sabato 25 febbraio 2017

Verba volant (354): speculazione...

Speculazione, sost. f.

Vedi in vetrina una giacca che ti piace. Entri in negozio, te la provi e ti sta proprio bene; anche il negoziante ti conferma che quella giacca ti cade che è una meraviglia, ti fa sembrare più magro. Decidi di acquistarla. Il negoziante ti dice il prezzo, tu tentenni: è un po' cara. Però ti piace, il negoziante capisce che la comprerai, tu ci provi e chiedi uno sconto - ci sei già andato in quel negozio, sei cliente - il negoziante ci pensa un po' e poi ti dice che te la vende per la metà del prezzo iniziale. Tu gongoli, la compri e vai a casa con la tua giacca nuova. Poi con calma ripensi al tuo recente acquisto. Anche vendendotela a metà prezzo, il negoziante ci avrà guadagnato comunque. E' giusto che ci guadagni: è il suo lavoro. Ma se tu l'avessi pagata il prezzo che aveva chiesto all'inizio, quanto ci avrebbe guadagnato? Moltissimo, forse troppo. Voleva approfittarsi di te: la prossima volta da lui non ci torni.
L'esempio è certamente banale, ma credo renda l'idea. Proviamo a cambiare un po' i termini della questione. Tu fai il sindaco. Ti presentano un progetto che prevede la realizzazione di edifici per un certo numero di metri quadri. Tu fai una valutazione, sai che quel costruttore avrà un guadagno, ma cerchi di capire che utilità ne potrà avere la città che amministri, contratti, chiedi in cambio delle opere pubbliche che il costruttore non avrebbe realizzato per suo conto, perché non vendibili. Si tratta di un processo che può essere lungo. Chi costruisce deve ottenere un qualche guadagno e anche la comunità deve guadagnarci: nel trovare questo equilibrio sta la capacità di un amministratore. Se all'improvviso, nel momento in cui la trattativa sta per essere chiusa, il costruttore presenta un progetto che è meno della metà di quello originario, ti dovrebbe venire un sospetto. Visto che ci guadagnerà anche in questo caso - non lo sta facendo per beneficenza - quanto ci avrebbe guadagnato facendo il progetto originario? 
Sarebbe stata una speculazione ai danni della città. E quindi hai di fronte qualcuno di cui faresti meglio a non fidarti, qualcuno che vuole truffare la comunità che amministri. Dovresti stare ben attento. Non ti dico che devi rinunciare a quel progetto, ma a quel punto devi chiedere di più, devi ottenere più benefici per la tua città, non solo essere contento che c'è una qualche torre in meno e che hai messo tranquilli quelli che dicevano che il progetto era troppo grande. La cosa importante è che devi essere tu a condurre la trattativa e non devi farti condurre, che devi sapere cosa serve alla tua città e non te lo devi far dire da chi ha un'interesse a fare una cosa piuttosto che un'altra. Non è fantascienza: semplicemente si chiama politica.

venerdì 24 febbraio 2017

Considerazioni libere (417): a proposito di una notte che ci sembra senza fine...

