i pensieri di Protagora...
con questo blog vi racconto le mie idee e le mie storie, continuo - nel mio piccolo - a fare politica, raccolgo le cose che amo e che voglio condividere con voi, cerco di non dimenticare e soprattutto di praticare, nel nome di Protagora, il sano esercizio del dubbio...
venerdì 24 maggio 2013
"Il resto manca" di Bartolo Cattafi
Mancavano pagine
il marmo dell'epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone d'un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.
mercoledì 15 maggio 2013
Considerazioni libere (362): a proposito di un referendum e di scuole materne...
Se vivessi a Bologna, il prossimo 26 maggio voterei convintamente "A".
Per chi è di Bologna, non servono particolari spiegazioni: sapete di cosa si tratta e probabilmente, leggendo più o meno regolarmente queste "considerazioni", non vi stupirete di questa mia scelta. Per chi non è bolognese - ossia la gran maggioranza di voi, cari sparuti lettori - qualche informazione in più è doverosa. Il prossimo 26 maggio, mentre qui a Salsomaggiore voteremo per eleggere sindaco e consiglio comunale, i cittadini di Bologna saranno chiamati ad esprimersi su un referendum consultivo che, partito in sordina e confinato nel dibattito strettamente cittadino, è riuscito a ritagliarsi una qualche rilevanza nazionale. Questo referendum è stato promosso da alcuni partiti della sinistra, da una parte del sindacato e da alcune associazioni cittadine con l'obiettivo di interrompere il finanziamento comunale alle scuole materne paritarie. Per capire meglio la questione, bisogna fare un passo indietro. All'inizio degli anni novanta a Bologna e in molte altre realtà emiliano-romagnole le amministrazioni comunali del centrosinistra decisero di includere alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, in questo modo anche queste scuole potevano accedere ai finanziamenti regionali e comunali. In particolare il Comune di Bologna stipulò un accordo con la Fism, ossia la federazione delle scuole materne cattoliche, garantendo la convenzione per cinquanta classi, che in questi anni sono diventate più di settanta. Nel 2000 il sistema scolastico integrato - come si cominciò a chiamare - fu sancito a livello legislativo dal governo di centrosinistra. Oggettivamente questa decisione fu uno degli elementi che sancì, a livello locale prima e poi a quello nazionale, l'alleanza organica tra la sinistra riformista, erede del Pci, e una parte del cattolicesimo democratico italiano, in particolare quello che fino ad allora aveva fatto riferimento alla sinistra Dc. Non a caso questa esperienza si concretizzò a Bologna, la città di Romano Prodi. Quell'intesa, come noto, portò diversi frutti, alcuni buoni, altri marciti ancora prima di essere colti: fuor di metafora, l'Ulivo e il Pd.
I fronti si sono rapidamente definiti. Si è costituito il Comitato art. 33, che ha promosso la raccolta delle firme e sta gestendo in queste settimane la campagna elettorale. A sostenere l'opzione "A", ossia la fine dei finanziamenti, ci sono Sel, Rifondazione, quello che rimane dell'ex-partito di Antonio Di Pietro, la Fiom e la Flc, le chiese protestanti, associazioni varie e molti "sinistri sparsi"; e c'è anche il Movimento Cinque stelle. Nei giorni scorsi Stefano Rodotà ha scritto un breve articolo per sostenere le ragioni del referendum e del voto "A", richiamandosi in maniera inequivocabile ai principi costituzionali; ve ne consiglio naturalmente la lettura. A sostegno dell'opzione "B", ossia per il mantenimento dei finanziamenti, c'è uno schieramento decisamente maggioritario: il Comune ovviamente, l'ex-Pd - che in quella città, nonostante tutto, continua a essere forte - i partiti del centrodestra, la chiesa bolognese - al cui fianco è intervenuto anche il cardinal Bagnasco - i giornali cittadini, i sindacati - la Cisl in particolare è scatenata - Confindustria e le associzioni di categoria, Comunione e liberazione e tutto il mondo dell'associzionismo cattolico. Come è evidente si tratta, a parte la Cgil - che sulla questione cerca di barcamenarsi con scarso successo - del partito delle "larghe intese", ossia del vasto schieramento che sostiene il secondo governo Napolitano-Draghi. Il sindaco Merola stupidamente ha detto che il voto è un referendum sul Pd. E infatti il cattolico Prodi non si è ancora pronunciato; la cosa non stupisce chi sa quanto sia rancoroso e vendicativo l'uomo, che non è certo disposto a dimenticare lo "sgarro" della mancata elezione al Quirinale. La campagna per il "B" è un misto di opportunismo - molti si sono schierati così, perché così dice il partito che garantisce loro "il pane e le rose" - di buone intenzioni - qualche amico è sincero, conosce e ama davvero la scuola bolognese - di spirito di crociata. Al di là di queste note di colore, io avevo maturato la mia posizione già da qualche tempo, ma naturalmente la dichiarazione del sindaco mi ha tolto ogni dubbio: voterei contro l'ex-Pd anche in una riunione di condominio.
Al di là della mia posizione schiettamente politica anti-Napolitano, anti-Pd, anti-larghe intese, provo a motivare le ragioni della mia scelta, che nascono anche dalla mia personale esperienza politica, per quanto datata. Credo infatti che faccia un cattivo servizio - da ambo le parti - chi antepone le proprie convinzioni politiche e la polemica sull'attualità al merito della questione: al di là della tema costituzionale posto da Rodotà - che è sacrosanto a prescindere - provo a partire dai bambini e dai loro diritti. Io all'inizio degli anni Novanta facevo l'assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Granarolo e il tema lì non si poneva, perché non c'erano scuole materne private e soprattutto perché il pubblico riusciva a soddisfare completamente la richiesta delle famiglie: sostanzialmente tutti i bambini in età potevano frequentare la scuola materna pubblica. Anzi nel mio comune di allora il problema era un po' diverso, perché c'erano quattro sezioni di scuola materna comunale e due sezioni di scuola materna statale, a cui se ne aggiunse una terza proprio nell'anno in cui divenni assessore. Da noi la discussione verteva piuttosto sull'opportunità di passare allo stato anche le nostre sezioni di scuola materna, perché era effettivamente pesante per un Comune di quelle dimensioni mantenere un servizio di quel genere. C'erano resistenze sia da parte del personale, che nel passaggio ci avrebbe un po' rimesso, sia soprattutto da parte delle famiglie, perché oggettivamente l'offerta educativa della scuola comunale era migliore di quella della statale, prima di tutto per il valore delle insegnanti, ma anche per una serie di scelte che erano state fatte negli anni. Ricordo che queste strutture erano nate, insieme agli asili nido, all'inizio degli anni Settanta, in una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali; probabilmente questi servizi, insieme alla legge Basaglia, sono il frutto più solido e positivo di quella stagione di riforme. Per chi ci lavorava, ma anche per noi che facevamo gli amministratori - e in quel momento anche per le famiglie - c'era un elemento imprescindibile: asilo nido e scuola materna erano a tutti gli effetti "scuole" e come tali dovevano essere gestite. Ad esempio il Comune di Granarolo - ma cosa analoga avveniva in altre realtà, più grandi e più piccole - si avvaleva del lavoro di una coordinatrice pedagogica, cosa che non avveniva nella materna statale; successivamente, grazie ad un accordo con la direzione didattica - allora si chiamava così - il Comune, mettendoci proprie risorse, fece in modo che la coordinatrice comunale intervenisse anche nella programmazione della statale e le cose un po' migliorarono, almeno perché così c'era maggior uniformità nell'offerta pedagogica, ma le resistenze erano ancora forti da parte di quel personale.
