in India questo rapporto è 108 a 100. E' evidente che dove le donne hanno uno status inferiore a quello degli uomini, le donne muoiono di più. In Cina ogni anno muoiono circa 39 mila bambine, perché sono a loro negate le cure mediche riservate ai figli maschi (è un numero ben maggiore dei morti di piazza Tienanmen, ma di loro nessuno parla); in India viene bruciata una donna quasi ogni due ore, perché non ha portato una dote adeguata o non può avere figli o semplicemente perché il marito vuole risposarsi.
Forse non è altrettanto evidente che le donne rappresentano la grande opportunità di questo pianeta. Un'economista statunitense ha fatto uno studio sulle famiglie della Costa d'Avorio: negli orti della propria famiglia gli uomini tendono a piantare piante di caffè, ananas e cacao, mentre le donne preferiscono palme da cocco, banani e verdure. Naturalmente ci sono anni in cui c'è una maggiore produzione delle prime piuttosto che delle seconde e viceversa, essenzialmente per ragioni climatiche; ma quando le piante degli uomini crescono meglio e quindi questi hanno più soldi da spendere, nelle famiglie cresce la spesa di alcol e tabacco, mentre quando sono le donne a poter spendere di più, cresce l'acquisto di cibo. Non sono soltanto i bassi salari a generare la povertà, ma anche le spese irresponsabili: secondo alcuni studi le famiglie più povere spendono circa un quinto del proprio reddito in alcol, tabacco, dolci e prostituzione; e naturalmente queste spese sono fatte dagli uomini a discapito della salute e dell'istruzione dei propri figli, specialmente delle figlie femmine.
In sostanza maggiori aiuti alle donne garantiscono uno sviluppo maggiore di tutta la società, quindi bisognerebbe pensare non solo ad aumentare le risorse che i paesi ricchi donano a quelli poveri, ma anche alle forme in cui tali aiuti vengono distribuiti. Dove le banche operanti nel microcredito hanno dato fiducia a progetti pensati e realizzati da donne, questo ha rappresentato un volano di sviluppo non solo per quella famiglia, ma anche per altre famiglie. In Kenya nei territori dove si è investito sull'educazione delle ragazze si è ottenuto un effetto positivo su tutta la struttura economica: i migliori risultati scolastici delle ragazze hanno permesso non solo di avere donne più istruite, più consapevoli dei propri diritti, ma anche quello di spronare i maschi ad avere analoghi risultati scolastici. L'investimento sull'educazione delle ragazze è il più produttivo nel mondo in via di sviluppo.
In tanti paesi poveri la maggiore risorsa non sfruttata è rappresentata proprio dalle donne, che non ricevono un'istruzione adeguata e che non entrano a pieno titolo nel ciclo economico; nel mondo le donne che possiedono della terra sono solo l'1%, anche perché in troppi paesi la terra viene trasmessa in eredità non alla vedova, ma ai fratelli del defunto. Grazie all'istruzione e ai crediti per avviare una qualche forma di impresa le donne possono aiutare non solo se stesse e le proprie famiglie, ma l'intera società.

p.s. devo queste considerazioni ai giornalisti Nicholas D. Kristof e Sheryl WuDunn, autori del libro Half the sky: turning oppression in opportunity for women worldwide, di cui è pubblicato un estratto nel nr. 815 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura

mercoledì 7 ottobre 2009

"Cigola la carrucola del pozzo" di Eugenio Montale


Cigola la carrucola del pozzo
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...

Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

martedì 6 ottobre 2009

Considerazioni libere (13): a proposito delle donne...

In questa "considerazione" voglio limitarmi a riportare alcuni dati, che dovrebbero farci riflettere. Li riprendo dal rapporto curato dall'Unicef nel 2008 intitolato "Nascere e crescere sani":

  • in media ogni giorno nel mondo muoiono oltre 26.000 bambini sotto i cinque anni, la maggior parte di loro per cause prevedibili;
  • oltre l'80% di tutte le morti di bambini nel 2006 si sono verificate nell'Africa subsahariana e nell'Asia meridionale;
  • un bambino nato nell'Africa subsahariana nel 2006 ha 1 probabilità su 6 di morire prima di compiere 5 anni;
  • le regioni che non sembrano avviate a raggiungere il quarto "obiettivo di sviluppo del millennio" (OSM 4), che prevede la riduzione di 2/3 della mortalità infantile entro il 2015, sono il medio Oriente, il nord Africa, l'Asia meridionale e l'Africa subsahariana;
  • oltre 500.000 donne ogni anno muoiono in gravidanza o per complicazioni da parto, circa una al minuto;
  • nei paesi in via di sviluppo 1/4 delle donne in gravidanza non riceve nemmeno una visita medica prima del parto;
  • nei paesi in via di sviluppo solo il 27% delle donne di età compresa tra i 15 e 49 anni partorisce in una struttura sanitaria;
  • il rischio di morte per cause legate a gravidanze o parti nel corso della vita di una donna è 1 su 17 nell'Africa centrale e occidentale, rispetto a 1 su 8.000 nei paesi industrializzati;
  • il numero di bambini che muore per malattie diarroiche è stimato a circa 2 milioni l'anno, circa il 17% di tutte le morti infantili tra 0 e 5 anni.