La sinistra confusa e smarrita
Da strenuo avversario di quel partito, sono ovviamente contento che il pd sia imploso: c'è voluto molto tempo, troppo tempo, e abbiamo corso troppi rischi - se non ci fosse stato il NO del 4 dicembre adesso racconteremmo tutta un'altra storia - ma alla fine, per quanto uno cerchi di scuotere la bottiglia, acqua e olio non possono mescolarsi e il pd è destinato a finire come merita, come un partito centrista invischiato nella rete tesa da Verdini e dai suoi sodali. Tra un po' immagino che perfino Repubblica gli volterà le spalle, cercando un altro cavallo su cui puntare: renzi e il pd hanno appeal se hanno potere, quando lo perdono, smettono perfino di esistere. Probabilmente renzi continuerà a definirsi di sinistra - l'ha fatto anche nell'ultima assemblea del partito mal nato - ma tra poco abbandonerà anche queste ultime, estreme, fantasie, per rifugiarsi in una sorta di nuovismo tecnicista e vagamente compassionevole, che è la vera cifra del suo pensiero politico. Sic transit gloria mundi.
Domenica scorsa, morto il pd come partito di sinistra - con buona pace dei competitor scesi in campo a contendere le spoglie del cadavere - sono nati due nuovi partiti nella frammentata galassia di quelli che in questo paese si autodefiniscono di sinistra: a Rimini è nata Sinistra Italiana, mentre a Roma sono state gettate le basi per far rinascere qualcosa di simile a quello che sono stati i Ds. E poi in giro ci sono tanti cantieri, tanti laboratori, tante persone che - qualcuno perfino animato dalle migliori intenzioni - lavora per ricostruire la sinistra in Italia, dopo questi drammatici dieci anni dominati dal pd. Sinceramente nessuno di questi progetti mi entusiasma e comunque, a mio avviso, tutti sono inadeguati rispetto alle sfide a cui questo mondo così complicato ci mette di fronte. Mi rendo conto che la contemporaneità dell'assemblea del pd e del congresso di Sinistra Italiana ha finito per relegare quest'ultimo tra le notizie meno importanti: credo sarebbe successo comunque, perché ormai è passata l'idea che in fondo sia sempre il solito chiacchiericcio. E un po' è così; purtroppo.

La notte di cui non vediamo la fine
Il problema non è tanto che continuano a nascere nuovi partiti, ma che rischiano di essere indistinguibili l'uno dall'altro. Di notte tutti i gatti sono bigi, recita un antico proverbio. E' vero, dobbiamo renderci conto che è notte, è notte da molto tempo e lo sarà ancora per molto tempo; prima lo capiamo, meglio è.
Le risposte che vengono date in questi giorni all'annoso problema di cosa sia la sinistra, forse non sono sbagliate in sé - anche se in alcuni casi, come in quello di D'Alema e di Bersani, penso lo siano - ma soprattutto vengono date senza ascoltare le domande. Diventando vecchio, sono sempre meno paziente, e mi arrabbio quando vedo che si continua a perdere tempo. Il dibattito sulle alleanze è sterile, perché se unisci anche molti zero virgola non arrivi alla maggioranza e vince la destra. Io, come potete immaginare, anche per la mia storia personale, ho una grande considerazione per la politica, credo sia fondamentale nella vita delle persone, ma, a questo punto, al punto in cui siamo arrivati, credo che sia insufficiente a spiegare quello che la sinistra deve essere. E soprattutto sia insufficiente per tornare a essere una prospettiva credibile, capace di parlare alle persone che dovrebbe rappresentare e che, di conseguenza, dovrebbero votarla. Il problema non è che ci sono molti partiti, ma che ci sono pochi elettori.
In questi ultimi trent'anni abbiamo perso perfino il lessico comune della sinistra socialista, perché uno dopo l'altro abbiamo mandato al macero gli strumenti su cui quelle idee camminavano. Proviamo a uscire nel mondo vero, fuori dai social, fuori dai nostri giri consueti - perché troppo spesso ci parliamo addosso - e cerchiamo di capire cos'è la sinistra per quelle persone che dovrebbero essere di sinistra, perché sono povere, perché sono sfruttate dai loro padroni, perché il capitalismo le ha messe in ginocchio.
Ad esempio per queste persone la cooperazione cos'è? E' un modo come un altro di fare impresa. Cosa rende davvero diverso fare la spesa alla Coop o all'Esselunga? Temo nulla, se non le offerte, la qualità dei prodotti o i premi delle carte fedeltà. E troppo spesso anche per chi ci lavora c'è poca differenza tra un'impresa cooperativa e una "normale". Per molti la cooperazione è un modo di fare impresa senza pagare le tasse. Lo so che non è così, lo so che tante piccole cooperative svolgono un lavoro prezioso e hanno ideali antichi, ma per molte persone la cooperazione è questo - e tante volte purtroppo è questo - e se non ci mettiamo in relazione con queste persone - che sono la maggioranza - allora saremo sconfitti, perché continueranno a votare per Trump o per l'uomo forte del momento.
Per queste persone il sindacato cos'è? Non spiegatelo a me, che conosco il lavoro difficile di tanti sindacalisti che si impegnano con fatica sul territorio, ma a chi vede le organizzazioni sindacali come strutture distanti, incapaci di tutelarli. Ed è così, è anche così; i sindacati oggi sono un pezzo di quelle classi dirigenti che hanno portato la società in rovina, non sono antagonisti, ma in molti casi complici. Il problema non è solo il susseguirsi di episodi di malaffare, che pure pesano, di singoli esponenti del sindacato, ma l'incapacità di leggere la crisi di questi anni, di cui tutta la sinistra, sindacato compreso, è responsabile. All'inizio di questo millennio in tanti abbiamo applaudito convintamente alla cosiddetta "terza via", invece quello è stato un errore politico fatale, che troppi ancora non riconoscono. Per tante persone un partito cos'è? Lo strumento che alcuni usano per fare carriera e per diventare ricchi. Il luogo dove si parla, si parla, si parla, ma alla fine non si ottiene alcun risultato. Per chi vuole far crescere l'antipolitica una giornata come quella di domenica, con lo spettacolo indecoroso offerto dall'assemblea del pd, è un giorno da segnare in rosso sul calendario, un giorno di festa. Per vent'anni ci hanno spiegato che la politica è qualcosa che fa schifo e la profezia ormai si è avverata.
E non è che possiamo dire a tutti questi cittadini che sbagliano, perché non capiscono che valore abbiano le cooperative, i sindacati, i partiti. Non è che possiamo continuare a raccontare una storia a cui loro non riescono più a credere. Alle persone che hanno paura, che sono sfiduciate, che sono pronte a gettarsi in qualunque avventura, non possiamo più dare delle lezioni. Penso al tema dell'immigrazione: molte persone hanno paura dell'arrivo di poveri da altre parti del mondo. Noi non possiamo rispondere che stanno sbagliando, e continuare a proporre le solite soluzioni, perché i loro argomenti possono anche essere falsi, i dati su cui si basano sono sicuramente falsi - non c'è un'invasione - ma la loro paura è vera e con quella paura dobbiamo confrontarci. Se non lo facciamo vincono quelli che dicono che bisogna gettare a mare quei poveracci che arrivano da lontano. Perché le persone che hanno paura comincino a credere che un mondo diverso è possibile bisogna che tutti insieme ci facciamo carico delle paure, delle insicurezza, che costruiamo reti per aiutare le persone.

