sabato 25 marzo 2017

Verba volant (367): trattato...


Trattato, sost. m.

Uno dei luoghi comuni più abusati è che l'Unione europea, di cui si festeggiano con scarso entusiasmo, ma con nauseante retorica, i sessant'anni, avrebbe garantito la pace in Europa. Come spesso succede agli espedienti retorici si tratta di una menzogna. L'Unione europea, nelle sue varie denominazioni a partire da quella di Comunità economica europea, nata appunto il 25 marzo 1957 con i Trattati di Roma, è stata lo strumento che ha garantito che Francia e Germania non continuassero a battersi per il controllo del Reno e delle moltissime ricchezze naturali che si trovano nel suo bacino, che è da sempre il confine contrastato di queste due potenze. Questo è il conflitto che ha caratterizzato per secoli - pur con motivazioni esplicite diverse - la storia del nostro continente. Si tratta evidentemente di un risultato importante, a suo modo storico, che ha cambiato le nostre vite - perché la nostra è la prima generazione che non ha corso il pericolo di morire in guerra - ma scambiare questo accordo di non belligeranza per la pace - magari con la p maiuscola come vorrebbero farci credere gli ormai esangui aedi dell'europeismo - è un errore che non possiamo più commettere.
In questi sessant'anni l'Europa non è stata in pace, ha soltanto spostato da un'altra parte i suoi conflitti. I capitalisti della Francia e della Germania e degli altri stati più piccoli, alleati di volta in volta con l'una o l'altra di queste potenze - oltre naturalmente a quelli del Regno Unito - alla fine della seconda guerra mondiale hanno capito che continuare a far combattere gli uni contro gli altri gli stati in cui avevano sede le loro industrie e le loro banche alla fine li avrebbe soltanto danneggiati. Per continuare a difendere i propri privilegi e le proprie ricchezze - anche perché si stavano affacciando da oltre oceano nuovi e molto più terribili concorrenti - era necessario smettere di lucrare sulle guerre tra gli stati europei, ma concentrarsi sul vero conflitto che a loro da sempre importava, ossia quello contro i poveri, contro le masse, sfruttando le quali essi potevano continuare a mantenere e ad accrescere le proprie ricchezze.
In questo 2017 ricorderemo un anniversario ben più significativo per la storia europea che non la firma dei Trattati di Roma: cent'anni fa scoppiò la Rivoluzione d'ottobre e quel fatto cambiò davvero le cose perché la possibilità concreta che il socialismo potesse vincere, non solo in Russia, ma in tutta Europa, mise in moto una reazione delle forze del capitale di cui ancora oggi subiamo le conseguenze, e di cui l'Unione europea è solo uno degli strumenti. Sarebbe interessare riflettere se quella possibilità realmente ci fu - personalmente non ne sono certo - ma evidentemente per molte persone allora era qualcosa di possibile, una speranza e una paura concrete.
Il capitalismo anche per reagire a quella scossa capì che continuare a combattersi sarebbe stato pericoloso per la propria sopravvivenza e poi il mondo stava cambiando, non era così fondamentale controllare la via d'acqua del Reno, mentre si facevano avanti nuovi mezzi di trasporto, e perfino il carbone e l'acciaio non erano più quei beni primari che permettevano di vincere - o di perdere - una guerra: nel mondo che cambiava era molto più importante controllare le informazioni che il carbone. I capitalisti, molto prima dei socialisti, capirono che potevano vincere proprio gestendo meglio questi cambiamenti e lo seppero fare. E in questi sessant'anni hanno vinto, anche grazie all'Unione europea, anche grazie al fatto che noi abbiamo creduto alle loro menzogne. Per questo non c'è ragione di festeggiare una loro vittoria, non c'è ragione di festeggiare la "loro" Europa. Qualcuno, prima o poi, dovrà costruire un'altra Europa, ma dobbiamo essere consapevoli che sarà possibile solo passando per un conflitto, perché non si arrenderanno tanto facilmente. Prima o poi dovremo violare i "loro" trattati, dovremo rompere la "loro" pace.          

venerdì 24 marzo 2017

Verba volant (366): funerale...


Funerale, sost. m.

Spero mi perdonerete una riflessione personale: ve lo dico sempre che Verba volant è un dizionario molto particolare.
Oggi abbiamo salutato per l'ultima volta mio zio Franco. La morte è traumatica per definizione, ma Franco è morto in maniera serena, dopo una vita lunga; infatti tra le persone arrivate per il saluto laico a Franco, per lo più suoi coetanei o poco più giovani di lui, più che tristezza c'era quel senso di realistica consapevolezza con i cui i nostri vecchi - così poco filosofi, ma così saggi - sanno affrontare la morte. La loro tristezza più viva, la loro maggiore preoccupazione, era rivolta a mia zia, che rimane, malata e senza il compagno di una vita.
Uno dei miei cugini ci ha fatto notare che con Franco scompare l'ultimo della generazione dei nostri padri. Rimangono ancora quasi tutte le madri - le donne si sa vivono di più e quelle sono di una generazione particolarmente resistente - ma certo questa morte segna uno spartiacque: adesso tocca a noi, tocca a uno della nostra generazione, visto che siamo diventati i più vecchi della nostra famiglia. E siamo quasi tutti maschi, cinque contro una sola cugina. Naturalmente lo sapevamo anche prima di oggi che stiamo invecchiando. Visto che non ci vediamo molto spesso tra cugini, quando capita di rivedersi - spesso in occasioni come queste - ci riconosciamo invecchiati negli occhi degli altri; io vedo i loro figli crescere, tutti vediamo i peli che diventano grigi. Un cugino già parla dei pochi anni che gli mancano per andare in pensione: sì, siamo decisamente invecchiati e siamo consapevoli che comincia un nuovo giro.
Ma in un giorno come questo ti rendi conto di cosa sia la storia soprattutto perché ti capita di incontrare lontani parenti e vecchi amici dei tuoi genitori che ti salutano non chiamandoti per nome, come fanno le persone che ti conoscono, con cui lavori - o voi che leggete queste robe che scrivo - ma ricordandoti che sei il figlio di tuo padre o di tua madre. A me fa piacere quando qualcuno mi si avvicina, mi saluta e mi chiama "il figlio di Luigi", mi sento di appartenere a una storia, perché immagino che anche di mio padre dicevano che era figlio di mio nonno e così via. Poi naturalmente ciascuno di noi risponde per quello che lui ha fatto o non ha fatto, per le cose buone e quelle cattive, di quelle siamo responsabili noi, e solo noi, ma c'è qualcosa di rassicurante nel sapere che tu sei parte di una lunga vicenda umana e probabilmente, nonostante quello che pensi, non sei neppure la parte più significativa.