Al di là della specifica vicenda di Granarolo, la logica che stava dietro al sistema integrato aveva dei punti che allora condividevo. Il pubblico - ossia l'amministrazione statale e i comuni - non riusciva da solo a garantire la creazione di nuove scuole materne, infatti sarebbero servite molte risorse per costruirne di nuove e per assumere nuovo personale; sul territorio esistevano già altre scuole materne, private, legate alle parrocchie, con strutture e personale, più o meno adeguati, in alcuni casi anche di buon livello. C'era poi un altro dato di fatto; per molte famiglie la scelta della scuola materna confessionale non era legata a una scelta educativa e religiosa - personalmente ho conosciuto pochissime famiglie che preferivano scuole confessionali a quelle pubbliche, anche quando il problema non era di natura economica, ossia quando potevano permettersi di pagare rette più alte rispetto a quelle della scuola pubblica - statale e comunale - che era comunque gratuita. Molti sceglievano la scuola paritaria semplicemente perché non c'era posto alla statale. Quindi il problema si spostava sul diritto dei bambini - e delle bambine ovviamente - di aver garantito un servizio il più possibile omogeneo e di qualità. In quella logica il finanziamento pubblico alle scuole private non era un semplice contributo, a "fondo perduto", ma veniva erogato nel momento in cui quella scuola, privata e confessionale, accettava di essere parte di quel sistema, ad esempio da un punto di vista pedagogico, pur mantenendo la propria identità culturale. Un aspetto importante, ad esempio, riguardava l'integrazione dei bambini stranieri, in un momento in cui il nostro territorio passava da un'immigrazione fatta di soli uomini a una composta di famiglie: non era infrequente che il figlio di una famiglia musulmana frequentasse una scuola materna cattolica e bisognava trovare la soluzione, pedagogica e culturale, al problema. In sostanza il sistema delle scuole materne, complessivamente inteso, doveva rafforzarsi e questo sarebbe stato un vantaggio per tutti i bambini. Questo sistema però presupponeva che l'elemento forte, trainante, dovesse essere comunque la scuola pubblica, con i suoi valori costituzionali ed educativi. Purtroppo non è quello che è avvenuto in questi anni e quel processo non è stato governato in questo modo. Anni di martellamento sul concetto che "privato è bene, pubblico è male" non sono passati invano, le scuole pubbliche, specialmente quelle rivolte all'infanzia, hanno goduto di sempre meno attenzione politica e di sempre minori finanziamenti. Gli asili nido e le scuole materne sono considerate sempre meno scuole e sempre più servizi sociali: è proprio l'opposto - come ho cercato di spiegare - dell'impostazione iniziale, per la quale altri hanno lottato e alcuni di noi hanno lavorato.
Mi pare che il ragionamento di chi propone il referendum parta da questo punto: mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi disponibili alla scuola pubblica? E questo deve necessariamente portarsi dietro una riflessione complessiva sul modello di scuola che vogliamo e di cui ha bisogno la nostra società. Io con questo spirito vorrei votare "A" domenica 26, consapevole però che sarebbe soltanto l'inizio di un cammino lungo e complicato. Per come la vedo io, questo referendum, al di là delle polemiche politiche di lunedì 27 su chi avrà vinto e chi avrà perso, e perfino al di là dei destini irrilevanti di Merola e del partito mal nato, dovrebbe servire a porre il tema della scuola all'attenzione del dibattito politico e sociale. Su questo purtroppo sono pessimista.
Per chi è di Bologna, non servono particolari spiegazioni: sapete di cosa si tratta e probabilmente, leggendo più o meno regolarmente queste "considerazioni", non vi stupirete di questa mia scelta. Per chi non è bolognese - ossia la gran maggioranza di voi, cari sparuti lettori - qualche informazione in più è doverosa. Il prossimo 26 maggio, mentre qui a Salsomaggiore voteremo per eleggere sindaco e consiglio comunale, i cittadini di Bologna saranno chiamati ad esprimersi su un referendum consultivo che, partito in sordina e confinato nel dibattito strettamente cittadino, è riuscito a ritagliarsi una qualche rilevanza nazionale. Questo referendum è stato promosso da alcuni partiti della sinistra, da una parte del sindacato e da alcune associazioni cittadine con l'obiettivo di interrompere il finanziamento comunale alle scuole materne paritarie. Per capire meglio la questione, bisogna fare un passo indietro. All'inizio degli anni novanta a Bologna e in molte altre realtà emiliano-romagnole le amministrazioni comunali del centrosinistra decisero di includere alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, in questo modo anche queste scuole potevano accedere ai finanziamenti regionali e comunali. In particolare il Comune di Bologna stipulò un accordo con la Fism, ossia la federazione delle scuole materne cattoliche, garantendo la convenzione per cinquanta classi, che in questi anni sono diventate più di settanta. Nel 2000 il sistema scolastico integrato - come si cominciò a chiamare - fu sancito a livello legislativo dal governo di centrosinistra. Oggettivamente questa decisione fu uno degli elementi che sancì, a livello locale prima e poi a quello nazionale, l'alleanza organica tra la sinistra riformista, erede del Pci, e una parte del cattolicesimo democratico italiano, in particolare quello che fino ad allora aveva fatto riferimento alla sinistra Dc. Non a caso questa esperienza si concretizzò a Bologna, la città di Romano Prodi. Quell'intesa, come noto, portò diversi frutti, alcuni buoni, altri marciti ancora prima di essere colti: fuor di metafora, l'Ulivo e il Pd.
I fronti si sono rapidamente definiti. Si è costituito il Comitato art. 33, che ha promosso la raccolta delle firme e sta gestendo in queste settimane la campagna elettorale. A sostenere l'opzione "A", ossia la fine dei finanziamenti, ci sono Sel, Rifondazione, quello che rimane dell'ex-partito di Antonio Di Pietro, la Fiom e la Flc, le chiese protestanti, associazioni varie e molti "sinistri sparsi"; e c'è anche il Movimento Cinque stelle. Nei giorni scorsi Stefano Rodotà ha scritto un breve articolo per sostenere le ragioni del referendum e del voto "A", richiamandosi in maniera inequivocabile ai principi costituzionali; ve ne consiglio naturalmente la lettura. A sostegno dell'opzione "B", ossia per il mantenimento dei finanziamenti, c'è uno schieramento decisamente maggioritario: il Comune ovviamente, l'ex-Pd - che in quella città, nonostante tutto, continua a essere forte - i partiti del centrodestra, la chiesa bolognese - al cui fianco è intervenuto anche il cardinal Bagnasco - i giornali cittadini, i sindacati - la Cisl in particolare è scatenata - Confindustria e le associzioni di categoria, Comunione e liberazione e tutto il mondo dell'associzionismo cattolico. Come è evidente si tratta, a parte la Cgil - che sulla questione cerca di barcamenarsi con scarso successo - del partito delle "larghe intese", ossia del vasto schieramento che sostiene il secondo governo Napolitano-Draghi. Il sindaco Merola stupidamente ha detto che il voto è un referendum sul Pd. E infatti il cattolico Prodi non si è ancora pronunciato; la cosa non stupisce chi sa quanto sia rancoroso e vendicativo l'uomo, che non è certo disposto a dimenticare lo "sgarro" della mancata elezione al Quirinale. La campagna per il "B" è un misto di opportunismo - molti si sono schierati così, perché così dice il partito che garantisce loro "il pane e le rose" - di buone intenzioni - qualche amico è sincero, conosce e ama davvero la scuola bolognese - di spirito di crociata. Al di là di queste note di colore, io avevo maturato la mia posizione già da qualche tempo, ma naturalmente la dichiarazione del sindaco mi ha tolto ogni dubbio: voterei contro l'ex-Pd anche in una riunione di condominio.