La sinistra che aiuta le persone 
Secondo me a questo punto dobbiamo ricominciare da capo, consapevoli degli errori che abbiamo commesso. Occorre fare un passo indietro, molto indietro. Nella seconda metà dell'Ottocento il movimento socialista agli albori, prima di essere un partito, è stato una rete di aiuto concreto alle persone.
Mi viene sempre in mente il film I compagni di Mario Monicelli, in cui si racconta la storia delle lotte di una fabbrica tessile di Torino alla fine di quel secolo. Il socialismo prima di ogni altra cosa era rappresentato dalle collette che i lavoratori organizzavano ogni volta che uno di loro si ammalava o finiva in carcere o moriva e quindi lasciava la propria famiglia in enorme difficoltà. Quelle persone non avevano sempre le idee chiare, non erano sempre socialisti - basta vedere come trattavano il loro collega venuto dal sud, su cui esercitavano un razzismo che farebbe impallidire i leghisti di oggi, o come consideravano le donne - ma capivano che dovevano aiutarsi gli uni con gli altri e organizzavano questa forma di solidarietà, anche come forma di resistenza a un potere che li opprimeva. Il socialismo nasce prima di tutto come questo sistema di aiuto e solo in un secondo tempo è diventato un movimento politico. Senza quella concretezza iniziale sarebbe stato impossibile organizzarsi per fare altre battaglie. Quegli uomini e quelle donne capirono in quel modo, attraverso quella rete di solidarietà, che quello era il modo di affrancarsi, di lottare, di coltivare una speranza. E di creare una comunità.
Credo che siamo tornati a quei tempi lì, e infatti, come allora, di fronte a questa crisi si fa strada una risposta di destra: allora fu il fascismo, oggi è la propaganda che chiamiamo populista, quella di personaggi come Trump, ma gli obiettivi sono sempre quelli: preservare i privilegi dei ricchi e gli squilibri tra le classi, facendo finta di combatterli. Oggi per tante persone le cure mediche sono un lusso, la perdita del lavoro può gettare un'intera famiglia nella povertà, un lavoratore è disposto a rinunciare a diritti anche elementari pur di poter continuare a lavorare, un povero vede in un altro povero un nemico, qualcuno che gli toglie quel poco di cui crede di avere diritto. Per questo credo occorra ripartire da forme, anche elementari, di mutualismo, abbiamo bisogno di ricostruire quelle reti di protezione sociale che le famiglie non riescono più a organizzare e che lo stato - anche quando la sinistra era al governo - ha volutamente fatto fallire. Questa adesso è la priorità.
Alle persone che non capiscono quale sia la differenza tra destra e sinistra non possiamo dire che la soluzione è far nascere un nuovo partito o un partito nuovo. Se ci limitiamo a questo ci volteranno le spalle; credo anche giustamente, perché non possiamo riproporre sempre le stesse cose. Dobbiamo prima di tutto farci carico degli errori che abbiamo commesso. E questa ostinazione è uno dei più gravi.
Tra quelli che sono impegnati in questi mesi a ripensare la sinistra vedo che vanno particolarmente di moda metafore del tipo "occorre costruire ponti". Per costruire qualcosa ci vuole un progetto, e, anche se lo abbiamo, siamo sicuri che quel ponte così ben costruito serva a qualcosa? Rischiamo di avere un bel ponte, ma non le due rive da collegare. Io credo invece che occorra gettare dei semi, anche sapendo che da molti di questi non nascerà nulla, perché la terra è arida, perché le condizioni atmosferiche sono avverse, perché c'è qualcuno pronto a sradicare le piantine appena si fanno largo tra le zolle. Eppure chi avrebbe detto che dalle lotte di quegli operai a metà dell'Ottocento sarebbe sorto un movimento come quello socialista, capace di caratterizzare una parte significativa della storia del secolo successivo? Certo noi abbiamo avuto la forza di distruggerlo dall'interno - e ne paghiamo le conseguenze - ma credo possa rinascere, ripartendo da associazioni, da gruppi spontanei, da forme di aiuto sociale, da strumenti di mutualità solidale, in sostanza dal provare a resistere a questo mondo così violento.
E dobbiamo contemporaneamente fare comunità, anche creando momenti di aggregazione. Siamo sempre più soli, anche se questo strumento in cui scriviamo e leggiamo, ci illude del contrario, e abbiamo bisogno di comunità. Il partito, quando funzionava, era anche questo, andare in sezione era un modo per vedere altre persone, organizzare le feste era un'occasione per lavorare con altri, la casa del popolo era un punto di aggregazione politica perché era anche e soprattutto un momento di aggregazione sportiva, sociale, culturale, di divertimento. Sono convinto che gruppi di acquisto solidale, movimenti per il diritto alla casa, reti di volontariato, associazioni che organizzano ambulatori nelle periferie, artisti che portano i loro lavori tra le persone, servano di più a costruire una cultura di sinistra che i nostri documenti che nessuno leggerà, per quanto ben scritti.
Penso che la politica politicante - passatemi il brutto termine - debba fare un passo indietro e si debba assumere il compito soltanto di evitare che la terra si inaridisca del tutto e che le piante possano in qualche modo resistere, poi dovranno crescere per conto loro e cresceranno.
E noi non dobbiamo avere la pretesa di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ne abbiamo perso il diritto, mi pare. E non dobbiamo metterci per forza un'etichetta politica o avere l'ansia di avere un simbolo da presentare alle elezioni. E forse, prima o poi, questa notte finirà.

sabato 18 febbraio 2017

Verba volant (353): precedenza...

Precedenza, sost. f.

Il consiglio regionale del Veneto ha approvato, a maggioranza, una legge che prescrive che nelle graduatorie degli asili nido comunali di quella regione venga data la precedenza ai bambini i cui genitori vivono o lavorano in Veneto da almeno quindici anni. Si tratta ovviamente di una legge più di propaganda che di sostanza, fatta per dare un segnale a quegli elettori che avevano votato Zaia convinti dal suo programma "prima i veneti". Anche se la legge fosse davvero applicata, cambierebbe poco per le famiglie che vivono in quella regione, indipendentemente dalla data della loro residenza. Molto probabilmente questa legge verrà considerata anticostituzionale e con questa sentenza si farà un favore a chi l'ha promossa e votata, che avrà un altro argomento da usare nella prossima campagna elettorale per deprecare il centralismo di Roma e cavalcare la paura dei veneti "veri" contro l'invasione degli stranieri.
Proviamo a stare nel merito della legge regionale, per evitare la propaganda di cui si nutre quello schieramento politico.
Punto primo. La legge non dice che devono avere la precedenza i veneti - nemmeno i leghisti sono così stupidi - ma quelli che vivono o lavorano in Veneto da almeno quindici anni. Nella proposta di legge c'era anche l'avverbio "ininterrottamente", che è stato cassato, perché probabilmente si rischiava di lasciare fuori un bel pezzo di veneti autoctoni che i casi della vita hanno portato per un periodo fuori dalla loro terra, per studiare ad Oxford o per fare il deputato a Roma. Ovviamente anche molte persone nate in tutt'altra parte del mondo vivono e lavorano in Veneto da più di quindici anni, ma non sempre riescono a dimostrarlo, perché hanno lavorato in nero nelle fabbriche dei "bravi" cittadini veneti, hanno abitato nelle case dei "bravi" cittadini veneti, ma pagando l'affitto in nero, perché tanti che votano Lega hanno guadagnato sul fatto che gli stranieri rimanessero clandestini.
Punto secondo. Gli asili nido sono servizi comunali e quindi ogni amministrazione comunale ha adotta un proprio regolamento per regolarne il funzionamento, compreso il criterio per definirne l'accesso nel caso in cui le domande siano superiori ai posti disponibili. La regione con questa legge interviene su regolamenti comunali, con scarso rispetto per le autonomie: un paradosso per una forza politica che sbandiera il diritto all'autodeterminazione, fino alla secessione. Il sindaco leghista di San Giovanni Lupatoto dovrebbe ben adirarsi contro il "centralismo" regionale, anche se immagino che non lo farà, perché è sempre facile essere autonomisti con il culo degli altri.
Punto terzo. La legge si applica ai soli servizi gestiti dal pubblico, in questo caso i comuni, perché ovviamente il privato è sacro e ne va rispettata e tutelata l'autonomia. In Veneto poi questo privato è particolarmente sacro perché gli asili nido comunali sono pochissimi, appena il 10%, e questo servizio è demandato quasi totalmente alla chiesa cattolica, che ne trae una delle sue più significative fonti di guadagno. Inutile dire che i cattolicissimi politici della Lega - e non solo loro - in questi anni hanno fatto di tutto per favorire le strutture gestite dai preti, finanziandole direttamente e soprattutto evitando di costruire asili pubblici. In Veneto, come in molte altre realtà, la chiesa non ha concorrenza in questo campo e quindi fa sostanzialmente quello che vuole, compreso accogliere nei propri asili anche i bambini "negri", sempre che i loro genitori paghino la retta. Sono democratici i preti, per loro quelli che pagano sono tutti uguali.
Punto quarto. Purtroppo non è sempre così vero che per entrare negli asili nido c'è una lunga graduatoria. Era vero un po' di anni fa, ma adesso le cose sono cambiate, anche in Emilia-Romagna, la regione dove gli asili nido sono più diffusi e gestiti meglio. Questa riduzione delle richieste è legata al fatto che le rette degli asili nido comunali sono elevate, spesso molto elevate, e per molte famiglie si tratta di un onere non sostenibile. E perché, per colpa della crisi, sono sempre meno le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano. E se lavora un solo genitore e hai un bambino devi fare dei sacrifici e rinunci all'asilo nido, anche se sarebbe un servizio utile alla crescita di tuo figlio.
Questa è la ragione per cui gli stranieri non mandano i loro figli all'asilo nido, neppure chiedono di mandarlo. Mentre sarebbe importante che lo facessero, perché la scuola rappresenta un mezzo fondamentale di integrazione, specialmente la scuola dell'infanzia e l'asilo nido. Ai leghisti che tuonano contro la perdita di identità del nostro paese vorrei ricordare che nulla come far frequentare la scuola fin dai primissimi anni di vita sarebbe utile per mantenere e far crescere questa identità. Provocatoriamente, se ai leghisti importasse davvero qualcosa dell'identità del loro territorio dovrebbero fare una legge in cui i figli dei cittadini stranieri abbiano la precedenza nelle graduatorie, anzi che obblighi le famiglie a mandare i loro figli all'asilo nido. Così quando sarà grande, Mohamed si sentirà veneto. Magari diventa perfino leghista.  