"Don Chisciotte" di Nazim Hikmet

Il cavaliere dell'eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c'era il mondo
coi suoi giganti assurdi e abietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.

Lo so
quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c'è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
è la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.

lunedì 5 ottobre 2009

Considerazioni libere (12): a proposito delle pene...

Nonostante alcune persone continuino a chiederne l'introduzione, la pena di morte è fortunatamente considerata nel nostro paese un fatto esecrabile, per cui molti di noi sostengono le iniziative e le campagne per arrivare a una moratoria prima, e all'abolizione poi, di questa pena in tutto il pianeta. Credo sia giusto continuare a condannare quegli stati che ancora la applicano, ma penso anche che non ci si debba fermare a questo tema: il trattamento che uno stato riserva ai carcerati è una cartina di tornasole del livello di democrazia in quello stesso paese. Le condizioni delle carceri italiane sono purtroppo lo specchio fedele delle inefficienze e delle ingiustizie del nostro paese
Mettere una persona in completo isolamento deve essere considerato una forma di tortura, e come tale condannata. Diversi studiosi hanno verificato che una persona che ha vissuto alcuni mesi in isolamento completo, senza alcun contatto con un altro essere umano, perde progressivamente ogni capacità di organizzarsi, tende a stare in una condizione di apatia, che può sfociare sia nella rabbia irrazionale sia nella depressione. Anche quando questa persona esce dall'isolamento fà un'enorme fatica a riprendere i contatti con le altre persone, fatica persino a ricominciare a parlare con loro. Certamente l'uso dell'isolamento è un metodo sbrigativo e sul momento efficace per reprimere fenomeni di violenza dentro un carcere, ma non risponde alle esigenze di umanità e di rieducazione che queste strutture dovrebbero perseguire.
Gli Stati Uniti sono un paese con un enorme numero di persone in carcere e soprattutto con un altissimo tasso di detenzione: il 25% della popolazione carceraria del mondo contro il 5% della popolazione mondiale. Nonostante nel 1890 (non è un errore, mi riferisco a più di un secolo fa) la Corte suprema avesse già affrontato il problema dell'isolamento, arrivando quasi a dichiararlo illegale, attualmente nelle supercarceri statunitensi ci sono dai 75 ai 100 mila carcerati in isolamento completo. Non esistono dati ufficiali, anche perché il sistema federale demanda l'ordinamento della giustizia ai singoli stati e i sovrintendenti delle varie carceri hanno ampi livelli di autonomia nell'applicazione di questa pena aggiuntiva. Solitamente l'isolamento è giustificato come un modo per reprimere la violenza dentro le carceri. Però non esistono dati che mettano in relazione la diffusione della violenza e l'uso dell'isolamento e neppure dati che confermino che un uso massiccio dell'isolamento faccia diminuire la violenza dentro le carceri (in alcuni stati anzi è avvenuto il contrario). Purtroppo il sistema dell'isolamento è popolare negli Stati Uniti, se un sovrintendente non lo applica si trova di fronte un'opinione pubblica che ne richiede l'utilizzo. Esistono invece studi che dimostrano come chi è uscito dai supercarceri, dove è frequente l'applicazione dell'isolamento e comunque i sistemi di controllo sono molto duri, ha una maggiore probabilità di tornare al crimine, anche perché è aumentato il suo senso di estraneità alla società e la sua voglia di ribellarsi.
In Gran Bretagna fino alla fine degli anni settanta il sistema carcerario prevedeva l'utilizzo frequente dell'isolamento, contro sia i criminali più violenti sia i terroristi dell'Ira. In seguito, per la necessità di ridurre i costi di detenzione e di fronte al fatto che non si riduceva il livello di violenza nelle carceri (ma anche grazie a un movimento dell'opinione pubblica), è cambiata radicalmente la strategia: ai detenuti più pericolosi e turbolenti vengono concesse maggiori opportunità di lavoro e di formazione, alloggiandoli in piccoli reparti di una decina di persone. Questa strategia ha pagato: il livello di violenza nelle carceri inglesi è diminuito in maniera costante e il numero di detenuti in isolamento di tutta la Gran Bretagna è inferiore a quello del solo Maine.

p.s. devo queste considerazioni al medico e scrittore Atul Gawande, che ha pubblicato un lungo articolo su The New Yorker, ripreso e tradotto nel nr. 815 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura