lunedì 19 settembre 2016

Verba volant (307): fertilità...

Fertilità, sost. f.

Questa è una parola difficile da raccontare, perché bisogna affrontarla con giudizio, e senza pregiudizi. Nei giorni scorsi ne abbiamo parlato male, perché trascinati da una serie di slogan che erano riusciti a unire la volgarità della retorica clerico-fascista con la banalità del peggior marketing pubblicitario; ma anche noi, che abbiamo criticato quegli infelici manifesti, non siamo quasi mai riusciti ad alzare il tono della discussione, preferendo per lo più l'inevitabile sfottò.
Il tema è complicato perché unisce una questione pubblica fondamentale, anzi forse la questione pubblica per eccellenza, ossia quella della crescita demografica di una società, con le storie personali di ciascuno di noi, di chi ha figli e di chi non ne ha, e quindi riguarda strettamente il privato di ogni famiglia. La somma delle nostre scelte intime - di cui giustamente ciascuno di noi è geloso - incide sull'intera società, e come tale diventa un fatto politico, di cui occorre parlare in pubblico. E richiede che vengano pensate e messe in pratica quelle azioni per favorire la crescita della società, a partire dalla tutela dei diritti economici e sociali delle donne. La questione demografica è essenziale in ogni società e quando, come avviene ormai chiaramente nella nostra, non si fanno figli, o almeno non abbastanza per segnare un dato positivo nel bilancio demografico, dovremmo cominciare a ragionarci - e nel caso a preoccuparci - tutti, perché quella società è destinata a invecchiare e a morire. Però io posso sapere le ragioni e conoscere le circostanze che hanno portato mia moglie e me a non avere figli, ma non posso sapere quelle degli altri, in qualche caso le posso intuire, ma le devo comunque rispettare, come spero gli altri facciano con le nostre. E il primo modo di esprimere questo rispetto è quello di non ricavare una teoria generale - valida per tutti - dalle ragioni della mia famiglia e di quelle poche altre che conosco.
Noi uomini lo dimentichiamo spesso, ma siamo animali - homo sapiens, secondo la classificazione di Linneo - siamo primati della famiglia degli ominidi, l'unica specie vivente del genere homo. E come tutti gli animali di questo mondo tendiamo a riprodurci. La natura ha fatto anche in modo che riprodursi sia un'attività piuttosto piacevole, se escludiamo i dolori della donna che deve partorire. Solo che noi siamo diventati animali strani, abbiamo questa mania di pensare, ci siamo perfino inventati la iattura della filosofia e tutto quello che facciamo, anche le cose più naturali, le vogliamo provare a capire, ad analizzare, a discutere e, in qualche caso, a contestare.
Questo ci è successo anche con l'essere madre e padre, abbiamo cominciato a chiederci se fosse proprio il caso di continuare la specie. O almeno se proprio noi dovessimo farlo. Per molti secoli questo dibattito non è stato evidentemente molto sviluppato, visto che i bambini sono continuati a nascere; in molte parti del mondo ancora oggi questa discussione non pare troppo consueta, tanto che siamo preoccupati del nostro numero su questo pianeta e che in alcuni paesi i governi sono piuttosto impegnati a ridurre il numero delle nascite invece che a stimolarle.
Già gli antichi sentivano che c'era qualcosa che non andava: da un lato c'era la natura che aveva le sue leggi e dall'altra le norme che gli uomini si davano proprio per modificare queste leggi, spesso crudeli. Secondo la legge di natura è giusto che il più forte uccida il più debole, ma gli uomini hanno scritto delle norme proprio per tutelare i più deboli. Possiamo guardare in televisione un documentario in cui un lupo uccide un cucciolo di bisonte, anzi lo facciamo vedere anche ai nostri figli, per spiegare loro le meraviglie della natura e allo stesso tempo ci facciamo prendere dall'entusiasmo per gli atleti delle paralimpiadi, donne e uomini che in natura non avrebbero potuto sopravvivere, sarebbero stati le prede più facili. E viviamo questa contraddizione: da un lato vorremmo che la natura facesse il suo corso, critichiamo l'impatto dell'uomo sulla natura, e dall'altro lato non accettiamo che un bambino muoia per fame e vorremmo che tutti i bambini che nascono potessero crescere, senza pensare che questa è la cosa più innaturale del mondo, perché la crescita senza controllo degli animali uomini è fatalmente destinata a sconvolgere l'equilibro della natura.
Spero che ora qualcuno non mi denunci perché crede che io voglia gettare i bambini più deboli dalla rupe Tarpea. Vorrei solo che chi deve decidere quale day promuovere provasse a pensare in maniera un po' diversa da come evidentemente ha fatto finora. A partire dal fatto che forse è sciocco ragionare della fertilità o dell'infertilità di un solo, piccolo, fazzoletto di terra, mentre il tema è capire quante bambine e quanti bambini nascono al mondo, quante risorse abbiamo per sfamare ciascuno di loro, e quindi cosa dobbiamo fare affinché tutte e tutti possano crescere in salute e avere la possibilità a loro volta di fare figli.
Erodoto racconta l'incontro tra Creso, il ricchissimo sovrano della Lidia, e il saggio Solone. Creso, dopo aver mostrato all'ateniese tutte le sue enormi ricchezze, gli chiese se avesse già visto al mondo un uomo che fosse il più felice di tutti. Naturalmente il re pensava di essere lui, ma Solone gli disse che effettivamente lo aveva conosciuto e che si trattava di Tello, un cittadino di Atene che ovviamente nessuno conosceva. Solone spiegò che uno dei motivi per cui quell'anonimo cittadino era il più felice del mondo era che aveva avuto figli e quei figli a loro volta avevano avuto dei figli e che tutti, figli e nipoti, erano ancora vivi quando lui morì. Noi siamo ricchi, magari non come Creso, ma siamo molto ricchi, anzi tendiamo a misurare ogni cosa, compresa la nostra felicità, in base a questa ricchezza. Però non possiamo dirci felici, perché abbiamo dei figli - li abbiamo anche noi, benché nessuno ci chiami papà - e li vediamo morire. Un nostro figlio è morto giovane in un cantiere perché gli è caduta addosso una gru, una nostra figlia è morta perché aveva deciso di lasciare il fidanzato che la picchiava. Un nostro figlio è morto torturato in Egitto, un altro in un ospedale di Roma picchiato dai carabinieri e non curato dei medici. Un nostro nipotino è morto su una spiaggia in Turchia. Una nostra nipote, ancora bambina, è morta in India, partorendo un figlio non suo, che lei soltanto "ospitava" per una ricca coppia americana.
Di fronte a un mondo così volgarmente ingiusto - a parte che mi arrabbio per la stupidità di un governo il cui unico problema è indire un Fertility day - mi viene la tentazione di dire che in fondo è giusto che smettiamo di fare figli, anzi sono contento di non averne, perché non vorrei lasciare a mio figlio o a mia figlia un mondo che noi abbiamo reso così schifoso. Prima finirà la nostra supposta civiltà meglio sarà. Quando finalmente si estinguerà il cosiddetto homo sapiens sarà sempre troppo tardi. Poi mi passa, poi mi ricordo di essere un vecchio comunista che sogna il sol dell'avvenir e un mondo radicalmente diverso da questo, anche se io non avrò la ventura di vederlo. E mi convinco che nasceranno, da qualche parte, le giovani donne e i giovani uomini che lo cambieranno.

sabato 17 settembre 2016

Verba volant (306): picchetto...

Picchetto, sost. m.

Fa molto "moderno" - o cool, come dicono i fondamentalisti dell'inglese - fare i nostri acquisti on line, perché vogliamo comprare tutto e sempre, a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualunque giorno della settimana, e vogliamo che quello che abbiamo ordinato ci arrivi subito e vogliamo che quella spedizione ci costi pochissimo: è la new economy. Poi ci dimentichiamo che per far funzionare la new economy servono le persone, servono i facchini che scaricano e caricano i camion, una roba molto poco moderna, molto old economy. L'omicidio di Abd Elsalam Ahmed Eldanf - che i suoi amici chiamavano Salam - ci ha ricordato all'improvviso questa verità, che fanno di tutto per nasconderci.
Sulla morte di Salam ci sono due versioni: quella dei lavoratori e quella dei padroni. Come immaginerete io tendo a credere alla prima. Probabilmente quella ufficiale diventerà la seconda, perché la polizia e i magistrati sono più amici dei padroni che della verità e, già poche ore dopo l'omicidio di Salam si sono affrettati a dire che quella notte non c'era alcuna manifestazione, che tutto si stava svolgendo normalmente. Sarebbe da chiedersi perché, se non c'era alcuna manifestazione, c'era là la polizia, forse a regolare il traffico. Al di là di come è andata, l'omicidio di Salam - perché comunque questo nostro fratello egiziano è morto, questo non riescono a negarlo neppure i padroni - ci mette di fronte a questa situazione drammatica.
Un settore vitale della nostra economia - vecchia o nuova poco importa - è gestito in forme ottocentesche. Mentre noi stiamo qui a discutere di come vogliono modificare la Costituzione, là fuori c'è un mondo fermo a quando la Costituzione neppure c'era, a quando non c'erano regole e tutele, un mondo in cui sopravvive solo il più forte e dove il più debole muore, tanto c'è una massa di deboli pronti a prendere il suo posto. Gran parte della logistica nel nostro paese vive di questo: il cottimo istituzionalizzato, le paghe sempre più basse, l'organizzazione di cooperative di facciata, lo sfruttamento sistematico dei lavoratori stranieri, facendo leva sui loro bisogni e spesso alimentando una competizione tra gruppi etnici diversi. Quando gli operai si organizzano per reclamare i loro diritti vengono licenziati, basta chiudere la cooperativa, cambiandole nome e sono già pronti altri a sostituirli. E adesso, perché hanno ucciso Salam, non possiamo far finta di non sapere, perché è da anni che ci spiegano che bisogna facilitare i licenziamenti, che bisogna togliere i controlli alle imprese, che bisogna fare dei sacrifici per far ripartire l'economia. Tutte le leggi fatte in questi anni hanno avuto questo unico obiettivo, così come le cosiddette politiche dell'immigrazione sono servite soltanto a fornire ai padroni una massa di persone ricattabili, con molti bisogni e pochi diritti. In Italia gli stranieri non solo pagano le tasse - e pagano le pensioni agli italiani, compresi quelli razzisti - ma pagano una gabella medievale, molto salata, per ottenere il permesso di soggiorno: una tassa per diventare lavoratori sfruttabili. I padroni non hanno bisogno di lavoratori, hanno bisogno di schiavi e i governi li hanno loro offerti, magari vellicando sul razzismo di noi italiani. Anche perché adesso non sono solo gli stranieri quelli che si arrendono a questi lavori, ma ci sono anche gli italiani, che preferiscono stare zitti, prendere quel po' di soldi che ti danno e lavorare.
Salam era uno di quelli che non voleva stare zitto e - sarà una tragica fatalità - ma tra i molti che quel camion poteva investire in quella improvvida manovra notturna è stato colpito proprio lui. Salam era stato assunto a tempo indeterminato - ogni tanto perfino i padroni devono accettare queste regole barocche, giusto per salvare le forme - eppure lottava insieme ai suoi compagni per i diritti dei tanti suoi colleghi, italiani e stranieri, che erano precari e che stavano per essere licenziati. Salam aveva capito qual era la parte giusta del picchetto. Adesso per qualche settimana i padroni della Gls faranno attenzione, rinunceranno ai licenziamenti - magari in cambio di qualche incentivo statale - ma tra qualche mese tornerà tutto come prima e faranno capire ai rompicoglioni che a tirare troppo la corda si può anche morire. Mentre quelli "bravi", quelli che non vogliono gli aumenti, che non vogliono le malattie, saranno premiati. Magari tra due mesi noi vinceremo il referendum e ci sembrerà di aver conseguito una grande vittoria, ma per quei lavoratori lì, quelli che vivono in un mondo in cui la Costituzione non è neppure arrivata, non importerà un c...o di questo nostro successo. Ovviamente sarà più semplice provare a difendere i diritti di tutti votando NO e sarà praticamente impossibile se vincerà il sì - e per questo i padroni si sperticano a favore di questa soluzione - ma dobbiamo essere consapevoli che se non affrontiamo la condizione di questi lavoratori, se non ci mettiamo nei loro panni, quel nostro NO sarà perfettamente inutile. E Salam, mentre avrebbe potuto stare zitto e usare i suoi risparmi per far crescere i suoi cinque figli, sarà un rompicoglioni che se l'è andata a cercare.
E' ora che anche noi ci mettiamo dalla parte giusta del picchetto.

mercoledì 14 settembre 2016

Verba volant (305): oblio...

Oblio, sost. m.

Tiziana ha fatto una cosa stupida, molto stupida e, ancora più stupidamente, si è fidata di un maschio, che ha tradito la sua fiducia. Tiziana aveva diritto all'oblio, aveva diritto che il mondo si dimenticasse di quella cosa stupida. Non ha ottenuto giustizia. La rete ci mette di fronte a rischi di cui non abbiamo ancora capito la gravità e da cui apparentemente non possiamo fuggire. In un'altra epoca Tiziana avrebbe potuto cambiare città e avrebbe potuto, con fatica, ricominciare, avendo la certezza di aver messo una barriera abbastanza solida tra sé stessa e i suoi inseguitori. Forse non avrebbe resistito comunque, forse non ce l'avrebbe fatta neppure in quella circostanza a superare quel tradimento, ma certamente oggi quella fuga non è più possibile. Tiziana avrebbe dovuto avere una forza che purtroppo non ha avuto, perché la nostra epoca non ti permette l'oblio. Però Tiziana non è stata uccisa dalla rete, è stata uccisa dalla morbosità di noi maschi - e purtroppo anche di molte donne - che ancora oggi, mentre dovremmo piangere una persona che è morta e regalarle finalmente quel rispetto che non le abbiamo dato in vita, leggono le notizie che la riguardano senza nascondere la curiosità da voyeur.
Il problema non è la rete, che ha solo amplificato, ma non creato, questa perversione, questa attenzione lasciva verso tutto quello che riguarda il sesso, che in tanti sfruttano, perché è un mercato capace di muovere incredibili risorse economiche. In fondo ci va bene così, basta vedere le pubblicità in televisione e sui giornali che sono cariche di questa morbosità sul corpo delle donne, basta vedere come sono considerate le donne nella nostra società. Facciamo finta di indignarci, ma non muoviamo un dito per cambiare uno stato di cose in cui siamo cresciuti e in cui cresceremo i nostri figli. Tiziana non ci chiede più di avere il diritto all'oblio, l'ha preso da sola: gli antichi credevano che le anime dei morti arrivassero al fiume Lete, le cui acque avevano proprio il potere di far loro dimenticare i ricordi, belli e brutti, della loro vita terrena. Fortunatamente non siamo condannati a vivere in eterno, ma almeno che non ci ricordiamo le schifezze del mondo. Però Tiziana avrebbe avuto diritto a un po' di giustizia su questo mondo: non otterrà neppure questa. Anzi tanti considerano il suo gesto come il segno della colpa: in fondo è un'altra di quelle che se l'è cercata. Però le nostre figlie avrebbero il diritto a un mondo un po' diverso. Saremmo ancora in tempo, se non ce ne dimenticassimo ogni volta.

martedì 13 settembre 2016

Verba volant (304): restaurare...

Restaurare, v. tr.

In questi giorni abbiamo parlato - e sparlato - di Roma, forse dimenticando quanto sia bella quella città. Voglio attirare l'attenzione dei pazienti lettori di Verba volant su una piccola notizia che riguarda la capitale e il suo patrimonio artistico. Tra qualche giorno sarà riaperta la scalinata di Trinità dei Monti, dopo i lavori di restauro e di ripulitura finanziati da Bulgari. Il presidente della notissima casa di moda, facendosi forte dei molti soldi che ha speso - e da cui la sua azienda ricaverà vantaggi fiscali e una grande pubblicità - propone di mettere una cancellata che chiuda la scalinata, affinché non torni - come dice lui - un bivacco. Bulgari infatti auspica che le persone non possano più sedersi su quei famosissimi scalini, ora ripuliti a sua spese.
Una prima riflessione: la scalinata di Trinità dei Monti prima di essere una delle "cartoline" più famose di Roma è appunto una scalinata che, nella città dei sette colli in cui questi ripidi passaggi sono inevitabili, collega il Pincio e piazza di Spagna. Ed è, come tale, uno spazio pubblico, che non rientra tra le proprietà della maison Bulgari, per quanto denaro abbia versato per il suo restauro. Se finanzi un restauro non diventi padrone dell'opera, che deve essere lasciata alla sua funzione, nel caso specifico quella di essere una scala che collega due punti e su cui è possibile anche sedersi, su cui le persone si sono sedute per secoli, anche prima del turismo di massa. Purtroppo nel tempo in cui tutto si può comprare, immagino sia difficile convincere di questo il signor Bulgari.
Al di là della proterva arroganza di questo personaggio, che, essendo molto ricco, si crede padrone di questo pezzo dell'Urbe, il tema è molto interessante perché pone a tutti il problema di come vivere una città. E ci interroga sulle nostre città, sul progetto che abbiamo per queste realtà, specialmente quando hanno una storia così lunga e complessa, come appunto è quella di Roma.
Immagino che l'idea di "chiudere" la scalinata di Trinità dei Monti troverà molte persone favorevoli perché in questo secolo sembra ormai assodato che si debba conservare tutto, esattamente come lo abbiamo trovato. Eppure siamo i primi a ragionare in questo modo. Quando entrate in una qualsiasi chiesa del nostro paese, anche se non siete esperti d'arte, vedete che in quell'edificio hanno lavorato molte persone, in tempi molto diversi, riconoscete gli interventi fatti nei secoli successivi a quello in cui è stata costruita. Spesso queste aggiunte sono poco felici - o almeno appaiono a noi così, mentre a quei tempi piacevano - eppure quella chiesa ormai la conosciamo così, con il suo, a volte disomogeneo, impasto di stili. Noi abbiamo deciso che quella è la forma definitiva di quella chiesa, che quella chiesa non potrà mai subire alcuna modifica. E infatti, se un terremoto fa crollare quella chiesa, pretendiamo che venga ricostruita dov'era e com'era, con la sua abside barocca al termine di una navata romanica, e le sue decorazioni settecentesche, malamente restaurate alla fine dell'Ottocento. Pensate a un nostro pronipote che tra cinque secoli entrerà in quella stessa chiesa: la troverà esattamente come l'hanno lasciata i nostri bisnonni dell'Ottocento e chissà cosa penserà di noi del Novecento che non abbiamo lasciato alcun segno su quel monumento. Certo vedrà le chiese costruite da noi, belle o brutte giudicherà lui - così come le giudichiamo noi - magari leggerà i nostri dibattiti sul tema del restauro, ma gli rimarrà l'impressione di una sorta di buco. Pensate che opportunità sarebbe per le giovani artiste e i giovani artisti poter lavorare in questi cantieri, poter dedicare la propria passione e il proprio genio a modificare questi capolavori, in un confronto continuo con l'antico. Io sono convinto che i nostri pronipoti ce ne sarebbero grati.
E pensate a come cambia continuamente una città. Se pensiamo a Parigi ci vengono in mente la Tour Eiffel, i grandi boulevard, i palazzi così caratteristici di quella città, eppure questa è una Parigi "moderna", la città ridisegnata da Haussmann nel Secondo Impero e poi quella "creata" per l'Esposizione universale del 1889. Questi interventi hanno in gran parte stravolto la capitale francese, perché è stato necessario radere al suolo molti edifici e ridisegnare l'impianto stesso della città. Anche allora non mancarono le polemiche, i rimpianti, ma quella era la città di cui i cittadini avevano bisogno e di cui si voleva trasmettere l'immagine al mondo e si andò avanti. Oggi sarebbe impensabile fare un intervento del genere e forse non sarebbe neppure giusto farlo con quelle proporzioni e quella mancanza di rispetto per il passato, ma certo quello che manca è proprio l'idea di città che si vuole costruire. E quindi, non sapendo bene cosa fare, ci rifugiamo nel rispetto, asettico e poco rischioso, della città-museo, della città in cui non è possibile spostare una pietra, in cui è obbligatorio tenere tutto com'era, anche a scapito dell'uso che se ne vuole fare.
Chiudiamo pure la scalinata di Trinità dei Monti, trasformiamo pure quel passaggio in una sorta di tableau vivant, in cui non è possibile sedersi né mangiare né fermarsi, e cosa avremo ottenuto? Una bella immagine da offrire ai turisti, tanto la nuova cancellata si potrà sempre togliere con photoshop, un luogo in cui fare le sfilate di moda della maison Bulgari, magari una location da affittare a chi se lo potrà permettere - così come affittano Ponte vecchio e il Colosseo e ogni altra cosa abbiano per le mani - ma avremo tolto alla città una spazio da vivere, e da sporcare. Forse lungo la scalinata di Trinità dei Monti, visto che viene usata per sedersi e per mangiare, sarebbe bene mettere dei cestini, magari belli, magari di un disegn così moderno che, quando tra cinque secoli i nostri pronipoti guarderanno quel monumento, apprezzeranno la scala e i bidoni, così come noi apprezziamo le cose giustapposte dai nostri bisnonni sui monumenti creati dei loro bisnonni. Ovviamente non bastano alcuni cestini dei rifiuti per immaginare l'idea di una città, ma almeno servirebbero a renderla più pulita. Servirebbe investire sulle città, coinvolgere i giovani architetti, i giovani studiosi di arte, i giovani artisti - e non solo i quattro tromboni che vediamo in televisione - servirebbero intelligenza e coraggio, servirebbe ricominciare a studiare, che è difficile, ma è l'unico modo per costruire il futuro, attraverso il passato. E l'unico modo per restaurare la nostra società.

sabato 10 settembre 2016

da "Canto general" di Pablo Neruda


Nostra terra, vasta terra,
solitudini,
si popolò di voci, braccia, bocche.
Una silenziosa sillaba ardeva
aggregando la rosa clandestina,
fino a che le praterie trepidarono
coperte di metalli e di galoppi.
Fu dura la verità come un aratro

Spezzò la terra, stabilì il desiderio,
affondò le sue propagande germinali
e nacque nella segreta primavera.
Fu ridotto al silenzio il suo fiore, fu rifiutata
la sua riunione di luce, fu combattuto
il lievito collettivo, il bacio
delle bandiere nascoste,
però si sollevò abbattendo le pareti
allontanando le carceri dal suolo.
Il popolo oscuro fu il suo calice,
ricevette la sostanza rifiutata,
la propagò nei limiti marini,
la pestò in mortai indomabili.
E uscì con le pagine ammaccate
e con la primavera sul cammino.
Ora di ieri, ora di mezzogiorno,
ora di oggi ancora, ora attesa
tra il minuto morto e quello che nasce,
nella irta età della menzogna.

Patria, nascesti dai taglialegna,
da figli senza battesimo, da falegnami,
da coloro che dettero come un uccello
strano
una goccia di sangue volante,
e oggi nascerai di nuovo duramente
da dove il traditore e il carceriere
ti credono per sempre seppellita.

Oggi nascerai dal popolo come allora.

Oggi uscirai dal carbone e dalla rugiada.
Oggi arriverai a scuotere le porte
con mani maltrattate, con pezzi
di anima sopravvissuta, con grappoli
di sguardi che la morte non estinse,
con attrezzi scontrosi
armati sotto gli stracci.

giovedì 8 settembre 2016

Verba volant (303): debole...

Debole, agg. m. e f.

Premessa d'obbligo: al ballottaggio delle comunali di Roma avrei votato per Virginia Raggi e se domani nella capitale si votasse di nuovo, nonostante tutto, tra un candidato del pd e uno del Movimento Cinque stelle opterei, senza incertezze, per quest'ultimo. Così come se ci fosse il ballottaggio previsto dalla vigente - e pessima - legge elettorale, tra uno del pd e un candidato Cinque stelle, chiunque egli sia, sceglierei il secondo. Però le vicende di questi giorni testimoniano ancora una volta l'inadeguatezza del partito fondato da Grillo e da Casaleggio, la loro tragica incapacità di fare politica. E questo è un problema non solo per loro. Ma per tutto il paese.
Naturalmente sapevamo - e spero lo sapessero anche loro - che i cani si sarebbero accaniti contro la nuova amministrazione capitolina. I padroni dei giornali italiani sono ovviamente tutti schierati per il sì al referendum e quindi hanno scatenato le loro testate contro i Cinque stelle per fare un favore a renzi, sempre più in difficoltà, e soprattutto per cercare di blindare questa pessima riforma costituzionale, fatta proprio per ridurre la democrazia e i diritti economici e sociali. I padroni, nemici delle istituzioni democratiche, hanno da sempre interesse a dimostrare che sono tutti uguali, che tutti rubano, per allontanare le persone dal voto e per continuare a comandare indisturbati. Poi Virginia Raggi è "colpevole" di non volere le olimpiadi, che sarebbero state per loro e per i loro amici un'ottima occasione per fare lucrosi affari alle spalle dello stato, per rubare un altro po' di soldi pubblici. Se non ci fosse stato il caso Muraro state pur tranquilli che in questi giorni l'attacco contro l'amministrazione di Roma ci sarebbe stato comunque. E continuerà, perché comunque i padroni hanno bisogno di servi fedeli e soprattutto affidabili. Quello che emerge in questi giorni non è tanto che i grillini non sono disposti a essere servi, ma che sono totalmente inaffidabili.
La vicenda è rilevante non tanto per la questione su chi sapeva, da quando sapeva, perché sapeva, e neppure per le bugie dei grillini e per la loro incapacità di dirle, ma perché mette in luce dei nervi scoperti del Movimento. E di tutta la politica italiana.
Prima di tutto il rapporto con la giustizia. Se il tuo unico slogan, a parte il vaffa degli inizi, è onestà! onestà!, ripetuto come un mantra, urlato ai funerali, sventolato come una bandiera identitaria, finisci per consegnarti mani e piedi ai magistrati. Saranno loro a "scegliere" i tuoi candidati, a decidere chi deve fare l'assessore o il ministro, a stabilire quando un'esperienza di governo è arrivata alla fine. Se decidi che basta un avviso di garanzia per determinare la sfortuna di una carriera politica, sei morto, perché ci sarà sempre un magistrato tuo nemico che te ne manderà uno. In Italia abbiamo mitizzato la magistratura, abbiamo creduto che fosse l'unico argine della democrazia; e purtroppo aver avuto per vent'anni un pregiudicato come il principale esponente della politica non ha aiutato nel farci capire davvero chi siano i magistrati italiani. Sono un potere in mezzo agli altri poteri, con gli stessi vizi degli altri - a volte perggio degli altri - che agisce per i propri fini, spesso oscuri, a volte eterodiretti, e che vuole preservare i propri privilegi di casta. Prima o poi dovremo raccontare cosa è successo davvero negli anni convulsi delle cosiddette Mani pulite e l'azione dei magistrati non emergerà così limpidamente come sembrava allora e come ancora ci raccontano. Per questo non possiamo fidarci in maniera cieca dei magistrati. Accettare ancora di sottomettersi al loro giudizio significa far perdere potere e dignità alla politica, è un segno della debolezza della politica, che i Cinque stelle esprimono in maniera perfino imbarazzante.