giovedì 16 febbraio 2017

Verba volant (352): pisciare...

Pisciare, v. intr.

Io vedo come mi guardano gli altri operai. Oggi è peggio, dopo quello che è successo a Beppe, da ieri mi scansano, evitano di guardarmi, neppure mi salutano quando i nostri sguardi inevitabilmente si incrociano all'entrata. Prima almeno mi salutavano, ma era un saluto sforzato, costretto, magari qualcuno fingeva una qualche simpatia, sperando che avrei chiuso un occhio se la pausa fosse durata più di quello previsto dal protocollo aziendale. Mi temevano. Da ieri mi disprezzano per quello che è successo a Beppe. Forse anch'io farei lo stesso se fossi al posto loro.
Mi dispiace per quello che è successo a Beppe. Mi dispiace davvero. Quando l'ho visto lì, in piedi, con i pantaloni bagnati, come imbambolato, non sapevo cosa dire, cosa fare; siamo quasi coetanei, i nostri figli hanno la stessa età. Ho rivisto mio padre quando per la prima volta se l'è fatta addosso e mi sono ricordato che ha cominciato a piangere.
Adesso tutti dicono che ho sbagliato a non permettergli di andare in bagno. Dicono che avrei dovuto usare il buon senso, che ho fatto male. Anche i capi mi hanno rimproverato, pensavo che sarei stato licenziato. Eppure le pause per andare in bagno devono essere brevi, molto brevi, e gli operai non devono abusarne: sapete quante volte me l'hanno spiegato. Mi hanno fatto una testa così.
Capisco che a fine turno sono stanchi e forse non hanno davvero bisogno di andare in bagno, vogliono solo staccarsi dalla catena e allora io dico di no. Non possono continuare ad andare in bagno. In questi anni i capi hanno ridotto le pause, sono sempre meno e più brevi, anche i lavoratori sono stati d'accordo, perché così l'azienda non avrebbe chiuso. Qui se chiude la fabbrica rimaniamo tutti a casa: non c'è altro da fare, abbiamo bisogno di questo lavoro. Con meno pause si fanno più macchine e la fabbrica può rimanere aperta solo se facciamo più macchine. E meno pause.
A me fa strano quando qualcuno che è più vecchio di me mi chiede di andare in bagno, come facevo io quando lo chiedevo alla maestra. Per questo quando dico sì lo faccio con una voce strana, gli operai dicono che mi dispiace quando dico di sì e che invece mi diverto a dir loro di no. Non è così: è che mi sembra strano dover dare il permesso di andare in bagno. Ma è il mio lavoro. Anzi il mio lavoro sarebbe quello di negare questi permessi. Sempre. Così mi hanno spiegato i capi. Non me l'hanno proprio detto così chiaro, ma me l'hanno fatto capire, facendomi vedere dei grafici, riempendomi la testa con delle parole in inglese. La fabbrica continuerà a esistere solo se gli operai smetteranno di fare delle pause. Io ho capito che se tutti smettessero di urinare forse il mio lavoro non servirebbe, ma almeno la fabbrica sarebbe salva. E il nostro lavoro sarebbe salvo. Se continueremo a pisciare loro chiuderanno la fabbrica. Ma non possiamo smettere.