Al di là della mia posizione schiettamente politica anti-Napolitano, anti-Pd, anti-larghe intese, provo a motivare le ragioni della mia scelta, che nascono anche dalla mia personale esperienza politica, per quanto datata. Credo infatti che faccia un cattivo servizio - da ambo le parti - chi antepone le proprie convinzioni politiche e la polemica sull'attualità al merito della questione: al di là della tema costituzionale posto da Rodotà - che è sacrosanto a prescindere - provo a partire dai bambini e dai loro diritti. Io all'inizio degli anni Novanta facevo l'assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Granarolo e il tema lì non si poneva, perché non c'erano scuole materne private e soprattutto perché il pubblico riusciva a soddisfare completamente la richiesta delle famiglie: sostanzialmente tutti i bambini in età potevano frequentare la scuola materna pubblica. Anzi nel mio comune di allora il problema era un po' diverso, perché c'erano quattro sezioni di scuola materna comunale e due sezioni di scuola materna statale, a cui se ne aggiunse una terza proprio nell'anno in cui divenni assessore. Da noi la discussione verteva piuttosto sull'opportunità di passare allo stato anche le nostre sezioni di scuola materna, perché era effettivamente pesante per un Comune di quelle dimensioni mantenere un servizio di quel genere. C'erano resistenze sia da parte del personale, che nel passaggio ci avrebbe un po' rimesso, sia soprattutto da parte delle famiglie, perché oggettivamente l'offerta educativa della scuola comunale era migliore di quella della statale, prima di tutto per il valore delle insegnanti, ma anche per una serie di scelte che erano state fatte negli anni. Ricordo che queste strutture erano nate, insieme agli asili nido, all'inizio degli anni Settanta, in una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali; probabilmente questi servizi, insieme alla legge Basaglia, sono il frutto più solido e positivo di quella stagione di riforme. Per chi ci lavorava, ma anche per noi che facevamo gli amministratori - e in quel momento anche per le famiglie - c'era un elemento imprescindibile: asilo nido e scuola materna erano a tutti gli effetti "scuole" e come tali dovevano essere gestite. Ad esempio il Comune di Granarolo - ma cosa analoga avveniva in altre realtà, più grandi e più piccole - si avvaleva del lavoro di una coordinatrice pedagogica, cosa che non avveniva nella materna statale; successivamente, grazie ad un accordo con la direzione didattica - allora si chiamava così - il Comune, mettendoci proprie risorse, fece in modo che la coordinatrice comunale intervenisse anche nella programmazione della statale e le cose un po' migliorarono, almeno perché così c'era maggior uniformità nell'offerta pedagogica, ma le resistenze erano ancora forti da parte di quel personale.
Al di là della specifica vicenda di Granarolo, la logica che stava dietro al sistema integrato aveva dei punti che allora condividevo. Il pubblico - ossia l'amministrazione statale e i comuni - non riusciva da solo a garantire la creazione di nuove scuole materne, infatti sarebbero servite molte risorse per costruirne di nuove e per assumere nuovo personale; sul territorio esistevano già altre scuole materne, private, legate alle parrocchie, con strutture e personale, più o meno adeguati, in alcuni casi anche di buon livello. C'era poi un altro dato di fatto; per molte famiglie la scelta della scuola materna confessionale non era legata a una scelta educativa e religiosa - personalmente ho conosciuto pochissime famiglie che preferivano scuole confessionali a quelle pubbliche, anche quando il problema non era di natura economica, ossia quando potevano permettersi di pagare rette più alte rispetto a quelle della scuola pubblica - statale e comunale - che era comunque gratuita. Molti sceglievano la scuola paritaria semplicemente perché non c'era posto alla statale. Quindi il problema si spostava sul diritto dei bambini - e delle bambine ovviamente - di aver garantito un servizio il più possibile omogeneo e di qualità. In quella logica il finanziamento pubblico alle scuole private non era un semplice contributo, a "fondo perduto", ma veniva erogato nel momento in cui quella scuola, privata e confessionale, accettava di essere parte di quel sistema, ad esempio da un punto di vista pedagogico, pur mantenendo la propria identità culturale. Un aspetto importante, ad esempio, riguardava l'integrazione dei bambini stranieri, in un momento in cui il nostro territorio passava da un'immigrazione fatta di soli uomini a una composta di famiglie: non era infrequente che il figlio di una famiglia musulmana frequentasse una scuola materna cattolica e bisognava trovare la soluzione, pedagogica e culturale, al problema. In sostanza il sistema delle scuole materne, complessivamente inteso, doveva rafforzarsi e questo sarebbe stato un vantaggio per tutti i bambini. Questo sistema però presupponeva che l'elemento forte, trainante, dovesse essere comunque la scuola pubblica, con i suoi valori costituzionali ed educativi. Purtroppo non è quello che è avvenuto in questi anni e quel processo non è stato governato in questo modo. Anni di martellamento sul concetto che "privato è bene, pubblico è male" non sono passati invano, le scuole pubbliche, specialmente quelle rivolte all'infanzia, hanno goduto di sempre meno attenzione politica e di sempre minori finanziamenti. Gli asili nido e le scuole materne sono considerate sempre meno scuole e sempre più servizi sociali: è proprio l'opposto - come ho cercato di spiegare - dell'impostazione iniziale, per la quale altri hanno lottato e alcuni di noi hanno lavorato.
Mi pare che il ragionamento di chi propone il referendum parta da questo punto: mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi disponibili alla scuola pubblica? E questo deve necessariamente portarsi dietro una riflessione complessiva sul modello di scuola che vogliamo e di cui ha bisogno la nostra società. Io con questo spirito vorrei votare "A" domenica 26, consapevole però che sarebbe soltanto l'inizio di un cammino lungo e complicato. Per come la vedo io, questo referendum, al di là delle polemiche politiche di lunedì 27 su chi avrà vinto e chi avrà perso, e perfino al di là dei destini irrilevanti di Merola e del partito mal nato, dovrebbe servire a porre il tema della scuola all'attenzione del dibattito politico e sociale. Su questo purtroppo sono pessimista.
domenica 12 maggio 2013
Considerazioni libere (361): a proposito di stare in rete (e di come starci)...
Ho l'impressione che in questi giorni della rete si parli un po' a sproposito. A volte mi capita perfino di leggere Rete, con la "r" maiuscola, come se fosse una qualche entità soprannaturale. Io, pur usandola, non ne capisco molto e credo di essere in buona e folta compagnia. Proprio per questo provo a fare alcune riflessioni partendo da come uso io la rete e quindi tenete conto che potrebbero essere del tutto sbagliate; prendetele come mi vengono, con beneficio d'inventario.
La rete a me serve prima di tutto per essere informato o - sarebbe meglio dire - più e meglio informato. Certamente la rete è un grande aiuto e ti permette di accedere a fonti che difficilmente avresti potuto raggiungere in un altro modo, ma io - come credo molti di voi - cerco in rete solo quello che voglio trovare. Quando andavo sempre in edicola e avevo la possibilità - oltre che la necessità - di acquistare tutti i giorni più quotidiani, compravo sempre gli stessi giornali - ad esempio non ho mai comprato il Giornale, né quando era un vero quotidiano, né quando è diventato quello che è ora, ossia insana pornografia politica. Anche quando avevo meno soldi, ma facevo il pendolare e quindi avevo parecchio tempo libero, compravo sempre lo stesso giornale. Poi nei giornali che acquistavo, tendevo spesso a leggere certi articoli piuttosto che altri, così quando acquistavo il Corriere non leggevo mai gli editoriali di Ostellino, tanto sapevo cosa scriveva e sapevo già di non essere d'accordo con lui. Da quando vivo a Salsomaggiore ho smesso di acquistare un quotidiano, essenzialmente perché a me piace leggerlo la mattina e la mattina adesso non ho più tempo per farlo, perché fortunatamente lavoro a cinque minuti di distanza da dove vivo. Il pomeriggio e la sera, a seconda di quando finisco di lavorare, leggo le notizie e i commenti in rete, ma le mie scelte, nonostante il ventaglio delle possibilità sia incredibilmente più ampio di quando andavo in edicola ed estremamente più conveniente, non sono molto cambiate in questi anni. Continuano a esserci giornali e giornalisti che non leggo - e che non leggerò mai, da vecchio settario quale sono - e giornali e giornalisti che leggo con passione e interesse. Secondo lo stesso principio per cui non ho mai guardato i telegiornali delle reti Mediaset e ho ormai smesso da tempo di guardare quelli dei tre principali canali della Rai.