giovedì 23 marzo 2017

Verba volant (365): vizio...


Vizio, sost. m.

Ho trovato stucchevoli e ipocrite le sdegnate reazioni patriottarde alla frase di Jeroen Dijsselbloem sull'Europa del sud che "spende tutti i soldi per alcol e donne e poi chiede aiuto". Non ha poi tutti i torti il ciarliero politico olandese; anche se non voleva avere ragione, anche se voleva solo offendere, per farsi un po' di pubblicità tra i suoi concittadini, che evidentemente hanno di noi questa pessima opinione. Si tratta naturalmente di una frase da campagna elettorale - volgare come spesso succede in occasioni del genere - peraltro pronunciata fuori tempo massimo, perché nei Paesi bassi le elezioni ci sono appena state e il partito di Dijsselbloem le ha perse in maniera molto netta. La frase del presidente dell'Eurogruppo, oltre a essere arrivata tardi, è volutamente ambigua, perché perfino lui sa che i governi dell'Europa del sud - ossia quelli che chiederebbero gli aiuti che lui ha il compito di negare - non sperperano i soldi pubblici in simili vizi, semmai traggono lauti guadagni da questi vizi pubblici dei loro cittadini. Dijsselbloem però ha un po' di ragione, perché i poveri - specialmente i maschi poveri - spendono il poco che hanno in alcol, tabacco, gioco e prostituzione, sperperano di più in proporzione rispetto a chi è ricco, e siccome nei paesi dell'Europa del sud c'è maggior povertà queste spese incidono in maniera maggiore. Il buon Jeroen ha dimenticato però che succede lo stesso anche nella "virtuosa" Europa del nord. Il problema non l'Europa del sud o del nord, ma quella dei poveri. I cittadini europei non sono diversi perché nati a Napoli o ad Anversa, ma perché alcuni, pochissimi, sono ricchi e altri, moltissimi, poveri.
Ci sono naturalmente degli studi e delle statistiche, ma credo sia sufficiente che andiate un po' in giro per rendervi conto di quello che dice Dijsselbloem. Andate a fare la spesa al Lidl invece che da Eatitaly e vedrete che disponibilità di alcolici e superalcolici c'è sugli scaffali di quella catena di supermercati e osservate chi riempie i carrelli di bottiglie, spesso di poco prezzo: da sempre ubriacarsi è un vizio da poveri. Andate nei bar della periferia e osservate le persone che stanno tutti i giorni, tutto il giorno, attaccati alle slot: sono spesso anziani, spesso persone deboli, spesso emarginati, spesso gli stessi che ritroviamo in fila davanti agli sportelli dei servizi sociali. Ho già citato questo studio, ma giova ripeterlo: nei paesi africani in cui anche le donne possiedono dei piccoli appezzamenti di terra, quando i raccolti delle donne vanno meglio crescono le spese per il cibo, mentre quando sono gli uomini a guadagnare di più crescono quelle per alcol e tabacco. In Grecia si sono resi conto che la crisi era arrivata davvero perché, a differenza degli anni precedenti in cui la povertà comunque cresceva, ma senza gettare nella fame quel popolo, stavano diminuendo anche le spese per il gioco.
L'ipocrisia di Dijsselbloem e di quelli che l'hanno criticato sta nel fatto che tutte le loro azioni sono finalizzate a far crescere la povertà. Nel nostro paese lo stato si finanzia con la vendita dell'alcol e del tabacco e soprattutto con il gioco d'azzardo; il governo italiano agisce come un estorsore, spesso in società con la criminalità organizzata, per far crescere il gioco proprio nelle zone più povere e degradate delle nostre città e quindi ha interesse che le periferie rimangano tali, ha interesse che i poveri continuino a sperperare i loro pochi soldi, perché su questo si alimenta. Solo sulla prostituzione il governo non interviene, perché la chiesa non vuole, e i "bravi" cattolici possono andare a puttane, tanto dopo c'è il perdono, ma non possono guadagnarci. 
Dijsselbloem e quelli come lui che l'hanno criticato - anch'essi con un occhio ai sondaggi delle campagne elettorali - sono impegnati ogni giorno a costruire una società maschilista e povera: almeno abbiate la decenza di non far finta di indignarvi.