Qualche giorno fa nello stabilimento Sevel di Atessa, in provincia di Chieti, di proprietà della Fiat-Chrysler, un operaio a cui è stato negato di andare in bagno se l'è fatta addosso. Ovviamente il primo pensiero - e la nostra solidarietà - va a quel lavoratore, che ha subito una tale ingiustizia, ma ho provato a immaginare cosa ha significato quell'accaduto anche per gli altri lavoratori, in particolare per il suo caporeparto, per chi ha negato quel permesso.

mercoledì 15 febbraio 2017

Verba volant (351): congresso...

Congresso, sost. m.

Il termine latino congressus, da cui la parola oggetto di questa definizione, deriva dal verbo congredi, che significa propriamente camminare insieme. Nulla di più lontano da quello che avviene in queste ore nel pd: nessuno degli esponenti di quel partito sembra intenzionato a intraprendere questo cammino, tanto più in compagnia degli altri. E qui è evidenziato il primo limite di un partito che non è mai davvero nato, perché manca - è sempre mancato - il senso di appartenere a una stessa comunità.
Il pd è nato perché qualcuno ha pensato che fosse improduttivo continuare uno scontro elettorale tra i due partiti, uno erede della tradizione popolare e uno di quella socialista, che, a causa dell'anomala presenza di Berlusconi, avevano stipulato una solida, per quanto innaturale, alleanza politica a partire dalla prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. In tanti ricordano oggi, strumentalmente, il Prodi "padre" dell'Ulivo, il Prodi super partes, ma il rancoroso professore bolognese fu anche il teorico del competition is competition, ossia dello scontro frontale con gli "alleati" dell'allora Ds. E, in questa prospettiva, ciascuno dei fondatori del pd pensava che avrebbe finito per avere la meglio sugli altri: D'Alema riteneva che con la sua intelligenza avrebbe finito per prevalere, Bersani confidava invece nella organizzazione emiliana, nella forza della "ditta", mentre i democristiani sapevano che alla fine avrebbero vinto loro. E così è stato. Come scrivo da tempo, renzi non è un corpo estraneo al pd, come tanti anche in queste ore continuano a ripetere, renzi è la naturale evoluzione di un partito che già dall'inizio non si volle di sinistra e soprattutto non si volle neppure partito. E quindi adesso i vari D'Alema e Bersani, per tacere degli altri comprimari, degli allora giovani ormai precocemente incanutiti, non possono continuare a fingere che un partito esista ancora e che funzionino ancora i meccanismi che funzionavano in un'altra epoca, come quelli di un congresso.
Anche per chi, come me, è fuori da quel partito, ne è un avversario, è però deprimente la scena offerta in questi giorni, perché tutta la discussione, per quanto accesa, per quanto animata, è segnata da un'assenza incredibile: quella della politica. Anche nel dibattito in direzione, il luogo in cui pure avrebbe finalmente dovuto esserci una sorta di redde rationem, nonostante la sfilata di tutti i notabili e di tutti i satrapi del partito, non si è mai affrontato il nodo politico. La discussione è stata - e continua a essere - sul calendario del congresso, ma sinceramente non si capisce quali siano le posizioni in campo. Ovviamente renzi sta personalmente antipatico anche a me, ma non si può costruire una piattaforma congressuale su questo dato, caratteriale e non politico, eppure mi pare che la discussione sia ridotta a questo.
Eppure i temi ci sarebbero. Occorre intanto provare a capire cosa è successo in questi ultimi venticinque anni, analizzare l'evoluzione della nostra società, e provare a dare una prospettiva per il futuro. Personalmente io ho una qualche idea, che legittimamente credo sia diversa da quella di molti che militano in quel partito, e credo che i nostri errori di questi anni ci abbiano condotto a questa rovina e che adesso occorra intraprendere una strada nuova, radicalmente diversa da quella percorsa fino adesso. Immagino che nessuno del pd la pensi allo stesso modo, ma almeno vorrei sentire qualcosa che non sia un dibattito sulla data di un congresso prossimo venturo.
Naturalmente da nemico del pd mi potrebbe anche far piacere veder morire quel partito - in politica non valgono i principii decoubertiniani - ma siccome so che dalla morte del pd non ne trarrà vantaggio una sinistra che qui in Italia è ancora esangue, ma la destra peggiore, quella alla Trump e alla Le Pen, vedere questa agonia mi preoccupa.