La rete mi ha permesso di fare una specie di mio "giornale ideale" - un po' come una volta c'era la selezione "resto del mondo", con i migliori calciatori di tutti gli altri paesi che giocavano contro una specifica nazionale - così leggo sempre Serra e Sofri da Repubblica, Franco dal Corriere, Sardo dall'Unità , Revelli e Viale dal Manifesto e così via. Poi consulto sempre Il Post, perché ci sono autori che mi piacciono e ha un taglio molto interessante, alternando notizie e approfondimenti di natura molto diversa; cerco di leggere il più regolarmente possibile alcuni altri siti, perché - come OsservatorioIraq - mi tengono informato su alcuni temi specifici. Poi capito spesso sul sito di Internazionale, l'unica rivista che comunque continuo a comprare anche in edicola. Infine leggo i blog di persone che stimo e con cui spesso sono d'accordo, come Mauro Zani e Corradino Mineo. Ora, se non ci fosse la rete questo non riuscirei mai a farlo, dovrei comprare molti quotidiani ogni giorno e comunque non potrei mai leggere i blog, ma non è la rete che ha cambiato o cambia le mie idee, quelle stanno lì e tendono a rimanere quelle o comunque cambiano - perché sono effettivamente cambiate in questi anni - per una mia evoluzione, legata anche alle letture che ho fatto e che faccio. In sostanza credo che la rete sia un'opportunità che sta a ciascuno di noi usare o non usare, usare bene o male; la rete è un mezzo - più potente di altri, senza dubbio - ma che non sostituisce in sé il messaggio. Provo a spiegare meglio questo concetto. L'accesso alla rete è diventato un elemento essenziale del progresso democratico, deve essere un diritto e giustamente Stefano Rodotà propone di inserirlo tra i diritti fondamentali della prima parte della nostra Costituzione. E' giusto e dobbiamo lottare affinché questo obiettivo sia raggiunto. Ma non facciamoci illusioni; anche in una società ideale in cui tutti abbiano accesso libero e gratuito alla rete, non è detto che ci sia maggiore trasparenza e soprattutto maggiore condivisione delle informazioni. Questa crescita di consapevolezza democratica e civile passa ancora attraverso l'educazione, la sua libertà e il suo pluralismo. E infatti non credo sia un caso che nella nostra società, in cui si restringono pericolosamente democrazia e diritti, chi è al potere faccia di tutto per smantellare la scuola pubblica e per favorire quella privata; ma questa è un'altra storia, su cui proverò a scrivere qualcosa in un'altra occasione.
Poi io - come altri - uso la rete anche in un altro modo, ci scrivo sopra o dentro, come preferite. Ho scoperto che in Italia siamo in quattro milioni ad avere un blog: è un numero interessante e significativo. Ora qualcuno potrebbe giustamente dire che in fondo i blog esistevano anche prima della rete e si chiamavano diari. Tutto sommato è giusto, anche se in questo caso il mezzo finisce per essere parte del messaggio. Anche prima della rete molte persone avevano un quaderno delle ricette, perfino mia madre e immagino anche le vostre. La rete ha offerto una possibilità in più: da un lato l'appagamento di una legittima vanità e dall'altro la curiosità di conoscere nuove cose. E qualcosa di simile avviene per tutti coloro che condividono, attraverso i loro blog, un hobby o una passione artistica. Anzi forse la rete ha offerto uno stimolo in più alla creazione artistica. Parlo ancora una volta di me: quasi sicuramente se non avessi avuto la possibilità di farli leggere a qualcun altro - oltre a mia moglie - probabilmente non avrei scritto i piccoli racconti che trovate qui. Naturalmente non se ne sentiva la mancanza e sono irrilevanti per la storia della letteratura italiana di questo secolo, ma nonostante tutto sono nati perché c'è la rete e vivono in rete. Credo che questo sia vero per creazioni artistiche di ben altra rilevanza e che invece avranno altro peso nella nostra cultura; e di questo dovremo ringraziare la rete.
Poi c'è la dimensione politica e questa, ovviamente, mi interessa di più. Io - e credo alcuni altri amici - uso questo strumento per continuare un impegno politico che in un'altra stagione mi ha visto partecipare attivamente e direttamente alla vita di un partito e, attraverso questo, delle istituzioni. Dal momento che un partito in cui militare non l'ho più, avrei dovuto smettere di partecipare, limitandomi al voto, nelle occasioni consentite. Oggettivamente la rete offre a una parte di cittadini alcune possibilità nuove, che probabilmente non abbiamo ancora del tutto capito. Riusciamo effettivamente a partecipare? In qualche modo sì. A patto di non credere alle scempiaggini sentite in questi ultimi giorni. Esiste il "popolo della Rete", di cui si favoleggia nei giornali? Ecco una cretinata spesso evocata, secondo alcuni sciocchi avrebbe avuto addirittura un ruolo nell'elezione del presidente della Repubblica, determinando la mancata elezione di Marini. Bersani - lo ricorderete - ha ordinato ai parlamentari del Pd di spegnere Twitter nelle successive elezioni, dimostrando davvero poca lucidità. Io in quei giorni ho scritto, molto, ovunque mi fosse possibile, su questo blog, su Twitter, su Facebook; ho mandato due mail a Bersani, ho mandato dei messaggi ad alcuni amici diventati deputati e senatori del Pd. Ho ottenuto qualcosa? Assolutamente no, visto che abbiamo raggiunto per me il peggior risultato possibile: la rielezione di quello che considero il più pericoloso e antidemocratico presidente della storia repubblicana, la nomina di un governo fantoccio, che risponde unicamente ai dettami delle autorità finanziarie internazionali, il ritorno sulla scena di un personaggio come B. e infine il suicidio dell'ex-Pd. Potevo stare zitto? Visti i risultati sì, ma almeno non possono dire che l'hanno fatto in mio nome e, se le mie riflessioni sono servite a far nascere un dubbio anche a una sola persona, non mi considero del tutto sconfitto. La rete serve a far esprimere pareri, a volte anche in maniera viscerale e poco ponderata, ma è più o meno lo stesso che avviene in una piazza. Anche in questo caso non c'è una differenza qualitativa, ma soltanto quantitativa.
Infine penso che sulla rete si possa organizzare quel minimo di resistenza che ci è ancora possibile. E infatti adesso, non a caso, da Napolitano in giù, hanno individuato nella rete il "nemico". Dicono che le nostre parole sono pericolose. La rete è uno spazio della democrazia e di conseguenza la vogliono limitare, così come in questi vent'anni hanno limitato il potere e il ruolo del parlamento, hanno depotenziato lo strumento referendario e sono riusciti a eliminare i partiti - a onor del vero, bisogna dire che i partiti, compreso il mio, hanno fatto di tutto per favorire questa distruzione. Poi cos'è diventato il mondo dell'informazione è sotto gli occhi di tutti, purtroppo. Proprio perché questo è l'ultimo ambito che ci è rimasto e visto che "loro" vogliono togliercelo, dobbiamo fare attenzione, non sprecare questa opportunità e soprattutto non cadere nelle provocazioni, nelle trappole che ci tenderanno sempre più spesso e in maniera sempre più subdola. Ad esempio dobbiamo evitare una possibilità che pure la rete ci offre, ossia quella di restare anonimi: dobbiamo metterci la firma e la faccia, sempre. Per me è essenziale e credo debba diventare una delle regole base di questa nuova resistenza. E pur senza cadere nell'errore di porci castranti autocensure, non dobbiamo usare un linguaggio che inneggia alla violenza. In nessuna occasione e contro nessuno, neppure contro quello che odiamo di più, non serve nemmeno che vi dica chi è. Anzi, su questo dobbiamo essere per primi noi resistenti a chiedere il rispetto delle regole; nei giorni scorsi Rodotà ha detto su questo punto alcune parole molto chiare, che faccio mie: "La rete non ha bisogno di una legge speciale, le regole ci sono già. Bisogna solo farle rispettare. C'è un vecchio detto che quello che è illegale offline lo è online". Noi, proprio perché siamo più deboli, abbiamo interesse che le regole ci siano e che vengano rispettate.