La stessa debolezza la dimostrano nei confronti dei giornali. Ho letto la mail che Paola Taverna ha inviato a Luigi Di Maio. Sapete cos'è davvero sconfortante? L'unico riferimento di Taverna sono le polemiche dei giornali: da varie fonti giornalistiche ci pervengono segnalazioni, scrive a un certo punto, poi in un'altra frase sempre da diverse fonti giornalistiche ci pervengono notizie. Non sanno fare altro che leggere i giornali? La loro unica fonte per sapere le cose sono i giornali? Sono loro che devono sapere le cose, se sono bravi sono loro che devono "creare" le notizie, non possono essere schiavi delle polemiche dei giornalisti, che in Italia per lo più sono politici mancati, ex-politici, persone che sperano di fare i politici, sempre comunque servi di questo o di quel padrone.
Sarà che io sono vecchio, ma mi inc...o quando sento che per scegliere gli assessori i sindaci del Movimento Cinque stelle si fanno mandare i curricula. La politica è un'altra cosa, la politica è avere delle idee. provare a convincere gli altri che sono le più giuste e, quando si ha l'opportunità, cercare di metterle in pratica. Come non esiste un governo dei tecnici, così non si può definire un assessore - o un ministro - in base alle sue competenze; o almeno non solo in base a quelle. Nel 2011 ci hanno fatto credere che avessero scelto Elsa Fornero perché era un'esperta di previdenza. Balle: l'hanno scelta perché era l'interprete di una politica di ultradestra che aveva l'obiettivo di smantellare il sistema previdenziale italiano, cosa che lei ha fatto con sadica perfezione, anche in forza delle sue competenze, ma soprattutto perché quello era il suo mandato politico.
Il sindaco di Roma deve scegliere l'assessore che si occupa dei rifiuti? Bene, non importa farsi mandare dei curricula, basta sapere cosa si vuole fare e scegliere una persona con la tenacia e la forza politica per farlo: doti che non sono scritte in nessun curriculum, ma che quel futuro assessore avrebbe già dovuto dimostrare nella sua attività politica. Queste scelte così estemporanee rivelano tutta la debolezza della politica e poi sono suscettibili di essere "inquinate" da interessi quantomeno opachi. Il sindaco che deve scegliere un suo assessore deve avere un luogo politico per fare questa scelta, nell'ambito del suo partito, altrimenti finisce per rivolgersi alla sua cerchia di conoscenze, con tutti i rischi connessi; ogni riferimento all'avvocato Sammarco è ovviamente voluto.
Debole viene dal latino dehibilis che significa letteralmente colui che non ha. Ecco il Movimento Cinque stelle è debole perché manca della politica, perché non è un vero partito, perché ha perfino teorizzato di non essere un vero partito; e sono andati avanti nutrendosi della retorica urlata della piazza e del blog. Adesso i nodi vengono al pettine: mi pare che non abbiano neppure la voglia di diventare più forti e preferiscano rimanere così. Nel qual caso moriranno, con la stessa rapidità con cui sono nati. Solo che non ci possiamo permettere che muoia il secondo partito italiano, l'unico che in questa fase può contrastare dal punto di vista elettorale il partito dei padroni, non possiamo permetterci che renzi vinca solo perché è rimasto l'unico giocatore, un po' come faranno vincere la pessima Clinton, perché l'hanno fatta correre da sola. Però bisogna che i Cinque stelle finalmente si sveglino.