domenica 12 febbraio 2017

Verba volant (350): ignoranza...

Ignoranza, sost. f.

Nei giorni scorsi è stata pubblicata sui giornali italiani una lettera aperta, sottoscritta da seicento docenti universitari, che inizia con queste parola:
È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente.
Non si tratta di un allarme ingiustificato: ce o aveva già spiegato, con estrema chiarezza, Tullio De Marco, e ciascuno di noi lo sperimenta ogni giorno. Sempre più persone hanno difficoltà a compilare un modulo, anche quando ci sforziamo di renderli semplici e comprensibili. Troppe volte ci capita di leggere errori grammaticali in articoli di giornale o di ascoltarli in televisione. E non si tratta di un problema "minore" rispetto a quelli gravissimi in cui si dibatte il nostro paese. La mancanza di istruzione è uno dei più gravi limiti dello sviluppo democratico di un paese: non ci può essere vera democrazia in un paese in cui le persone non sanno leggere, scrivere e far di conto, come si diceva un tempo. Mi piaceva quando vedevo - ad esempio nel simbolo del Psi - il libro insieme alla falce e al martello: mi sembrava che quell'immagine ci indicasse proprio la necessità che tutte e tutti sapessero leggere e scrivere e ci indicasse un obiettivo e un impegno di lotta. Sconfiggere l'ignoranza è il primo dovere della sinistra, a ogni latitudine e in ogni tempo.
Di questa lettera però mi interessa soprattutto un altro aspetto: il suo essere così intrinsecamente italiana. Perché vede che c'è un problema e ne individua le responsabilità; degli altri. In Italia è sempre così: è sempre colpa di qualcun altro. Gli estensori e i firmatari di quella lettera dal contenuto sacrosanto non sono marziani arrivati all'improvviso nel nostro paese e chiamati a osservare, a giudicare e, nel caso, a condannare. Sono seicento professori universitari, molti di loro hanno o hanno avuto altri incarichi, molti di loro fanno o hanno fatto politica, sono seicento persone che fanno parte a tutti gli effetti della classe dirigente di questo paese. Forse se siamo a questo punto, cari professori, un po' è anche colpa vostra. Quegli insegnanti poco preparati delle scuole elementari, che non insegnano più la grammatica, sono stati vostri allievi, quei politici che hanno tolto peso all'insegnamento della grammatica sono stati vostri allievi o militano nel vostro partito, ci potete parlare anche senza bisogno di scrivere una lettera. E' anche colpa vostra, cari professori, perché è anche colpa nostra, di noi cittadini, perché quei politici li abbiamo votati, perché alla grammatica diamo poco peso, perché - quando siamo genitori - poco ci curiamo di quello che viene insegnato a scuola ai nostri figli. E anche voi, cari professori, come noi, siete cittadini e quindi condividete questa responsabilità e in più siete anche voi scuola, anche voi fate parte delle persone a cui è demandato il compito di educare le cittadine e i cittadini. Certo voi non dovete insegnare a leggere e a scrivere, a quello devono pensarci i maestri elementari, ma non pensate che forse il vostro latinorum può fare altrettanti danni?