Ho già avuto occasione di scriverlo, ma lo voglio ripetere. Io non ho intenzione di abbassare i toni, così come non voglio partecipare a nessuna pacificazione. In una recente occasione solenne, nel ricordare le vittime del terrorismo, Napolitano ha condannato un uso delle parole che può alzare il lvello dello scontro politico; in sostanza il presidente non vuole che si disturbi il manovratore. Io continuerò a disturbarlo, nel mio piccolo, senza nessun timore e senza nessun rispetto per la sua età e la sua storia. Naturalmente per lui e per quelli come lui sarà una puntura di spillo, ma abbiamo il dovere da farlo.
La rete a me serve prima di tutto per essere informato o - sarebbe meglio dire - più e meglio informato. Certamente la rete è un grande aiuto e ti permette di accedere a fonti che difficilmente avresti potuto raggiungere in un altro modo, ma io - come credo molti di voi - cerco in rete solo quello che voglio trovare. Quando andavo sempre in edicola e avevo la possibilità - oltre che la necessità - di acquistare tutti i giorni più quotidiani, compravo sempre gli stessi giornali - ad esempio non ho mai comprato il Giornale, né quando era un vero quotidiano, né quando è diventato quello che è ora, ossia insana pornografia politica. Anche quando avevo meno soldi, ma facevo il pendolare e quindi avevo parecchio tempo libero, compravo sempre lo stesso giornale. Poi nei giornali che acquistavo, tendevo spesso a leggere certi articoli piuttosto che altri, così quando acquistavo il Corriere non leggevo mai gli editoriali di Ostellino, tanto sapevo cosa scriveva e sapevo già di non essere d'accordo con lui. Da quando vivo a Salsomaggiore ho smesso di acquistare un quotidiano, essenzialmente perché a me piace leggerlo la mattina e la mattina adesso non ho più tempo per farlo, perché fortunatamente lavoro a cinque minuti di distanza da dove vivo. Il pomeriggio e la sera, a seconda di quando finisco di lavorare, leggo le notizie e i commenti in rete, ma le mie scelte, nonostante il ventaglio delle possibilità sia incredibilmente più ampio di quando andavo in edicola ed estremamente più conveniente, non sono molto cambiate in questi anni. Continuano a esserci giornali e giornalisti che non leggo - e che non leggerò mai, da vecchio settario quale sono - e giornali e giornalisti che leggo con passione e interesse. Secondo lo stesso principio per cui non ho mai guardato i telegiornali delle reti Mediaset e ho ormai smesso da tempo di guardare quelli dei tre principali canali della Rai.
La rete mi ha permesso di fare una specie di mio "giornale ideale" - un po' come una volta c'era la selezione "resto del mondo", con i migliori calciatori di tutti gli altri paesi che giocavano contro una specifica nazionale - così leggo sempre Serra e Sofri da Repubblica, Franco dal Corriere, Sardo dall'Unità , Revelli e Viale dal Manifesto e così via. Poi consulto sempre Il Post, perché ci sono autori che mi piacciono e ha un taglio molto interessante, alternando notizie e approfondimenti di natura molto diversa; cerco di leggere il più regolarmente possibile alcuni altri siti, perché - come OsservatorioIraq - mi tengono informato su alcuni temi specifici. Poi capito spesso sul sito di Internazionale, l'unica rivista che comunque continuo a comprare anche in edicola. Infine leggo i blog di persone che stimo e con cui spesso sono d'accordo, come Mauro Zani e Corradino Mineo. Ora, se non ci fosse la rete questo non riuscirei mai a farlo, dovrei comprare molti quotidiani ogni giorno e comunque non potrei mai leggere i blog, ma non è la rete che ha cambiato o cambia le mie idee, quelle stanno lì e tendono a rimanere quelle o comunque cambiano - perché sono effettivamente cambiate in questi anni - per una mia evoluzione, legata anche alle letture che ho fatto e che faccio. In sostanza credo che la rete sia un'opportunità che sta a ciascuno di noi usare o non usare, usare bene o male; la rete è un mezzo - più potente di altri, senza dubbio - ma che non sostituisce in sé il messaggio. Provo a spiegare meglio questo concetto. L'accesso alla rete è diventato un elemento essenziale del progresso democratico, deve essere un diritto e giustamente Stefano Rodotà propone di inserirlo tra i diritti fondamentali della prima parte della nostra Costituzione. E' giusto e dobbiamo lottare affinché questo obiettivo sia raggiunto. Ma non facciamoci illusioni; anche in una società ideale in cui tutti abbiano accesso libero e gratuito alla rete, non è detto che ci sia maggiore trasparenza e soprattutto maggiore condivisione delle informazioni. Questa crescita di consapevolezza democratica e civile passa ancora attraverso l'educazione, la sua libertà e il suo pluralismo. E infatti non credo sia un caso che nella nostra società, in cui si restringono pericolosamente democrazia e diritti, chi è al potere faccia di tutto per smantellare la scuola pubblica e per favorire quella privata; ma questa è un'altra storia, su cui proverò a scrivere qualcosa in un'altra occasione.
Poi io - come altri - uso la rete anche in un altro modo, ci scrivo sopra o dentro, come preferite. Ho scoperto che in Italia siamo in quattro milioni ad avere un blog: è un numero interessante e significativo. Ora qualcuno potrebbe giustamente dire che in fondo i blog esistevano anche prima della rete e si chiamavano diari. Tutto sommato è giusto, anche se in questo caso il mezzo finisce per essere parte del messaggio. Anche prima della rete molte persone avevano un quaderno delle ricette, perfino mia madre e immagino anche le vostre. La rete ha offerto una possibilità in più: da un lato l'appagamento di una legittima vanità e dall'altro la curiosità di conoscere nuove cose. E qualcosa di simile avviene per tutti coloro che condividono, attraverso i loro blog, un hobby o una passione artistica. Anzi forse la rete ha offerto uno stimolo in più alla creazione artistica. Parlo ancora una volta di me: quasi sicuramente se non avessi avuto la possibilità di farli leggere a qualcun altro - oltre a mia moglie - probabilmente non avrei scritto i piccoli racconti che trovate qui. Naturalmente non se ne sentiva la mancanza e sono irrilevanti per la storia della letteratura italiana di questo secolo, ma nonostante tutto sono nati perché c'è la rete e vivono in rete. Credo che questo sia vero per creazioni artistiche di ben altra rilevanza e che invece avranno altro peso nella nostra cultura; e di questo dovremo ringraziare la rete.
Poi c'è la dimensione politica e questa, ovviamente, mi interessa di più. Io - e credo alcuni altri amici - uso questo strumento per continuare un impegno politico che in un'altra stagione mi ha visto partecipare attivamente e direttamente alla vita di un partito e, attraverso questo, delle istituzioni. Dal momento che un partito in cui militare non l'ho più, avrei dovuto smettere di partecipare, limitandomi al voto, nelle occasioni consentite. Oggettivamente la rete offre a una parte di cittadini alcune possibilità nuove, che probabilmente non abbiamo ancora del tutto capito. Riusciamo effettivamente a partecipare? In qualche modo sì. A patto di non credere alle scempiaggini sentite in questi ultimi giorni. Esiste il "popolo della Rete", di cui si favoleggia nei giornali? Ecco una cretinata spesso evocata, secondo alcuni sciocchi avrebbe avuto addirittura un ruolo nell'elezione del presidente della Repubblica, determinando la mancata elezione di Marini. Bersani - lo ricorderete - ha ordinato ai parlamentari del Pd di spegnere Twitter nelle successive elezioni, dimostrando davvero poca lucidità. Io in quei giorni ho scritto, molto, ovunque mi fosse possibile, su questo blog, su Twitter, su Facebook; ho mandato due mail a Bersani, ho mandato dei messaggi ad alcuni amici diventati deputati e senatori del Pd. Ho ottenuto qualcosa? Assolutamente no, visto che abbiamo raggiunto per me il peggior risultato possibile: la rielezione di quello che considero il più pericoloso e antidemocratico presidente della storia repubblicana, la nomina di un governo fantoccio, che risponde unicamente ai dettami delle autorità finanziarie internazionali, il ritorno sulla scena di un personaggio come B. e infine il suicidio dell'ex-Pd. Potevo stare zitto? Visti i risultati sì, ma almeno non possono dire che l'hanno fatto in mio nome e, se le mie riflessioni sono servite a far nascere un dubbio anche a una sola persona, non mi considero del tutto sconfitto. La rete serve a far esprimere pareri, a volte anche in maniera viscerale e poco ponderata, ma è più o meno lo stesso che avviene in una piazza. Anche in questo caso non c'è una differenza qualitativa, ma soltanto quantitativa.
Infine penso che sulla rete si possa organizzare quel minimo di resistenza che ci è ancora possibile. E infatti adesso, non a caso, da Napolitano in giù, hanno individuato nella rete il "nemico". Dicono che le nostre parole sono pericolose. La rete è uno spazio della democrazia e di conseguenza la vogliono limitare, così come in questi vent'anni hanno limitato il potere e il ruolo del parlamento, hanno depotenziato lo strumento referendario e sono riusciti a eliminare i partiti - a onor del vero, bisogna dire che i partiti, compreso il mio, hanno fatto di tutto per favorire questa distruzione. Poi cos'è diventato il mondo dell'informazione è sotto gli occhi di tutti, purtroppo. Proprio perché questo è l'ultimo ambito che ci è rimasto e visto che "loro" vogliono togliercelo, dobbiamo fare attenzione, non sprecare questa opportunità e soprattutto non cadere nelle provocazioni, nelle trappole che ci tenderanno sempre più spesso e in maniera sempre più subdola. Ad esempio dobbiamo evitare una possibilità che pure la rete ci offre, ossia quella di restare anonimi: dobbiamo metterci la firma e la faccia, sempre. Per me è essenziale e credo debba diventare una delle regole base di questa nuova resistenza. E pur senza cadere nell'errore di porci castranti autocensure, non dobbiamo usare un linguaggio che inneggia alla violenza. In nessuna occasione e contro nessuno, neppure contro quello che odiamo di più, non serve nemmeno che vi dica chi è. Anzi, su questo dobbiamo essere per primi noi resistenti a chiedere il rispetto delle regole; nei giorni scorsi Rodotà ha detto su questo punto alcune parole molto chiare, che faccio mie: "La rete non ha bisogno di una legge speciale, le regole ci sono già. Bisogna solo farle rispettare. C'è un vecchio detto che quello che è illegale offline lo è online". Noi, proprio perché siamo più deboli, abbiamo interesse che le regole ci siano e che vengano rispettate.
Ho già avuto occasione di scriverlo, ma lo voglio ripetere. Io non ho intenzione di abbassare i toni, così come non voglio partecipare a nessuna pacificazione. In una recente occasione solenne, nel ricordare le vittime del terrorismo, Napolitano ha condannato un uso delle parole che può alzare il lvello dello scontro politico; in sostanza il presidente non vuole che si disturbi il manovratore. Io continuerò a disturbarlo, nel mio piccolo, senza nessun timore e senza nessun rispetto per la sua età e la sua storia. Naturalmente per lui e per quelli come lui sarà una puntura di spillo, ma abbiamo il dovere da farlo.
"Paesaggio con la caduta di Icaro" di William Carlos Williams
Secondo Brueghel
quando Icaro cadde
era primavera
un contadino stava arando
il suo campo
la fastosa parata
dell'anno era
in atto tintinnando
presso
la riva del mare
attenta solo
a sé stessa
sudando sotto il sole
che scioglieva
la cera delle ali
al largo della costa
uno spruzzo
insignificante
affatto
inosservato era
Icaro che annegava
mercoledì 8 maggio 2013
"Ci può essere un mattone" di George Oppen
Ci può essere un mattone
in un muro di mattoni
lo prende l'occhio
calmo di una domenica
ecco il mattone, aspettava
lì dove sei nata,
Mary-Anne
sabato 4 maggio 2013
Considerazioni libere (360): a proposito dei greci (e anche di noi)...
Il fatto che non si parli più della Grecia non significa che i problemi di quel paese siano risolti: tutt'altro. E' naturale che "loro" non parlino volentieri di quel paese, così come un medico tende a non vantarsi di un paziente che, nonostante tutte le medicine che gli sono state somministrate, continua ostinatamente ad aggravarsi; anzi in questo caso sono proprio le cure di questo medico presuntuoso e arrogante a portare alla morte il paziente. La cosa non è molto rassicurante, tanto più sapendo che lo stesso medico ha in cura anche noi. Per ora la Grecia serve ai governi di centrodestra dell'Italia e
della Spagna per poter dichiarare di essere i penultimi nelle classifiche della crisi. Ci dicono infatti i nostri governanti e i loro prezzolati corifei: "certo la disoccupazione è alta, ma mai come in Grecia, certo lo spread è
alto, ma mai come in Grecia", e così noi dovremmo stare tranquilli. In questo modo si rassicura un paese che invece è
condotto diritto al precipizio: i greci hanno avuto soltanto la sfortuna
di caderci per primi. Però anche noi "sinistri sparsi" - o "esodati della politica", per usare una bella espressione di Marco Revelli - abbiamo delle responsabilità in questo oblio della situazione greca: ci siamo così avvitati nel dibattito intorno alle cose italiane, che ci siamo dimenticati di quello che succede in quel paese vicino, i cui abitanti stanno oggettivamente peggio di noi, anche se tra poco tempo li raggiungeremo.
Cercando nella rete però qualche notizia si trova. Io ne ho raccolte alcune e ve le riporto, cercando di offrirvi un'istantanea di quello che succede in quel paese a noi così vicino e caro.
Forse avete visto anche voi le immagini della distribuzione di cibo in piazza Syntagma da parte di Alba dorata; mi ha colpito la massa di persone in fila per avere un sacchetto di patate, una confezione di sei uova e un pezzo di pane dolce per la festa della Pasqua ortodossa. La miseria evidentemente fa paura e ti fa accettare anche l'umiliazione di dover esibire un documento, perché quel poco cibo era riservato soltanto a chi poteva dimostrare di essere un "vero" greco, escludendo quindi gli stranieri. La notizia ha avuto una qualche eco perché il sindaco di Atene ha avuto il coraggio di vietare quella manifestazione fascista e ha trovato dei poliziotti disponibili a far sgombrare la piazza; soprattutto fa meraviglia questa seconda cosa, visto che ormai i fascisti di Alba dorata sono maggioranza all'interno delle forze dell'ordine greche. Un parlamentare di quel partito ha in seguito minacciato il sindaco, entrando armato nel municipio di Atene. Al punto in cui sono arrivate le cose in Grecia, l'intervento del sindaco, pur animato da buone intenzioni, finisce per favorire Alba dorata, perché la gente continua ad avere fame e alle prossime elezioni si ricorderà di chi ha dato loro un pezzo di pane. In Italia non c'è ancora un movimento fascista di quelle dimensioni, ma questa vicenda dovrebbe un po' farci riflettere. Poco prima di diventare ministro, il presidente dell'Istat Giovannini ha spiegato che in Italia circa il 20% del pil è prodotto dall'economia non osservata, ossia da "attività legali prodotte in modo amministrativamente non corretto". Poi naturalmente c'è la criminalità organizzata che, secondo stime probabilmente prudenti - e comunque ovviamente difficili da controllare - produce da sola un altro 20% di pil, costituendo di fatto la prima attività economica del nostro paese. Quindi in Italia, se non ci sono le file di persone davanti ai camioncini di un qualche partito populista è anche "merito" della criminalità organizzata e delle attività illegali, che in qualche modo assicurano un reddito, per quanto ridotto, a una bella percentuale di nostri concittadini. Ovviamente questo welfare mafioso non è a buon mercato, ma la miseria appunto fa paura, a ogni latitudine. Forse non è un caso che in questa crisi politica - molto simile a quella vissuta vent'anni fa dal nostro paese - la mafia abbia mantenuto un profilo molto basso, a differenza appunto con quello che è successo in quel delicato passaggio storico, quando intervenne in maniera molto pesante nel dibattito politico, con gli omicidi, con le stragi e con le trattative. Questa volta la criminalità organizzata ha preferito il silenzio, perché probabilmente questa è la strategia a lungo periodo vincente. Peraltro io ho trovato grave che nel lungo ed enciclopedico discorso programmatico di Letta, dove hanno trovato spazio i temi più disparati, la lotta alla criminalità organizzata sia stata citata una volta sola, inserita in maniera superficiale, in un inciso, con un po' meno enfasi della lotta contro l'obesità. Come se qualcuno fosse preoccupato che la fine della criminalità organizzata faccia finire anche il sistema di welfare da essa organizzato, rendendo ancora più evidente la crisi italiana. Se così fosse perfino il tema della trattativa del '92 finirebbe per essere superato dagli eventi.
Torniamo in Grecia. Per chi vuol fare affari questo è un momento davvero propizio. Nel "monopoli" organizzato dalla troika con i beni dei cittadini greci i prezzi sono particolarmente vantaggiosi: la società petrolifera costa mezzo miliardo di euro, l'aeroporto di Atene 700 milioni, tutti gli aeroporti regionali - hanno fatto un "pacchetto" per rendere più allettante l'offerta - 400 milioni, la lotteria di Stato 550 milioni. L'emiro del Qatar si è comprato l'arcipelago delle Echinadi - vicino a Itaca - per poco più di 8 milioni. I tecnici del Fondo monetario internazionale, che hanno l'incarico di spiegare ai loro colleghi greci come si fa a "valorizzare" il patrimonio pubblico, hanno insistito affinché gli scavi archeologici, le foreste e tutti gli altri beni naturali e demaniali fossero inventariati, per il momento con un valore simbolico. Tutti escludono che si possa vendere il Partenone. Per ora. Anche perché prima dei ruderi ci sono cose su cui si può guadagnare, da subito. Il governo greco ha bandito la gara per la vendita del 51% della società che gestisce il servizio idrico a Salonicco, sperando di ricavarne 80 milioni di euro. Dal momento che ogni anno questa società ne incassa circa 20 milioni, questa vendita pare un affare, a cui sono interessati i due colossi francesi del settore, Suez e Veolia, che infatti hanno già incontrato i ministri greci, accompagnati dal presidente Hollande. Eldorado Gold è il nome evocativo che ha scelto una società canadese per acquistare un terreno demaniale nella penisola calcidica per 11 milioni di euro, proprio per avviare l'estrazione dell'oro. La popolazione ha protestato perché le attività inquinanti della miniera a cielo aperto avranno forti ripercussioni per l'ambiente e per le attività turistiche della zona. Non c'è stato spazio per il dialogo e infatti il governo ha inviato una squadra speciale di polizia da Atene per reprimere le proteste; in rete si trovano le testimonianze delle persone ferite durante una manifestazione del gennaio scorso. I conti però sembrano non tornare, infatti l'agenzia governativa incaricata di eseguire tutte queste vendite stima di incassare 7 miliardi di euro; una cifra considerevole, ma irrilevante di fronte ai 270 miliardi del debito greco. Credo che anche ai più ingenui e a quelli in buona fede nasca a questo punto il sospetto che gli interessi in gioco siano altri. Anche in questo caso forse noi italiani dovremmo cominciare a fare attenzione: appena si accorgeranno che anche noi potremmo avere qualcosa di bello da vendere, si faranno vivi. In questa ottica la battaglia sui beni pubblici, portata avanti tra gli altri da Stefano Rodotà, diventa un po' meno velleitaria e fuori dal tempo, come qualcuno vuol farci credere, non casualmente, in questi giorni. E, per inciso, in queste condizioni e di fronte a questi famelici appettiti, sarebbe stato utile avere come presidente della Repubblica un uomo come Rodotà e non uno come Napolitano, succube di qualsiasi stormir di fronda che venga da Francoforte e da Washington.
Ammalarsi in Grecia è diventato un problema piuttosto serio, perché il servizio sanitario non è più gratuito e garantito a tutti e negli ospedali ormai scarseggiano le medicine, anche perché le multinazionali del settore, come Roche e Novartis, le forniscono solo se c'è il pagamento anticipato. Il terzo aggiustamento strutturale dettato dalla troika e ratificato dalle autorità greche ormai commissariate - anche questo, non so perché, mi ricorda qualcosa - prevede una riduzione delle spese sanitarie del 20% e altri tagli per 13 miliardi di euro. Come è evidente siamo sempre lontani dalla quota di 270 miliardi. Nessuna di queste misure è in grado di sanare la situazione; in queste condizioni il fallimento è non solo inevitabile, ma di fatto è già avvenuto. Il sospetto - ma gli indizi sono ormai tanti da diventare una prova - è che si aspetti a dichiarare il fallimento, perché prima i grandi investitori internazionali vogliono comprarsi, a prezzi stracciati, le infrastrutture, le società pubbliche e i beni comuni, che possono essere valorizzati. Il tema a questo punto non è solo rinegoziare il debito - come sta continuando a fare il governo Samaras, insaponando la corda a cui verrà alla fine impiccato - ma cancellarlo. E farlo prima che la Grecia sia completamente spolpata. Naturalmente dire che il debito è illegale e quindi rifiutarsi di pagarlo sarebbe come dire che il re è nudo ed è considerato un atto da terroristi, da sovversivi, da pazzi anarchici. Eppure a questo punto è la sola soluzione per salvare la Grecia e, tra qualche mese, l'Italia. Fortunatamente per "loro" in Italia - come in Grecia - il pericolo è scongiurato. Il governo è saldamente in mano alle forze del centrodestra e i cosiddetti partiti del centrosinistra - il Pasok e l'ex-Pd - sono chiamati al compito della mosca cocchiera. Anche per questo della Grecia abbiamo bisogno di parlare ancora.
Cercando nella rete però qualche notizia si trova. Io ne ho raccolte alcune e ve le riporto, cercando di offrirvi un'istantanea di quello che succede in quel paese a noi così vicino e caro.
Forse avete visto anche voi le immagini della distribuzione di cibo in piazza Syntagma da parte di Alba dorata; mi ha colpito la massa di persone in fila per avere un sacchetto di patate, una confezione di sei uova e un pezzo di pane dolce per la festa della Pasqua ortodossa. La miseria evidentemente fa paura e ti fa accettare anche l'umiliazione di dover esibire un documento, perché quel poco cibo era riservato soltanto a chi poteva dimostrare di essere un "vero" greco, escludendo quindi gli stranieri. La notizia ha avuto una qualche eco perché il sindaco di Atene ha avuto il coraggio di vietare quella manifestazione fascista e ha trovato dei poliziotti disponibili a far sgombrare la piazza; soprattutto fa meraviglia questa seconda cosa, visto che ormai i fascisti di Alba dorata sono maggioranza all'interno delle forze dell'ordine greche. Un parlamentare di quel partito ha in seguito minacciato il sindaco, entrando armato nel municipio di Atene. Al punto in cui sono arrivate le cose in Grecia, l'intervento del sindaco, pur animato da buone intenzioni, finisce per favorire Alba dorata, perché la gente continua ad avere fame e alle prossime elezioni si ricorderà di chi ha dato loro un pezzo di pane. In Italia non c'è ancora un movimento fascista di quelle dimensioni, ma questa vicenda dovrebbe un po' farci riflettere. Poco prima di diventare ministro, il presidente dell'Istat Giovannini ha spiegato che in Italia circa il 20% del pil è prodotto dall'economia non osservata, ossia da "attività legali prodotte in modo amministrativamente non corretto". Poi naturalmente c'è la criminalità organizzata che, secondo stime probabilmente prudenti - e comunque ovviamente difficili da controllare - produce da sola un altro 20% di pil, costituendo di fatto la prima attività economica del nostro paese. Quindi in Italia, se non ci sono le file di persone davanti ai camioncini di un qualche partito populista è anche "merito" della criminalità organizzata e delle attività illegali, che in qualche modo assicurano un reddito, per quanto ridotto, a una bella percentuale di nostri concittadini. Ovviamente questo welfare mafioso non è a buon mercato, ma la miseria appunto fa paura, a ogni latitudine. Forse non è un caso che in questa crisi politica - molto simile a quella vissuta vent'anni fa dal nostro paese - la mafia abbia mantenuto un profilo molto basso, a differenza appunto con quello che è successo in quel delicato passaggio storico, quando intervenne in maniera molto pesante nel dibattito politico, con gli omicidi, con le stragi e con le trattative. Questa volta la criminalità organizzata ha preferito il silenzio, perché probabilmente questa è la strategia a lungo periodo vincente. Peraltro io ho trovato grave che nel lungo ed enciclopedico discorso programmatico di Letta, dove hanno trovato spazio i temi più disparati, la lotta alla criminalità organizzata sia stata citata una volta sola, inserita in maniera superficiale, in un inciso, con un po' meno enfasi della lotta contro l'obesità. Come se qualcuno fosse preoccupato che la fine della criminalità organizzata faccia finire anche il sistema di welfare da essa organizzato, rendendo ancora più evidente la crisi italiana. Se così fosse perfino il tema della trattativa del '92 finirebbe per essere superato dagli eventi.
Torniamo in Grecia. Per chi vuol fare affari questo è un momento davvero propizio. Nel "monopoli" organizzato dalla troika con i beni dei cittadini greci i prezzi sono particolarmente vantaggiosi: la società petrolifera costa mezzo miliardo di euro, l'aeroporto di Atene 700 milioni, tutti gli aeroporti regionali - hanno fatto un "pacchetto" per rendere più allettante l'offerta - 400 milioni, la lotteria di Stato 550 milioni. L'emiro del Qatar si è comprato l'arcipelago delle Echinadi - vicino a Itaca - per poco più di 8 milioni. I tecnici del Fondo monetario internazionale, che hanno l'incarico di spiegare ai loro colleghi greci come si fa a "valorizzare" il patrimonio pubblico, hanno insistito affinché gli scavi archeologici, le foreste e tutti gli altri beni naturali e demaniali fossero inventariati, per il momento con un valore simbolico. Tutti escludono che si possa vendere il Partenone. Per ora. Anche perché prima dei ruderi ci sono cose su cui si può guadagnare, da subito. Il governo greco ha bandito la gara per la vendita del 51% della società che gestisce il servizio idrico a Salonicco, sperando di ricavarne 80 milioni di euro. Dal momento che ogni anno questa società ne incassa circa 20 milioni, questa vendita pare un affare, a cui sono interessati i due colossi francesi del settore, Suez e Veolia, che infatti hanno già incontrato i ministri greci, accompagnati dal presidente Hollande. Eldorado Gold è il nome evocativo che ha scelto una società canadese per acquistare un terreno demaniale nella penisola calcidica per 11 milioni di euro, proprio per avviare l'estrazione dell'oro. La popolazione ha protestato perché le attività inquinanti della miniera a cielo aperto avranno forti ripercussioni per l'ambiente e per le attività turistiche della zona. Non c'è stato spazio per il dialogo e infatti il governo ha inviato una squadra speciale di polizia da Atene per reprimere le proteste; in rete si trovano le testimonianze delle persone ferite durante una manifestazione del gennaio scorso. I conti però sembrano non tornare, infatti l'agenzia governativa incaricata di eseguire tutte queste vendite stima di incassare 7 miliardi di euro; una cifra considerevole, ma irrilevante di fronte ai 270 miliardi del debito greco. Credo che anche ai più ingenui e a quelli in buona fede nasca a questo punto il sospetto che gli interessi in gioco siano altri. Anche in questo caso forse noi italiani dovremmo cominciare a fare attenzione: appena si accorgeranno che anche noi potremmo avere qualcosa di bello da vendere, si faranno vivi. In questa ottica la battaglia sui beni pubblici, portata avanti tra gli altri da Stefano Rodotà, diventa un po' meno velleitaria e fuori dal tempo, come qualcuno vuol farci credere, non casualmente, in questi giorni. E, per inciso, in queste condizioni e di fronte a questi famelici appettiti, sarebbe stato utile avere come presidente della Repubblica un uomo come Rodotà e non uno come Napolitano, succube di qualsiasi stormir di fronda che venga da Francoforte e da Washington.
Ammalarsi in Grecia è diventato un problema piuttosto serio, perché il servizio sanitario non è più gratuito e garantito a tutti e negli ospedali ormai scarseggiano le medicine, anche perché le multinazionali del settore, come Roche e Novartis, le forniscono solo se c'è il pagamento anticipato. Il terzo aggiustamento strutturale dettato dalla troika e ratificato dalle autorità greche ormai commissariate - anche questo, non so perché, mi ricorda qualcosa - prevede una riduzione delle spese sanitarie del 20% e altri tagli per 13 miliardi di euro. Come è evidente siamo sempre lontani dalla quota di 270 miliardi. Nessuna di queste misure è in grado di sanare la situazione; in queste condizioni il fallimento è non solo inevitabile, ma di fatto è già avvenuto. Il sospetto - ma gli indizi sono ormai tanti da diventare una prova - è che si aspetti a dichiarare il fallimento, perché prima i grandi investitori internazionali vogliono comprarsi, a prezzi stracciati, le infrastrutture, le società pubbliche e i beni comuni, che possono essere valorizzati. Il tema a questo punto non è solo rinegoziare il debito - come sta continuando a fare il governo Samaras, insaponando la corda a cui verrà alla fine impiccato - ma cancellarlo. E farlo prima che la Grecia sia completamente spolpata. Naturalmente dire che il debito è illegale e quindi rifiutarsi di pagarlo sarebbe come dire che il re è nudo ed è considerato un atto da terroristi, da sovversivi, da pazzi anarchici. Eppure a questo punto è la sola soluzione per salvare la Grecia e, tra qualche mese, l'Italia. Fortunatamente per "loro" in Italia - come in Grecia - il pericolo è scongiurato. Il governo è saldamente in mano alle forze del centrodestra e i cosiddetti partiti del centrosinistra - il Pasok e l'ex-Pd - sono chiamati al compito della mosca cocchiera. Anche per questo della Grecia abbiamo bisogno di parlare ancora.
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